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 Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni

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kamo

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MessaggioTitolo: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Sab Ott 13 2007, 02:08

Vi posto stavolta un articolo del 12 ottobre preso dal sito "Dagospia", che talvolta ci vede giusto in certe previsioni politiche.
Oggetto dell'articolo è la dinamica politica che si innescherà a partire dalle "primarie" del Partito Democratico. Anche "Dagospia" dà credito alle voci secondo cui il probabile neo segretario del partito, Walter Veltroni, intenda andare alle elezioni anticipate. E senza l'apporto di Rifondazione Comunista. Un'analisi che ben si adatta agli allarmi lanciati dalla "competitrice" Rosy Bindi, fedelissima di Prodi, secondo cui in questi ultimi mesi Veltroni, con le sue dichiarazioni ed intenti programmatici, mira ad indebolire l'attuale primo ministro.
Buona lettura.

"Cosa succederà dopo la mezzanotte del 14 ottobre?
Lasciate perdere chi ha vinto e chi ha perso.Tutto scontato, non è questa la posta in gioco. La vera partita comincia dopo la chiusura delle urne, quando WalterEgo Veltroni avrà finalmente i super-poteri e potrà fare quello che gli pare, grazie al voto di un milione e passa di cittadini.
Arrivano i risultati definitivi e un minuto dopo Veltroni, incoronato reuccio del Partito Democratico, annuncia di volersi dedicare a tempo pieno al nuovo partito. E già: aprile-maggio 2008 lascerà il Campidoglio. C'è un problema: a Roma, nonostante i festival del Cinema, i fascisti veltronizzati e i commoventi viaggi in Africa, l’Ego del sindaco si è dimenticato di costruire un successore.
Se si vota in primavera il centro-sinistra va incontro alla disfatta, non ha un candidato degno di questo nome. La Melandri? Una fatina dispersa tra Filicudi e Malindi. L’onnipotente Bettini? No, perché sarà lui il vero segretario del Pidì mentre Walter, come in Campidoglio, si dedicherà alle solite pubbliche relazioni. Paolo Gentiloni? Il ruolo di protagonista non fa per lui. Ecco perché in queste ore c'è un pressing asfissiante sull'unico nome in grado di sfidare Gianfranco Fini. Sarebbe un grande remake: Francesco Rutelli. Ma il Ciccioduro sta dicendo di no a tutti. Per ora.

L'abbandono del Campidoglio è solo l'antipasto. La seconda mossa di Veltroni è puntare sulla crisi di governo e sulle elezioni anticipate nella primavera 2008. I sondaggi sono catastrofici, ma non importa. Andare a votare subito, per Walter-ego, comporta numerosi vantaggi.
Primo: scaricare tutta la colpa della debacle su Romano Prodi. Io sono appena arrivato, che colpa ne ho io, direbbe Veltroni in campagna elettorale.
Secondo: rivoluzionare il centrosinistra. Il Pd di Veltroni andrebbe da solo alle elezioni, senza alleanze con Rifondazione. Un piano in apparenza suicida, ma che consentirebbe a Walter di rendersi credibile agli occhi dell'elettorato e dell'establishment. E se il Pd da solo recuperasse consensi, arrivando magari al 35 per cento, il merito sarebbe tutto suo.
Terzo: mandare a casa i parlamentari e i dirigenti del vecchio Ulivo e spedire in campo una classe dirigente tutta nuova e veltronizzata. Via i peones democristiani, via i deputati dell'era Fassino, le anneserafini e le barbarepollastrini. Con D'Alema azzoppato dalla Forleo destinato a girare il mondo, a fare la fine di Al Gore, senza premio Nobel, però. In Africa ci andrà lui.

Infine, se si vota nel 2008, rivince Berlusconi. Non più nei panni del Caimano di Palazzo Chigi, attenzione. Il Cavaliere Trapiantato sogna il Quirinale, vuole diventare il presidente di tutti gli italiani, non solo dei nerboruti forzisti alla Cicchitto che ormai detesta e di cui si vorrebbe sbarazzare. Per farlo gli serve la simpatia del Pidì di Veltroni. Walter è l'uomo che già nel 1990 scrisse il libro “Io e Berlusconi”. E Berlusconi sarebbe il più veloce a offrire a Walter il ramoscello della pace.
Che significa: riforme da fare insieme, nomine da spartire (dalle presidenze delle Camere alla Rai), basta con i ricatti di ex-democristi, comunisti rifondati, leghisti arrapati, girotondini in andropausa e grillini col dito sul grilletto.
Gli ambasciatori sono già al lavoro da tempo: Gianni Letta è ottimo amico anche di Walter, che l'ha inserito nel cda dell'Auditorium e lo vorrebbe in un fanta-governo da lui guidato. E se finisse nel modo opposto: Veltroni vice di un governo Letta, con Berlusconi al Quirinale?
Sarebbe il trionfo del codice Veronica. “Moglie esemplare” di Silvio, grande amica di Walter, futura first lady della Terza Repubblica fondata sugli Oni"
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Sab Ott 13 2007, 21:13

Ciao, ben ritrovato. Quanto riporti è un 'pezzo' importante da considerare e su cui riflettere. Incastonato con altri, è utile a farsi un'idea della fase politica di questi e dei prossimi mesi. Avremo modo di ritornarci su. Anche perché, nei limiti delle nostre possibilità, bisognerà far sentire la nostra voce e lavorare sulle interlocuzioni. Intanto collega, a quanto riporti, riflessioni che trovi alla voce "Beppe Grillo" sempre in "Politica italiana". Continua a partecipare. A presto
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Dom Ott 21 2007, 01:00

Sulla stampa e financo sui telegiornali di questi ultimi giorni fioccano dichiarazioni ed analisi ad ulteriore sostegno all’ipotesi di elezioni anticipate. Il 16 settembre, ancora su Dagospia, sono stati pubblicati un articolo del Corriere della Sera di Maria Teresa Meli ed uno scrittarello, non firmato, intitolato "Il piano Mieli-Veltroni per la conquista del potere". La Meli, commentando la «fredda» lettera di Prodi di felicitazioni per la vittoria di Veltroni, ha scritto che questi «lascia intendere che non ci sarà giorno in cui non opererà la sua "sollecitazione riformista" sul governo». Insomma, ora è Veltroni che, approfittando della debolezza di un esecutivo sempre più impopolare, vuole "dettare l’agenda" al governo. «E a Prodi dà gli otto mesi. Tanti sono quelli che bastano, secondo il sindaco, per mandare in porto la riforma elettorale e quella costituzionale. Dopodiché il voto è inevitabile. A bocce ferme nel 2009. In caso di una precipitazione degli eventi già il prossimo anno». Nelle scelte di Veltroni il leaderismo giocherà pure un ruolo, ma non così decisivo come si può pensare. Il doppio impegno della pretesa discontinuità del Partito Democratico (in realtà portatore di un’impostazione neoliberista in continuità con le politiche del centrosinistra) e del sostegno al governo di Romano Prodi non sono assolutamente conciliabili. Ciò nasce dall’estrema impopolarità del governo, che inevitabilmente si ripercuoterebbe sul neonato partito rischiando di bruciare Veltroni stesso, e dalla debolezza numerica della coalizione governativa. Tanto più che anche l’esiguo margine di vantaggio su cui il centro sinistra poteva contare al Senato sembra svanito, con il passaggio ad esempio dell’ex di Alleanza Nazionale Domenico Fisichella al gruppo misto e le dichiarazioni non proprio concilianti di Lamberto Dini, a cui diverse testate attribuiscono contatti con il centrodestra per saltare la barricata assieme ad altri senatori. Anche per queste ragioni nella testa di Veltroni probabilmente ci sono le elezioni anticipate in primavera. O l’idea, dopo la finanziaria, di aprire una crisi destinata a sfociare in un governo diverso da quello attuale, magari uno "istituzionale", per realizzare la riforma elettorale, dare tempo al Partito Democratico di consolidarsi e rinviare il voto al 2009 in contemporanea con le europee.

Per Dagospia la prima ipotesi sembra quella più probabile. L’altro scritto succitato rileva le dichiarazioni di Veltroni in piena convergenza con le affermazioni del direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, colui che alla vigilia delle elezioni scrisse un editoriale di invito al voto per la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi, e che ora, in un convegno di inizio ottobre dei giovani di Confindustria, sostanzialmente chiede nuove elezioni. Una competizione elettorale già segnata dove «il Pidì [PD, ndr] si presenterà alle urne senza la sinistra radical dei Bertinotti-Diliberto-Pecoraro e verrà matematicamente sconfitto da Berlusconi (il Cavaliere Trapiantato annuncerà prima del voto che non sarà lui il capo del governo, bensì un Gianni Letta, perché l’aspetta l’alloro supremo del Quirinale)». Secondo Dagospia, «si tratterebbe di una sconfitta che ci può stare (…) tutti addosseranno la colpa al governo Prodi», mentre intanto Veltroni «avrà cinque anni di tempo per svezzare il suo partito –suo da cima a fondo». Un progetto in cui non c’è spazio per i leader "storici" del centrosinistra. Come commenta Dagospia, «i boss verranno smaltiti e impanchinati: a Fassino il comune di Torino, a Rutelli il ritorno al Campidoglio e D’Alema in giro per l’estero» come ministro degli esteri dell’Unione Europea al posto di Solana.

Per verificare la validità delle tesi di Dagospia, bisogna a questo punto interrogarsi sul rapporto tra "poteri forti" e Berlusconi. In passato, quando Enrico Cuccia e Gianni Agnelli erano gli indiscussi leader del capitalismo italiano, nonostante le avances dell’ex premier, il cosiddetto "salotto buono" chiuse le porte ad un ingresso del Berlusca tra l’establishment che conta. I tempi però sono cambiati, e sulla grande stampa si parla di un ingresso a pieno titolo di Berlusconi nel "salotto buono". Su L’espresso, Malagutti si sofferma sulle operazioni di riassetto in via di definizione nel gruppo di comando di Mediobanca, dove un ruolo di primo piano lo ha assunto Cesare Geronzi, l’ex numero uno del colosso romano Capitalia, che in passato aiutò la Fininvest. Dopo la fusione tra Unicredit e Capitalia, il nuovo colosso bancario si è trovato in mano al 18% di Mediobanca. Troppo per l’antitrust, che ha imposto la cessione del 9,39% in mano a Capitalia. Un'operazione, quella della collocazione delle quote, in cui è stato stabilito che dovranno essere vendute ai partecipanti al patto di sindacato, nel quale entreranno alcuni nuovi soci. Tra cui appunto Berlusconi che, se verranno superati alcuni aspetti "legali", potrebbe arrivare a sfiorare il 6% (4% Mediolanum + 2% Fininvest), conquistando un'influenza tutt'altro che trascurabile nei delicati equilibri che regolano il controllo della più importante banca d'affari italiana, ancora oggi snodo strategico del potere finanziario in Italia per il controllo di società come Assicurazioni Generali (15%), Rizzoli-Corriere della Sera (14,2%) e Telecom Italia.

L’ingresso nel Patto di sindacato di Mediobanca sarà frutto del benestare di Geronzi, banchiere con ottime entrature anche "a sinistra" per l’aiuto dato in passato ai DS e che vanta al momento un consistente potere in Mediobanca grazie in particolar modo al gruppo C, quello straniero, con a capo il francese Vincent Bolloré. Secondo Malagutti, «l'alleanza appare quasi naturale nella grande partita in corso contro il prodiano Bazoli» nella definizione degli equilibri del capitalismo italiano, Generali in primis, uno dei fronti in cui, scrive sempre il giornalista de L’Espresso, «la dialettica tra la banca d'affari geronziana e la Banca Intesa di Giovanni Bazoli si sta sempre più trasformando in scontro aperto». Anche di questi scontri all’interno del potere finanziario italiano, dove spicca appunto il bipolarismo tra l’Unicredit-Capitalia di Profumo e Bazoli e l’Intesa-San Paolo di Bazoli e Passera, deve tenere conto lo scenario di elezioni anticipate. E non a caso Bazoli, che in questa congiuntura appare attraversare una fase di stallo, ha chiesto, stante a l’Unità, la convocazione urgente del patto di sindacato di RCS per discutere della rimozione di Paolo Mieli: segnale, forse, che il banchiere bresciano è scocciato dalla politica editoriale del Corriere di logoramento del governo del suo sodale Romano Prodi. Secondo Dagospia del 13 ottobre, «visto che Geronzi non può permettersi –per ora– di contrastare Bazoli (il presidente di Mediobanca è ancora impelagato con i guai giudiziari Capitalia ed è impegnatissimo sull’asse Mediobanca-Generali), la quota di soci favorevoli a Mieli (Montezemolo, Della Valle, Tronchetti) non sarebbe sufficiente a salvarlo».

Mentre Berlusconi intanto si prepara alle elezioni anticipate, qualche cenno lo dedichiamo in conclusione a Rifondazione ed alle altre forze della "sinistra radicale". Non ci si faccia intanto ingannare dalla manifestazione sul precariato del 20 ottobre: è in atto una prova di forza con il neonato Partito Democratico il cui leader Veltroni ha più volte lasciato intendere di non voler più accordi con la "sinistra radicale". Una battaglia politica in cui Rifondazione ha bisogno di mobilitare consensi da mettere sul piatto della bilancia. Consensi da spendere semplicemente per la contrattazione di poltrone. Il massimo di forza e seggi elettorali conseguito dalla "sinistra radicale" si è tradotta infatti nella più assoluta evanescenza politica nel cercare di portare avanti quella svolta anti-neoliberista tante volte proclamata in campagna elettorale.

Ma ciò si è inevitabilmente tradotto in un grosso calo dei consensi. Paolo Cacciari, in un’intervista su Europa (15 agosto 2007) aveva spiegato bene la situazione. Il parlamentare di Rifondazione aveva a chiare lettere affermato che l’ingresso nel governo «è stato vissuto dal gruppo dirigente nazionale nell’esclusiva modalità unidirezionale governativa e istituzionale, perdendo il rapporto con la base sociale. Prima del conclave di caserta Giordano ancora sosteneva che il PRC era il baluardo di Prodi: esagerazioni, secondo me, che poi abbiamo pagato. Questo appiattimento ha acuito sempre di più il distacco, rendendo sempre più sofferente il rapporto con la base». Una perdita dei consensi che è emersa in tutta evidenza con le amministrative dello scorso anno e il clamoroso insuccesso della manifestazione anti Bush (9 giugno 2007) promossa dalla sinistra della maggioranza di governo. «Dal punto di vista interno di Rifondazione quello è stato il culmine della crisi. L’autocritica di Giordano parte da lì», per arrivare appunto alla manifestazione del 20 ottobre: «la via d’uscita possibile per noi per riprendere un rapporto virtuoso con i movimenti, la FIOM, la nostra base». Un’operazione su cui comunque Cacciari ha proclamato il suo pessimismo, con il "popolo di Rifondazione" che –dalla Tav a Vicenza– ha incassato «duri schiaffi» ed ostile al lancio della cosiddetta "Cosa rossa" vista «come un’operazione politicista», affermando addirittura di vedere «una sorta di implosione di Rifondazione». Eppure, in conclusione dell’intervista, appare in tutta evidenza la dimensione politicista dominante in Rifondazione: «il problema è come stare al governo, non se starci». Qui sta il vero nodo di discussione. Nel mentre si parla con sempre più forza di elezioni anticipate, nel cosiddetto "Palazzo" nessuno pensa sul serio che saranno i partiti della "sinistra radicale" ad aprire la crisi, ad esempio durante l’iter parlamentare della finanziaria, ponendo richieste sul welfare inaccettabili per un governo neoliberista, o sullo scandaloso "pacchetto-sicurezza" proposto da Giuliano Amato.

Se Prodi cadrà, cadrà per le strategie in atto nel Partito Democratico o nei gruppi centristi che non intendono entrare nella nuova formazione politica. Le forze politiche della "sinistra radicale" sembrano invece intenzionate a rimanere aggrappate -fino all’ultimo istante dell’attuale esecutivo- alle poltrone ministeriali ed alle posizioni di potere conquistate nel corso dell’ultimo anno. Non si tratta solo della volontà dei dirigenti di Rifondazione di non ripetere l’esperienza del ’98 e passare agli occhi dell’elettorato di sinistra come i perenni guastatori dei governi della sinistra stessa. Riteniamo che queste forze si rendono conto di aver ottenuto posizioni con il governo Prodi che una volta perse non sarebbe mai possibile recuperare. Ed in attesa di tornare all’opposizione, nessuno intende rinunciare ai vantaggi esistenti.

Al contempo, però, il malcontento della "base" è sempre più forte. Il processo d’integrazione europea, il neoliberismo di cui è portatore, si stanno traducendo in una drammatica crisi delle stesse condizioni di vita economiche e sociali nel paese. Conciliare il potere, le poltrone ed i privilegi con il consenso degli elettori è sempre più impossibile. Più si difende il governo, più si perdono i voti. Prima o poi, per la "sinistra radicale" questi nodi verranno al pettine, mentre la sua "base" dovrà rendersi conto che senza una radicale (nel senso di "andare alle radici") strategia anticapitalistica ed antimperialista, senza presa di coscienza della dipendenza di questo Paese, non sarà possibile risoluzione alcuna agli stessi problemi della quotidiana sopravvivenza.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Dom Ott 21 2007, 14:21

Il tema delle sempre più probabili elezioni anticipate sinceramente non m'appassiona. Seguo quanto avviene in merito, ma rimango disincantato. Le vedo come un momento politicista tutto interno al contrasto tra gli interessi delle varie frazioni di classe dominante. Lo dico pensando ed includendo anche i decisivi e ben più rilevanti interessi dei grandi gruppi imprenditorial/finanziari (non solo di questo paese), che da molti anni sponsorizzano come compagine privilegiata di riferimento proprio il centro-sinistra. Se si vogliono conseguire certi obiettivi riformistici (nel quadro neoliberista "riformismo" significa operare stangate sociali, privatizzare, precarizzare, peggiorare la qualità complessiva della vita, eccetera), questi obiettivi -lo disse Gianni Agnelli tanti anni fa- li puoi ottenere portando al governo chi è il referente principale di gran parte degli interessi da colpire, cioè il centrosinistra, facendogli fare così il lavoro sporco non solo contro piccole e medie imprese (non le grandi ovviamente) ma anche contro pensionati, lavoratori, pubblico impiego. Tutto questo in relativa e sostanzialmente più accettabile "pace" sociale.

Non è questo un invito a disinteressarsi di quanto avviene, anzi. E' necessario però non confondere una indispensabile lettura delle dinamiche generali con aspettative di cambiamento sostanziale che non possono venire da nessuna delle due frazioni principali del ceto politico dominante. Lo dico anche con riferimento a tutte le forze che gravitazionalmente sono legate all'una o all'altra delle due frazioni, e pensando soprattutto -è ovvio- a quelle di cosiddetta "sinistra radicale" che parlano di "svolte" e di "cambiamenti effettivi" puntualmente, ma non sorprendentemente, disattesi. L'esperienza del governo Prodi II è lì a dimostrarlo. So che con te, Sankara, sfondo porte aperte; il messaggio è rivolto a quanti confidano nella presenza della "sinistra radicale" nell'esecutivo, e quindi in un condizionamento, in una spinta forte a risposte positive delle problematiche e necessità sociali. Un bilancio impietoso degli esiti di questa presenza è già utile, anche nelle interlocuzioni e nel corso del lavoro di base che portiamo avanti, ad alimentare un approccio ed un punto di vista diverso da costruire su come, su quali basi e per quali prospettive intervenire politicamente per scenari ben diversi dagli attuali, che in parte ritengo si configurino anche per le capacità di saperli determinare. Ricordo che la rilevanza e la decisività del peso numerico della "sinistra radicale" negli equilibri del Senato -e alla fin fine dell'intera compagine- hanno rappresentato un'opportunità di condizionamento senza precedenti nella storia di questo paese. L'interrogativo è: che cosa ha prodotto questa presenza, come discontinuità ("rottura" è parola impronunciabile, per carità), non dico verso il quadro capitalista e di servilismo all'imperialismo dominante, ma almeno nell'indirizzo, o anche in aspetti di indirizzo, della sua attuale versione neoliberista? Il minimo del minimo, insomma. Questa domanda la porrei anche a chi -una ragazza- alla manifestazione di ieri a Roma, ha esibito un cartello con su scritto "questo governo farà pure schifo, ma è pur sempre il nostro governo". Questo modo di pensare e, conseguentemente, di porsi non è affatto isolato, ma è il prodotto adulterato del fideismo irrazionale ed acritico del "meno peggio possibile". Un approccio che ha un fondo di saggezza popolare indiscutibile, ma che, se assunto acriticamente, si rovescia nell'illusorietà e nell'immancabile ulteriormente peggio. I fatti sociali sono sotto gli occhi di tutti. Ma anche con questa diffusa mentalità sarà inevitabile confrontarsi. E' bene esserne consapevoli.
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Dom Ott 21 2007, 18:43

Ho letto le vostre considerazioni, Alekos e Sankara. Su quanto dice Alekos, non ho niente da aggiungere. Ritengo anch’io che da queste manovre di potere interne a queste forze politiche non scaturiranno certo indirizzi politici e sociali alternativi. Interessante la ricostruzione di Sankara. Ho solo un dubbio: non so se Veltroni vorrà veramente aspettare almeno cinque anni prima di assumere la guida del governo. Potrebbe invece cercare di sfruttare l’onda lunga della costituzione del Partito Democratico. Decisiva sarà a mio avviso la riforma della legge elettorale.

Ma a parte questa considerazione, come avete visto la manifestazione di ieri? Con quali movimenti e forze sociali bisognerebbe cercare di interagire per costituire quegli “scenari ben diversi dagli attuali” che tu, Alekos, auspichi?
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Elezioni, scenari e prospettive. Alcune considerazioni   Lun Ott 22 2007, 01:36

Ciao, Kamo. C'eri pure tu il 20? Alcuni di noi, in diversi punti e momenti, sono andati a dare un'occhiata. Anch'io. Ci intendiamo sulla sostanza, mi par di capire. Tu come l'hai vista la manifestazione? E' evidente che, al di là dei promotori (Carta, il Manifesto e Liberazione), l'operazione è stata costruita "per" e gestita "da" Rifondazione (PRC) e Comunisti italiani (PdCI), con i Verdi ed altre forze, presenti, più in posizione marginale. Il paradosso di dimensione elefantiaca stava nel protestare di fatto contro un governo di cui si è parte, giacché il problema del precariato non è un accidenti casuale, ma il frutto di politiche (da americanizzazione del lavoro) avviate proprio dal primo governo Prodi (si ricordi il pacchetto Treu votato anche da Rifondazione), continuate con il governo Berlusconi (legge Biagi) e proseguite anche da questo secondo governo Prodi di cui i partiti della "sinistra radicale" sono parte significativa. La manifestazione del 20 voleva essere un recupero del clamoroso flop del 9 giugno scorso, quando la "sinistra radicale" promosse un'iniziativa, andata deserta, alternativa al partecipatissimo corteo anti-Bush (le compatibilità di sistema non consentono più ai governisti una critica conseguente, ad esempio all'imperialismo, ai veri padroni di questa nazione e al loro seguito di servi). Si sente nell'aria odor d'elezione e si teme la capacità attrattiva della novità del Partito Democratico. Per la "sinistra radicale", a fronte di politiche sempre più schiacciate sulle compatibilità di sistema, il bisogno di recuperare terreno con iniziative-immagine, tipo il corteo del 20, è vitale. Come diceva Sankara, si tratta di mostrare di avere ancora un seguito di consensi da mettere sul tavolo della contrattazione (di poltrone). Tanto più che in ballo vi è anche il discorso sulla legge elettorale che potrebbe tagliar fuori certe forze. Pure per questo non manca chi, comunque, è pronto ad entrare direttamente nel Partito Democratico e fare in modo irrilevante l'ala sinistra.

Piaccia o meno, secondo noi l'area umana, oltre che sociale, che si riconosce in questa "sinistra radicale" resta una componente con cui è necessario interloquire, anche scontrandosi dialetticamente. Dal mio osservatorio e per le mie comunque parziali interlocuzioni, mi sento di dire che non è insolito riscontrare che c'è consapevolezza delle incongruenze e delle contraddizioni delle forze di "sinistra radicale" al governo. Purtuttavia problemi come quello del precariato sono talmente forti da indurre comunque a manifestare e in ultima istanza a confidare (spesso, più che la speranza, è l'illusione l'ultima a morire...) in una possibile resipiscenza e svolta delle proprie "classi dirigenti". Qui sta certo una grande contraddizione, che però riflette e risente del grande vuoto di una forza alternativa credibilmente e conseguentemente anticapitalista ed antimperialista, a ben vedere insomma una forza nazionalitaria di liberazione. Alla fine conta chi c'è, anche se ti devi turare il naso. Può non piacere ma per i più questo conta tantissimo. Certo, nel congiunturale potremmo convenire sulla natura scialba del pur partecipato corteo, dall'insignificante striscione d'apertura ("Siamo tutti un programma") alla povertà di contenuti (sia negli slogan, pochi e poco caratterizzati, sia per i volantini), tolti spezzoni interessanti (per la cronaca ho visto non pochi del "No Dal Molin", dei "No Tav", del "Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua"). Potremmo convenire sulla incongruenza di partecipanti ad un corteo promosso da forze (PRC e PdCI) collaboranti attivi, di voto e di governo, già a partire dal su ricordato pacchetto Treu, con le politiche del precariato sociale. Tutto questo resta. Se vuoi, sono le solite contraddizioni in seno al popolo, ma è importante non vedere quel "popolo" come un nemico. Nessun passo indietro rispetto, dal nostro punto di vista, a certe argomentazioni, critiche e proposte, ma lì vi è un humus, una contiguità di sensibilità che non possono essere buttate a mare. Il 9 giugno del resto insegna, pur con tutte le contraddizioni interne di quell'iniziativa: un'alternativa credibile, seria, nazionale, va organizzata. Solo allora non ci saranno più alibi.

Restano, poi, nello scenario politico attuale, altre forze interessanti. Sul movimento di Grillo già scrivevo in un altro postato. Trovo interessanti delle energie (individualità, forze e tematiche) che lì stanno trovando una sorta di catalizzatore, sia pur al di sotto del discutibile legalitarismo di Grillo. Non si può dire quanto durerà e soprattutto dove porti il grillismo, ma la spocchia di arricciare il naso sarebbe anche qui sbagliata. Altrettanto, e per certi versi più interessanti per le dinamiche sociali ed i contenuti, sono i vari movimenti che partendo dalla lotta per i Beni Comuni naturali e sociali mostrano di saper trascrescere problematiche locali, comunitarie, in problematiche ed istanze propositive di interesse nazionale. In base alle nostre forze ti assicuro che il nostro non è solo un interesse esterno. Invito anzi te, ed altri che possano condividere l'impostazione di "Indipendenza", a mettersi in gioco con noi, perché c'è molto da fare anche sotto il profilo dei rapporti e delle relazioni che si costruiscono, sul terreno dell'azione, con queste forze. E ti assicuro, per quel che non solo io ho potuto verificare sul campo, che le tesi di "Indipendenza" trovano un terreno fertilissimo e spesso lo stesso nodo centrale, decisivo, della mancanza di sovranità e di indipendenza nazionale risulta essere già avvertito e facilmente recepito. A presto
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