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 Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"

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alekos18

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MessaggioTitolo: Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"   Lun Set 19 2011, 21:10

È «nell'interesse degli Stati Uniti che l'euro sopravviva». Così Timothy Geithner, segretario al Tesoro USA, in un'intervista a Bloomberg Television, a margine del G7 finanziario tenutosi a Marsiglia il 9 e 10 settembre scorso. Non solo. Da Washington arriva un messaggio perentorio: i governi dell'eurozona «devono dimostrare di avere una vera volontà politica» di portare avanti le riforme e, strigliando i leader europei, indica nel rafforzamento del fondo salva-Stati lo strumento per affrontare i «rischi catastrofici» legati alla Grecia e al contagio partito da Atene. Insomma, altro che conflitto euro-dollaro.

Alcuni giorni più tardi, il 16 settembre, a Wrocław, cittadina polacca che ha ospitato il consiglio dei ministri delle Finanze dell'Unione Europea (UE), lo stesso Geithner si è detto deluso di fronte alle divisioni fra i leader europei, e fra questi e la Banca Centrale Europea, che il giorno prima aveva mostrato la sua determinazione annunciando tre maxi-iniezioni di liquidità di concerto con la FED (la Banca Centrale) statunitense. «Quello che è molto dannoso» -ha detto- «non è solo vedere le divisioni europee nel dibattito sulle strategie, ma il conflitto continuo fra i Paesi e le banche centrali». E ancora, «i governi e le banche centrali devono rimuovere dai mercati i rischi catastrofici» ed «evitare di parlare a ruota libera dell'idea di smontare le istituzioni dell'euro». Parole che pesano come macigni dopo lo scontro sugli eurobond, bocciati dai tedeschi, e le drammatiche dimissioni dalla BCE di Juergen Stark, contrario agli interventi d'emergenza per Spagna e Italia. E' alta la preoccupazione statunitense per le ripercussioni della crisi europea, con la Grecia che rischia agli occhi di Washington di diventare una nuova Lehman Brothers.

Geithner, assicurando l'intervento USA per 'aiutare' l'Europa, ha espresso delusione per i tempi lunghi della UE, inadeguati all'emergenza. Secondo quanto dichiarato dal ministro delle Finanze austriaco, Maria Fekter, presente alla riunione, Geithner avrebbe «rappresentato drammaticamente» la necessità di «mobilizzare più soldi per stabilizzare il settore finanziario, il settore bancario, e aumentare ad ogni costo il fondo europeo di salvataggio». La stessa Fekter è stata l'unica ad avanzare qualche critica, definendo «singolare» che proprio gli USA, con i loro problemi e con le loro responsabilità nello scatenamento delle crisi e delle ondate speculative finanziarie in diverse parti del mondo, «vengano a dirci cosa dobbiamo fare».
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"   Lun Set 19 2011, 23:42

Sulla nuova governance economica europea relativa ai bilanci statali c'è l'accordo. Si tratta del cosiddetto six pack (una direttiva e cinque regolamenti). Sarà con tutta probabilità approvata entro fine mese, nella plenaria della prossima settimana a Strasburgo. L'Ecofin informale di venerdì 16 settembre in Polonia ha dato il via libera all'accordo di compromesso tra Consiglio e parlamento. Per gli Stati che non si adeguano, potrebbero scattare multe fino allo 0,2% del Pil. Nel caso dell'Italia si tratterebbe di circa 30 miliardi di euro. La Commissione Europea avrà poteri di controllo preventivo sulle politiche di bilancio, e stabilirà allo stesso tempo criteri comuni per le politiche fiscali. Sarà introdotta la sorveglianza sul debito, con imposizione di una sua riduzione ogni anno del 5% ai Paesi che hanno un rapporto tra debito e Pil superiore al 60%, come Italia, Belgio o Grecia.

Anche nel caso dell'Italia il debito è in realtà un problema di insanabile e continuo pagamento degli interessi del debito, l'arma di distruzione di massa utilizzata nel grande campo della competizione intercapitalistica dall'intreccio finanziario/politico di agenzie di rating USA, banche d'affari USA e centri (geo)politici statunitensi che imprimono la direzione strategica di questa guerra, parallela a quella militare nelle aree dei sud del mondo contro paesi che o non si sottomettono o si trovano in zone di snodo strategico per la guerra a tutto campo planetario che Washington sta conducendo contro la Russia e soprattutto la Cina.
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MessaggioTitolo: Re: Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"   Mer Set 21 2011, 18:55

Un'interessante discussione sviluppatasi su facebook.
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Enzina Sirianni L'Italiapeggiore Salvare l'euro dovrebbe essere un imperativo non solo dell'Ue, degli Usa, ma anche della Cina. Si riesce ad immaginare che apocalisse si scatenerebbe in tutto il pianeta ? Le ragioni del suo salvataggio sono molteplici. Ma che la smettessero di ragionare in termini egoistici tutti i grandi e attuassero una politica economica attenta al bene dei popoli e non delle banche, delle case di affari , delle lobby internazionali. La crisi odierna grida questo. Non ascoltarla significa condannare l'umanità a schiavitù terribili e rischiare di finire , per le oligarchie del globo,come re Mida. Gli conviene ?
lunedì alle 20.50 · Mi piace · 2 persone

Antonello Badessi Il sistema economico mondiale conosce anche una logica di interdipendenza. L'unica conclusione che non bisogna derivare da quanto detto da Geitner è quella che si ordina in una interpretazione complottarda che affermerebbe Euro=invenzione degli USA. Per l'economia USA l'Euro ed il Renmimbi cinese debbono continuare ad esistere e non deprezzarsi troppo rispetto al dollaro, onde aiutare le esportazioni USA stesse. E' nella logica dell'economia. Una Europa senza Euro segnerebbe invece una nuova pagina di subalternità economica e politica agli USA. Dopo di che è ovvio l'UE governata dalla BCE e dalla finanza europea, e la conseguente negazione di autonomia alla politica, sono in contrasto con le aspirazioni dei popoli del vecchio continente, di quelli dirimpettai del sud mediterraneo e dei migranti. L'integrazione europea tesse comunque una rete utilizzabile anche rispetto alla realizzazione degli obiettivi dei movimenti dei lavoratori.
lunedì alle 21.50 · Mi piace · 3 persone

Leonardo Masella USCIRE DALL'EURO, DALLA UE E DALLA NATO SI PUO'.
La manovra economica ha riportato all’ordine del giorno politico la crisi e assieme a ciò il dibattito sulla Ue e sull’Euro.
Io sostengo che l’unico modo per non morire dentro la crisi catastrofica dell’Euro, del dollaro, della Ue e degli Usa è:
1) uscire dalla Ue e dalla Nato;
2) non riconoscere e non pagare il debito, che è frutto della speculazione e delle ruberie delle classi dominanti, inefficienti e corrotte (sapete che il debito dell'Italia è di 1800 miliardi di euro ? quante manovre da 70 miliardi ci vorranno ?);
3) nazionalizzare le banche e le grandi imprese strategiche, mettendo fine alla ideologia e alla prassi delle privatizzazioni, nell’applicazione degli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione;
4) mettere fine al liberismo e al federalismo e dare forza invece allo Stato centrale per dirigere l'economia attraverso un piano di rilancio industriale ed economico del Paese orientato ad un export di qualità rivolto ai miliardi di persone dei paesi emergenti e del Brics;
5) stabilire con i Brics e con altri paesi emergenti dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina un rapporto strategico non imperialistico ma di cooperazione paritaria, mettendo fine, assieme alla partecipazione alla Nato, alle guerre all’estero, nel rispetto e nell’applicazione dell’articolo 11 della Costituzione;
6) coinvolgere e mobilitare i lavoratori e il popolo in questo piano di uscita dall’Euro e dalla crisi, ristabilendo un rapporto di fiducia fra politica e società, con misure immediate che colpiscano i privilegi, la rendita, i grandi patrimoni e redistribuiscano la ricchezza, anche parzialmente, sul potere d’acquisto dei salari.
Nella sinistra comunista e di alternativa vi sono sostanzialmente e schematicamente due tesi, assieme a tanta confusione. Entrambe le posizioni sostengono che si tratta di una crisi strutturale del capitalismo mondiale ma divergono nelle soluzioni.
La prima posizione sostiene sostanzialmente che per risolvere la crisi c’è solo un modo: il socialismo. Immediatamente dopo però i sostenitori di questa soluzione si dividono in due tronconi: chi perciò rinvia la soluzione alle calende greche e arriva persino a sostenere l’Euro e la Ue da chi ne vorrebbe uscire (e quindi il socialismo è solo una fraseologia rivoluzionaria per nascondere un moderatismo politico), e chi pensa che ci si debba soltanto preparare al momento del crollo del capitalismo per prendere il potere e instaurare il socialismo.
La seconda posizione ruota attorno a soluzioni più o meno radicali (l’Euro Sud, non pagare il debito) senza però proporre l’uscita dall’Euro e dalla Ue.
La cosa sconcertante è che anche chi ha contestato per anni l’Europa di Maastricht, chi ha votato contro la Costituzione europea, chi pensa e dice che si debba addirittura superare il capitalismo (altro che Euro !), oggi di fronte agli effetti catastrofici dell’Euro, di fronte ad una crisi che è un pozzo senza fondo, di fronte all’impotenza degli Stati più deboli a difendersi dalla speculazione dei veri poteri forti sovranazionali, di fronte al fatto positivo che finalmente in Italia comincia a intaccarsi la mitologia dell'Europa unita e il dogma dell'appartenenza all'Euro e alla Ue ed anche economisti onesti di valore cominciano a interrogarsi e a pensare ad una uscita dall’Euro, si mette a difendere – proprio ora – l’appartenenza all’Euro e alla Ue. Misteri della fede !
Io non sono un economista e quindi ho sempre molti dubbi su una materia come questa. Tuttavia a me pare da tutti gli indicatori che questa dell’Euro e della Ue sia una crisi infinita, strutturale (questa sì strutturale, prima ancora del capitalismo come sistema di produzione e di scambio), anche perché non è solo una crisi dell’Euro e della Ue, ma è una crisi anche degli Usa e del dollaro.
Tuttavia io non penso che sia una crisi del sistema capitalistico e per questo sono entrambe sbagliate le due posizioni di cui parlavo all’inizio. Questo errore deriva dalla scarsissima conoscenza che si ha del mondo al di fuori degli Usa e della Ue come se il mondo fosse solo l’occidente. Al di fuori di Usa e Ue ci sono paesi come quelli del Brics e in particolare Russia, India, Brasile, Sudafrica che sono senza dubbio paesi capitalistici. Se l’attuale crisi fosse una crisi mondiale del sistema capitalistico anche i paesi del Brics sarebbero in crisi e invece sono in crescita economica.
Per questo una alternativa economica alla presenza nell’Euro in crisi c’è, senza aspettare né il crollo del capitalismo e il socialismo delle calende greche né il crollo definitivo dell’Euro sotto le cui macerie rimanere.
Questa è una domanda che molti si pongono. Ma se usciamo dall’Euro e torniamo alla lira non sarà peggio ?
Se si supera finalmente il dogma quasi religioso dell’Euro che impera nella sinistra italiana e si affronta l’argomento con vero realismo, si dovrebbe almeno riconoscere che vi sono paesi europei che non fanno parte nè dell’Euro, nè della Ue, ma non per questo godono di cattiva salute economica: come ad esempio la Norvegia, ma anche altri. Inoltre oggi, diversamente da ieri, un paese europeo in crisi che dovesse rafforzare le proprie relazioni economiche coi Brics (Paesi in fortissima ascesa) potrebbe trovare più lì condizioni favorevoli di soluzione della crisi che non restando vincolato al carro UE (e Nato) e alla sua politica restrittiva, di stagnazione o recessione, violentemente anti-sociale, e anche di guerra.
In Cina, in Russia, in India, Iran, Turchia, Brasile, nei paesi arabi del Mediterraneo, stanno crescendo economie forti, con un capitalismo non finanziario ma industriale, manifatturiero, non lasciato alla totale libertà di impresa ma fortemente controllato dagli Stati che dirigono l’economia. Crescono assieme a ciò in questi paesi miliardi di nuovi cittadini, che si affacciano al mondo ed anche al nostro Paese, con buoni redditi, a cui esportare prodotti di qualità, cosa che ovviamente si può fare con la piena indipendenza, non sotto i diktat economici delle banche europee e sotto il comando militare Usa, Gb e francese della Nato che ci hanno cacciati dalla Libia ed hanno ridotto la partecipazione Eni nel gasdotto russo South Stream al 20% per far posto alla Francia. Miliardi di persone (dei Brics) economicamente non più poveri per cui rappresentare uno dei paesi turisticamente più belli del mediterraneo e d'Europa. Ma per fare ciò ci vogliono banche pubbliche e non private, settori strategici (energia, trasporti, telecomunicazioni) pubblici, uno Stato che determini l'indirizzo economico del paese, che dica alle imprese cosa produrre e come produrre (non che si faccia dire dalle imprese cosa fare), che espropri e nazionalizzi quelle imprese indisponibili alla programmazione per uscire dalla crisi (secondo gli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione che già c'è), che accresca la produzione di qualità nei settori per l'export di interesse per i miliardi di nuovi clienti cinesi, russi, indiani, turchi, iraniani, eccetera. Servirebbe una programmazione industriale e turistica, nelle infrastrutture, nei trasporti. Per esempio piuttosto che lo scempio economico e paesaggistico della Tav in Val di Susa, un sistema ferroviario e aereoportuale per il Mezzogiorno, il cui stato disastroso è da anni una delle cause della impossibilità a sfruttare nel mondo le sue straordinarie bellezze naturali e il suo enorme patrimonio culturale e storico. Per questo serve una scuola pubblica ed una università all’altezza, non l’attuale sfascio. Per questo serve un coinvolgimento democratico dei lavoratori e del popolo, proprio il contrario dell’attuale stato di abbandono, di sfiducia e di disgusto per la politica.
Dovremmo fare, ovviamente in tutta un'altra situazione dell’Italia e del mondo, quello che non potemmo fare dopo la seconda guerra mondiale, con le forze sanamente patrottiche e democratiche della Resistenza che si dotarono di una Costituzione adeguata a poter dirigere l'economia e portare il Paese fuori dalla crisi, cosa che fu repressa dalla adesione alla Nato e dalla totale sudditanza agli Usa e ai suoi interessi (vedi il caso Mattei). Questo non sarebbe socialismo, ma sarebbe un bel passo in avanti, e comunque sarebbe, secondo me, l'unico modo per uscire dalla crisi irreversibilmente catastrofica dell'Euro, della Ue, degli Usa ed anche dalla guerra permanente collegata strettamente alla crisi del capitalismo liberista e finanziario e al declino irreversibile dell'occidente.
Leonardo Masella, 17 settembre 2011.
lunedì alle 21.56 · Mi piace ·

Rivista Indipendenza Bis ‎@ Antonello: "Una Europa senza Euro segnerebbe invece una nuova pagina di subalternità economica e politica agli USA". Beh, è un dato inoppugnabile che tutto il meccanismo di integrazione europeo, con particolare (ma non esclusiva) evidenza con il processo monetario e relative politiche collegate di Commissione Europea e BCE, con pre-dominanza strategica a Washington, sta segnando dipendenza e arretramento dei diritti e delle conqusite sociali ottenute negli anni Sessanta e Settanta. E' l'Europa (atlantica) con l'euro che sta segnando pagine e pagine di subalternità politica ed economica agli USA senza precedenti. Come si fa a non vederlo?

Sulla prima parte del tuo intervento, tratto dal n. 19-20 di Indipendenza: "(...) Divulgando parte del contenuto di documenti declassificati dell’Amministrazione USA (cfr “Euro-federalists financed by US Spy Chiefs”, di Ambrose Evans-Pritchard, Daily Telegraph, 19 settembre 2000, leggibile al sito www.telegraph.co.uk) Joshua Paul, attualmente collaboratore del U.S. Army Force Development Directorate, ha mostrato come l’integrazione europea sia una creatura del Dipartimento di Stato e della CIA. Un progetto ad ogni evidenza finalizzato (assieme al “Piano Marshall”, nel 1948-1952, e alla NATO dal 1949) ad ancorare politicamente, economicamente, culturalmente e militarmente agli USA gli Stati europei. I documenti rinvenuti da Paul attestano che Washington, per promuovere l’“ideale europeo”, si avvalse del Comitato Americano per l’Europa Unita (American Committee for United Europe, ACUE), creato nel 1948. Politici, giuristi, banchieri e persino sindacalisti siedevano nel suo consiglio di direzione, ma il nerbo centrale dell’ACUE era costituito da uomini dei servizi segreti. Primo Presidente del “Comitato” fu infatti William Donovan, capo dell’ufficio USA dei servizi strategici durante la Seconda Guerra mondiale (Office of Strategic Services, OSS), precursore della Central Intelligence Agency (CIA). Vice presidente fu Alen Dulles, direttore della CIA dal 1953 al 1961, a detta di alcuni storici l’ispiratore di finanziamenti USA alla DC nell’ambito delle prime elezioni del dopoguerra in Italia. Presente nel consiglio anche Walter Bedell Smith, nominato nell’ottobre 1950 primo direttore della CIA. Paul Hoffman, ex ufficiale dell’OSS, capo dell’amministrazione del “Piano Marshall” e presidente della Fondazione Ford, divenne capo dell’ACUE verso la fine degli Anni Cinquanta. L’ACUE è stato il maggior finanziatore del Movimento Europeo (nel 1958, ad esempio, fornì il 53.3% delle entrate), una piattaforma di coordinazione di organizzazioni europeiste creata formalmente alcuni mesi dopo il congresso di Hague del 7-11 maggio 1948, organizzato dal “Comitato internazionale dei movimenti per l’Europa unita”. Un congresso che vide la partecipazione di un ampio spettro di alte personalità politiche del continente conclusosi con tre risoluzioni (politica, culturale ed economica) in cui, già allora, si auspicava la formazione di «un’Unione Europea politica ed economica» connotata da liberalizzazione dei movimenti dei capitali, coordinazione delle politiche di bilancio e del credito, unificazione valutaria.

Come riporta il sito dell’organizzazione (www.europeanmoviment.org), il Movimento Europeo –presente attualmente in 41 Paesi– ha giocato un ruolo essenziale nel processo di colonizzazione/integrazione europea «esercitando influenza sulle istituzioni nazionali e comunitarie» fino ai giorni nostri, come in occasione del Trattato costituzionale peraltro respinto in Francia e Olanda: lo stesso Valery Giscard D’Estaing, ex presidente della Convenzione Europea, è stato presidente del Movimento, e figura ora come presidente onorario.
Secondo Joshua Paul (“Creating a stable Iraq”, Washington Times, 6 novembre 2003) è stato però l’ACUE a «gestire i programmi del Movimento e a dirigerne i leader», tra cui politici “europei” di primo piano, «rilasciando fondi solamente una volta che l’esecuzione proposta fosse stata approvata e dirigendo il Movimento in modo da impedirne la raccolta dentro l’Europa e mantenendolo dipendente dall’America».
È proprio Donovan, con un memorandum datato 26 luglio 1950, a dare istruzioni per una campagna a favore del Parlamento europeo. Ed è una comunicazione del Dipartimento di Stato USA datata 11 giugno 1965 e inviata al vice presidente della Comunità Economica Europea (CEE), Robert Marjolin, ad invitare a «portare avanti in segreto» i progetti di Unione monetaria: «non se ne deve parlare fino a che l’adozione di proposte del genere diventerà praticamente inevitabile». “Proposte” che sono sfociate nel varo dell’euro, considerato dagli USA uno strumento di dominio sulle economie degli Stati europei, essendo più semplice controllare –piuttosto che una pluralità di valute ed istituti di emissione– un’unica valuta emessa da una sola Banca Centrale, a sua volta pressoché svincolata dalle esigenze politiche e finanziarie di ogni singolo Stato (...).

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Rivista Indipendenza Bis Per una completezza dei dati: Indipendenza, n. 19-20, febbraio-maggio 2006.
lunedì alle 22.12 · Mi piace

Antonello Badessi Il peso e la fattispecie degli attori economici mondiali di questa fase che si colloca dopo la ricostruzione post II Guerra Mondiale e dopo la fine della guerra fredda è completamente diverso dal 1945. Il fatto che gli USA caldeggiassero allora una Europa unita in qualità di unico interlocutore affidabile nel rapporto di subalternità non significa che si sia trattato di un rapporto di forza che si sta riproducendo automaticamente anche ora. In questa fase, soprattutto in conseguenza della scomparsa del blocco dell'est come elemento di coesione in negativo, a predominare è la competizione e lo dicono i numeri ed i fatti economici. Ma soprattutto ci sono le potenze del BRICS, Cina in testa, a segnare la discontinuità più palese. Se la seconda metà del 20° secolo è stata l'epoca americana, che con la crisi di Suez ha fatto saltare l'ultimo diaframma che la separava con l'epoca precedente ad egemonia Francia e Gran Bretagna, il 21° secolo sarà il secolo cinese. E non sarà un secolo migliore se i lavoratori non riusciranno ad emanciparsi. La crescita cinese e la sua vocazione globale che si sta realizzando avviene a spese dei lavoratori interni, senza diritti, senza sindacato e senza libertà politiche, ed avverrà anche a spese anche dei lavoratori delle aree che verranno progressivamente conquistate. Attardarci ad analizzare un mondo che non esiste più non ci aiuta a capire che cosa bisogna fare. L'Europa ha una storia del movimento dei lavoratori che può ancora risultare utile sia pure per impostare una lotta in una fase completamente nuova. La rottura di una rete, pur non decisa dai lavoratori, sarebbe comunque un passo indietro che esporrebbe gli attuali paesi dell'Europa alle peggiori intemperie economche e politiche e per primi quelli più deboli dell'area mediterranea. La Grecia diverrebbe un protettorato conteso tra USA e Germania, e le condizioni di vita popolari sarebbero ancora più compresse per favorire una nuova colonizzazione economica. La Spagna ed il Portogallo rischierebbero la stessa strada. Non è un caso che si tratta di tre paesi che, quando ognuno doveva pensare a sé stesso, hanno avuto delle dittature militari poiché non erano regolati da standard politici comuni con il resto dell'Europa. Ed anzi faceva anche comodo alle altre economie europee e agli USA che quei sistemi complici garantissero meglio lo sfruttamento. L'uscita da Euro ed UE, allo stato, sarebbe un salto nel buio. Solo se fosse accompagnata dalla costruzione di una rete alternativa sarebbe da prendere in considerazione. Ma la rete alternativa non si vede nemmeno all'orizzonte. E non è il BRICS che resta comunque un fronte di economie capitaliste e neocapitaliste che funziona con regole che non sono quelle di un altro mondo possibile.
lunedì alle 22.38 · Mi piace · 1 persona

Rivista Indipendenza Bis Sulla nuova governance economica europea relativa ai bilanci statali c'è l'accordo. Si tratta del cosiddetto six pack (una direttiva e cinque regolamenti). Sarà con tutta probabilità approvata entro fine mese, nella plenaria della prossima settimana a Strasburgo. L'Ecofin informale di venerdì 16 settembre in Polonia ha dato il via libera all'accordo di compromesso tra Consiglio e parlamento. Per gli Stati che non si adeguano, potrebbero scattare multe fino allo 0,2% del Pil. Nel caso dell'Italia si tratterebbe di circa 30 miliardi di euro. La Commissione Europea avrà poteri di controllo preventivo sulle politiche di bilancio, e stabilirà allo stesso tempo criteri comuni per le politiche fiscali. Sarà introdotta la sorveglianza sul debito, con imposizione di una sua riduzione ogni anno del 5% ai Paesi che hanno un rapporto tra debito e Pil superiore al 60%, come Italia, Belgio o Grecia.

Anche nel caso dell'Italia il debito è in realtà un problema di insanabile e continuo pagamento degli interessi del debito, l'arma di distruzione di massa utilizzata nel grande campo della competizione intercapitalistica dall'intreccio finanziario/politico di agenzie di rating USA, banche d'affari USA e centri (geo)politici statunitensi che imprimono la direzione strategica di questa guerra, parallela a quella militare nelle aree dei sud del mondo contro paesi che o non si sottomettono o si trovano in zone di snodo strategico per la guerra a tutto campo planetario che Washington sta conducendo contro la Russia e soprattutto la Cina.
lunedì alle 22.39 · Mi piace · 1 persona
Rivista Indipendenza Bis ‎@ Antonello. C'è una continuità peggiorativa nel grado della subalternità agli USA. Sono cambiate le modalità ed è peggiorato il grado con annesse conseguenze, in conseguenza dell'implosione sovietica.

Sui Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) c'è il rischio di un confidare illusorio. Anche a livello geopolitico. In sé comunque non rappresentano una discontinuità per quanto riguarda il grado di dipendenza atlantica dei paesi europei. L'intervento della Casa Bianca anche con l'amministrazione Obama si sta contrassegnando per un attacco con ogni mezzo ad ogni pur timido rapporto anche solo economico, per ragioni di interesse grande imprenditoriale o semplicemente di sistema capitalistico che non sia strettamente al guinzaglio dell'atlantismo (ad es. i rapporti Italia-Russia-Libia in campo energetico). I Brics sono per ora una sommatoria di potenze economiche diverse, fondamentalmente estranee tra loro, concorrenziali, con formazioni sociali interne su cui discutere, che si muovono, sui fatti che contano, in ordine sparso e (sinora) piegandosi alle imposizioni strategiche e alla politica dei fatti compiuti statunitensi (vedi guerre imperiali, ultima ma non ultima quella in Libia).

Che il XXI secolo sia cinese è ancora da vedere. C'è sì una fase espansiva, ma intanto continua ad essere americano, con acquisizioni politiche ed economiche sia in 'campo' atlantico, sia in aree strategiche (centro Asia, Africa -non solo il nord-, penisola arabica). E l'arretramento dei diritti sociali, negli Stati europei a dominanza atlantica, non sta avvenendo principalmente per la crescita cinese ma, ancora una volta, per i meccanismi neoliberisti pienamente sussunti/imposti e sempre più stringenti del 'giocattolo europeo' a stelle e strisce.

Con l'Europa dell'euro/dollaro, la Grecia è già protettorato atlantico. L'Italia lo è già da tempo e sempre più in maniera sfacciata. A ruota ci sono già diversi altri paesi europei. L'uscita dall'euro e dalla UE sarebbe un salto non nel buio, ma fuori dal buio che già c'è. Ma si tratta di una lotta di lunga durata. Come rivendicazione di principio è giusta, ma allo stato velleitaria. Può servire oggi a determinare ciò che la presuppone, e cioè un movimento rivoluzionario, di liberazione nazionale (non solo italiano), in quanto tale radicabile e di massa. L'esempio latinoamericano dovrebbe insegnare molto. Il Venezuela prima di Chavez e del bolivarismo (per non parlare della Bolivia, dell'Ecuador, ecc.) non era meno americano dell'Italia non solo di ieri, ma addirittura dell'Italia di vent'anni a questa parte...
lunedì alle 23.15 · Mi piace · 1 persona

Giorgio Rossi Sono in gran parte d'accordo con Antonello ... l'unità europea rappresentava un interesse per gli Stati Uniti nel dopoguerra (per non trovarsi coinvolto in un altro conflitto mondiale, per contrastare il 'pericolo' sovietico) ma anche degli europei ai quali ha dato, dopo secoli di guerre ininterrotte, 65 anni di pace (salvo l'intervento nel Kosovo) e sviluppo economico ... Credo che ora il problema non sia l'Europa in sè ma quale Europa ... vi linko questo articolo http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/09/articolo/5377/

IL MANIFESTO
www.ilmanifesto.it
il manifesto quotidiano on line da gennaio 1995
Ieri alle ore 0.00 · Mi piace · 1 persona ·

Paride Della Ventura Non vedo come concretamente allo stato attuale sia possibile un' Unione Europea diversa nell' immediato.Tutti vogliamo la pace tra i popoli europei ma andiamo nel concreto: l' UE neoliberista non ci piace, bene, quindi ci non piace il patto di stabilità, il trattato di Lisbona, il fatto che l' euro sia una moneta che va chiesta in prestito ai mercati( e mi sembra che su quest' ultimo punto qualsiasi proposta più, come dire, "almeno keynesiana", sia osteggiata) . Senza questi che cosa rimane ( non la chiamerò Europa) dell' Unione Europea? Niente e questo perché la si è costruita con l' ultimo pezzo ( l' euro ) anziché con le fondamenta. E' la stessa Merkel che afferma " se cade l' Euro cade l'Europa" questo vuol dire che allo stato attuale non esiste alcuna europa unita e non c'è quindi nulla da cambiare ma anzi c'è tutto da costruire.
Ieri alle ore 1.25 · Mi piace

Antonello Badessi Concordo con Giorgio che ha messo i piedi nel piatto. Il problema: è quale Europa? È chiaro che se il punto è questo non ha senso mettere all'ordine del giorno l'uscita da Euro ed UE. Più o meno come quando i piemontesi unificarono l'Italia come retrovia e si allearono con i possidenti già filoborbonici, e se ne sente ancora il segno, la cosa non significava che qualcuno potesse realisticamente perseguire l'obiettivo di uscire dall'Italia e dalla Lira. Ci sono processi che partono come soggettivi e poi divengono oggettivi. Che un cammino di sottrazione non sia fattibile, che anzi sia velleitario, lo riconosce anche Indipendenza. Quindi di che cosa stiamo parlando? Di un argomento funzionale alla mobilitazione? Come può un obiettivo non perseguibile essere trasformato in elemento di coesione? Sarà che forse non avrei remore a collocarmi nel campo riformista, ma la prospettiva di un obiettivo non raggiungibile e per giunta velleitario non avrebbe dei pesanti contraccolpi? Quanto alla costruzione dell'Europa che sarebbe partita dalla fine, non credo di concordare. L'economia, moneta compresa, costituisce la struttura. La borghesia è tutto fuorché velleitaria e quindi non avrebbe mai iniziato a costruire una integrazione che partisse dalla politica e dalla configurazione di istituzioni, cioè dalla sovrastruttura. Se c'è una opposizione contro gli indirizzi imposti da chi governa l'economia della UE, se ci sono le premesse che possa conquistare consensi e radicarsi tra i lavoratori e produrre proposte politico-programmatiche, anche di ordine keynesiano, è quello il terreno di sfida. La costruzione europea sta ora in mano alla finanza, molto più che alla produzione. Anzi la produzione è terreno di conquista da parte del BRICS, come già avvenuto per la Rover e le più grandi acciaierie europee (India) e come potrebbe avvenire per la Volvo, che attualmente è GM ma potrebbe passare ad un gruppo cinese. È vero che in Italia è molto più marcata la presenza della PMI, rispetto al resto dell'Europa. Tuttavia si potrebbe creare un terreno indirizzato ad una alleanza tattica tra lavoratori e PMI (compresa quella cooperativa) per una politica di incentivi ad occupazione, pieni diritti salariali e sindacali e sicurezza sul lavoro nonché all'integrazione di una rete europea di imprese slegate dalla grande impresa multinazionale e dalla grande finanza.
Ieri alle ore 9.55 · Mi piace

Rivista Indipendenza Bis ‎@ Giorgio Rossi. Se i fascismi storici avessero trionfato nel secondo conflitto mondiale, nulla di strano che avremmo avuto una "pace" per altrettanti anni. Tutti felici e contenti, allora? E' rischioso, perché fuorviante, assumere acriticamente la nozione di "pace" come sfera idealistica, senza analizzare di cosa si tratti, in cosa consista concretamente. Ci sono tante forme/nature di "paci". Certe "paci" ad esempio sono, nella Storia, intervalli di guerre. Pure in società radicate nello schiavismo dominava la "pace". Fintantoché non ci si ribellava. Eccetera. Secondo aspetto. Enfatizzi lo "sviluppo economico" prodotto da questi "65 anni di pace" (salvo dettagli come Euskal Herria, l'Irlanda, la Jugoslavia -non solo la guerra del Kosovo- e altri ancora come la partecipazione indotta/imposta, dopo l'implosione dell'URSS, in guerre extra-europee...). Rilevo che è uno strano "sviluppo economico" quello che da diversi anni a questa parte ha portato ad un impoverimento diffuso e addirittura alla bancarotta di Stati ed altri vi sono d'appresso, con massacri da guerra sociale spaventosi, con manovre finanziarie da lacrimogeni e sangue dalle devastanti conseguenze sulle vite di tanti. Tutto questo a fasi più o meno accelerate. Come ricordato in interventi precedenti, il processo di integrazione europeo ha avuto una regìa USA e ha delle finalità che sono rimaste nonostante il cambio d'epoca del periodo 1989/1991. L'oggi è un prodotto di ciò che è accaduto ieri, che risente degli accadimenti e dinamiche degli ieri precedenti. L'euro è un passaggio prefigurato oltre quarant'anni fa, con tanto di politiche sottese/incorporate. L'arma principale imperialista sempre più utilizzata anche all'interno di paesi a cosiddetto capitalismo avanzato, è quella del debito. Ci vogliamo chiedere perché mai l'Italia, che è in buona compagnia con altri Stati, vanta da anni in bilancio un avanzo primario (cioè, al netto della spesa per interessi, le entrate sono maggiori delle spese) eppure si indebita sempre più (a luglio scorso l'ultimo -in ordine di tempo- record debitorio) sui mercati e questo non perché finanzi investimenti ma solo per pagare gli interessi sul debito? E ancora, ci vogliamo chiedere come e perché questo debito spaventoso si è prodotto e continua a crescere inesorabile ed inarrestabile? Infine, sull'Europa. "Quale Europa", proponi di discutere. Questa Europa non è riformabile in senso decisivo per le sorti dei diversi popoli e delle numerose classi dominate. Potranno fare aggiustamenti di dominio, ma non si rovescia dall'interno l'impianto. Insomma, un'altra Europa non esce da questa Europa. Parlare di un'altra, ammesso e non concesso che sia fondato e sostenibile prefigurare non si sa bene su che basi "un'altra Europa", è un non-senso rispetto all' "Europa che c'è". Bisogna uscirne, ma non con velleitarie slogan come ieri si diceva "Fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia" e non cambiare poi alcunché. Bisogna costruire le condizioni patriottiche per un'uscita ed un percorso alternativo praticabile. Praticabile perché sottrarsi alla dipendenza, per i poteri che contano, sarà come una dichiarazione di guerra. Allora si scoprirà la vera natura di questa "pace da 65 anni". Con strategie della tensione o con veri e propri attacchi militari ad uno Stato che sarà ritenuto per questo "canaglia". E allora: pace o guerra? O piuttosto (ma solo per cominciare) libertà/liberazione o oppressione/dominio?

P.S. su quell'articolo del "manifesto" che segnali, ci sarebbe da replicare paragrafo per paragrafo, rigo per rigo...
Ieri alle ore 15.19 · Mi piace · 1 persona

Rivista Indipendenza Bis ‎@ Antonello Badessi. Nel "piatto" non mettiamoci i "piedi", ma concentriamoci nell'osservare ciò che mangiamo, ad assaporare gli odori, i gusti, a interrogarci anche sulla filiera politica, economica, finanziaria, sociale, che arriva pure nel piatto. E allora: il parallelismo storico (Italia-Europa) che poni, è solo in apparenza pertinente; vi sono decisivi aspetti di assoluta diversità di sostanza (con buona 'pace' delle tantissime 'ombre' -è un eufemismo- della natura sabauda non dell'indipendenza, ma del processo espansionista/integrazionista al suo Regno...). Anche questo sarebbe oggetto di importanti e necessarie considerazione. Non adesso, però, per non divagare dall'oggetto di questo confronto.

"Che un cammino di sottrazione non sia fattibile, che anzi sia velleitario, lo riconosce anche Indipendenza". E' questo il punto di partenza che funge da snodo decisivo per le tue argomentazioni propositive con le quali poi segui e concludi. Sul merito di queste ultime c'è molto da dire e ci sarà tempo e luogo. Adesso è bene soffermarsi su quel punto di snodo che non rende il senso di quanto scritto in precedenza. Per chiarire: è "velleitario" limitarsi ad una rivendicazione di principio, quantunque "giusta", dell'uscita dall'euro e dall'Europa. Ma la necessità è nelle parole che precedono il passaggio ("un salto non nel buio, ma fuori dal buio che già c'è"). Si esprimeva, a seguire, una critica costruttiva: prendendo atto che in settori di sinistra certe tematiche stanno attecchendo, l'affermazione di quel concetto era rivolto al renderlo "non astratto", e quindi "non velleitario", in relazione alla costruzione del consenso di massa (ad es. illustrando la realtà di cause/effetto e relative dinamiche euroatlantiche), quindi al percorso politico, quindi all'indicazione pur a maglia larga della prospettiva verso cui andare (progetto di società e relazioni internazionali). Non far questo, non accompagnare tutto questo a quell'enunciazione che (finalmente) sta prendendo piede "per la forza dei fatti", significa farla naufragare nel velleitarismo. Quindi, è velleitario dire "fuori dall'euro e dall'Europa" senza porre la questione patriottica (anche) in questo paese. E' velleitario dire "fuori dall'euro e dall'Europa" senza riconoscere (con debite conseguenze operative) che la questione dell'indipendenza/liberazione nazionale ha assunto una centralità strategica decisiva per una possibilità di soluzione anche alle tante problematiche sociali, politiche, economiche che la dipendenza, l'assenza di sovranità stanno manifestando in tutta la sua virulenza. E qui, su una riproposizione dei termini pertinenti del punto di vista di Indipendenza nella discussione, per il momento mi fermo.
Ieri alle ore 15.19 · Mi piace · 1 persona

Enzo Mario Nicotera
FINALMENTE TROVO UNA DICHIARAZIONE DI BUON SENSO DALL'ALTRA SPONDA DELL'ATLANTICO..IL DOLLARO SENZA L'EURO SARA' INGHIOTTITO DALLE ECONOMIE EMERGENTI IM POCHI ANNI..IL NUOVO ORDINE MONETRARIO..PERCHE' DI QUESTO CHE SI TRATTA..E LA GUERRA IN ATTO E' DOVUTA ALLO SCONTRO TRA VECCHIE ECONOMIE E NUOVE ECONOMIE..FERMO RESTANDO CHE LA RESPONSABILITA' DI QUESTO DISASTRO MONETARIO E DEGLI STATES CON I SUOI TITOLI DERIVATI IL CUI VALORE ATTUALE E' ZERO E SPARSI IN TUTTI I PORTAFOGLI DELLE BANCHE DEL PIANETA..GRANDE INCETTA IN CINA GERMANIA FRANCIA E INCHILTERRA..MA ANCHE DA NOI VISTO CHE LE NOSTRE BANCHE SONO PARTECIPATE DA QUELLE FRANCESI E TEDESCHE..QUINDI L'ACCORDO O SI FA O SI MUORE TUTTI....MA LA POLITICA DEVE TROVARE IL CORAGGIO DI FERMARE QUESTA FINAZA SPECULATIVA E KILLER DEI SISTEMI DEMOCRATICI E I GOVERNANTI CHE SONO SUL LIBRO PAGA DI FINANZIERI E BANCHE DEVONO ESSERE MANDATI A CALCI IN CULO A CASA..IL MIO MODESTISSIMO PARERE.
Ieri alle ore 16.37 · Mi piace · 2 persone

Enzina Sirianni L'Italiapeggiore Sensato parere Enzo !
22 ore fa · Mi piace

Savina Chiodo L'euro conviene alla Germania,soprattutto.Difatti la Merkel ha messo le mani avanti:se crolla l'euro crolla l'Europa.In realtà crollano i tedeschi a causa del marco .Un marco forte recherebbe danno all'economia tedesca , per questo la Germania vuole l'euro.Uscire dall'euro,dalla UE e dalla Nato favorirebbe la nostra economia .Viceversa vedremo accrescere sempre di più il nostro debito!!
22 ore fa · Mi piace · 3 persone
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Jaime

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MessaggioTitolo: Sulla dinamica del capitale... con l'Euro   Lun Set 26 2011, 21:37

Crisi dell'Euro?
Perché? E rispetto a che?

Forse è pertinente porsi le domande: perché è sorto l'euro? A chi conveniva averlo?
La risposta ufficiale era stata: "perché l'unione monetaria fa la forza". Corretto. E perché non l'unione politica? Per caso questa non rappresenta una forza?
Certo, ma non serviva al burattinaio che muoveva i fili dei suoi agenti, e cioè, il centro del potere finanziario mondiale che, si sa, si trova a New York.
Come mai un'affermazione del genere?
Per cercare di dare una spiegazione plausibile, bisogna retrocedere alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Usa emersero come la prima potenza mondiale, in buona parte grazie alla guerra stessa, e in quanto tale riversò sui paesi europei sconfitti ingenti quantitativi di capitali (si parla di 4,8 miliardi di dollari per i soli primi 4 anni) nell'ambito del Piano Marshall, essendo la Germania la più favorita.
Tanto le aspettative economico-finanziarie come quelle politiche degli Stati Uniti si videro pienamente concretizzate: rispetto alle prime, si sa quanto possente fosse questa iniezione, oltre agli scambi commerciali disuguali coi paesi sottosviluppati, sullo sviluppo dell'Europa capitalistica. Sulle seconde, l'efficace azione deterrente sul piano dell'influenza che l'Urss poteva avere acquistato sulle masse lavoratrici grazie alla sua vittoria sulle truppe di Hitler. Il suo apogeo fu lo “Stato sociale”, massima e unica espressione nel mondo capitalistico di distribuzione sociale del plusvalore creato dal lavoro socialmente svolto.
Solo che questo pressoché prodigioso processo comportava con se un rischio latente per gli interessi vitali del neonato impero e la sua pretesa espansione planetaria. Ecco perché convocò i paesi occidentali alla riunione di Bretton Woods per imporli la sua moneta convertibile col suo proprio oro, come referenti per i futuri scambi commerciali. Questo sistema funzionò egregiamente fin quando la sue scorte di oro non cominciarono a scendere a livelli preoccupanti dovuto alle continue richieste che i paesi ne facevano per dare solidità ai dollari acquisiti per poter commerciare. Nel 1971, gli Usa decisero di liberare il dollaro dalla sua catena aurea per poter sfornarne all'occorrenza senza limiti di sorta. Con questa sua esclusiva facoltà gli Stati Uniti cominciavano a scaricare i progressivi costi delle sue espansioni territoriali sul resto dei paesi.
Ma mancava ancora un qualcosa che chiudesse il cerchio per essere veramente sicuri di poter esercitare il predominio commerciale nel mondo. Siccome sul piano militare tramite la Nato l'impero teneva saldamente in mano i suoi più stretti alleati europei, decise di creare il mezzo che gli consentisse pari dominio con un analogo meccanismo di inquadramento, e quale poteva essere il più idoneo all'uopo se non la moneta comune e, per di più, costantemente più cara del dollaro? Geniale! L'euro forniva l'illusione di renderci forti.., legandoci però le mani per poter competere col dollaro negli scambi internazionali, vale a dire, nelle esportazioni, facendo ciò che tutti i paesi facevano prima: svalutare all'occorrenza le proprie monete. Ci si dirà che un euro forte favorisce le importazioni, cosa vera, ma c'è da tener presente che i paesi industrializzati guadagnano piuttosto con le proprie esportazioni.
Il quadro qui descritto permette quindi di sostenere con buone probabilità di non sbagliare, che gli Stati Uniti non vedono con entusiasmo un'eventuale scomparsa della nostra moneta e, per questo motivo, non è da escludere che punti ad un maggior controllo più centralizzato delle finanze “nazionali” europee.
Jaime (2011-09-26)
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"   Lun Set 26 2011, 22:41

Direi proprio di sì, Jaime.
Leggo, su "la Repubblica" di domenica scorsa, del 28° colloquio di Obama con la cancelliera tedesca Merkel a difesa dell'euro. In 'pressing' sulla Germania, avrebbe sottolineato alla Merkel gli «enormi vantaggi che la Germania ricava dal mercato unico europeo» e evidenziato che i moralismi contro la «spesa facile» nei paesi dell`Europa meridionale hanno consentito agli «spendaccioni» del Mediterraneo di importare prodotti "made in Germany".

La Casa Bianca ha fatto più volte notare, ancora domenica scorsa, alla Germania che nell'Europa dell'euro, senza all'interno i "paesi deboli" della fascia Mediterranea [i cosiddetti Pigs, il termine spregiativo (sta per "maiali", in inglese) con cui si indicano Portogallo, Italia, Grecia, Spagna], la Germania avrebbe una moneta molto più forte ma un export meno competitivo.

Washington teme una paralisi decisionale dell`eurozona. E per questo vuole scongiurare perfino la caduta del governo sloveno che potrebbe far tardare l`iter delle approvazioni nazionali per il fondo salva-Stati, l`European Financial Stability Facility (Efsf). Un fondo che Obama vuole che la Merkel trasformi in consistenza e natura, che diventi un «capitale di garanzia» in grado di attirare una massa ancora maggiore di fondi, sia delle banche centrali sia di investitori privati.

Insomma, il conflitto euro-dollaro di cui taluni parlano, dov'è?
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Jaime

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MessaggioTitolo: Sulla dinamica del capitale... con l'Euro come gabbia   Mer Set 28 2011, 18:09

Sulla dinamica del capitale... con l'Euro come gabbia

L'ipotesi che avevo avanzato ieri l'altro ha avuto una conferma ieri in un articolo apparso su l'Unità a pagina 5.
Si legge che il fondo "salva-stati" (Efsf che sta per Eyropean Financial Stability Facility) avrà un effetto leva per "conferirgli più forza; ora possiede 440 miliardi di euro che serviranno per raccogliere fino a 3.000 miliardi e soccorrere Paesi e banche in difficoltà". Ma non solo. E' in programma per un prossimo futuro convertirlo in una banca, la Esm (European Stability Mechanism) che funzionerà coi criteri del Fmi, aiutando gli stati in difficoltà ma imponendo loro regole molto precise e, se necessario, molto dure.
Questa trasformazione si ritiene necessaria perché il fondo in quanto tale è una entità flessibile, mentre l'Esm sarebbe rigido e limiterà molto le capacità di manovra degli stati in materia di spesa con conseguenze prevedibili sul wellfare, sulle politiche industriali, sull'occupazione e la crescita.
L'anticipo dell'Esm "sarebbe raccomandato in particolare da Washington e sarebbe legato al cosiddetto "piano del G20": i 3.000 miliardi di euro che l'Europa dovrebbe mettere a disposizione, almeno come leva, per proteggere le banche da eventuali fallimenti" (notesi che i beneficiari saranno le banche, non le popolazioni in sofferenza), "si trasmetterebbero a catena anche dall'altra parte dell'Atlantico".

"Riassunta in soldoni - conclude l'articolista - questa prospettiva significherebbe sacrifici su sacrifici chiesti ai cittadini europei non per salvare i paesi in difficoltà, ma le banche frencesi, olandesi, tedesche e quelle americane"(l'evidenziazione è mia).

Un'altra prova a conferma di quanto avevo asserito in una nota precedente (in un'altra sede) secondo cui l'andamento delle Borse poco avevano a che vedere con la cosiddetta "crisi dell'euro" perché era noto che la caduta dei titoli bancari era il segno che le borse stavano per arrivare al fondo del barile, è sorta ieri con una prima e violenta ripresa di codesti titoli anche se ancora non è detto che possano trascinare in alto gli indici borsistici.
Le borse europee e internazionali, da mesi si trovano in una fase detta "di accumulazione", fase in cui, como lo dice il suo nome, gli investitori instituzionali fanno soldi a palate, l'unica finalità che li muove.

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Jaime (2011-09-28)
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Jaime

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MessaggioTitolo: Re: Gli USA: "L'Euro deve sopravvivere"   Mer Set 28 2011, 18:32

kamo ha scritto:
Direi proprio di sì, Jaime.
Leggo, su "la Repubblica" di domenica scorsa, del 28° colloquio di Obama con la cancelliera tedesca Merkel a difesa dell'euro. In 'pressing' sulla Germania, avrebbe sottolineato alla Merkel gli «enormi vantaggi che la Germania ricava dal mercato unico europeo» e evidenziato che i moralismi contro la «spesa facile» nei paesi dell`Europa meridionale hanno consentito agli «spendaccioni» del Mediterraneo di importare prodotti "made in Germany".

La Casa Bianca ha fatto più volte notare, ancora domenica scorsa, alla Germania che nell'Europa dell'euro, senza all'interno i "paesi deboli" della fascia Mediterranea [i cosiddetti Pigs, il termine spregiativo (sta per "maiali", in inglese) con cui si indicano Portogallo, Italia, Grecia, Spagna], la Germania avrebbe una moneta molto più forte ma un export meno competitivo.

Washington teme una paralisi decisionale dell`eurozona. E per questo vuole scongiurare perfino la caduta del governo sloveno che potrebbe far tardare l`iter delle approvazioni nazionali per il fondo salva-Stati, l`European Financial Stability Facility (Efsf). Un fondo che Obama vuole che la Merkel trasformi in consistenza e natura, che diventi un «capitale di garanzia» in grado di attirare una massa ancora maggiore di fondi, sia delle banche centrali sia di investitori privati.

Insomma, il conflitto euro-dollaro di cui taluni parlano, dov'è?
Scusami Kamo per non averti risposto d'immediato; non sono pratico di questa videata del forum. Una mia prima risposta considerala data con la mia nota "... con l'Euro come gabbia". Sulla tua domanda finale, posso affermare che il conflitto c'è, ed è intenso. Ma non credo che vada visto tra due blocchi netti - l'americano vs l'europeo - ma tra gruppi sociali di grossi interessi contrapposti. Primordialmente, tra cordate di banchieri i cui interessi possono coincidere tra entrambe le sponde dell'Atlantico, e contrapporsi all'interno di ogni sponda. La dinamica dei loro rapporti è complessa: a volte cooincidente a volte no. Ad ogni modo, l'euro e il dollaro rappresentano mezzi per l'interscambio mercantile mondiale per cui il maggior vantaggio per esportare i propri beni in questa jungla lo avrà colui che disporrà della moneta meno cara. Comunque, mi pare che la cosa più importante da segnalare sia la gigantesca accumulazione di denaro in mano alle banche centrali private che stanno strangolando- a scelta - i diversi paesi, convertendoli in semplici merci.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Sulla difesa dell'euro Washington alza la voce   Ven Dic 09 2011, 02:24

A difesa dell'euro Washington alza la voce

Sulla manovra finanziaria, relativo iter e passi futuri del suo esecutivo, Monti fa rapporto all'inviato di Obama, il segretario al Tesoro Tim Geithner. Un'ora di tempo in cui il funzionario nordamericano ascolta e gli trasmette il sostegno e la posizione di Washington, oltre a comunicargli che è atteso a gennaio alla Casa Bianca "in una data ancora da definire". Gli Stati Uniti, riferisce, sostengono gli "sforzi dell'Italia e dell'Unione Europea" e guardano con molta preoccupazione ed interesse al vertice europeo che si è aperto a Bruxelles all'insegna, come ha detto il presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, in assoluta sintonia con Washington, del fare "di tutto per garantire l'irreversibilità dell'euro". E così Geithner giudica "credibile" Monti alla luce dei "progressi delle ultime settimane" (chiaro riferimento al decreto finanziario da trasformare in legge...) con quest'ultimo che, con formale correttezza vassallatica, trova "molto utili i consigli di Geithner"...

A capire il diverso posizionamento nei riguardi degli alleati/subalterni europei è significativo, in questo delicato passaggio, il doppio binario dell'intervento nordamericano: da un lato Geithner, dall'altro Obama.
Geithner, con le sue tappe in diversi paesi europei oltre che alla BCE, porta la voce di Washington interessata all'unione fiscale europea con modifica dei trattati UE, alla centralizzazione delle politiche di bilancio, alla costruzione di "firewall [muri finanziari, ndr] per dare conforto alla zona euro", al coordinamento con il Fondo Monetario Internazionale ("nel far funzionare in modo armonioso l'intero mosaico in questa fase delicata").
Obama ha e sta esercitando un forte pressing via telefono sulla cancelliera tedesca, Angela Merkel, preoccupato dalle conseguenze di un eventuale fallimento del vertice europeo, visto che la Germania, per difendere i vantaggi economico-finanziari conseguiti con l'euro e l'attuale stato dei rapporti, non intende far coesistere il fondo salva-Stati (440 miliardi allo stato) con l'Esm (il fondo monetario europeo che dovrebbe nascere con un anno d'anticipo nel 2012 e con una dotazione di 500 miliardi). La Germania, insomma, non intende mettere in discussione il rango di potenza subalterna beneficiata dal meccanismo euro da quando l'unificazione tedesca fu consentita dagli Stati Uniti in cambio dell'integrazione della Germania nel meccanismo unitario monetario. Washington ora punta decisa sulla riforma dei Trattati europei, sul mantenimento dell'euro e del suo plusvalore sul dollaro, nonché sul potenziamento delle funzioni della Banca Centrale Europea in modo che possa meglio risultare prolungamento della Federal Reserve.

A lanciare un segnale di cosa possa significare un mancato accomodamento tra gli alleati/subalterni di Washington in Europa, è l'intervento dell'agenzia di rating nordamericana Standard&Poor's che nei giorni scorsi, non casualmente, cioè proprio alla vigilia di quello che si preannuncia come il più drammatico vertice della storia dell'Unione Europea, annuncia di aver messo sotto osservazione i rating di 15 Paesi di Eurolandia tutti a rischio declassamento, Francia e Germania inclusi.
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