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 Per un'indipendenza energetica nazionale

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MessaggioTitolo: Per un'indipendenza energetica nazionale   Mer Giu 01 2011, 23:31

DAL PETROLIO AL NUCLEARE:
DIVERSA LA FONTE, ANALOGA LA DIPENDENZA
– proposte per un’indipendenza energetica nazionale –

L’instabilità (geo)politica delle aree di estrazione del greggio e l’uso del gas come nuovo strumento di politica estera della Russia sono tra i principali fattori che da alcuni anni hanno riaperto a livello globale la discussione sul nucleare. Un rilancio sostenuto, in modo sommesso ma insistente, da Washington che, anche per le implicazioni sul piano militare, sembra volerne fare un caposaldo della propria strategia geopolitica di dominio. Il centrodestra (ma significative aperture sono espresse anche da personalità e forze del centrosinistra) si accoda. Per i suoi sostenitori, l'opzione nucleare determinerebbe autonomia energetica e risparmio economico. Roberto Renzetti, ex assistente presso l’Istituto di Fisica e curatore della rivista elettronica fisicamente.net, contesta queste affermazioni. Qui, in questo scritto, spiega il perché.

L’ultima riunione del G8 in Giappone (7-9 luglio 2008) si è concluso con un appello per il rilancio planetario dell’energia nucleare. Il pretesto? Il caro petrolio ed il riscaldamento dell’atmosfera a seguito dei gas serra (principalmente l’anidride carbonica). Secondo le dichiarazioni rilasciate da Silvio Berlusconi a margine del G8, nella riunione si è parlato «della necessità di dare il via alla progettazione e alla costruzione di oltre mille centrali nucleari nel mondo», con l’Italia che “vuole fare la sua parte”. «Siamo consapevoli, guardando al futuro, che si tratta di anticipare il passaggio da una società basata sui combustibili fossili ad una società basata sul nucleare». Se si vuole imboccare la strada del nucleare, si devono però conoscere tutti gli inconvenienti. Si deve anche sapere che vi sono altre alternative energetiche che, non casualmente, dormono da decine di anni, perché non sono remunerative per le multinazionali dell’energia.

Quanto costa il nucleare? Elementi di valutazione

Innanzitutto anche il ciclo del combustibile nucleare prevede una importante emissione di CO2, seppur inferiore ai combustibili fossili. Secondo i novelli apprendisti stregoni del nucleare, il nucleare sarebbe più economico del petrolio. Ma avete mai sentito qualcuno darvi delle cifre? Sappiamo quanto costa il chilowattora da petrolio, ma quanto costa quello da uranio arricchito?
Esaminiamo, per cominciare, il prezzo dell’uranio “naturale”. Esso cresce molto di più di quello del petrolio: 14 dollari al chilo nel 2001, 220 dollari al chilo nel 2007! Vi sono poi delle considerazioni da fare sulle disponibilità di uranio. Considerando i consumi dell’anno 2000 e le 439 centrali nucleari operanti nel mondo (concentrati tra USA, Europa e Giappone), che coprono solo un 16% dell’elettricità che viene prodotta e consumata, le riserve estraibili a costi calcolabili (Australia, Canada, Kazakistan, Sud Africa e Namibia detengono più del 70% delle riserve conosciute e sono anche i principali produttori di uranio) si esaurirebbero in meno di un secolo. Con 1000 reattori in più, così come proclama Berlusconi, le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di una ventina d’anni. E comunque si avrebbe via via a che fare con costi sempre maggiori per la maggiore richiesta di uranio prevista. Picchi a cui si dovranno sommare, come spiegherò più avanti, quelli che discendono dalle maggiori necessità di protezione militare.
Quindi va considerato il costo dell’arricchimento dell’uranio. Una piccola premessa. L’uranio presente in natura è una miscela del 99,3% circa di isotopo a numero di massa 238 e dello 0,7% circa di isotopo a numero di massa 235; dei due, solo l’ultimo è fissile, può cioè essere utilizzato nei reattori nucleari a fissione o per fini militari e bellici, in particolar modo per la costruzione delle bombe atomiche. Per poterne accumulare una quantità sufficiente occorre perciò “arricchire” l’uranio del proprio isotopo 235, in quella certa e precisa quantità che le centrali richiedono. Un processo che può essere svolto da un’attrezzatura piuttosto complessa e costosa che, per varie motivazioni tecniche e politiche che è ora poco utile indagare, è disponibile solo in alcuni imponenti centri negli USA. Quanto costa questa sofisticatissima tecnologia? Non lo sappiamo e soprattutto è incontrollabile la fornitura di materiale arricchito (perché d’uso militare) in periodi di crisi internazionale.

Già solo da questi dati si rileva come nel passaggio dal petrolio al nucleare si rimanga invischiati nella cappa della dipendenza energetica per forniture, prezzi, eccetera. E con i costi non abbiamo ancora finito. Vi sono quelli enormi per la costruzione della centrale, che costa tanto proprio perché sia sicura così come si pretende. Qui iniziano dei problemi legati a quante centrali; il nucleare, infatti, acquista un senso solo se assume determinate dimensioni in certi tempi, altrimenti è solo una perdita economica ed energetica. I tempi di costruzione (dalla progettazione alla messa in funzione) di una centrale richiedono poi minimo 8-9 anni, con un grandissimo investimento in energia: si è calcolato che, per costruire una centrale, occorre spendere una energia uguale al 50% di quella che la stessa erogherà durante la sua esistenza.
Bisogna poi considerare la costruzione di tutti gli accessori alla centrale nucleare: ciclo del combustibile, impianti di stoccaggio, trasporto, smaltimento rifiuti, eccetera. Tenendo conto di essi, supponendo di avviare domani la progettazione di centrali nucleari, queste saranno in grado di fornire energia, nella migliore delle ipotesi, nel 2030. Infine il costo più grande: lo smantellamento (“decommissioning”) della centrale dopo il suo tempo d’uso (una trentina d'anni) quando è essa stessa diventata una gigantesca scoria (“avvelenata” dalle varie reazioni nucleari).

Sommando tutti questi addendi si ottiene il costo del chilowattora nucleare. Chi ci fa questo conto e ce lo comunica in modo dettagliato ed articolato? Fonti insospettabili come il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti hanno già calcolato che quella nucleare è da sempre la più costosa delle fonti energetiche. Si guardi ad esempio all’EIA/DOE International Energy Outlook 2004, Washington 2004. Quest'ultimo ha recentemente (2005) stimato che se oggi si pensasse di costruire una nuova centrale nucleare, questa sarebbe terminata dopo il 2010 e, alla fine, il costo di 1 kWh di energia elettrica verrebbe a costare 6,13 centesimi di dollaro, quando lo stesso kWh prodotto da gas costerebbe 4,96 centesimi e quello da carbone 5,34. Addirittura costerebbe meno l’energia da fonte eolica (5,05 centesimi a kWh). Io posso aggiungere che queste stime sono ottimistiche e non valutano bene gli enormi costi di dismissione. A conclusioni simili giungono la Chicago University (The economic future of nuclear power - A Study Conducted at The University of Chicago, 2004, http://www.ne.doe.gov/reports/NuclIndustryStudy.pdf) ed il Massachusetts Institute of Technology (The Future of Nuclear Power, an Interdisciplinary Mit Study, 2003; http://web.mit.edu/nuclearpower/), concordi nell’assegnare al nucleare i costi più alti al kWh.
È utile riportare anche il parere della Banca Mondiale: «Nonostante i minori costi operativi, l’alto investimento iniziale richiesto dagli impianti nucleari preclude la loro scelta come una alternativa economicamente favorevole rispetto a ogni ragionevole assunzione concernente i prezzi del carbone del petrolio. Gli impianti nucleari sono quindi antieconomici perché in base ai costi attuali previsti è improbabile che risultino la soluzione di minor costo. Ci sono inoltre evidenze che le cifre usualmente citate dai sostenitori siano sostanzialmente sottostimate, e sbaglino nel valutare i costi del deposito delle scorie, dello smantellamento degli impianti, e altri costi ambientali». Secondo recenti stime dell’AIEA –l’Agenzia internazionale per l’energia atomica– il contributo alla produzione elettrica mondiale addirittura si ridurrà dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030. Non è allora forse un caso che gli USA non costruiscono dal 1979 alcuna centrale nucleare. Per i privati, lo dicono loro, non è redditizia l'impresa. Essa potrebbe essere affrontata solo con il massiccio sostegno dello Stato. E non ci siamo ancora soffermati sugli importantissimi problemi di gestione dei rifiuti radioattivi o di sicurezza e smantellamento degli impianti!

La subordinazione del nucleare “civile” ai programmi militari

Il nucleare civile è sempre nato come costola di quello militare. I progetti nucleari “civili” sono sempre stati subalterni ai programmi militari. Come riferisce Angelo Baracca (Medicina Democratica, giugno 2008), «in questi 60 anni sono state costruite nel mondo poche centinaia di reattori “civili”, a fronte di un numero maggiore di reattori militari e per la propulsione dei sommergibili, e di circa 130.000 bombe! Il costo di questi programmi militari è poi astronomico, poiché richiedono un sistema integrato di enorme complessità e altissima tecnologia: lanciatori, sommergibili nucleari, sistemi satellitari di allarme, di allerta e di controllo e comando, addestramento del personale, manutenzione e verifica delle testate, eccetera». L’inscindibilità dei due nucleari mette in mezzo l’esercito che diventa insostituibile in termini di sicurezza e ... di costi.
E qui vi sono notizie poco incoraggianti per l’Italia che ha il piacere di avere dal 2002 alla guida della Sogin –l’azienda con il compito di mettere in sicurezza gli impianti e le scorie dei siti– Carlo Jean, noto per essere ignoto al mondo scientifico ... ma generale, consigliere militare di Cossiga ed ex piduista. Da quando è stata costituita tale società, subito dopo il referendum del 1987, ha ingoiato circa 8 miliardi di euro. Forte della contribuzione pubblica, pagata da tutti attraverso la bolletta elettrica, la Sogin ha mandato a riprocessare il combustibile nucleare italiano in Inghilterra. Tale grave situazione aumenterà e non diminuirà i rifiuti prodotti dal riprocessamento che dovranno tornare in Italia con l'interrogativo di cosa potrà servire il combustibile “riprocessato”. Ha individuato un sito di stoccaggio, Scanzano Jonico, che tutti sapete come è andato a finire. Se quanto dico non vi risultasse, fatevi un giro per le nostre estinte centrali (erano anch’esse scorie) e ditemi dove sono, se smantellate o no. Poi, già che ci siete, fatemi sapere di quei 60mila metri cubi di scorie che la Francia (che si è rotta le scatole) ci rimanda. Dobbiamo riprendercele e sistemarle da qualche parte. Facciamo una discarica a cielo aperto? Una munnezza gigante e mortale per il Paese? Per definitiva tranquillità vi è infine la legge italiana sullo smaltimento delle scorie (intese dal decreto Marzano come merci e non come rifiuti) che disattende le principali direttive internazionali.
Sempre Baracca rileva poi che «le industrie che producono i componenti delle centrali nucleari sono anche le produttrici delle componenti delle bombe nucleari: è l’aspetto sostanziale del Complesso militare industriale che derivò proprio dal grande investimento bellico e dal Progetto Manhattan. Senza questa connessione lautamente finanziata, l’industria energetica nucleare non avrebbe retto sul mercato: le due principali produttrici di impianti nucleari, General Electric e Westinghouse, negli anni ’80 coprivano rispettivamente il quarto e il quindicesimo posto come fornitrici di contratti per la difesa USA». Di conseguenza, sono sempre stati i governi a provvedere finanziamenti massicci. Per chiunque voglia seguire la strada della Francia, la spesa militare diventa obbligatoria, e questa spesa deve essere caricata sul costo dell’energia nucleare prodotta.

Sulla dipendenza tecnologica e produttiva italiana dagli USA. Il caso Ippolito

Tutti questi aspetti dovrebbero essere ben considerati da chi oggi ripropone lo stesso stanco e noioso dibattito. Chiunque ci viene a parlare di nucleare deve spiegare che l’energia così prodotta a tutt'oggi va in consumi elettrici e non tocca ad esempio la gran mole di consumi energetici nei trasporti. L’analisi costi-benefici deve poi tener conto che i benefici non sono riconducibili esclusivamente al nucleare in sé, ma a tutto l'indotto-volàno di progresso tecnologico che verrebbe stimolato, del quale in Italia si ha un gran bisogno per la “bassa intensità” di know-how sul quale si basa il nostro sistema produttivo. Ma qui vengono alla luce altri problemi. L’Italia ha perso competenze nel settore nucleare, e da tempo non investe in ricerca e formazione. Ma ha anche perso una sua industria con elevati livelli di know-how. L'Italia non ha più, in alcun modo, un'industria pesante che possa far rinascere il nucleare. Sono morte la Franco Tosi, la Belleli, la Terni, la Breda termomeccanica, l'acciaieria e tubificio di Brescia, il Tecnomasio Brown Boveri e questo perché in Italia si è rincorso il guadagno facile della finanza più che della crescita produttiva e scientifico-tecnologica. Solo l’Ansaldo resiste, essenzialmente su commesse estere e quasi esclusivamente per parti accessorie (turbine) al vero e proprio nucleare. Sta di fatto che tutto questo non si recupera e ci pone al ricatto dell’acquistare chiavi in mano ciò che altri hanno realizzato, diventando sempre più un pezzetto del sistema coloniale che si va ricreando.
Storicamente, la vicenda del nucleare è un’utile cartina al tornasole per riscontrare la dipendenza coloniale dagli USA. Ricordo qui che a seguito della crisi energetica (o forse, a dir meglio, a causa della crisi generata a proposito) del 1973 in Italia avanzarono pericolosamente le lobbies nucleari. Il nostro Paese vivacchiava con un suo nucleare essenzialmente sperimentale e di ricerca; aveva e preparava bravissimi tecnici; aveva delle ricerche avanzatissime portate avanti dall'allora CNEN (oggi: ENEA), ente a capo del quale vi era stato un grande personaggio, Felice Ippolito (dal 1952 direttore del Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari, divenuto poi nel 1960 Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, CNEN); tutto vivacchiava però perché interessi USA avevano bloccato le nostre ricerche anche sul fronte nucleare proprio a partire dall'eliminazione di Ippolito. Per avere costui portato avanti la scelta nucleare in tempi non graditi agli USA, era stato incriminato per crimini inesistenti ed allontanato dalla guida del CNEN che aveva reso prestigioso.
Il petrolio era gestito in regime di monopolio da parte delle solite sette sorelle con la sorellina italiana ENI, ridimensionata di molto dall'assassinio di Mattei organizzato dalla CIA nel 1963. Lo scorrazzare di tali multinazionali aveva distrutto l'ambiente italiano con raffinerie aggressive su tutto il territorio e con la trasformazione dell'Italia in mangiatrice di petrolio, incluse tangenti gigantesche: si veda lo scandalo del petrolio del 1974, con la scoperta di uno scambio tra partiti di governo e società petrolifere (facilitazioni ed aumenti di prezzo in cambio di finanziamenti illeciti).
Proprio nel 1974 cambiò musica. Il nucleare era diventato importante perché così avevano deciso gli USA, che dovevano vendere centrali (General Electric e Westinghouse) a scatola chiusa. Le multinazionali del petrolio avevano comprato oltre il 90% delle riserve note di uranio (allora occorreva precisare: in Occidente, in quanto vi erano le disponibilità non accessibili del blocco sovietico). Il nostro governo, come sempre, si allineò ai supremi voleri atlantici. Si aprì un dibattito del quale quello odierno è una fotocopia scolorita e sgualcita. Anche allora si disse che il petrolio stava esaurendosi, che nel 1985 vi sarebbe stato un gigantesco buco energetico che avrebbe messo l’Italia al freddo ed al buio e che occorreva quindi provvedere con il nucleare. Fin qui tutto poteva rientrare in una scelta, all'interno di un piano energetico nazionale, per l'emancipazione dai combustibili fossili e per l'investimento in produzioni da ricerche italiane. Ma neanche per idea! Le centrali nucleari che avremmo dovuto installare erano tutte di fabbricazione USA e avremmo dovuto prenderle chiavi in mano. General Electric e Westinghouse si spartivano la commessa. Avremmo comprato prodotti obsoleti che la stessa industria dell'energia USA non acquisiva più, in un momento in cui, tra l’altro, nessun Paese al mondo proseguiva o imboccava la via nucleare. Ma ci saremmo almeno resi indipendenti da un punto di vista energetico? No! La dipendenza da petrolio, come abbiamo visto sopra, sarebbe stata semplicemente sostituita dalla dipendenza da uranio arricchito.

‘Piccole’ proposte per una politica energetica nazionale indipendente ed economica

Si arrivò dunque al referendum abrogativo del 1987, vinto sull’onda dell’emozione suscitata dalla tragedia di Chernobyl ma non della ragione, tanto che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. I verdi, nati politicamente su Chernobyl, sono stati incapaci di portare avanti una politica energetica per il Paese. Hanno solo investito sui NO, senza far capire che dietro ogni "no" vi erano dieci "sì", e per questo sono ridotti ad un club ormai chiuso.
Politiche energetiche? Ma neanche a parlarne. Con la stupida privatizzazione del centro sinistra dei settori energetici (ENEL ed ENI, con l’aggravante della separazione delle centrali di produzione dalle linee di trasmissione) si è creduto al valore salvifico del privato. Ed il privato ha solo saputo applicare il criterio di massimizzazione del profitto: servizi sempre più scadenti e tariffe crescenti con nessuna apertura né al futuro né alla ricerca né agli approvvigionamenti tattici e strategici.

Sul fronte energetico è infatti cambiato poco da 30 anni a questa parte. I consumi sono cresciuti. Si sono costruite alcune centrali a gas naturale. È cresciuto il rifornimento dall'Algeria e dalla Russia. Si è introdotto nel dibattito il vettore (non la fonte energetica!) idrogeno. Si lavora su una terza generazione nucleare con un solo impianto in costruzione in Finlandia e già penosamente arrancante con oltre due anni di ritardi nella costruzione (in Finlandia!). Si prevede una quarta generazione di centrali che sembrerebbe salvifica (ci sono infatti delle problematiche non risolte su cui non posso qui dilungarmi) fra venti o trenta anni. Si sono in grandissima parte privatizzati i settori energetici dicendo la sciocchezza che lo si faceva per favorire la concorrenza. Come accennato, l’ENEL è stata spezzata almeno in due tronconi: le centrali di produzione di energia e le linee di trasmissione dell'energia. Nel settore delle energie alternative non si è fatto nulla, perché altrimenti si intaccherebbero interessi potentissimi: su combustibili rinnovabili le multinazionali vedrebbero decadere rapidamente i loro profitti ... Va considerato che, per avere dati certi sui contributi delle energie alternative, occorrerebbero ricerche di enti che impieghino un gran numero di ricercatori. È fuori dalla portata di un singolo (o anche di più singoli), al di fuori da centri di ricerca organizzati e da finanziamenti appositi, riuscire nell'impresa. Ci sono troppi parametri in gioco, e molte intelligenze e competenze occorrerebbero per tali studi. E certamente i tagli brutali alla ricerca approntati dal centrodestra ci rendono ultimi nell'ambito dei Paesi che si pretendono avanzati.

Sono comunque 30 anni che noi ambientalisti (da non confondere con verdi e dintorni) indichiamo soluzioni che non si fanno perché non arricchiscono le varie lobbies economiche e finanziarie. Ad esempio la raccolta differenziata per tirare fuori: metalli, carta, plastiche, biomassa, materiale da bruciare o utile nell'edilizia. Il riciclaggio è una vera miniera diretta perché ridà materia prima a costi più bassi e perché fa risparmiare sui costi energetici per produrre tale materia prima. Analogamente per carta e plastiche. Ma la vera fonte energetica gigantesca è la biomassa che, sistemata in grandi contenitori a tenuta, fornisce metano (i vecchi gasometri, li ricordate?).
È solo un esempio che ci deve indicare una strada: usare tutto l’usabile e cercare di sganciarci dai combustibili fossili e dal nucleare. In breve, elenco gli interventi da fare (gli stessi che il fronte del NO padronale ha avuto disponibili da 30 anni):

1. Incentivare da subito i pannelli solari per la produzione di acqua calda (riscaldamento e sanitaria) che assorbe un 30% dell’energia che consumiamo in Italia. I costi sono estremamente contenuti e si può avere un immediato ritorno in risparmi per la produzione centralizzata di ENI ed ENEL. Siamo gli ultimi in Europa per energia solare, pur essendo i primi insieme a Spagna e Grecia per insolazione.

2. Obbligare subito la trasformazione delle centrali esistenti in impianti di cogenerazione e di teleriscaldamento. In estrema sintesi si tratta di non buttare il calore residuo dell'acqua e/o vapore, che ha prodotto energia elettrica, ma di utilizzarlo mediante costruzione di condotte al riscaldamento di edifici, serre, eccetera. Il sistema sarebbe complementare ai pannelli solari piani perché interverrebbe soprattutto in grandi centri abitati, dove i pannelli avrebbero minore possibilità di installazione.

3. Studiare sistemi di utilizzo delle biomasse per la produzione di metano (e quindi di qualunque altra energia). Si tratta di pensare al riciclo dei rifiuti con la necessaria suddivisione in organici ed inorganici. I primi dovrebbero essere avviati in depositi che favoriscano l’emissione di metano dai medesimi. La cosa si può anche realizzare su piccola scala in condomini di recente costruzione, realizzando un contenitore comune per lo smaltimento di ogni rifiuto organico degli appartamenti al fine di produrre metano per riscaldamento, cucina ed ogni altro uso (mediante un TOTEM, macchina ex Fiat che trasforma l’energia da carburante in energia elettrica + riscaldamento). Il sistema ha potenzialità enormi, che ci permetterebbe di sbarazzarci di circa la metà dei rifiuti cittadini e di fornire grandi quantità di compost per l'agricoltura. Quanto qui adombrato prevede un ripensamento dell'urbanistica.

4. Applicare da subito ogni conoscenza sul risparmio energetico. A partire dai costi energetici degli imballaggi e dei contenitori di ogni tipo per ogni uso, con l'eliminazione degli imballaggi che energeticamente costano un’enormità. Ad esempio, faccio notare che, per produrre lattine di alluminio, serve una grande quantità di energia. Il vetro, invece, può essere facilmente riciclato. Il punto è che, se non si incentivano le cose, non si ottiene nulla.

5. In molte zone d'Italia vi è una geotermia in attesa a pochi metri sotto terra. Mentre a Parigi si riscaldano interi quartieri con una geotermia pescata a 2000 metri di profondità, in Italia tale profondità si riduce mediamente ad un terzo nelle zone densamente popolate. Se nel sottosuolo non vi sono acque calde, vi sono certamente rocce calde. Si può spingere acqua nel sottosuolo e poi riprenderla calda per differenti usi, anche elettrici.

6. Ogni altra energia può essere utile e deve essere incentivata (va bene l'eolico, va bene studiare ulteriori sviluppi dell’imbrigliamento delle acque, in qualche zona si possono sistemare turbine che sfruttino la marea, va bene il fotovoltaico, insostituibile per alcune applicazioni in zone isolate ...).

7. Sviluppare l’energia solare secondo il progetto del premio nobel per la fisica Carlo Rubbia. Licenziato nel luglio 2005 dalla presidenza dell’Enea per aver criticato la politica energetica del governo Berlusconi, Rubbia ha lasciato l’Italia per stabilirsi in Spagna. Il paese iberico ha capito subito l’importanza della sua proposta di energia solare termodinamica e per il 2010 prevedono di realizzare altri dieci impianti, portando il totale a 1000-1200 Megawatt (l’equivalente di una centrale nucleare). Intervistato da L’Unità (17 febbraio 2007), così Rubbia ha descritto il suo progetto di “solare termodinamico”: «Il sole è una fenomenale risorsa di energia (…). Prendiamo un Paese come l’Arabia Saudita, ricco di petrolio ma anche di sole. Ebbene, la quantità di energia solare che finisce sul territorio nazionale è mille volte la produzione di petrolio dell’intero Stato. Mille volte. Basterebbe ricoprire di specchi un millesimo dell’Arabia Saudita e avremmo lo stesso contributo energetico di tutto il petrolio prodotto da quel Paese. Il solare che intendo non è quello che abbiamo visto finora. Per due motivi: il primo è che, da un punto di vista energetico, il fotovoltaico è troppo costoso da realizzare. Il secondo è che dipende in tutto e per tutto dagli orari del sole e dalle bizze del cielo: di notte o quando è brutto tempo non serve a nulla. Il solare di cui parlo è quello termodinamico: uno specchio che, come quelli di Archimede, raccoglie il calore del sole in un tubo ricevitore riempito con un liquido speciale che raggiunge circa 550-600 gradi centigradi e lo convoglia verso un contenitore isolato termicamente che, a tutti gli effetti, è un serbatoio di energia. E questa è la grande differenza: il calore che ho immagazzinato può essere rilasciato anche durante la notte o quando il cielo è coperto. Ho un accumulo di energia a bassissimo costo. A questo punto basta collegarla a una turbina, come quelle che già si usano oggi nelle centrali a gas, e il gioco è fatto: l’energia del sole diventa energia elettrica».

8. Sul fronte tradizionale occorre continuare con la politica di Mattei ed aprire ad ogni altro contributo possibile con vari Paesi geopoliticamente diversi, ad evitare crisi complessive. Qui si sente la mancanza delle politiche di amicizia con i Paesi Arabi anche di Moro.

9. Occorre essere pronti sul terreno dell'idrogeno per il suo uso in un immediato futuro. A parte l'uso consigliabile nel trasporto cittadino, a fini di non inquinamento, l'idrogeno è utilissimo come accumulatore di energia. Mi spiego. Le fonti energetiche alle quali mi sono riferito hanno in genere la caratteristica dell'intermittenza (il solare e l'eolico, ad esempio). A volte forniscono energia che eccede la richiesta e si è costretti a buttarla con effetti disastrosi nell'aumento del calore scaricato nell'atmosfera. Se si utilizzasse l'energia fornita in più dalle fonti suddette per produrre idrogeno, si avrebbe la possibilità di usare questo vettore energetico, in momenti in cui non vi è sole o non tira vento. Si tratterebbe di accumulare energia quando ce n'è di più, per utilizzarla quando non ce n'è.

10. Si intervenga sulle linee di trasmissione elettrica: disperdono il 50% dell'energia! Altro che dieci centrali nucleari! Potremmo avere un terzo in più di energia elettrica (alcune perdite sono inevitabili) senza intervenire sul fronte della produzione.

Mi sembra che motivi per respingere l’opzione nucleare, incentivando le energie alternative, ce ne siano a bizzeffe. Concludo con una provocazione intellettuale. Supponiamo, prescindendo da tutti questi elementi, di essere d’accordo nel voler fare il nucleare e costruire le centrali. Cosa accadrebbe in Italia in riferimento a costi, tempi, permessi, eccetera?
Faccio notare che:

1) Il titolo V della Costituzione è stato modificato ed ora la competenza energetica è delle singole regioni quindi non più centralizzata; come mettere d’accordo i siti delle centrali con i consumatori? Per intenderci, saranno possibili centrali in Toscana per alimentare Milano?

2) In Italia, come mostrano numerose esperienze, non si ha mai certezza dei tempi di costruzione e della spesa effettiva, che come minimo raddoppiano rispetto a quelli preventivati e/o pattuiti. La legge italiana sugli appalti è truffaldina, perché si può passare indefinitamente ai subappalti: a Montalto di Castro eravamo al 18°! Chiedo: l'ultimo, quello che fa il lavoro, dove guadagna? Non sarà che si risparmia sui materiali? Sulla sicurezza? Come si mette d’accordo l’elevata qualità richiesta per i diversi componenti di un reattore e di tutte le infrastrutture nucleari con i subappalti? Come garantire i tempi di realizzazione per prodotti che con gli anni diventano rapidamente obsoleti? Ricordo infine che ad ogni fase lavorativa è possibile ricontrattare il prezzo con il committente. Quanto ci costerà allora una centrale?

3) In Italia abbiamo infiltrazioni mafiose dovunque. Ultimamente addirittura la fabbrica cementi Pesenti è stata incriminata per questo reato. Accade anche che i lavori fatti dai cantieri mafiosi vedano spesso crolli ed imperfezioni. Come garantirsi contro mafia ed ogni criminalità organizzata?

4) A tutt’oggi, nel nostro paese, non è stato messo in sicurezza nessun residuo nucleare. Abbiamo tutto ancora a cielo aperto, comprese le centrali che dovevano essere smontate e sistemate in luoghi sicuri. È davvero impensabile iniziare una nuova impresa senza aver chiuso definitivamente con la precedente e senza prospettive per i milioni di metri cubi di residui da sistemare.

5) In Italia sono finite da tempo le competenze sul nucleare. A chi affidiamo i lavori? A qualche velina o soubrette?

Roberto Renzetti ("Indipendenza", n. 24)
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