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 Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza

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alekos18

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MessaggioTitolo: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Lun Giu 21 2010, 08:54

Guerre ascare filo-imperialismo USA (esteri), non ultimo (interni) il ricatto e la barbarie di Marchionne (Fiat) a Pomigliano. Qui è lo spirito da direttiva Bolkestein che aleggia, è la prospettiva sociale da Trattato di Lisbona che s'impone, è l'Europa quale luogo dell'azzeramento delle sovranità nazionali e, in Italia, dello scardinamento delle conquiste costituzionali e sociali della Resistenza, che si afferma...
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tadiottof



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MessaggioTitolo: Re: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Lun Giu 21 2010, 10:18

Vediamo che l'Europa unita non e' colpevole della recessione, ma piuttosto i governi che gli elettori hanno votato.
La direttiva Bolkenstein avrebbe portato gli "idraulici polacchi" a far concorrenza ai francesi, ma non c'e' piu' pericolo, perche' Pomigliano d'Arco e' diventata polacca e sara' cosi per altre citta' della Francia, Gemania ecc.
2000snlp
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Mer Giu 23 2010, 14:29

tadiottof ha scritto:
Vediamo che l'Europa unita non e' colpevole della recessione, ma piuttosto i governi che gli elettori hanno votato.
Le politiche anti-sociali e la crisi sono fenomeni che investono tutta l'Europa e non solo, eppure secondo te sono colpa dei governi nazionali che gli elettori hanno votato.
A parte l'evidente contraddizione logica, il lato divertente è che ciò riguarda sia paesi con governi di destra, sia paesi con governi di sinistra, sia paesi che hanno sperimentato l'avvicendamento: per uno che attribuisce un significato così alto al fatto che governino democratici anziché repubblicani, pd anziché pdl, ecc. mi sembra un'analisi un tantino contraddittoria

tadiottof ha scritto:
La direttiva Bolkenstein avrebbe portato gli "idraulici polacchi" a far concorrenza ai francesi, ma non c'e' piu' pericolo, perche' Pomigliano d'Arco e' diventata polacca e sara' cosi per altre citta' della Francia, Gemania ecc.
2000snlp
E tutto ciò è colpa dei governi nazionali, l'Europa non c'entra niente, vero?
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Mar Lug 13 2010, 11:42

Segnalo questo articolo di qualche tempo fa. Aldilà dell'opinione (nel mio caso assolutamente negativa) che si può avere sulla condotta di RC, fa piacere constatare che al suo interno esistano sensibilità in linea con quanto Indipendenza va dicendo da anni.


E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht

di Federico Guglielmi

su L'ERNESTO del 07/06/2010

Per un’ autonomia dei popoli e degli Stati nazionali

Nell’ attuale crisi dell’Unione europea due temi centrali, all’interno della sinistra italiana – in buona parte anche in quella anticapitalista e comunista - vengono quasi del tutto rimossi ( o, per meglio dire: uno rimosso e l’altro persino demonizzato, vedremo qual è l’ uno e qual è l’altro). Due temi che sarebbe bene, invece, ricollocare al centro della discussione, almeno come questioni degne di maggior ricerca politica e teorica, degne di essere quantomeno prese in considerazione.
Il primo tema a cui ci si riferisce ( quello “solamente” rimosso) è relativo all’estrema esigenza che ha ( non perché ne abbia totale coscienza, ma che ha oggettivamente) il movimento operaio europeo complessivo di rispondere all’unificazione transnazionale del capitale europeo e alla sua omogenea lotta antioperaia organizzata su scala continentale, con una propria, speculare, unità transnazionale ed una propria lotta organizzata su scala europea. Occorre come il pane, in altre parole, che di fronte al fatto che una multinazionale europea possa portare un attacco simultaneo nelle proprie fabbriche, nelle proprie aziende collocate, ad esempio, in Francia, Spagna e Italia, il movimento comunista e anticapitalista europeo e il movimento sindacale di classe europeo possano simultaneamente rispondere nei tre Paesi ove i lavoratori sono attaccati dall’unico padrone. Occorre come il pane che di fronte alle politiche antioperaie che l’Ue scatena omogeneamente sul piano continentale il movimento operaio europeo risponda con una lotta altrettanto omogenea e sovranazionale. Questo dell’unità transnazionale del movimento comunista, anticapitalista e sindacale europeo è un obiettivo, oggi, tanto necessario quanto assente dal dibattito e lontano dal realizzarsi.

La seconda questione ( quella persino demonizzata, anche da settori molto vasti delle forze della sinistra moderata, e non solo, italiana ed europea) è quella relativa ad una possibile parola d’ordine volta al dissolvimento, al superamento dell’Unione europea e al ritorno all’ autonomia dei popoli e degli stati nazionali.
L’Unione europea si è costituita ( oltre che con le spinte specifiche del grande capitale) anche attraverso processi culturali di santificazione e mitizzazione sostenuti dalle classi dominanti: tali processi “religiosi” sono stati tanto vigorosi e pervasivi quanto necessari agli interessi del grande capitale europeo. Cosicché, oggi, le forze politiche, le tendenze, i partiti (a volte anche comunisti) che riescono a mettere in discussione l’esistenza e “ il senso storico” dell’ Ue non sono certo la maggioranza; mentre molte sono le forze tendenti ad avallare la liceità e l’inevitabilità storica dell’Ue, prescindendo, così, dagli interessi dei popoli e dei lavoratori europei. E’ come se l’ ideale pseudoromantico di un’ unica patria ( per la verità di un’ unica banca e di un’ unica moneta) europea avesse già superato di gran lunga l’ideale della trasformazione socialista e della difesa del movimento operaio europeo dai selvaggi processi di accumulazione capitalistica di cui il costituendo polo imperialista europeo ha bisogno per competere con gli altri poli imperialisti e le aree economiche mondiali emergenti.

Sono due le “certezze” granitiche attraverso le quali, anche a sinistra, si introietta la mitizzazione dell’Ue, giungendo a sancirne l’ indissolubilità e finendo nel credere solamente alla sua supposta riformabilità, teoria e prassi della sinistra moderata: si crede, da una parte, che l’Ue sia il frutto di un processo storico irreversibile e, d’altra parte, che la moneta unica sia salvifica per le tutte economie dei paesi dell’Unione europea.
In verità non siamo affatto, rispetto alla costruzione dell’ ’Ue, di fronte ad un processo sostenuto da spinte storiche, sostenuto da paesi e popoli attraversati da una pulsione storica unitaria; siamo stati e siamo, piuttosto ( lo ripetiamo) di fronte all’esigenza del grande capitale europeo di unirsi per divenire capitale sovranazionale in grado di competere e vincere economicamente su scala mondiale. Come l’intendenza, i popoli, i lavoratori e gli stati debbono seguire. E hanno seguito. E per ciò che riguarda l’ altro mito - la salvifica moneta unica – sono gli stessi, grandi attacchi speculativi del dollaro, con la relativa crisi dell’euro di questa fase, a dirci quanto anche l’euro, come ogni moneta nazionale, sia esposto ai rischi delle destabilizzanti ondate speculative finanziarie internazionali e come l’oscillazione del suo valore sia subordinato, in ultima analisi, alle titaniche crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo che oggi segnano il capitalismo mondiale. Peraltro, a dimostrazione di quanto fragile ed esposto ai venti economici sia anche l’euro e quanto mitizzata sia la sua funzione di “scudo” per le economie europee, è bastato che girasse la voce che la Merkel vietasse la vendita allo scoperto dei bond governativi e di alcune azioni perché la moneta dell’Ue, nella prima metà dello scorso maggio, di nuovo perdesse valore. E, d’altra parte, è stato lo stesso Carlo de Benedetti, in un sua “fragorosa” lezione tenuta ( lo scorso 18 maggio) alla London Schol of Economics ad affermare “ che l’euro è ormai nelle mani tedesche ” e che “ la Germania, in queste condizioni, può anche decidere che l’esperimento monetario europeo è al capolinea”. La stessa, nuova, crisi del 4 giugno ultimo scorso, con l’annunciato pericolo di default ungherese, il conseguente crollo delle Borse ( Milano e Madrid - 3.8%) ed il crollo dell’euro, sceso ad 1,20 dollari, quota minima dalla primavera del 2006, non depone certo a favore di un euro quale diga difensiva, né dell’economia transnazionale europea né delle economie nazionali.

E che l’euro - a partire dall’impatto materiale con le condizioni di vita dei popoli e dei lavoratori europei - non sia così amato, lo dimostrano non solo la vasta diffidenza verso questa moneta da parte dei popoli europei meno ricchi, che ricordano, anche in Italia, il migliore valore d’acquisto sul mercato reale della lira e di altre monete; ma tale diffidenza permane e si allarga tra i popoli europei con più alto reddito pro-capite : il popolo della Gran Bretagna, che vede come il fumo negli occhi la possibilità di perdere la sterlina, e lo stesso popolo tedesco. E’, infatti, dello scorso maggio il responso di un sondaggio condotto in Germania dalla società “Tns Emnid” e riportato dalla storica “Bild”. “ Oltre il 60% degli elettori tedeschi – riporta la “ Bild” – vorrebbe tornare al marco tedesco a causa del forte indebolimento dell’euro provocato dalla crisi ”. E ha commentato alla testata tedesca il direttore della Tns Emnid, Klaus-Peter Schoeppner, : “ L’indebolimento dell’euro e la crisi degli ultimi mesi hanno privato i cittadini tedeschi delle loro ultime illusioni. A causa della crisi finanziaria, oltre il 60% della popolazione vorrebbe riavere il marco tedesco ”. Un altro sondaggio condotto, nella stessa fase in Germania, il “Deutschlandtrend” della società “Infratest-Dimap” , ha oltretutto rivelato che “ la metà degli elettori teme un calo del tenore di vita nei prossimi anni e due terzi teme per i propri risparmi”.

Ma se anche l’euro potesse svolgere – in alcuni frangenti critici – un ruolo di parziale copertura alle economie nazionali europee, lo scarto tra questo eventuale, sicuramente occasionale e comunque flebile ruolo garante e il prezzo che i popoli e i lavoratori europei debbono pagare al Trattato di Maastricht del ’92, al Patto di Stabilità di Amsterdam del ’97, al Trattato di Lisbona e alla Direttiva Bolkestein è così grande che davvero il gioco non vale la candela.
Il punto è che dal Patto di Stabilità di Amsterdam alla Bolkestein è passata, tutta intera e su tutta l’Eurozona, quella linea iperliberista volta al contenimento e poi alla riduzione di salari e pensioni, di distruzione dello stato sociale e di privatizzazioni che ha come fine ultimo il liberare la mano del grande capitale europeo, portarlo al massimo profitto, esentandolo peraltro e in maniera pressoché totale dal partecipare al sostegno di quel minimo welfare rimasto, che si regge ormai solamente attraverso la tassazione sul lavoro.

Il punto è che questa Ue che sul piano istituzionale non conosce la divisione dei poteri, priva di ogni filtro democratico e sottoposta alla dittatura della Banca centrale sembra fatta apposta per subire il dominio del neo imperialismo tedesco, che punta ( ulteriori e più sofisticate scene della lotta di classe) a dividere l’Europa debole e magra ( Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) da quella forte e grassa; che punta a trasformare i paesi dell’ est europeo nei nuovi e privilegiati terreni di accumulazione capitalistica per il polo imperialista europeo; a far pagare – insomma - i prezzi imposti da Maastricht e da Amsterdam innanzitutto ai paesi e ai popoli deboli d’Europa.

Le destre che hanno governato i paesi dell’Ue negli ultimi decenni hanno scaricato su di un immenso debito pubblico i costi di Maastricht, mentre – paradossalmente, ma sino ad un cero punto – le sinistre dal riformismo debole o liberiste che hanno governato hanno varato spesso politiche e leggi finanziarie pro Maastricht di lacrime e sangue (quella del primo governo Prodi, con i comunisti a sostegno, è stata tra le più pesanti finanziarie della storia della Repubblica, fatta per “entrare in Europa” ). Lo stesso governo Zapatero in Spagna, ( che Vendola, nel suo documento al VII Congresso del PRC di Chianciano elevò a nuova guida della sinistra europea) ha peraltro già annunciato che assumerà sino in fondo gli ordini tedeschi volti a salvare l’euro attraverso il taglio secco di salari, stipendi, pensioni e stato sociale.

Certo, occorrerebbe mettere al rogo i dettami di Maastricht nelle piazze, “ fare come in Grecia ” ( ma lì vi è un Partito comunista ed un sindacato di classe e di massa che il movimento operaio italiano, per ora, sogna solo d’avere e che pone il problema – appunto – della costruzione di un partito comunista e di un sindacato di classe nel nostro Paese).
Tuttavia vi è una questione centrale: con quale strategia debbono muoversi le forze comuniste e anticapitaliste europee? Con la strategia che ha segnato gran parte della sinistra europea ( in Italia, spesso, anche quella comunista) sino ad ora, e cioè la linea della riformabilità dell’Unione europea ? Quella posizione che, ad esempio, ha caratterizzato politicamente e culturalmente anche l’area di intellettuali e dirigenti politici provenienti, nel nostro Paese, da il Manifesto , con l’ eurocompagna Luciana Castellina su tutti e che ha fortemente influenzato anche le forze comuniste italiane ?
Oppure è possibile riaprire “ il caso Ue ” e ( senza pregiudizi e a partire, materialisticamente, sia dalle sofferenze che sono e saranno inflitte nel prossimi anni ai giovani, ai lavoratori e ai popoli europei, specie quelli più deboli e subordinati all’imperialismo tedesco, che dai processi di svuotamento progressivo delle sovranità nazionali) prendere in considerazione anche la possibilità di una uscita strategica, per i Paesi e i popoli che lo vogliono, dall’Unione europea ? Siamo per aprire questa riflessione, ricordando anche il fatto che il contesto attuale non è certo quello bipolare ( USA – URSS) nel quale mosse i suoi primi passi l’ Ue.
Oggi siamo di fronte ad un mondo multipolare, a molte e politicamente diverse aree economiche mondiali strutturate ed ogni Paese europeo potrebbe scegliere liberamente, autonomamente, quale partner economico avere in Europa e nel mondo, con chi relazionarsi, nell’ottica di una profitto vicendevole, fuori di una prigione, come quella di Maastricht, che garantisce falsa protezione chiedendo in cambio duri vincoli, gabelle e imposizioni. Perché il Portogallo, la debole economia portoghese, per esempio, deve essere costretta – dalla mitologia dell’ Europa unita – a muoversi dentro i dettami europei e non può liberamente scegliere di avere – anche per ragioni storiche, culturali, precipue - un partner privilegiato come il Brasile, l’intera area del Bric, in via di grande sviluppo? Perché l’Italia non deve rilanciare la propria,
“ naturale ”, libera, linea di apertura – politica ed economica - verso il Medio Oriente ed i paesi arabi? Perché non può sviluppare pienamente una politica economica verso l’America Latina, l’ Africa, la Cina e l’ Eurasia intera?

Ci sono economisti, anche di orientamento marxista, che pongono il seguente problema : dal punto di vista marxista – affermano – l’unificazione del mercato, del capitale e della forza lavoro dell’ Ue costituisce un ambito, una potenzialità maggiore per i destini del socialismo. Tale affermazione, che pure poggia su di una apparente razionalità e su di una apparente lettura scientifica e materialistica del divenire europeo, soffre di una profonda contraddizione interna, una contraddizione che rischia di far sboccare tale analisi nel meccanicismo; siamo di fronte ad un processo di unificazione del capitale che per concretizzarsi ha bisogno di una svolta reazionaria di lungo e lunghissimo periodo e, contemporaneamente, di fronte ad una condizione del proletariato europeo complessivo particolarmente arretrata sul piano rivoluzionario.
Ciò vuol dire, concretamente, che la costituzione di questo polo reazionario europeo non solo allunga a dismisura i tempi della trasformazione socialista sul piano continentale e sovranazionale, ma nel contempo, per la pesante ricaduta delle politiche reazionarie su ogni singolo Paese, tende a far arretrare i processi di trasformazione socialista anche sui piani nazionali.
Sinora, l’Ue è un mito della cultura dominante : i comunisti, almeno loro, possono liberasene ? Possono pensare in grande, possono osare pensare, dire che un popolo ed un Paese europeo è più libero se evade dalla prigione di Maastricht ed entra nel mare aperto, nel grande fiume dei diversi, nuovi e vasti mercati mondiali? Discutiamone, è ora.


Fonte: www.lernesto.it
Link: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19488
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Sab Lug 24 2010, 12:17

Sintesi dall'ANSA (24.07). Roma. Costretti a lavorare notte e giorno per pochi spiccioli, chiusi in un capannone senza luce. Adulti e bimbi. Arrestati due cinesi con l'accusa (anche) di riduzione in schiavitù.

C'è da chiedersi perché questa discriminazione. Solo perché sono cinesi?!?! Ma non siamo in linea con il modello-FIAT(/Chrysler) "by-Pomigliano-to-Serbia" sponsorizzato da Marchionne&C.?...
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza   Lun Lug 26 2010, 15:15

Da Pomigliano alla Serbia: il lavoro servile nella FIAT amerikana "globalizzata"

Nell'annuncio di Marchionne sull'avvio della produzione di due nuovi modelli d'auto in Serbia, è certo avvertibile un senso di rivalsa per la vittoria dimezzata al referendum di Pomigliano (la coraggiosa e nutrita minoranza di “no” al ricatto FIAT), rivalsa che si è già tradotta in ritorsione con il licenziamento aziendale qua e là, in una sola settimana, di cinque lavoratori distintisi per il loro impegno sindacale. Una chiara indicazione, questa, di come si vogliono intendere i rapporti di lavoro nell'epoca della globalizzazione: è fuori chi non accetta una riorganizzazione della produzione basata sullo sfruttamento intensivo del lavoro, chi non sottoscrive accordi lesivi di principi base di civiltà giuridica e della stessa Costituzione.
Attenzione, però. Sarebbe sbagliato leggere quell'annuncio del superpagato (3,4 milioni di euro all'anno) amministratore delegato della FIAT come reazione rancorosa all'esito di quel referendum. Se, a Pomigliano, l'USA-italiota FIAT ha cercato di importare le condizioni al ribasso già in essere nei suoi stabilimenti di Tichy in Polonia, non è comunque improvvisa la scelta di delocalizzare in Serbia a condizioni ancor più favorevoli di quelle polacche; la strada era stata preparata da un accordo firmato a Belgrado nel 2008 con acquisto del 67% della storica fabbrica Zastava di Kragujevac, che produceva nel passato modelli FIAT su licenza, e con il 33% appannaggio dello Stato serbo, a significare che, anche in questo caso, la FIAT beneficerà di un consistente aiuto statale.

Il governo di Belgrado, pressato dalla necessità di creare occupazione, si accolla quasi interamente i costi dello stabilmento (ad es. la costosa bonifica delle tonnellate di diossine ed altri veleni dei bombardamenti NATO nel '99). Garantisce 50 milioni di euro di capitale iniziale, altri 150 milioni di contributi diretti, esenzioni fiscali sui profitti per 10 anni, sovvenzioni statali da 10mila euro per ogni nuovo assunto, una zona franca nell’area dello stabilimento per l’indotto. La FIAT, quindi, avrà contributi dallo Stato serbo e potrà avere a disposizione una manodopera da pagare meno della metà di quella italiana (400 euro al mese). Un basso costo che si combina con un'alta qualità della forza-lavoro. Il sistema educativo nazionale serbo fornisce infatti una buona formazione, sviluppa rapide capacità di apprendimento, anche sul piano della conoscenza delle lingue e della capacità di utilizzo delle moderne tecnologie. E' noto come, nelle competizioni internazionali di matematica fisica ed informatica, gli studenti della scuola superiore risultino tra i migliori. Con costi della forza-lavoro locale tra i più bassi nell'area dell'Europa Sud-Orientale, inferiori anche a quelli dei paesi dell'Europa dell'Est, con anni di preparazione dei lavoratori su know-how specifici o applicativi tecnologicamente avanzati, che ora richiedono una formazione minima per essere operativi, non stupisce che sia non solo la FIAT ad investire nel paese.
In più, logisticamente, la Serbia occupa una posizione ideale: è un crocevia tra i paesi dell'Unione Europea, del sud-est dell'Europa e del Medio Oriente, ed usufruisce di tutti i benefici derivanti dal produrre al di fuori della UE. Sullo sfondo, più che favorevoli leggi (sfornate sin dal 2001 e tuttora) per facilitare gli Investimenti Esteri Diretti, inclusi premi per maggiori investimenti su terreni vacui e costruzioni. Criteri, in queste riforme, che rispondono ad una richiesta di armonizzazione con la legislazione dell'Unione Europea e di garanzia di una sempre maggiore sicurezza per gli investitori.

Quando Marchionne afferma che la produzione in Serbia "con sindacati [italiani, ndr] più seri" si sarebbe potuta avere a Mirafiori è ai termini della "serietà" di cui sopra che si riferisce. E le espressioni della protervia FIAT non si esauriscono qui.
La crisi economica, per le grandi imprese come la FIAT, sta risultando una grande occasione per ristrutturarsi, abbassare salari e ridurre personale, beneficiando degli aiuti di Stato. L'azienda torinese ancora nel 2009 ha incassato consistenti aiuti statali ed è in via di approvazione un decreto, per il 2010, di ulteriori incentivi. Senza contare gli aiuti statali, cospicui, sotto forma di cassa integrazione, estesa a tutti gli stabilimenti già a partire dal 2010.
Aiuti concessi da uno Stato che non ottiene neanche una contropartita minima in termini occupazionali in cambio dei soldi pubblici erogati, che finiscono per finanziare soltanto l'espansionismo estero della Fiat. Una vecchia storia, questa, anche in questo paese, che rimanda allo stretto intreccio tra (sub)dominanti del ceto politico (indifferentemente se di centro, di destra o di sinistra) e grandi imprese. E dire che anche in Italia la crescita delle vendite FIAT è stata consistente (frutto della strategia sulla produzione di massa di auto economiche a livello globale e lo spostamento di quote crescenti di produzione nei Paesi in via di sviluppo), come attestato dalla comunicazione aziendale sul buon andamento del trimestre che, con la scissione in due della Impresa, ha portato allo strepitoso successo registrato in borsa.

La vicenda, al di là degli aggiustamenti e/o degli sviluppi che potrà avere, ci dice alcune cose significative.
Innanzitutto che, nell’epoca delle liberalizzazioni dei movimenti di capitali e del commercio made in USA imperanti, veicolate ed avallate dall’Unione Europea, le delocalizzazioni consentono una evidente spinta al livellamento verso il basso dei salari, alla sottrazione progressiva di diritti e allo smantellamento sostanziale dello stato sociale.
In secondo luogo l'opposizione sociale vede sindacati e sinistre, largamente intese, che o non si oppongono (Bonanni, ad es., ha elogiato "l'accordo" di Pomigliano e lo ha proposto come un modello da estendere a tutte le imprese italiane) od esprimono una critica morale formale e connivenza sostanziale, cianciando di Europa sociale e di un fantasmagorico Contratto Collettivo Europeo di Lavoro. Di là dal "tradimento" c'è pure, in generale, una chiara incapacità di idee e di come incidere.
In terzo luogo, chi, lavoratore, è colpito in prima persona, è sostanzialmente impotente. La sua rabbia, la sua protesta di piazza si connota come legittima reazione, ma incapace anch'essa di modificare situazioni e rapporti di forza. La fotografia è quella di un rullo compressore europeista che si presenta inarrestabile.

E' evidente che il Capitale non ha nazione mentre le classi subalterne è necessario, vitale, che abbiano la propria e sovrana, in grado di non subire le arroganze padronali. Il che, ancora una volta, richiama l'esigenza di trarre da ciò serie riflessioni e conseguenti azioni.


"Indipendenza"
26 luglio 2010
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Trattato di Lisbona, Pomigliano...: la barbarie che incalza
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