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 Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana

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alekos18

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Numero di messaggi : 999
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MessaggioTitolo: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Mer Mag 26 2010, 01:11

Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana

L'attacco politico della finanza USA alla Grecia ha questi obiettivi: centralizzare auspicabilmente su Commissione Europea e Banca Centrale Europea le politiche economiche e di bilancio degli Stati dell'Unione Europea; spazzar via definitivamente le sovranità degli Stati, ridimensionando spinte autonome e concorrenziali di paesi che, capitalisticamente, hanno dato qualche segnale di autonomia, come la Germania. Insomma, legare ancora più strettamente a Washington i destini dei popoli 'europei'.

Così i costi delle speculazioni della finanza USA vengono fatte pagare, anche dai ceti politici più o meno degli Stati europei, ai propri cittadini. Gli effetti di questa ulteriore stretta anche in Italia: varata oggi la manovra finanziaria aggiuntiva da 24 miliardi di euro in due anni. Dal centrodestra al centrosinistra tutti servilmente concordi: dopo la crisi greca, la finanza a dominanza USA e l'Europa ci minacciano di un attacco speculativo ai titoli di Stato e di pesanti sanzioni se non si varano misure "lacrime e sangue". I distinguo dal centrosinistra sono figli della necessità di far vedere ai propri elettori che si è contro il governo criticandone alcune scelte di prelievo. Non arraffare soldi, chiedono, ma riforme strutturali. Insomma, come a dire: noi vogliamo essere più efficienti di quei dilettanti del centrodestra. Oltre, quindi, non c'è alcuna analisi e critica di fondo ai meccanismi e diktat euroatlantici.

E con i nodi della dipendenza, intanto, gli italiani cominciano a conoscerne sempre più le conseguenze: ulteriori tagli sociali, precarizzazione ed insicurezza crescenti di aspettative e aspirazioni di vita. Dal governo bastano le parole di Gianni Letta (un intervento "duro, con sacrifici pesanti") a rendere l'idea. Da Washington il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rilancia la voce del padrone. E' una strada obbligata, "in tutta Europa occorre ridurre il debito pubblico", dice, e per farlo "occorrono sacrifici distribuiti con equità tra i cittadini" (nella manovra c'è in effetti un po' di fumo agli occhi in tal senso). Quindi un invito alla maggioranza (prenda decisioni "responsabilmente") e all'opposizione (le "condivida").
L'Europa (cioè Commissione Europea e BCE) minaccia di ridurre o azzerare i contributi. Così avverte il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che alle regioni (spesso beneficiarie dei contributi europei) ha spiegato i rischi che potrebbero derivare dall'aggiornamento del Patto di Stabilità. Il patto di stabilità -ha spiegato il ministro durante l'incontro sulla manovra con gli enti territoriali- verrà modificato e reso più rigido. Si sta andando verso un processo di ridefinizione del calcolo dei contributi europei (finanziati dagli Stati membri ma redistribuiti da Bruxelles) che possono essere ridotti o azzerati a chi sarà in deficit eccessivo (l'Italia è il terzo Paese a ricevere questi interventi).
Tra riduzione della spesa pubblica, congelamento triennale degli stipendi dei dipendenti pubblici (che è come dire taglio di fronte al costo crescente della vita), intervento sulle finestre di uscita per le pensioni di anzianità ed altre amenità simili, passa questa notizia data dall'Ansa:

DA ENTI INUTILI FONDI PER MISSIONI PACE - I fondi che saranno reperiti dalla chiusura degli enti 'inutili' saranno "versati entro il 31 ottobre 2010 all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al fondo per il finanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali di pace".

Una ulteriore considerazione, legata a questa servitù del nostro paese: negli anni tutti i nostri governi, centrodestra e centosinistra, si sono indebitati per miliardi di euro, (anche) per pagare il mantenimento delle basi e dei depositi nucleari statunitensi in Italia e sostenere gli oneri (di soldi e di sangue) di tutte le guerre da loro volute. Una delle ultime voci riguarda l'acquisto dei cacciabombardieri F35 (solo per questi: 13 miliardi di euro). Qui i soldi saltano fuori. Non sarà l'ora di lanciare in questo paese una grande lotta patriottica di liberazione?


Indipendenza
25 maggio 2010
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tadiottof



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MessaggioTitolo: atlantismo   Mer Mag 26 2010, 07:55

La scelta euroatlantica risale al secondo dopoguerra. Prima c'era un Partito comunista anche negli USA, poi e' venuto il maccartismo.
In Italia la Democrazia cristiana si schiero' a fianco degli Stati Uniti, cosi' anche in Germania con la CDU, in Francia, in Grecia ecc. In Asia si schiero' con gli Stati Uniti il Giappone, l'India ecc. che dimentico' i guasti subiti con il colonialismo.
Quindi di legifero' in tutti questi paesi per la "riconciliazione nazionale" e tutti i fascisti e nazisti uscirono dalle galere tutto per debellare il Comunismo. Stalin fu sempre presentato all'opinione pubblica come un orco che mangiava i suoi stessi figli. Alla fine l'URSS non resse all'aggressione mediatica, diremo oggi, e si sciolse come neve al sole. Oggi i gerarchi russi pensano a diventare oligarchi della finanza.
La situazione odierna e' l'eredita' di allora.
26/5/2010


Gli Stati Uniti hanno un esercito esiguo, proporzionale alla popolazione. Per loro, la morte di un soldato e' una perdita inestimabile di addestramento e di tecnologia.
Senza il contributo degli alleati gli Stati Uniti non potrebbero tenere a bada il mondo intero.
Gli alleati sono costretti ad aiutare, altrimenti gli Stati Uniti, lasciati soli, dovrebbero ricorrere alla bomba atomica.
Per fortuna, per ragioni morali, non lo fanno, ma se lo facessero chi potrebbe reagire? La Russia, la Cina o forse l'Iran? Con quali speranze di successo? Forse al tempo della guerra fredda!!
I capi dei governi occidentali, e anche orientali, dovrebbero dichiarare che non hanno voce in capitolo, che non contano nulla. (Lo vedete Berlusconi dichiarare che il suo amico Obama non lo caga neppure)
Questa ammissione pero' porterebbe il mondo sulla buona strada e l'abbandono del terrorismo internazionale.
Alle elezioni nazionali si voterebbe per amministratori prudenti, competenti e onesti, senza mire di egemonia sugli altri Stati.
L'unico orgoglio nazionale potrebbe restare la vittoria ai campionati del mondo di calcio.
2000snlp
24/5/2010
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tadiottof



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MessaggioTitolo: manovra finanziaria   Gio Mag 27 2010, 08:20

tagliera' stipendi ai dipendenti pubblici, ridurra' le pensioni ecc. ecc.
attuera' il federalismo fiscale, che consiste in nuove addizionali comunali e regionali ecc. (contenti gli elettori della Lega!! ma non volevano la secessione contro Roma ladrona? Bossi sbandiera come vittoria l'introduzione di nuove tasse locali).
Ci sara' sempre meno attenzione al "sociale".
Senza il Comunismo l'assistenza alle classi meno abbienti sara' assegnata alle dame di San Vincenzo.
2000snlp
PS
e resto dell'idea che Obama (o uno come lui) e' l'unica speranza che ci rimane per liberarci dei cialtroni nostrani. La potenza atomica e' ineludibile e in questo momento e' nelle mani degli Stati Uniti. Gli Americani hanno terrore degli attentati casalinghi e di chi attenta alla loro leadership, ma che al governo degli altri Stati ci sia Berlusconi o Chavez o Putin non gliene frega niente.
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Gio Mag 27 2010, 16:41

D'accordo con te, Tadiottof, su tutto, meno che su Obama ed in genere sull'atteggiamento da avere verso gli Stati Uniti. La prospettiva politica che proponi qual è? Essere servi a vita? Assolutamente non condivido.
Non mi dilungo in quanto la penso come i compagni di "Indipendenza" che sono già intervenuti in altre parti di questo forum al riguardo.

http://indipendenza.lightbb.com/politica-internazionale-f1/obama-nobel-per-la-pace-t432.htm
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panizzi



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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Gio Mag 27 2010, 20:55

il segno disgustosamente classista di questa finanziaria, fa capire come, per questi servi senza pudore delle classi privilegiate,nella crisi come sempre, vengano colpiti i lavoratori e si intenda non toccare il privilegio.Da notare che, per fare delle patrimoniali serie sui grandi redditi,non sia necessario essere comunisti,pensiamo ai presidenti americani dopo la crisi del 29 che colpirono le grandi ricchezze senza tabu'.Fa veramente rabbia vedere spremere i lavoratori e poi sentire quanto si beccano cantanti,personaggi televisivi,giocatori dicalcio etc.Insomma la crisi la vedremo noi e sara' argomento di frizzi e lazzi nei porticcioli turistici e negli altri luoghi di ritrovo di chi e' esentato per grazia ricevuta dal governo di classe di turno.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: neanche a me piace, ma purtroppo e' cosi'   Gio Mag 27 2010, 21:01

e' un difetto non accettare la realta'.
Gli Stati Uniti sono l'unica potenza atomica in grado di portare bombe in tutto il resto del mondo. I Talebani potranno introdurne una, a pezzetti, con moltra fatica, eludendo i controlli.
Nessuno oggi puo' contrastare gli Stati Uniti.
Cosa vuol dire essere servi a vita.
Io non mi sento un servo, questo non toglie che ho dei doveri verso la famiglia, la moglie, i figli.
Andare al lavoro al mattino non significa essere un servo.
Servo sara' colui che compiace il padrone, non solo facendogli da mezzano, ma anche quando gli fotte la moglie perche' lui non ci riesce.
Prendere atto che gli Stati Uniti sono invincibili e che Obama e' un presidente sensibile ai bisogni della gente e alla salvaguardia del pianeta, sarebbe un passo aventi per liberarci di Berlusconi e dei suoi leccapiedi.
Offriamogli un Italia liberata da un governo incapace e ingordo, e potremmo confrontarci con gli Stati Uniti su basi pragmatiche.
2000snlp
PS
da wikipedia
Per pragmatismo si intende l'indirizzo filosofico contemporaneo, affermatosi a cavallo tra XIX e XX secolo negli Stati Uniti, per il quale la funzione fondamentale dell'intelletto di consentire una conoscenza obiettiva della realtà non è separabile dalla funzione di consentire un'efficace azione su di essa. Un pragmatista, in altre parole, sarà interessato a questioni di metodo o di fine nella misura in cui la loro risoluzione porta ad agire con profitto ed efficacia, attraverso un continuo rimando a premesse e circostanze concrete, tralasciando le sottigliezze meramente verbali. Al concetto tradizionale di verità teoretica come criterio di scelta tra diverse dottrine si sostituisce dunque la pratica utilità, intesa in senso ampio (fecondità per la vita religiosa e morale come per la scienza).
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grazfois



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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Ven Mag 28 2010, 00:31

Tadiotoff, agli Stati Uniti non interessa quale governo c'è in Italia. Basta che obbedisca agli ordini. Che sia Berlusconi o sia D'Alema o tric e trac, non fa differenza, basta che siano asserviti. Singolare che tu faccia un'analogia tra i doveri verso la famiglia e eventuali doveri verso gli Stati Uniti. Servo è colui che non può decidere della propria vita o della programmazione del proprio futuro.
Per quanto riguarda l'atomica, che tanto temi, gli americani hanno lanciato delle nuove tipologie di atomica in Afghanistan (primo attacco) e non hanno chiesto il permesso agli "alleati".
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tadiottof



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MessaggioTitolo: doveri   Ven Mag 28 2010, 08:21

Non ho doveri verso gli Stati Uniti.
Cerco di prevedere la loro strategia, non quella di Berlusconi e nemmeno di Sarkosy. Questi, come la Merkel, ecc., tranne forse Zapatero, oltre ad essere succubi degli Stati Uniti, sono reazionari in patria.
Dici che hanno gia' lanciato atomiche in Afganistan ? E' la conferma di quanto sostengo.
2000snlp
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fcalvano



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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Ven Mag 28 2010, 14:49

La Politica Economica spiegata con linguaggio semplice e accessibile per non addetti
sabato 15 maggio 2010

CHI PAGA PER LA CRISI E CHI DOVREBBE
Chi aspettava la conferma su chi avrebbe finito per pagare i costi pesanti della crisi è stato accontentato. Generalmente, quando trattasi di gravi malattie, osa ripetersi che prevenire è meglio che curare. Ma,nel caso specifico, né i governanti, né le forze di opposizione, né i sindacati, né la stampa (carta e TV), né i sedicenti esperti e commentatori improvvisati, insomma nessuno ha inteso ascoltare il grido di allarme lanciato da parte di qualcuno che aveva visto giusto da anni. Invero, il solo Carlo De Benedetti ha lanciato una proposta concreta, che è da considerare come la proposta, dalle colonne de “il sole-24 ore” in data 11 settembre 2009, seguita l’indomani 12 da commenti di consenso da parte delle segreterie delle tre confederazioni sindacali e da qualche esponente del PD, ex ministro. Ma il focherello è durato solo due giorni. Poi di nuovo il silenzio assordante. Le misure che stanno circolando in queste ore, naturalmente, parlano di sacrifici abnormi che devono sopportare i pensionati e coloro che stanno per diventarlo, coloro che hanno bisogno di assistenza, per gli inevitabili tagli ad una sanità che fa acqua da tutte le parti, come peraltro tutti gli altri servizi pubblici; finora sono esclusi solo i disoccupati dal concorrere a contribuire alla raccolta di fondi per raggiungere l’iperbolica cifra di 25 miliardi per riassestare i conti di uno Stato che ne ha 1.800 di debito, che ne paga 70 all’anno di soli interessi e che dal ‘92 al 2009 di manovre ne ha fatte una ventina, di cui la prima di 90 mld di vecchie lire, senza che il Debito pubblico sia diminuito di un euro. Con una conseguenza tra le piu’ deleterie disastrose e controproducenti che si possano immaginare e concepire. Tralasciamo per il momento le reazioni e le proteste che solleveranno gli interessati alla manovra, cioè i soliti fessi, mentre lorsignori continuano a rubare e rapinare a piene mani per arricchirsi a dismisura e in modo inconsulto, prima che vergognoso. La manovra in pectore, che rispetto all’enormità del debito e del costo per interessi, è meno di una bazzecola, per la moltitudine della povera gente che la dovrà subire, è invece pesantissima, produce un’ulteriore stretta della cinghia, inevitabili sacrifici per tutte le famiglie, ulteriore abbassamento del livello dei consumi, già ai minimi storici, ulteriore inasprimento della crisi che subiscono imprese, commercianti, artigiani, insomma una dose aggiuntiva, assolutamente inevitabile, di stagnazione e depressione dell’economia, che al contrario avrebbe urgente bisogno di stimoli per ripartire. Con buona pace, in definitiva, di realizzare ciò a cui tengono tanto, cioè la crescita e quindi il gettito per compensare il debito che continua a crescere.
Eppure, per quanto strano e sorprendente possa apparire, la soluzione è a portata di mano. Naturalmente per gente che abbia voglia di metterla in pratica. La soluzione è quella proposta da Carlo De Benedetti, e da me anticipata tre anni fa con la pubblicazione di un piccolo opuscolo. Entrambi parliamo ed ipotizziamo un’imposta straordinaria, una tantum, sui grandi patrimoni, prevista nei manuali di Scienza delle Finanze ed attuata in molti Paesi e in diversi periodi storici , compresa la nostra stessa Italia che nel periodo dall’unità d’Italia al 1945 è intervenuta moltissime volte sul Debito pubblico, così come ha illustrato il Direttore del Debito Pubblico alla Commissione parlamentare nel 1988.
Bankitalia rende noto annualmente che la sola ricchezza finanziaria delle famiglie (senza quella immobiliare) è pari ad €. 2.800 circa di cui la metà è detenuta dal 10% di esse , chiaramente super ricchi.La metà è pari ad €. 1.400 all’incirca, per cui un prelievo una tantum del 10% darebbe un gettito straordinario di 140 mld, implementabili da una contestuale manovra sui tassi del D.P. Gli effetti sono illustrati sul mio blog : http://studiocalvano.blogspot.com/

Solo che tra quel 10% di cittadini c’è compreso anche il nostro Premier e, forse, tanti altri che finora hanno preso a piene mani. Poche speranze, dunque. La domanda che sorge spontanea,semmai, è : ma vi sono compresi anche i soggetti delle opposizioni e dei sindacati, visto che nessuno di loro, mentre rivendicano interventi in favore di tante categorie, dica mai dove trovare i soldi? E la stampa che dice?
U.Galimberti: il vero volto del capitalismo http://www.youtube.com/watch?v=tnGXsqHuhWE

giovedì 29 aprile 2010
Lettera a “La Repubblica”
Il fondo di stamani di Massimo Giannini ,”Una folle partita a Poker”, conclude : “i governi d’Europa non l’hanno capito. Continuano a scherzare sotto il vulcano”-
Nel breve saggio da me pubblicato a gennaio 2007 “perché urge la Patrimoniale” concludevo sostanzialmente nello stesso modo, lanciando un preavvertimento al Governo Prodi : “ l’alternativa è il ritorno del Caimano, che è in agguato e non aspetta altro.Il suo unico scopo è conquistare e mantenere il potere, dominare,quale designato dal Signore, il resto dell’umanità, avversari ed alleati. Per tale obiettivo è ben disposto a dichiarare ed impegnarsi, con tutta la demagogia e la strumentalizzazione di questo mondo, per la riduzione delle tasse agli italiani in modo da condurli sotto quel Vulcano che, per esplodere e seppellirci tutti, non aspetta altro che qualcuno accenda la miccia.
E non è solo una strana coincidenza o combinazione. La descrizione immaginifica del vulcano è tra le piu’ aderenti alla realtà e la piu’ efficace per rendere l’idea dell’equilibrio da precipizio su cui si reggono le economie e la finanza dei Paesi oppressi da uno stock di Debito Pubblico fuori da ogni norma e da ogni raziocinio e che assume tutte le caratteristiche e la pericolosità del vulcano di Ischia, descritto proprio in questi giorni da Bertolaso. Sta accumulando magma e prima o poi esploderà, ma nessuno è in grado di prevedere quando. Ma quando arriva il momento, seppellirà tutto e tutti. La stessa identica cosa avviene quando il livello del debito pubblico tocca vette elevate e sotto cova il magma. Tutti gli specialisti e gli analisti finanziari giudicano che quando il debito supera il 100% del PIL è indispensabile e urgente intervenire, così come è avvenuto in periodi storici diversi e in diversi paesi del mondo.
L’Italia ha superato da decenni questo limite, oggi è attestata al 115% contro il 77% del Portogallo, considerato prossimo al default, ed ha uno stock superiore di oltre cinque volte quello della Grecia, che però è già fallita. Questi due semplici raffronti spiegano alla perfezione l’inspiegabilità dell’equilibrio da brivido su cui si regge il nostro Paese. Una delle spiegazioni può essere data dal ricorso da oltre 20 anni al raschiamento del fondo del barile attuato in danno di tutta la collettività con le finanziarie di sangue e lacrime e a pagare sono stati per lo piu’ le classi medio basse con il conseguente innesco di una fase di stagnazione dell’economia. Ora, con l’arrivo della crisi, ciò non è piu’ possibile, ma il Paese è letteralmente a terra in tutti i suoi settori vitali, dalla scuola alla ricerca, dalle infrastrutture all’innovazione tecnologica, dalla pubblica amministrazione alla sanità, alle ferrovie, ai trasporti aerei e via dicendo.
Perciò non v’è chi non veda come di fronte ad un Paese in ginocchio, che richiederebbe iniezioni pesanti di risorse per ripartire, senza pagare un onere pesantissimo a servizio del debito, l’unica alternativa possibile sia quella di chiamare a contribuire quel 10% di cittadini che possiedono (dati Bankitalia) il 50% della ricchezza finanziaria (a parte quella immobiliare) e che sono quegli stessi che hanno lucrato in passato degli altissimi tassi di interesse pagati sul debito, a cominciare da Banche, Assicurazioni, grossi finanzieri, intermediari e speculatori vari.
Oltre che nel saggio di cui sopra, sul mio blog ho pubblicato un documento preciso e concreto che dimostra come sia possibile alleggerire il debito con un prelievo straordinario una tantum, contestualmente al varo di una modifica del meccanismo dei tassi.
Ma tutto ciò non lo capiscono, o fanno finta di non capirlo, non solo i governi d’Europa bensì partiti politici di maggioranza e di opposizione, sindacati, economisti, commentatori, e tutta la carta stampata e le televisioni.
Sull’argomento ho scritto infinite volte ed ho sempre inviato i documenti agli organi di informazione, ma nessuno ha dato mai spazio ad un argomento che sta a monte di tutti gli altri, se non altro proponendolo come tema di discussione e di dibattito.
Eppure non ci vuole uno scienziato per capire che è perfettamente inutile stilare il decalogo di Di Pietro delle cose da fare e delle risorse da stanziare, se non vengono individuate e proposte le fonti con cui finanziarle.
Infine, lo scoppio del vulcano può essere determinato, come dimostra il caso della Grecia, da qualsiasi fattore interno od esterno, da un giudizio ponderato o anche bizzarro delle agenzie di rating, e via dicendo.
Per questo, forse, l’azionista di riferimento del vostro Gruppo editoriale ha lanciato in Settembre 2009 l’appello per il varo di un’imposta patrimoniale, dalle colonne de “il sole 24 Ore”.
E’ il solo che lo ha capito?
Saluti. Francesco Calvano

Lettera a L’Espresso – FEBBRE ITALIA
Vorrei intervenire, se ciò è consentito anche ad un comune mortale che non ha la notorietà dei due illustri Professori che hanno pubblicato diagnosi e prognosi sulla grave, direi drammatica, crisi economico-finanziaria del nostro Paese, ma che ha qualche buona informazione di base per percorso di studi e qualche approfondimento non del tutto trascurabile.Uri Dadush e Moises Naim hanno svolto un’analisi sulla situazione italiana sicuramente di alto livello, che è da accogliere pienamente per quanto riguarda il grido di allarme che essi lanciano sulla reale situazione italiana e l’invito a non sottovalutare il pericolo, molto plausibile, che il default possa avvenire da un momento all’altro. Assolutamente condivisibile il primo dei pericoli che essi denunciano, la voragine del debito pubblico. Sul resto e sulla prognosi, viceversa, c’è molto da obiettare.
Del tutto fuorviante appare l’osservazione che una delle cause dell’aggravarsi della crisi vada attribuita all’alto costo del lavoro in Italia rispetto agli altri paesi nostri competitors per le seguenti osservazioni:
1)Non solo in Italia, ma nel mondo, l’aumento della produttività non ha mai portato ad un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, come ha dimostrato Rifkin qualche fa, che l’Espresso ha pubblicato; ad un aumento di produttività negli ultimi dieci anni, prima della crisi, ha fatto riscontro l’espulsione di 31 milioni di lavoratori a livello mondiale;
2) L’affermazione dei due autori è in pieno contrasto con quanto vanno sostenendo da tempo i sindacati italiani (tutti) in merito alla perdita di potere di acquisto, consistente, dei salari italiani rispetto all’Europa;
3) Ed infine, sembra smentita in pieno dai dati contenuti nella Tabella pubblicata all’interno dello stesso articolo, dove il costo del lavoro (al lordo) italiano viene dopo quello di altri 11 paesi competitors e il raffronto si acutizza se vengono presi in esame i salari netti, dimezzati dal prelievo fiscale e contributivo.
Da queste osservazioni discende la conseguenza logica e coerente che la ricetta per sanare l’economia e lo stesso debito pubblico non può certo essere quella di tagliare i salari del 6%.
A parte ogni considerazione sulla effettiva praticabilità di una simile diabolica misura che verrebbe a colpire ancora una volta e sempre lavoratori, che in tale evenienza avrebbero il sostegno deciso dei sindacati, il presunto vantaggio che ne dovrebbe scaturire in termini incentivanti per l’economia, sarebbe vanificato , e produrrebbe un contraccolpo opposto, poiché provocherebbe una fase di diminuzione dei consumi e quindi innescherebbe un ciclo depressivo dell’economia.
Sulla base di queste considerazione, la stessa analisi sul debito pubblico diventa parziale ed incompleta, per certi aspetti solo accennata.
L’Italia, da circa un trentennio, si trova stretta in una morsa soffocante per via dell’immenso, insostenibile stock del debito e dei conseguenti costi che genera. Nonostante i venti anni di manovre attuate con le Finanziarie annuali, oggi il debito non solo non è diminuito bensì aumentato, con il risultato che tutte le risorse aggiuntive sottratte alla massa dei cittadini sono finiti inghiottiti dalla voragine del debito, con l’ulteriore arricchimento dei possessori dei titoli di stato e un latente andamento depressivo dell’economia, con il ristagno pauroso in tutti i settori; dalla scuola alle infrastrutture, dalla sanità alla giustizia, dalle compagnie aeree alle ferrovie, e l’elenco è lungo, non si salva nessuno.
L’infernale intreccio stock del debito, oneri da esso scaturenti, riflessi sull’economia e sulla finanza, dice chiaramente che non esistono molti spiragli per uscire dalla crisi. La morsa, di cui parlavo, è presto detta : se l’economia continua a ristagnare, il livello dei tassi si mantiene basso, ma in tal caso non ci può essere crescita; se c’è quest’ultima, il livello dei tassi inesorabilmente cresce e può benissimo provocare quel default alla greca paventato dai due economisti.
Come se ne può uscire?
Con una manovra combinata tra prelievo straordinario sui patrimoni di quel 10% di cittadini che possiede il 50% della ricchezza finanziaria (vedi relazione Bankitalia) e una contestuale revisione dei meccanismi che regolano i titoli di stato. Sul mio Blog ho pubblicato una proposta concreta e specifica sull’argomento, rifacendomi anche alla Relazione che il Direttore del Debito Pubblico ha presentato al Parlamento, qualche anno fa, sugli innumerevoli provvedimenti adottati al riguardo dall’unità d’Italia fino al 1945, allorquando il debito è stato praticamente per effetto dell’inflazione bellica.
E forse non è una semplice coincidenza la circostanza rilevante che la ricostruzione post-bellica, prima, e il miracolo economico italiano,dopo, siano avvenuti in un contesto di assenza di debito pubblico e con avanzi primari fino al 1965.
A questo punto chiedo all’Espresso, il più autorevole settimanale diffuso in Italia, aperto al dialogo al confronto all’approfondimento delle tematiche importanti, perché mai una simile proposta non possa essere portata all’attenzione e al dibattito tra i lettori?
Almeno un appoggio, piu’ che autorevole, da parte dell’azionista del settimanale, Ing. De Benedetti, lo dovrei raccogliere, dal momento che egli ha lanciato l’idea di una imposta straordinaria sui patrimoni dalle colonne del “sole 24-ore, nello scorso mese di settembre, sulla base di un’analisi e di argomentazioni che coincidono all’unisono con quelle da me sviluppate nell’opuscolo pubblicato in gennaio 2007 “Perché urge la Patrimoniale” . Francesco Calvano

sabato 3 aprile 2010
BERSANI E LA CARTINA DI TORNASOLE
Come da consuetudine ormai consolidata, all’indomani di una consultazione elettorale importante, i commenti le analisi le ricerche psico sociologiche e ambientali non si contano. Ognuno pensa di avere una verità in tasca e le ricette diventano migliaia di migliaia. Ma finora non ne ho trovato una sola che abbia il coraggio o la consapevolezza di affondare il dito nella piaga e capace di analizzare la fenomenologia collegata alla struttura della società, dell’economia, dell’organizzazione del lavoro. Tutti si dibattono nell’affannosa ricerca delle cause sub-strutturali, del dialogo si, dialogo no con Berlusconi e la destra, come se le due formazioni fossero la stessa cosa o le due facce di una stessa medaglia. Così assolutamente non dovrebbe essere, ma forse lo è, e sono io che mi ostino a credere e pensare che non può essere. Tra le numerose altre, ho letto con interesse e attenzione la lettera scritta da Bersani, via Internet, e mi sono compiaciuto se non altro per il metodo nuovo di apertura al mondo civile e per la richiesta di dialogo, ritengo senz’altro dettata dalla volontà di conoscere, capire ed elaborare. C’è un passaggio centrale particolarmente incisivo, sul quale dovrebbero concentrarsi i commenti e il dibattito.

“Il Partito Democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese”, afferma Bersani.

Il concetto è pienamente condivisibile. Bisognerebbe dibattere su come si possa raggiungere. Per fare ciò occorre avere coraggio, lealtà, uscire dal provincialismo. L’organizzazione del lavoro, rispetto al passato, è profondamente cambiata. Tant’è che una delle cause del crollo dei consensi e del voti in favore della sinistra in determinate zone è determinata proprio dalla mancanza della classe lavoratrice nelle fabbriche e non tanto invece dal radicamento sul territorio della lega, che è presente si, ma che raccoglie voti sputando veleno su tutto e tutti, compreso Berlusconi a seconda delle epoche, e inculcando nella mente e nel cuore della gente i sentimenti piu’ biechi, piu’ razzisti, piu’ retrogradi che si possano concepire. La concorrenza non può certo avvenire a tali livelli.

Bisogna allora partire dall’analisi che il lavoro non esiste piu’ nelle sue forme tradizionali ( e ciò riguarda il pianeta terra,non solo l’Italia), esiste in misura esigua rispetto al passato, basta leggere i testi e gli aggiornamenti di Jeremy Rifkin per rendersi conto che la progressiva e paurosa caduta dei posti di lavoro è cominciata da 30-40 anni, anche rispetto ad un aumento della produttività e dei profitti. Di recente è stata accentuata e resa drammatica dalla crisi scoppiata con le bolle finanziarie, ma l’occupazione non tornerà mai piu’ ai livelli precedenti. Da ciò discende una prima importante decisiva conclusione, e cioè che bisogna impostare la lotta per garantire il lavoro al maggior numero possibile di individui puntando su una concezione completamente rivista ed aggiornata, inedita e rivoluzionaria. Lo sviluppo delle tecnologie e di internet riservano un numero sempre decrescente di posti di lavoro, quindi bisognerà disegnare una sua organizzazione dove possano lavorare tutti (diversamente una società non si regge) per un numero inferiore di ore e dedicare il resto alla copertura e sviluppo delle attività nel campo del sociale.

Il secondo, peculiare, drammatico aspetto del nostro Paese è rappresentato dallo stock del debito pubblico, che, nonostante le manovre delle finanziarie da 20 anni a questa parte, continua ad aumentare e rischia di soffocare qualsiasi possibilità non solo di sviluppo, ma anche di solo mantenimento dei servizi essenziali per le moltitudini di cittadini. Mi risparmio di elencare tutti i servizi ed i settori in profonda crisi per la mancanza di risorse, essi sono sotto gli occhi di tutti.

Caro Bersani, è tutto qui il problema dello schieramento, chiamiamolo di sinistra, di centro sinistra, progressista, emancipato. Avere il coraggio di elaborare una proposta per la costruzione del futuro del Paese, senza temere di essere tacciati ed accusati dall’imperatore di estremismo, di comunisti e via dicendo.
Questo Paese non può andare da nessuna parte se non si risana il debito pubblico. Dall’unità d’Italia al 1945 sono state fatte decine e decine di manovre sui titoli del debito pubblico da tutti i governi borghesi che si sono succeduti e nessuno li ha tacciati di estremisti o comunisti. Sul mio Blog, ho riportato la Relazione del Direttore Generale alla commissione parlamentare di vigilanza sul debito pubblico, ma ho anche pubblicato un documento nel quale ho sviluppato l’ipotesi, che basta tradurre in articolato legislativo, per prelevare un’aliquota una tantum a quel 10% di super ricchi che possiede il 50% della ricchezza finanziaria (oltre quella immobiliare, come ci ricorda con molta enfasi, ogni anno, il Governatore di Bankitalia) per avviare il risanamento delle finanze pubbliche, premessa per la creazione di posti di lavoro che porti a quel “processo di costruzione del futuro del Paese”.

Questa sarebbe anche, al di là della sua bontà intrinseca, la cartina di tornasole per verificare se il nostro Premier è davvero dalla parte del popolo che lo ama.
Resto a disposizione per ampliare e portare avanti il dibattito sugli argomenti e le tematiche proposte. Francesco Calvano
http://studiocalvano.blogspot.com/

sabato 15 maggio 2010
CHI PAGA PER LA CRISI E CHI DOVREBBE
Chi aspettava la conferma su chi avrebbe finito per pagare i costi pesanti della crisi è stato accontentato. Generalmente, quando trattasi di gravi malattie, osa ripetersi che prevenire è meglio che curare. Ma,nel caso specifico, né i governanti, né le forze di opposizione, né i sindacati, né la stampa (carta e TV), né i sedicenti esperti e commentatori improvvisati, insomma nessuno ha inteso ascoltare il grido di allarme lanciato da parte di qualcuno che aveva visto giusto da anni. Invero, il solo Carlo De Benedetti ha lanciato una proposta concreta, che è da considerare come la proposta, dalle colonne de “il sole-24 ore” in data 11 settembre 2009, seguita l’indomani 12 da commenti di consenso da parte delle segreterie delle tre confederazioni sindacali e da qualche esponente del PD, ex ministro. Ma il focherello è durato solo due giorni. Poi di nuovo il silenzio assordante. Le misure che stanno circolando in queste ore, naturalmente, parlano di sacrifici abnormi che devono sopportare i pensionati e coloro che stanno per diventarlo, coloro che hanno bisogno di assistenza, per gli inevitabili tagli ad una sanità che fa acqua da tutte le parti, come peraltro tutti gli altri servizi pubblici; finora sono esclusi solo i disoccupati dal concorrere a contribuire alla raccolta di fondi per raggiungere l’iperbolica cifra di 25 miliardi per riassestare i conti di uno Stato che ne ha 1.800 di debito, che ne paga 70 all’anno di soli interessi e che dal ‘92 al 2009 di manovre ne ha fatte una ventina, di cui la prima di 90 mld di vecchie lire, senza che il Debito pubblico sia diminuito di un euro. Con una conseguenza tra le piu’ deleterie disastrose e controproducenti che si possano immaginare e concepire. Tralasciamo per il momento le reazioni e le proteste che solleveranno gli interessati alla manovra, cioè i soliti fessi, mentre lorsignori continuano a rubare e rapinare a piene mani per arricchirsi a dismisura e in modo inconsulto, prima che vergognoso. La manovra in pectore, che rispetto all’enormità del debito e del costo per interessi, è meno di una bazzecola, per la moltitudine della povera gente che la dovrà subire, è invece pesantissima, produce un’ulteriore stretta della cinghia, inevitabili sacrifici per tutte le famiglie, ulteriore abbassamento del livello dei consumi, già ai minimi storici, ulteriore inasprimento della crisi che subiscono imprese, commercianti, artigiani, insomma una dose aggiuntiva, assolutamente inevitabile, di stagnazione e depressione dell’economia, che al contrario avrebbe urgente bisogno di stimoli per ripartire. Con buona pace, in definitiva, di realizzare ciò a cui tengono tanto, cioè la crescita e quindi il gettito per compensare il debito che continua a crescere. Eppure, per quanto strano e sorprendente possa apparire, la soluzione è a portata di mano. Naturalmente per gente che abbia voglia di metterla in pratica. La soluzione è quella proposta da Carlo De Benedetti, e da me anticipata tre anni fa con la pubblicazione di un piccolo opuscolo. Entrambi parliamo ed ipotizziamo un’imposta straordinaria, una tantum, sui grandi patrimoni, prevista nei manuali di Scienza delle Finanze ed attuata in molti Paesi e in diversi periodi storici , compresa la nostra stessa Italia che nel periodo dall’unità d’Italia al 1945 è intervenuta moltissime volte sul Debito pubblico, così come ha illustrato il Direttore del Debito Pubblico alla Commissione parlamentare nel 1988. Bankitalia rende noto annualmente che la sola ricchezza finanziaria delle famiglie (senza quella immobiliare) è pari ad €. 2.800 circa di cui la metà è detenuta dal 10% di esse , chiaramente super ricchi.La metà è pari ad €. 1.400 all’incirca, per cui un prelievo una tantum del 10% darebbe un gettito straordinario di 140 mld, implementabili da una contestuale manovra sui tassi del D.P. Gli effetti sono illustrati sul mio blog : http://studiocalvano.blogspot.com/ Solo che tra quel 10% di cittadini c’è compreso anche il nostro Premier e, forse, tanti altri che finora hanno preso a piene mani. Poche speranze, dunque. La domanda che sorge spontanea,semmai, è : ma vi sono compresi anche i soggetti delle opposizioni e dei sindacati, visto che nessuno di loro, mentre rivendicano interventi in favore di tante categorie, dica mai dove trovare i soldi? E la stampa che dice? U.Galimberti: il vero volto del capitalismo http://www.youtube.com/watch?v=tnGXsqHuhWE

giovedì 29 aprile 2010 Lettera a “La Repubblica”
Il fondo di stamani di Massimo Giannini ,”Una folle partita a Poker”, conclude : “i governi d’Europa non l’hanno capito. Continuano a scherzare sotto il vulcano”- Nel breve saggio da me pubblicato a gennaio 2007 “perché urge la Patrimoniale” concludevo sostanzialmente nello stesso modo, lanciando un preavvertimento al Governo Prodi : “ l’alternativa è il ritorno del Caimano, che è in agguato e non aspetta altro.Il suo unico scopo è conquistare e mantenere il potere, dominare,quale designato dal Signore, il resto dell’umanità, avversari ed alleati. Per tale obiettivo è ben disposto a dichiarare ed impegnarsi, con tutta la demagogia e la strumentalizzazione di questo mondo, per la riduzione delle tasse agli italiani in modo da condurli sotto quel Vulcano che, per esplodere e seppellirci tutti, non aspetta altro che qualcuno accenda la miccia. E non è solo una strana coincidenza o combinazione. La descrizione immaginifica del vulcano è tra le piu’ aderenti alla realtà e la piu’ efficace per rendere l’idea dell’equilibrio da precipizio su cui si reggono le economie e la finanza dei Paesi oppressi da uno stock di Debito Pubblico fuori da ogni norma e da ogni raziocinio e che assume tutte le caratteristiche e la pericolosità del vulcano di Ischia, descritto proprio in questi giorni da Bertolaso. Sta accumulando magma e prima o poi esploderà, ma nessuno è in grado di prevedere quando. Ma quando arriva il momento, seppellirà tutto e tutti. La stessa identica cosa avviene quando il livello del debito pubblico tocca vette elevate e sotto cova il magma. Tutti gli specialisti e gli analisti finanziari giudicano che quando il debito supera il 100% del PIL è indispensabile e urgente intervenire, così come è avvenuto in periodi storici diversi e in diversi paesi del mondo. L’Italia ha superato da decenni questo limite, oggi è attestata al 115% contro il 77% del Portogallo, considerato prossimo al default, ed ha uno stock superiore di oltre cinque volte quello della Grecia, che però è già fallita. Questi due semplici raffronti spiegano alla perfezione l’inspiegabilità dell’equilibrio da brivido su cui si regge il nostro Paese. Una delle spiegazioni può essere data dal ricorso da oltre 20 anni al raschiamento del fondo del barile attuato in danno di tutta la collettività con le finanziarie di sangue e lacrime e a pagare sono stati per lo piu’ le classi medio basse con il conseguente innesco di una fase di stagnazione dell’economia. Ora, con l’arrivo della crisi, ciò non è piu’ possibile, ma il Paese è letteralmente a terra in tutti i suoi settori vitali, dalla scuola alla ricerca, dalle infrastrutture all’innovazione tecnologica, dalla pubblica amministrazione alla sanità, alle ferrovie, ai trasporti aerei e via dicendo. Perciò non v’è chi non veda come di fronte ad un Paese in ginocchio, che richiederebbe iniezioni pesanti di risorse per ripartire, senza pagare un onere pesantissimo a servizio del debito, l’unica alternativa possibile sia quella di chiamare a contribuire quel 10% di cittadini che possiedono (dati Bankitalia) il 50% della ricchezza finanziaria (a parte quella immobiliare) e che sono quegli stessi che hanno lucrato in passato degli altissimi tassi di interesse pagati sul debito, a cominciare da Banche, Assicurazioni, grossi finanzieri, intermediari e speculatori vari. Oltre che nel saggio di cui sopra, sul mio blog ho pubblicato un documento preciso e concreto che dimostra come sia possibile alleggerire il debito con un prelievo straordinario una tantum, contestualmente al varo di una modifica del meccanismo dei tassi. Ma tutto ciò non lo capiscono, o fanno finta di non capirlo, non solo i governi d’Europa bensì partiti politici di maggioranza e di opposizione, sindacati, economisti, commentatori, e tutta la carta stampata e le televisioni. Sull’argomento ho scritto infinite volte ed ho sempre inviato i documenti agli organi di informazione, ma nessuno ha dato mai spazio ad un argomento che sta a monte di tutti gli altri, se non altro proponendolo come tema di discussione e di dibattito. Eppure non ci vuole uno scienziato per capire che è perfettamente inutile stilare il decalogo di Di Pietro delle cose da fare e delle risorse da stanziare, se non vengono individuate e proposte le fonti con cui finanziarle. Infine, lo scoppio del vulcano può essere determinato, come dimostra il caso della Grecia, da qualsiasi fattore interno od esterno, da un giudizio ponderato o anche bizzarro delle agenzie di rating, e via dicendo. Per questo, forse, l’azionista di riferimento del vostro Gruppo editoriale ha lanciato in Settembre 2009 l’appello per il varo di un’imposta patrimoniale, dalle colonne de “il sole 24 Ore”. E’ il solo che lo ha capito? Saluti. Francesco Calvano

Lettera a L’Espresso – FEBBRE ITALIA
Vorrei intervenire, se ciò è consentito anche ad un comune mortale che non ha la notorietà dei due illustri Professori che hanno pubblicato diagnosi e prognosi sulla grave, direi drammatica, crisi economico-finanziaria del nostro Paese, ma che ha qualche buona informazione di base per percorso di studi e qualche approfondimento non del tutto trascurabile.Uri Dadush e Moises Naim hanno svolto un’analisi sulla situazione italiana sicuramente di alto livello, che è da accogliere pienamente per quanto riguarda il grido di allarme che essi lanciano sulla reale situazione italiana e l’invito a non sottovalutare il pericolo, molto plausibile, che il default possa avvenire da un momento all’altro. Assolutamente condivisibile il primo dei pericoli che essi denunciano, la voragine del debito pubblico. Sul resto e sulla prognosi, viceversa, c’è molto da obiettare. Del tutto fuorviante appare l’osservazione che una delle cause dell’aggravarsi della crisi vada attribuita all’alto costo del lavoro in Italia rispetto agli altri paesi nostri competitors per le seguenti osservazioni: 1)Non solo in Italia, ma nel mondo, l’aumento della produttività non ha mai portato ad un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, come ha dimostrato Rifkin qualche fa, che l’Espresso ha pubblicato; ad un aumento di produttività negli ultimi dieci anni, prima della crisi, ha fatto riscontro l’espulsione di 31 milioni di lavoratori a livello mondiale; 2) L’affermazione dei due autori è in pieno contrasto con quanto vanno sostenendo da tempo i sindacati italiani (tutti) in merito alla perdita di potere di acquisto, consistente, dei salari italiani rispetto all’Europa; 3) Ed infine, sembra smentita in pieno dai dati contenuti nella Tabella pubblicata all’interno dello stesso articolo, dove il costo del lavoro (al lordo) italiano viene dopo quello di altri 11 paesi competitors e il raffronto si acutizza se vengono presi in esame i salari netti, dimezzati dal prelievo fiscale e contributivo. Da queste osservazioni discende la conseguenza logica e coerente che la ricetta per sanare l’economia e lo stesso debito pubblico non può certo essere quella di tagliare i salari del 6%. A parte ogni considerazione sulla effettiva praticabilità di una simile diabolica misura che verrebbe a colpire ancora una volta e sempre lavoratori, che in tale evenienza avrebbero il sostegno deciso dei sindacati, il presunto vantaggio che ne dovrebbe scaturire in termini incentivanti per l’economia, sarebbe vanificato , e produrrebbe un contraccolpo opposto, poiché provocherebbe una fase di diminuzione dei consumi e quindi innescherebbe un ciclo depressivo dell’economia. Sulla base di queste considerazione, la stessa analisi sul debito pubblico diventa parziale ed incompleta, per certi aspetti solo accennata. L’Italia, da circa un trentennio, si trova stretta in una morsa soffocante per via dell’immenso, insostenibile stock del debito e dei conseguenti costi che genera. Nonostante i venti anni di manovre attuate con le Finanziarie annuali, oggi il debito non solo non è diminuito bensì aumentato, con il risultato che tutte le risorse aggiuntive sottratte alla massa dei cittadini sono finiti inghiottiti dalla voragine del debito, con l’ulteriore arricchimento dei possessori dei titoli di stato e un latente andamento depressivo dell’economia, con il ristagno pauroso in tutti i settori; dalla scuola alle infrastrutture, dalla sanità alla giustizia, dalle compagnie aeree alle ferrovie, e l’elenco è lungo, non si salva nessuno. L’infernale intreccio stock del debito, oneri da esso scaturenti, riflessi sull’economia e sulla finanza, dice chiaramente che non esistono molti spiragli per uscire dalla crisi. La morsa, di cui parlavo, è presto detta : se l’economia continua a ristagnare, il livello dei tassi si mantiene basso, ma in tal caso non ci può essere crescita; se c’è quest’ultima, il livello dei tassi inesorabilmente cresce e può benissimo provocare quel default alla greca paventato dai due economisti. Come se ne può uscire? Con una manovra combinata tra prelievo straordinario sui patrimoni di quel 10% di cittadini che possiede il 50% della ricchezza finanziaria (vedi relazione Bankitalia) e una contestuale revisione dei meccanismi che regolano i titoli di stato. Sul mio Blog ho pubblicato una proposta concreta e specifica sull’argomento, rifacendomi anche alla Relazione che il Direttore del Debito Pubblico ha presentato al Parlamento, qualche anno fa, sugli innumerevoli provvedimenti adottati al riguardo dall’unità d’Italia fino al 1945, allorquando il debito è stato praticamente per effetto dell’inflazione bellica. E forse non è una semplice coincidenza la circostanza rilevante che la ricostruzione post-bellica, prima, e il miracolo economico italiano,dopo, siano avvenuti in un contesto di assenza di debito pubblico e con avanzi primari fino al 1965. A questo punto chiedo all’Espresso, il piu’autorevole settimanale diffuso in Italia, aperto al dialogo al confronto all’approfondimento delle tematiche importanti, perché mai una simile proposta non possa essere portata all’attenzione e al dibattito tra i lettori? Almeno un appoggio, piu’ che autorevole, da parte dell’azionista del settimanale, Ing. De Benedetti, lo dovrei raccogliere, dal momento che egli ha lanciato l’idea di una imposta straordinaria sui patrimoni dalle colonne del “sole 24-ore, nello scorso mese di settembre, sulla base di un’analisi e di argomentazioni che coincidono all’unisono con quelle da me sviluppate nell’opuscolo pubblicato in gennaio 2007 “Perché urge la Patrimoniale” . Francesco Calvano Pubblicato da Studio Francesco Calvano a 12.36 0 commenti sabato 3 aprile 2010 BERSANI E LA CARTINA DI TORNASOLE Come da consuetudine ormai consolidata, all’indomani di una consultazione elettorale importante, i commenti le analisi le ricerche psico sociologiche e ambientali non si contano. Ognuno pensa di avere una verità in tasca e le ricette diventano migliaia di migliaia. Ma finora non ne ho trovato una sola che abbia il coraggio o la consapevolezza di affondare il dito nella piaga e capace di analizzare la fenomenologia collegata alla struttura della società, dell’economia, dell’organizzazione del lavoro. Tutti si dibattono nell’affannosa ricerca delle cause sub-strutturali, del dialogo si, dialogo no con Berlusconi e la destra, come se le due formazioni fossero la stessa cosa o le due facce di una stessa medaglia. Così assolutamente non dovrebbe essere, ma forse lo è, e sono io che mi ostino a credere e pensare che non può essere. Tra le numerose altre, ho letto con interesse e attenzione la lettera scritta da Bersani, via Internet, e mi sono compiaciuto se non altro per il metodo nuovo di apertura al mondo civile e per la richiesta di dialogo, ritengo senz’altro dettata dalla volontà di conoscere, capire ed elaborare. C’è un passaggio centrale particolarmente incisivo, sul quale dovrebbero concentrarsi i commenti e il dibattito. “Il Partito Democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese”, afferma Bersani. Il concetto è pienamente condivisibile. Bisognerebbe dibattere su come si possa raggiungere. Per fare ciò occorre avere coraggio, lealtà, uscire dal provincialismo. L’organizzazione del lavoro, rispetto al passato, è profondamente cambiata. Tant’è che una delle cause del crollo dei consensi e del voti in favore della sinistra in determinate zone è determinata proprio dalla mancanza della classe lavoratrice nelle fabbriche e non tanto invece dal radicamento sul territorio della lega, che è presente si, ma che raccoglie voti sputando veleno su tutto e tutti, compreso Berlusconi a seconda delle epoche, e inculcando nella mente e nel cuore della gente i sentimenti piu’ biechi, piu’ razzisti, piu’ retrogradi che si possano concepire. La concorrenza non può certo avvenire a tali livelli. Bisogna allora partire dall’analisi che il lavoro non esiste piu’ nelle sue forme tradizionali ( e ciò riguarda il pianeta terra,non solo l’Italia), esiste in misura esigua rispetto al passato, basta leggere i testi e gli aggiornamenti di Jeremy Rifkin per rendersi conto che la progressiva e paurosa caduta dei posti di lavoro è cominciata da 30-40 anni, anche rispetto ad un aumento della produttività e dei profitti. Di recente è stata accentuata e resa drammatica dalla crisi scoppiata con le bolle finanziarie, ma l’occupazione non tornerà mai piu’ ai livelli precedenti. Da ciò discende una prima importante decisiva conclusione, e cioè che bisogna impostare la lotta per garantire il lavoro al maggior numero possibile di individui puntando su una concezione completamente rivista ed aggiornata, inedita e rivoluzionaria. Lo sviluppo delle tecnologie e di internet riservano un numero sempre decrescente di posti di lavoro, quindi bisognerà disegnare una sua organizzazione dove possano lavorare tutti (diversamente una società non si regge) per un numero inferiore di ore e dedicare il resto alla copertura e sviluppo delle attività nel campo del sociale. Il secondo, peculiare, drammatico aspetto del nostro Paese è rappresentato dallo stock del debito pubblico, che, nonostante le manovre delle finanziarie da 20 anni a questa parte, continua ad aumentare e rischia di soffocare qualsiasi possibilità non solo di sviluppo, ma anche di solo mantenimento dei servizi essenziali per le moltitudini di cittadini. Mi risparmio di elencare tutti i servizi ed i settori in profonda crisi per la mancanza di risorse, essi sono sotto gli occhi di tutti. Caro Bersani, è tutto qui il problema dello schieramento, chiamiamolo di sinistra, di centro sinistra, progressista, emancipato. Avere il coraggio di elaborare una proposta per la costruzione del futuro del Paese, senza temere di essere tacciati ed accusati dall’imperatore di estremismo, di comunisti e via dicendo. Questo Paese non può andare da nessuna parte se non si risana il debito pubblico. Dall’unità d’Italia al 1945 sono state fatte decine e decine di manovre sui titoli del debito pubblico da tutti i governi borghesi che si sono succeduti e nessuno li ha tacciati di estremisti o comunisti. Sul mio Blog, ho riportato la Relazione del Direttore Generale alla commissione parlamentare di vigilanza sul debito pubblico, ma ho anche pubblicato un documento nel quale ho sviluppato l’ipotesi, che basta tradurre in articolato legislativo, per prelevare un’aliquota una tantum a quel 10% di super ricchi che possiede il 50% della ricchezza finanziaria (oltre quella immobiliare, come ci ricorda con molta enfasi, ogni anno, il Governatore di Bankitalia) per avviare il risanamento delle finanze pubbliche, premessa per la creazione di posti di lavoro che porti a quel “processo di costruzione del futuro del Paese”. Questa sarebbe anche, al di là della sua bontà intrinseca, la cartina di tornasole per verificare se il nostro Premier è davvero dalla parte del popolo che lo ama. 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iskra

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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Dom Mag 30 2010, 14:28

grazfois ha scritto:
Tadiotoff, agli Stati Uniti non interessa quale governo c'è in Italia. Basta che obbedisca agli ordini. Che sia Berlusconi o sia D'Alema o tric e trac, non fa differenza, basta che siano asserviti. Singolare che tu faccia un'analogia tra i doveri verso la famiglia e eventuali doveri verso gli Stati Uniti. Servo è colui che non può decidere della propria vita o della programmazione del proprio futuro.
Per quanto riguarda l'atomica, che tanto temi, gli americani hanno lanciato delle nuove tipologie di atomica in Afghanistan (primo attacco) e non hanno chiesto il permesso agli "alleati".
Condivido. Aggiungerei che puoi cadere in disgrazia agli occhi USA anche solo compiendo degli atti non in assoluta linea con le strategie egemoniche della Casa Bianca. Mi viene da pensare al gasdotto South Stream, che ha portato a delle intese tra l'Italia e la Russia, assolutamente sgradito a Washington. Ed ho la forte impressione che l'americano Berlusconi, che ha pensato di curare interessi forse personali, forse di settori di imprenditoria italiana che mira al risparmio sui costi energetici, abbia non volendo pestato i piedi e ne possa pagare le conseguenze...
Politicamente e come visione delle cose non mi pace affatto Berlusconi e quel che rappresenta ma, seguendo i fatti, mi pare che tra filo-americani, in Italia, ci siano begli scontri...
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Razumichin

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MessaggioTitolo: una colonia chiamata Italia   Dom Mag 30 2010, 20:58

sottopongo ai lettori di questo forum un contributo che reputo interessante di Gianfranco La Grassa.


(…) In politica continuano, estenuanti, i tentativi chiaramente inutili di mediazione tra il premier e Fini, tra lo stesso premier e Casini (con Rutelli in alleanza con quest’ultimo che segue “benignamente” il pourparler in atto). Nel contempo, la Lega è diffidente, a causa della sua ossessione federalista, e dunque traccheggia con l’IDV pur fingendosi la migliore alleata di Berlusconi. Dopo Fini (già invitato negli USA e indicato più volte come referente di tale paese in Italia), le manovre di accerchiamento e logoramento della leadership berlusconiana proseguono con l’invito di Napolitano, oggi negli USA.

Le dichiarazioni del presidente della repubblica al suo arrivo sono di prammatica ma comunque significative: “Gli Stati Uniti rimangono sempre il nostro più grande alleato, il paese che ha guidato per decenni l’alleanza militare del Patto Atlantico…” (fonte Ansa). In questa dichiarazione, che taluno può ritenere di carattere solo ufficiale, si rivela invece la verità dei rapporti con gli USA. Si fa esplicito riferimento all’alleanza militare, la cui funzione sembrava esaurita dopo la dissoluzione dell’URSS e del “socialismo reale”. Invece, poiché era più propriamente diretta all’asservimento dei paesi del cosiddetto campo capitalistico ai disegni egemonici statunitensi, essa fu mantenuta pure dopo il 1989-91; e andò anzi incorporando progressivamente altri paesi dell’Europa orientale. Quando la situazione è mutata e ci si è avviati ad una nuova competizione multipolare, la NATO è diventata utile agli USA per subordinare la UE al loro tentativo di ritardare il declino della propria posizione imperiale.

Al di là della frase di Napolitano, cui attribuire importanza relativa, è del tutto evidente qual è il progetto cui mira l’asse “centrista” con il pieno appoggio della sedicente sinistra; guidata non a caso da coloro che da Berlinguer in poi cambiarono di campo e fecero il salto definitivo verso gli USA dopo il “crollo del muro”. Si tratta di completare l’opera iniziata nel 1992-93 con l’annientamento della DC e del PSI tramite “Mani pulite”. Il tentativo si inceppò per il bruscolino Berlusconi, che vi si oppose per interessi suoi (e di alcuni settori di nuova imprenditoria) senza una vera strategia. Egli ha creato problemi agli USA soprattutto per la sua “amicizia” con Putin, difendendo gli interessi energetici italiani con gli accordi Eni-Gazprom ed effettuando alcune altre aperture verso est. Arrivati a questo punto, gli USA hanno puntato con sempre maggiore decisione sul nuovo asse politico per completare l’opera rimasta a metà nel 1992-93.

Oggi, come ieri, essi godono dell’aiuto servile della nostra Confindustria e della finanza guidata da uomini di fiducia dei “padrini” d’oltreatlantico.
D’altra parte, è altrettanto chiaro che non sussiste un’effettiva strategia alternativa di difesa della nostra indipendenza, almeno in alcuni settori vitali. Non a caso, il presdelarep invita l’opposizione a moderare i toni e, approfittando dei sacrifici necessari “per non fare la fine della Grecia” (ritornello ossessivamente ripetuto), sembra in vena di frequenti aperture di credito verso il Governo. Tutti fanno finta di non accorgersi che queste ultime si traducono, perfino con il “benevolente” appoggio della stampa di “destra” in fase di nuovo posizionamento attendendo il prossimo “dopo Berlusconi”, nell’innalzamento della figura di Tremonti, indispensabile per qualsiasi Governo di transizione, comunque lo si denomini: tecnico o di salvezza nazionale, ecc. Il superministro dell’economia, come già lo chiamano, assieme alla Lega è già pronto all’eventuale “salto della quaglia”.

L’azione moderatrice di Napolitano, la disponibilità a trattative dei “centristi”, ecc. sono un’“acciughina” per il premier, al fine di fargli credere che, se accetterà di farsi da parte pacificamente, non riceverà una “buona uscita” più brusca di quella del modellino tiratogli in faccia.
Egli è comunque ancora utile per prestare appunto la sua faccia al fine di far passare la manovra “lacrime e sangue” che, si assicura, ci eviterà “la fine della Grecia” (...) si progetta (magari non sarà poi realizzata, ma l’esempio resta) la riduzione del 10% delle spese per la Difesa, fatte salve quelle per missioni all’estero in atto o già previste (perché Obama ha chiamato ad un aumento di impegno in Afghanistan e il nostro Governo ha risposto positivamente). Ebbene, questa scelta è proprio indicativa della nostra sudditanza: riduzione di spesa per ammodernamento e rafforzamento di un possibile strumento di maggiore autonomia, nessuna riduzione per seguire gli USA (“il nostro migliore alleato e capo da decenni dell’Alleanza militare” di cui facciamo parte) nelle loro operazioni di aggressione egemonica.

Qui sta il vero problema. Per quasi due decenni l’operazione di completo allineamento dell’Italia alle posizioni statunitensi –e di totale distruzione dei settori industriali in grado di contribuire ad una nostra minima autonomia a favore di quelli, guidati dalla FIAT e dal metalmeccanico, sempre pronti alla più supina subordinazione– non è stata portata a pieno compimento, malgrado si sia riusciti nell’intento di privatizzare al gran completo il settore bancario e di renderlo, soprattutto dopo l’operazione di sostituzione di Fazio con Draghi, del tutto malleabile nei confronti dei piani USA. Dopo il 2003 (incontro estivo in Sardegna tra Putin e Berlusconi), si sono avuti sprazzi di maggiore autonomia e di politica più attiva verso est (e verso sud, con l’apertura a Gheddafi, ecc.), sempre condotta con estrema prudenza e senza reale visione strategica di lunga lena. La debolezza maggiore è però rappresentata dal mancato controllo degli apparati addetti alla forza, che sono sempre rimasti di netta impronta “atlantica”; in simili condizioni, è effettivamente impossibile liberarci della tutela del “nostro migliore alleato” di sempre, cioè dei nostri “padroni” statunitensi.

Oggi si sta arrivando alla resa dei conti. La crisi –per quanto iniziata con maggior vigore negli USA (come sempre, del resto, essa parte dal “centro” del sistema) e senz’altro ancora grave laggiù– serve tuttavia a ridurre in condizioni peggiori i paesi dell’area che si appiattisce sulla politica della potenza accettata come preminente. A questo punto, in tali paesi incapaci di autonomia si ricorre alla pura manovra economica, quella del rigore e dei tagli appunto, senza nessuna selezione a favore di un rilancio dei settori –non solo economici, ma soprattutto politico-strategici– che servano a contrastare la superiorità del paese “centrale” (accettato come tale). Le scelte economiche –dichiarate inderogabili per ragioni oggettive: l’obbligo dell’equilibrio nei conti, della competitività nei mercati, ecc.– coprono precisamente la strategia di connivenza dei gruppi subdominanti dei paesi in questione con i predominanti statunitensi.

Nulla può ancora essere dato per certo. E’ però assai probabile che ci si serva ancora per qualche tempo della copertura di Berlusconi per far accettare misure drastiche di politica economica, che ridurranno le condizioni di vita di vasti strati sociali senza porre affatto le basi di un’autentica ripresa. Intanto, si logorerà viepiù il premier facendogli credere di poter raggiungere un qualche accordo al ribasso. In tempi non troppo lunghi, i nodi della crisi verranno al pettine e allora s’imporrà il “governissimo”, null’altro che una scalcinata accolita di servitorelli sbiaditi e inetti della finanza “weimariana” e dell’industria di retroguardia, che rinsalderanno i rapporti di soggiogamento nei confronti del “nostro migliore alleato” dalla fine della seconda guerra mondiale; per i sedicenti “comunisti” dal progressivo spostamento di campo effettuato da Berlinguer seguito poi dal totale svaccamento di ogni principio e dignità nel 1989-91 (...).
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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   Dom Mag 30 2010, 23:28

nel quadro disegnato da Razumichin c'e' tutto quello che vado dicendo da quando partecipo al forum.

Razumichin ha scritto:
sottopongo ai lettori di questo forum un contributo che reputo interessante di Gianfranco La Grassa.

(…) guidata non a caso da coloro che da Berlinguer in poi cambiarono di campo e fecero il salto definitivo verso gli USA dopo il “crollo del muro”. Si tratta di completare l’opera iniziata nel 1992-93 con l’annientamento della DC e del PSI tramite “Mani pulite”. Il tentativo si inceppò per il bruscolino Berlusconi, che vi si oppose per interessi suoi (e di alcuni settori di nuova imprenditoria) senza una vera strategia.
Su questa interpretazione non sono d'accordo.
Berlusconi aveva preparato almeno con 2 anni di anticipo la sua "discesa in campo" Vi ricordate i manifesti murali del 1992 (anche allora c'era una "crisi economica") in cui campeggiava un bambino in fasce e sopra di lui la scritta "FOZA ITAIA". Non ho mai saputo che li abbia fatti ma sicuramente si trattava di un messaggio subliminale.
Enrico Berlinguer e' il maggiore responsabile del crollo del PCI. Sotto di lui il Partito rinuncio' alle manifestazioni di piazza in cambio del permesso di appoggiare il governo dall' "esterno".
Allora il PCI non aveva contributi dalla Confindustria e cosi' di prostitui'.
ecc. ecc.

Il quadro attuale e' cambiato. Ora il mondo e' governato da una sola potenza militare inarrestabile (escludendo catastrofi naturali come nel golfo del Messico). Le potenze economiche emergenti: Cina, India, Brasile ecc. devono fare i conti con la potenza militare dominante. A suo tempo dovettero subire anche il Giappone e la Germania.
2000snlp
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MessaggioTitolo: Re: Grecia, euroatlantismo, dipendenza: la servitù italiana   

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