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 capitalismo nazionale?

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babeuf

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MessaggioTitolo: capitalismo nazionale?   Mar Nov 03 2009, 17:07

Navigando in Internet ho trovato questo articolo di circa un mese fa: http://ripensaremarx.splinder.com/post/21415574/Spezzatino+in+salsa+Usa+a+cura
Mi sembra che si prenda le difese dei capitalisti nostrani, mi sembra molto strano per chi si definisce marxista. Cosa ne pensate?
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aposkinhead

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mar Nov 03 2009, 17:22

babeuf ha scritto:
Navigando in Internet ho trovato questo articolo di circa un mese fa: http://ripensaremarx.splinder.com/post/21415574/Spezzatino+in+salsa+Usa+a+cura
Mi sembra che si prenda le difese dei capitalisti nostrani, mi sembra molto strano per chi si definisce marxista. Cosa ne pensate?
beh personalmente no, è da tempo che La Grassa nel suo blog fa un percorso in cui mette in rilievo come sotto il nome di liberismo e liberalizzazioni si cerca di spezzettare e rovinare le imprese concorrenti ai grossi potentati delle multinazionali a marchio d.o.p. USA.
Al contario è da salutare che a sinistra si notino queste cose (battaglie) geopolitiche e non, in nome del marxismo, si schifi tutto come perversamente estraneo alla società ideale. Poi una mia, spero che le critiche si facciano soprattutto al mondo esterno, quello veramente colluso col sistema, che non perdersi in critiche a La Grassa o Preve o i comunitaristi ecc che personalmente non mi fregano nulla, e rischiano di esser viste come dispute filosofiche o tentativi di tirarsi me...a vicenda. La Grassa ha e avrà tesi discutibili ma sicuramente non è responsabile di dove ci troviamo.....
Il mio nemico è il capitalismo e i suoi servi, di ogni colore, razza, religione o fede calcistica.
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babeuf

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mar Nov 03 2009, 18:35

Non era certo mia intenzione tirare merda addosso al compagno La Grassa. Ho solo riportato un suo articolo che non condivido per nulla. Appoggiare aziende italiane come l'Eni da un attacco degli yankees a me sembra una posizione sbagliata. Non vorrei che ci si infatuasse verso nuovi imperialismi solamente per paura degli States. In sintesi, Obama, Putin o l'Eni sono tutti miei nemici, essendo io antimperialista. La geopolitica è uno strumento che deve però essere riempita di un contenuto ideologico, la liberazione nazionale deve essere accompagnata da quella sociale, altrimenti sempre dominati rimaniamo!
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tulliocipriano



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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mar Nov 03 2009, 20:37

Qui non si tratta di liberarsi dal giogo imperialista USA per buttarsi in uno in salsa russa. La Grassa vuole evidenziare come sia opportuno posizionarsi il più possibile in posizione indipendente in un mutato scacchiere geopolitico internazionale. Il multipolarismo è ormai un dato di fatto. Per la nostra italietta guinzagliata dagli USA, l'unica maniera per ottenere indipendenza reale è realizzare strategie di uscita che ci portino al di fuori dalle logiche unipolariste yankees. L'approvvigionamento energetico è LA questione per svincolarsi dal citato guinzaglio e l'atteggiamento italiano nelle relazioni internazionali non è altro che la presa d'atto che l'impero americano è già morto. Fare accordi con i russi non significa certo buttarsi fra le loro braccia. Anche i russi sanno benissimo che non siamo in una riedizione della guerra fredda. Il multipolarismo comprende aree di influenza molto più ridotte di quelle della guerra fredda per la presenza di nuovi colossi quali la Cina, il Brasile, l'India e, non dimentichiamo, l'Europa stessa. Questa è un'era post-imperiale. Non si tratta quindi di quale sfera di influenza scegliere ma in quale contesto geopolitico si vuole che l'Europa venga a posizionarsi. La Grassa (come Giulietto Chiesa e Alessandro Lattanzio giusto per citare due compagni) propende per un'area Eurasiatica ritenendo questo l'alveo naturale (anche geograficamente) verso il quale il nostro paese dovrebbe posizionarsi. Discutibile se si vuole, ma non certo criticabile per presumibili cedimenti "mercantilistici".
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aposkinhead

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mar Nov 03 2009, 23:49

tulliocipriano ha scritto:
Qui non si tratta di liberarsi dal giogo imperialista USA per buttarsi in uno in salsa russa. La Grassa vuole evidenziare come sia opportuno posizionarsi il più possibile in posizione indipendente in un mutato scacchiere geopolitico internazionale. Il multipolarismo è ormai un dato di fatto. Per la nostra italietta guinzagliata dagli USA, l'unica maniera per ottenere indipendenza reale è realizzare strategie di uscita che ci portino al di fuori dalle logiche unipolariste yankees. L'approvvigionamento energetico è LA questione per svincolarsi dal citato guinzaglio e l'atteggiamento italiano nelle relazioni internazionali non è altro che la presa d'atto che l'impero americano è già morto. Fare accordi con i russi non significa certo buttarsi fra le loro braccia. Anche i russi sanno benissimo che non siamo in una riedizione della guerra fredda. Il multipolarismo comprende aree di influenza molto più ridotte di quelle della guerra fredda per la presenza di nuovi colossi quali la Cina, il Brasile, l'India e, non dimentichiamo, l'Europa stessa. Questa è un'era post-imperiale. Non si tratta quindi di quale sfera di influenza scegliere ma in quale contesto geopolitico si vuole che l'Europa venga a posizionarsi. La Grassa (come Giulietto Chiesa e Alessandro Lattanzio giusto per citare due compagni) propende per un'area Eurasiatica ritenendo questo l'alveo naturale (anche geograficamente) verso il quale il nostro paese dovrebbe posizionarsi. Discutibile se si vuole, ma non certo criticabile per presumibili cedimenti "mercantilistici".
quoto, in aggiunta una piccola osservazione al compagno Babeuf che, almeno per la sua storia, per il suo modo di agire e di incunearsi l'Eni ha pochissimo in comune con le sue antagoniste commerciali. Poi personalmente si può criticarla per le sue scelte (come il nucleare in Slovacchia e Francia) ma di sicuro non ha dei caratteri di imperialismo (vedi storia di Enrico Mattei, che invito il compagno a rivedersi dettagliatamente), che hanno fatto storia in Algeria, in primis.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mer Nov 04 2009, 01:31

babeuf ha scritto:
Navigando in Internet ho trovato questo articolo di circa un mese fa: http://ripensaremarx.splinder.com/post/21415574/Spezzatino+in+salsa+Usa+a+cura
Mi sembra che si prenda le difese dei capitalisti nostrani, mi sembra molto strano per chi si definisce marxista. Cosa ne pensate?
Il capitalismo, dacché ha attecchito sino ad oggi, non ha mai avuto e non avrà mai "nazione". L'espressione "capitalismo nazionale" è in sé contraddittoria e fuorviante. C'è una strutturale alterità di interessi e di 'orizzonti'. Le aziende che hanno 'casa madre' in uno Stato, con questo si relazionano per l'affermazione dei propri interessi particolari, sia dentro sia esternamente ad esso, quando ne richiedono un 'accompagnamento'. Con buona pace di coloro che parlano di esaurimento della funzione degli Stati (non sapendo o non volendo cogliere i rapporti di dominio o di egemonia o di subordinazione o di conflitto tra Stati) è evidente che i "capitalisti" delle aziende (direzioni strategiche e management) non si potrebbero muovere in un vuoto pneumatico. Il "libero mercato" è solo una fola propagandistica.

Quanto a La Grassa. Non è questa la sede ed ha una relativa importanza indicare cosa ci veda in sintonia e cosa no. Leggendo la nostra rivista cartacea è evidente cosa noi si apprezzi. Analisi teoriche a parte, non prive di notevoli elementi di interesse, c'è un punto importante che scaturisce dall'insieme del suo lavoro analitico di fase e che emerge anche dall'articolo che Babeuf segnala: la condizione di sudditanza (in linea generale e quindi anche nel caso italiano) si irradia a tutti i livelli, all'occorrenza si esprime anche nella competizione inter-imprenditoriale, pur nel differenziale di status e nella diversità/rilevanza dei settori, ma sono in ultima istanza le ragioni d'interesse strategico di potenza (degli USA nella fattispecie) a fungere da asse per tutto. Gli interessi dell'ENI nel gasdotto South Stream (gasdotto d'interesse innanzitutto geopolitico, e in subordine geoeconomico, per la Russia) sono di natura capitalistica (non solo per l'impresa in questione) e sono sostenuti dall'esposizione di alcuni settori del governo, con Berlusconi in evidenza particolare anche nella sua 'vicinanza' a Putin. Si tratta di interessi capitalistici (l'interesse dell'ENI è anche nel gasdotto concorrente euro-americano del Nabucco), non del perseguimento di una diversa collocazione dell'Italia a partire da una rivendicazione d'indipendenza che veda nel settore energetico un terreno funzionale a questo obiettivo politico. Eppure è bastato particolarmente questo 'sgarbo' (in subordine c'è anche 'altro'), stridente con gli interessi statunitensi (in termini di geopolitica di potenza non c'è differenza strategica, semmai 'tattica', tra un Bush ed un Obama -'personalizzo' per comodità di esposizione), perché ne conseguissero una serie di effetti (dal monito delle prime parole del neoinsediato ambasciatore statunitense a Roma alla "scomunica" di Edward Luttwak che, parlando a "Ballarò", ha attaccato Berlusconi, lasciando chiaramente intendere che, a Washington, la caduta del Cavaliere non sarebbe vista come un gran male, giù giù fino a pantomime di piccolo cabottaggio particolaristico in salsa italiota).

La Grassa lavora nell'evidenziare certe manifestazioni di questa dipendenza. Si tratta di una parte della complessità di questa dipendenza. Pure scaturiscono importanti conclusioni. Non trovo nei suoi scritti una "difesa dei capitalisti nostrani". Anzi, è dichiaratamente acerrimo nemico di quel che chiama Grande Finanzia ed Industria Decotta, quel crogiolo oligarchico-familistico che (sub)domina, in Italia, la scena capitalistica e di cui non manca di spiegare le modalità del suo parassitarismo (all'interno) e servilismo (verso i dominanti d'ultima istanza di questo paese).

La domanda, a prescindere dalle posizioni di La Grassa, potrebbe essere un'altra: in presenza di settori che in Italia si caratterizzassero per una direzione imprenditoriale capitalistica antagonista ed alternativa agli USA, come posizionarci da nazionalitari ed indipendentisti italiani?
Questo potrebbe essere oggetto di una discussione che, nelle condizioni in cui ci troviamo (parto da un'ottica nazionalitaria-indipendentista), sarebbe 'di scuola', ma un po' 'oziosa' stante l'assoluta debolezza delle forze e del radicamento nella società italiana.
Se personalmente dovessi dare una risposta, riecheggerei quel che anche La Grassa rileva nelle strategie 'di potenza': l'economico/imprenditoriale è autonomo ma in ultima istanza subordinato al politico. Finché non si ha questa 'forza di potenza', è buona norma conservare un'autonomia politica. Non farlo rischierebbe di ridurre questa forza politica nazionalitaria-indipendentista a 'canale di sviluppo' funzionale agli interessi di questa o quell'impresa, ma non ad una prospettiva di indipendenza politica nazionale e di liberazione sociale, di sganciamento dal capitalismo. Ad affermazione politica avvenuta, la direzione dei vettori imprenditoriali dovrebbe poi essere qualitativamente diversa.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mer Nov 04 2009, 02:10

aposkinhead ha scritto:
una piccola osservazione al compagno Babeuf che, almeno per la sua storia, per il suo modo di agire e di incunearsi l'Eni ha pochissimo in comune con le sue antagoniste commerciali. Poi personalmente si può criticarla per le sue scelte (come il nucleare in Slovacchia e Francia) ma di sicuro non ha dei caratteri di imperialismo (vedi storia di Enrico Mattei, che invito il compagno a rivedersi dettagliatamente), che hanno fatto storia in Algeria, in primis.
Non idealizzerei l'ENI. Né nel 'bene' (distinzione –la dò per buona– con le sue antagoniste commerciali, ma pur sempre per ragioni commerciali) né nel 'male'. Un'impresa, per quanto significativa, non fa imperialismo da sé, che è trascrescenza (possibile, non scontata) di ogni capitalismo, ed è intreccio dell'azione delle frazioni e gruppi politici nella sfera dominante dello Stato (il che non presuppone affatto unità di intenti e di vedute) e dell'azione competitiva (nell’industria come nella finanza) dei soggetti grandi imprenditoriali (già sul piano degli indirizzi politici nello Stato) sullo scenario mondiale.

Se, nell'ovvia differenza delle modalità d'azione e dei rispettivi compiti (non sempre in sintonia, peraltro), possiamo individuare, all'ingrosso, un perseguimento –per le imprese– dell'ampliamento delle proprie quote di mercato ed accrescimento della loro ricchezza nella competizione inter-imprenditoriale globale (perseguimento che ovviamente non è indifferente all'influenza, se non alle pressioni, sulla politica e sulla cultura), per lo Stato il compito è l'estensione della sfera di influenza a scapito di altri Stati tramite anche l'uso diretto della forza, inclusa quella militare, e la sua capacità di direzione politico-strategica complessiva, in grado di condizionare e indirizzare, di preparare se non proprio spianare, la strada nell'agone inter-capitalistico e geopolitico mondiale.

Questo fa oggi degli Stati Uniti una potenza imperialista, forse in declino, ma in grado ancora sia di far sentire –e forte– la sua voce, sia di dettar legge.

Infine, il caso Mattei, un esempio tra i tanti a diverso livello che ben si inserisce in quanto scrivevo nel postato precedente.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mer Nov 04 2009, 04:11

aposkinhead ha scritto:
beh personalmente no, è da tempo che La Grassa nel suo blog fa un percorso in cui mette in rilievo come sotto il nome di liberismo e liberalizzazioni si cerca di spezzettare e rovinare le imprese concorrenti ai grossi potentati delle multinazionali a marchio d.o.p. USA.
Al contario è da salutare che a sinistra si notino queste cose (battaglie) geopolitiche e non, in nome del marxismo, si schifi tutto come perversamente estraneo alla società ideale. Poi una mia, spero che le critiche si facciano soprattutto al mondo esterno, quello veramente colluso col sistema, che non perdersi in critiche a La Grassa o Preve o i comunitaristi ecc che personalmente non mi fregano nulla, e rischiano di esser viste come dispute filosofiche o tentativi di tirarsi me...a vicenda. La Grassa ha e avrà tesi discutibili ma sicuramente non è responsabile di dove ci troviamo.....
Il mio nemico è il capitalismo e i suoi servi, di ogni colore, razza, religione o fede calcistica.
Condivido, con te, che non si debba perdere di vista l'essenziale della/nella lotta anti-sistemica. Aggiungerei che è sempre importante valorizzare le convergenze piuttosto che esasperare le divergenze. Quando però si è fautori di tesi che si ritengono 'improponibili' (o per loro natura interna o per sbocchi cui portano) non trovo sbagliato discutere, polemizzare, in caso stroncare dialetticamente. Mi rendo conto che questi sono princìpi orientativi che potrebbero sottoscrivere tutti, salvo poi vedere caso per caso.
Prendi l'esempio di Tony Negri e le sue tesi/concezione (con co-autore Hardt) contenuti nel libro "Impero". Un'operazione intellettuale che ha attecchito 'a sinistra' variamente intesa, e sin troppi danni ha causato e continua a causare. Ripeto, un conto è un'elasticità di sensibilità e angolazioni (comunque lo stesso confrontabili), un conto sono direzioni culturali e/o politiche che vanno assolutamente contrastate per loro natura e sbocco. Nell'immaginario dei più, Tony Negri è 'contro il sistema'.
Ci sono poi settori della destra radicale (esplicita o di fatto) che si dicono anti-sistema, direi anche (per riprendere un tuo passaggio) non collusi con questo sistema (prendi gli eurasiatisti), ma che sono portatori di un 'humus' cultural-politico con annessi scenari assolutamente da respingere.
Prendi l'esempio di un Preve che via via ha aperto a collaborazioni con realtà della destra radicale (riviste e case editrici, oltre ad 'altro'), scoperto comunitarismo ed eurasiatismo 'federativo' (?!) con apertura alla sua natura imperiale (segnalo al riguardo, sul sito, "Comunitarismo, Eurasia, Impero. Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto", "Comunitarismo, Eurasia. Parla Costanzo Preve" e "Le ragioni di un dissenso. Notazioni critiche a Costanzo Preve"). Preve esprime, con buona pace del suo eloquio e delle sue simpatiche battute, posizioni inaccettabili (dal punto di vista di "Indipendenza", è chiaro) che meritano di essere stroncate dialetticamente. Il che non ci porta affatto a svilire, ad esempio, gli apporti teorici e culturali sulle ragioni dell'implosione del comunismo storico novecentesco che restano il lascito più significativo del suo pensiero.

tulliocipriano ha scritto:
Qui non si tratta di liberarsi dal giogo imperialista USA per buttarsi in uno in salsa russa. La Grassa vuole evidenziare come sia opportuno posizionarsi il più possibile in posizione indipendente in un mutato scacchiere geopolitico internazionale. Il multipolarismo è ormai un dato di fatto. Per la nostra italietta guinzagliata dagli USA, l'unica maniera per ottenere indipendenza reale è realizzare strategie di uscita che ci portino al di fuori dalle logiche unipolariste yankees..

Sarei prudente sul "multilateralismo", nel senso che lo vedo quantomeno imperfetto, perché, seppur in fase 'calante' ma da vedere se irreversibilmente 'declinante', il peso della potenza americana è ancora tale da dettare buona parte delle linee dell'agenda geopolitica mondiale.

tulliocipriano ha scritto:
L'approvvigionamento energetico è LA questione per svincolarsi dal citato guinzaglio e l'atteggiamento italiano nelle relazioni internazionali non è altro che la presa d'atto che l'impero americano è già morto.
La questione energetica è sicuramente importante, ma questa è vincolata alla questione generale e per eccellenza che è la direzione politica di un processo indipendentista che non è nella natura né dell'esecutivo Berlusconi né dei dirigenti e manager dell'ENI.
Dallo schiaffo all'ENI che ha perso in gara d'appalto lo sfruttamento dei giacimenti di Nassiriya al servilismo militare italiano in Afghanistan, per non parlare d'altro ancora (non dimenticherei ad esempio il significato politico, prima che economico, della fusione FIAT-Chrysler), mi sembra che sia perlomeno prematuro parlare di morte dell'impero americano.

tulliocipriano ha scritto:
Fare accordi con i russi non significa certo buttarsi fra le loro braccia. Anche i russi sanno benissimo che non siamo in una riedizione della guerra fredda.
I russi, senz'altro con la gestione Bush, hanno letto una serie di atti da parte di Washington come una riedizione della guerra fredda. Quando si esaurirà la rendita d'immagine del conciliante e sorridente Obama apparirà chiaro che di analoga sostanza strategica si tratta. Da seguire ad esempio la questione dello scudo anti-missile. La Russia resta un competitore temibile potenzialmente imperiale per Washington. Non il solo, certamente, tra i possibili ma non ancora pienamente tali.

tulliocipriano ha scritto:
Questa è un'era post-imperiale.
Mah... a parte la mia idiosincrasia per i post-questo e post-quello, ci andrei comunque cauto.

tulliocipriano ha scritto:
Non si tratta quindi di quale sfera di influenza scegliere ma in quale contesto geopolitico si vuole che l'Europa venga a posizionarsi. La Grassa (come Giulietto Chiesa e Alessandro Lattanzio giusto per citare due compagni) propende per un'area Eurasiatica ritenendo questo l'alveo naturale (anche geograficamente) verso il quale il nostro paese dovrebbe posizionarsi. Discutibile se si vuole, ma non certo criticabile per presumibili cedimenti "mercantilistici".
L'Europa è una fantasmagorica idea, un'entità geopolitica discutibile geograficamente, culturalmente indefinibile, che ha precedenti storici solo nel senso espansionistico di conquista e di affermazione imperiale/imperialista di case regnanti e Stati.
Tangenzialmente non mi risulta questa propensione euroasiatica di La Grassa. Ho piuttosto letto più volte di suoi convincimenti circa un possibile peso di una parte d'Europa, come dire, di più ridotte aggregazioni attorno però a Stati 'forti'. Comunque sia, l'Eurasia (che per i russi resta la Russia con paesi satelliti d'area, cioè una certa area dell'Asia centrale, e non la sorta di Quarto Reich da Dublino a Vladivostok come da patrimonio delle destre radicali) non la vedo affatto come "l'alveo naturale (anche geograficamente) verso il quale il nostro paese dovrebbe posizionarsi". L'Italia si allunga nel Mediterraneo, guardando all'Africa e al mondo arabo. Semmai, quindi, il suo "alveo naturale" è in direzione opposta.
Sul non "mercantilismo" dell'Eurasia. A parte che mi sembra un termine riduttivo e 'storico' (richiama l'età medievale) e che il discrimine con cui relazionarsi dovrebbe essere il modo di produzione capitalistico e relativa formazione sociale, non so se ti riferisci alla funzione "spirituale", alla "concezione sacra del mondo", alla "funzione, dal punto di vista metafisico, cosmico-ordinatrice" con relativo principio ordinatore e regolatore della "gerarchia organica" teorizzati dagli ideocrati eurasiatisti. Sono virgolettati riguardo i quali invito a leggere la seconda parte di "Comunitarismo, Eurasia, Impero. Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto" sul sito www.rivistaindipendenza.org .
Non mi sembra una convincente strada alternativa all'imperialismo USA. Con buona pace della geopolitica.
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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mer Nov 04 2009, 14:55

Ho letto con molta attenzione ed interesse gli interventi dei compagni intervenuti nella discussione da me aperta. Continuo però a mantenere alcuni dubbi. Mi sembra che il pensiero di La Grassa ultimamente sia involuto in senso puramente e semplicemente geopolitico, non a caso i suoi scritti sono pubblicati anche sul sito dei fascisti di Eurasia. Magari mi sbaglio, ma le lotte tra i capitalismi russo ed americano non mi entusiasmano più di tanto e considero Putin un nuovo pericoloso zar, altro che potenziale alleato in funzione antiamericana. E poi a che pro combattere l'imperialismo yankees se non ci preoccupiamo di abbattere contemporaneamente il Sistema capitalista?
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tulliocipriano



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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Gio Nov 05 2009, 20:46

"Si tratta di interessi capitalistici (l'interesse dell'ENI è anche nel gasdotto concorrente euro-americano del Nabucco), non del perseguimento di una diversa collocazione dell'Italia a partire da una rivendicazione d'indipendenza che veda nel settore energetico un terreno funzionale a questo obiettivo politico."

Ci sono due presupposti su cui verte la replica di Alekos che considero opinioni probabilmente non aderenti alla reale portata dei mutamenti a cui stiamo recentemente assistendo.
Onde evitare lungaggini, mi affido a questo link http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6440 che, dati alla mano, dovrebbe confutare la tesi secondo cui le briglie dell'Impero, nonostante tutto, saranno ancora ben salde nelle mani USA per lunghi anni.
Seconda questione: ridurre la politica energetica a mere questioni "capitalistiche" mi sembra riduttivo e pensare che ENI (con "golden share" in mani pubbliche) segua solo ragioni di portafoglio credo sia, se non altrettanto riduttivo, persino antistorico. La questione energetica è così strettamente politica che (giusto per citare un caso eclatante) appena diventato ex- cancelliere, il "socialdemocratico" Gerhard Schroeder è stato assunto alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Gazprom. L'indipendenza energetica è nei giorni nostri la base per un'indipendenza politica che altrimenti non potrebbe mai arrivare. E' anche antistorico considerare l'alveo naturale della nostra geopolitica il Mediterraneo, liquidando l'Europa come una triste parentesi della nostra storia recente. La vocazione mediterranea del nostro paese è una realtà che non può non considerare i legami storico culturali ed economici che ci legano indissolubilmente ai destini dell'Europa. Checchè se ne dica l'Europa non è solo quell'accozzaglia di vuoti formalismi dell'UE e di pericolosi Trattati di Lisbona. Non so quanto sia valida l'opzione Eurasiatica, ma se si ragiona secondo i nuovi paradigmi multipolaristici e valutando la questione energetica come nodale per l'indipendenza economica, credo che sia perlomeno realistica. Ricordiamo che ENI non solo lucrerà dalla costruzione di South Stream, ne sarà anche in gran parte proprietaria, anche questo è un dato da non sottovalutare.
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babeuf

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Ven Nov 06 2009, 11:39

Il mio dubbio è questo: se continuaimo a preoccuparci dei vari conflitti tra i dominanti, appoggiando quello della nostra Nazione, quando mai i dominati si libereranno dal giogo capitalistico? Sono anch'io per l'indipendenza nazionale, ma voglio che questa finisca nelle mani di un governo socialista non certo di Berlusconi!
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Mer Nov 11 2009, 17:25

babeuf ha scritto:
Il mio dubbio è questo: se continuaimo a preoccuparci dei vari conflitti tra i dominanti, appoggiando quello della nostra Nazione, quando mai i dominati si libereranno dal giogo capitalistico? Sono anch'io per l'indipendenza nazionale, ma voglio che questa finisca nelle mani di un governo socialista non certo di Berlusconi!
Il pensiero di La Grassa lo sto conoscendo poco a poco. Parte mi lascia perplesso, parte condivido. Leggendo "Indipendenza" colgo le differenze e ciò che può essere considerato convergente. Non sono in grado di dire se La Grassa, di cui mi colpiscono molto le analisi critiche teoriche, sia sulle posizioni che dici tu, Babeuf, di sostegno a non ho capito bene quali dominanti.
Di "Indipendenza" ho letto molto di più e certo non appoggia "i dominanti della nostra Nazione". "Indipendenza" li chiama "sub/dominanti servili" per sottolineare la condizione di dipendenza dell'Italia, a partire dalle sue più alte strutture politiche ed economiche, e l'allineamento che esprimono alle posizioni di fondo dei centri di potere esteri, statunitense. Prestare attenzione ai "conflitti tra i dominanti" non mi sembra una cosa negativa, purché non ci si limiti lì. Altrimenti si finisce con l'essere degli osservatori. Ho già detto altrove che trovo le posizioni di "Indipendenza" molto molto interessanti e più la seguo più trovo conferme.
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Gio Nov 12 2009, 12:26

Personalmente trovo il pensiero di La Grassa estremamente stimolante sul piano dell'analisi politico-economica. La sua teoria sul conflitto strategico mi sembra quella che meglio si presta a essere un efficace e imprescindibile (anche se di certo non l'unico) strumento di comprensione della realtà contemporanea. Senza dimenticare il suo sforzo di ripensamento del marxismo alla luce di una realtà parecchio distante da quella prevista dai marxisti, e in parte anche dallo stesso Marx (è bene sempre infatti ricordare che il pensiero di Marx e il marxismo non sono la stessa cosa).
Allo stesso tempo però il suo insistere nel voler considerare solamente i rapporti di forza, bollando qualsiasi forma di anticapitalismo che scaturisca da istanze etiche e filosofiche come utopica se non addirittura espressione di agenti al soldo del sistema dominante, rende a mio parere il suo pensiero da rigettare sul piano culturale. Anche perché, quando si elimina ogni riferimento etico o ideale dal proprio orizzonte, poi rimane solo la geopolitica dura e pura (anch'essa un utile strumento di comprensione della realtà, ma nulla più).
A mio parere quindi le analisi di La Grassa sono uno strumento estremamente utile dal quale è giusto non prescindere per comprendere la realtà del capitalismo odierno, ed è su questo piano che il suo pensiero merita di essere considerato. Sul piano storico-filosofico è invece secondo me assolutamente inservibile.
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babeuf

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Gio Nov 12 2009, 12:46

gorritxo ha scritto:

Allo stesso tempo però il suo insistere nel voler considerare solamente i rapporti di forza, bollando qualsiasi forma di anticapitalismo che scaturisca da istanze etiche e filosofiche come utopica se non addirittura espressione di agenti al soldo del sistema dominante, rende a mio parere il suo pensiero da rigettare sul piano culturale. Anche perché, quando si elimina ogni riferimento etico o ideale dal proprio orizzonte, poi rimane solo la geopolitica dura e pura (anch'essa un utile strumento di comprensione della realtà, ma nulla più).
A mio parere quindi le analisi di La Grassa sono uno strumento estremamente utile dal quale è giusto non prescindere per comprendere la realtà del capitalismo odierno, ed è su questo piano che il suo pensiero merita di essere considerato. Sul piano storico-filosofico è invece secondo me assolutamente inservibile.
Sono completamente d'accordo con te.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: capitalismo nazionale?   Dom Nov 15 2009, 04:59

tulliocipriano ha scritto:
"Si tratta di interessi capitalistici (l'interesse dell'ENI è anche nel gasdotto concorrente euro-americano del Nabucco), non del perseguimento di una diversa collocazione dell'Italia a partire da una rivendicazione d'indipendenza che veda nel settore energetico un terreno funzionale a questo obiettivo politico."

Ci sono due presupposti su cui verte la replica di Alekos che considero opinioni probabilmente non aderenti alla reale portata dei mutamenti a cui stiamo recentemente assistendo.
Onde evitare lungaggini, mi affido a questo link http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6440 che, dati alla mano, dovrebbe confutare la tesi secondo cui le briglie dell'Impero, nonostante tutto, saranno ancora ben salde nelle mani USA per lunghi anni.
La natura del mio intervento, tulliocipriano, continua a collocarsi nell'ambito delle opinioni –che sono solito formulare sulla base di fondamenti, ragionamenti e convincimenti– e non in quello delle verità rivelate e tantomeno della veggenza qui geopolitica.
Ho letto l'articolo che segnali. Le opinioni dell'estensore, che presentificano le "predizioni futuristiche" del rapproto d'intelligence con cui intreccia e costruisce l'asse della sua perentoria asserzione ("i giorni del predominio globale dell’America sono già giunti al termine"), mi sembrano traggano conclusioni affrettate. I suoi "esempi dei recenti sviluppi", i "dati alla mano" di cui parli, che attesterebbero quella asserzione, sarebbero infatti quantomeno smussati non solo da notazioni di merito da muovere qua e là, ma anche da altre notizie (ne diffondiamo a iosa nel notiziario) che gettano luci contrarie e ricordano che...mai dire gatto se non l'hai nel sacco.

Sopra scrivevo di vedere in fase 'calante' il peso della potenza americana, ma esprimevo prudenza sull'irreversibile declino o, come sostieni, sulla "presa d'atto che l'impero americano è già morto". Rapporti e monitoraggi circa l'emersione di competitori statuali temibili per gli Stati Uniti, tali da surclassarne la potenza, ne sono usciti diversi da svariati anni a questa parte. Anche una potenza imperialista, come gli Stati Uniti, non si muove in un vuoto pneumatico. Gli analisti, inclusi quelli di Sua Maestà, fanno, del resto, il loro mestiere e quel rapporto dell'intelligence non vi si sottrae. Dopodiché mi sembra che gli USA, con la gestione Obama, questo stiano facendo: consolidare –attraverso anche il coinvolgimento degli alleati/subalterni– le acquisizioni di posizioni raggiunte in 'Medio Oriente' ed in Asia dall'amministrazione Bush. Finora, a contrastare più efficacemente certe mire espansionistiche, pur con limiti e contraddizioni, sono in primo luogo delle resistenze nazionali ("antistoriche"). Forze contrastive "multipolari", allo stato, le vedo 'attive' per lo più nelle analisi geopolitiche...

tulliocipriano ha scritto:
Seconda questione: ridurre la politica energetica a mere questioni "capitalistiche" mi sembra riduttivo e pensare che ENI (con "golden share" in mani pubbliche) segua solo ragioni di portafoglio credo sia, se non altrettanto riduttivo, persino antistorico. La questione energetica è così strettamente politica che (giusto per citare un caso eclatante) appena diventato ex- cancelliere, il "socialdemocratico" Gerhard Schroeder è stato assunto alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Gazprom. L'indipendenza energetica è nei giorni nostri la base per un'indipendenza politica che altrimenti non potrebbe mai arrivare. E' anche antistorico considerare l'alveo naturale della nostra geopolitica il Mediterraneo, liquidando l'Europa come una triste parentesi della nostra storia recente. La vocazione mediterranea del nostro paese è una realtà che non può non considerare i legami storico culturali ed economici che ci legano indissolubilmente ai destini dell'Europa. Checchè se ne dica l'Europa non è solo quell'accozzaglia di vuoti formalismi dell'UE e di pericolosi Trattati di Lisbona. Non so quanto sia valida l'opzione Eurasiatica, ma se si ragiona secondo i nuovi paradigmi multipolaristici e valutando la questione energetica come nodale per l'indipendenza economica, credo che sia perlomeno realistica. Ricordiamo che ENI non solo lucrerà dalla costruzione di South Stream, ne sarà anche in gran parte proprietaria, anche questo è un dato da non sottovalutare.
Non riduco la politica energetica a mera questione capitalistica; l'ho anzi espressamente "vincolata alla questione generale e per eccellenza che è la direzione politica di un processo indipendentista". Ma l'una, la non dipendenza energetica, non si dà in assenza di manifestazione della seconda. Di questo in Italia non c'è traccia. Per le nostre conoscenze. Dopodiché dovremmo discutere di qualità di direzione. In altri termini, schematizzando: capitalismo o liberazione?
Non abbiamo, inoltre, nemmeno elementi per pensare ad una direzione politica, e non di sole ragioni di portafoglio, dell'ENI e, verrebbe da pensare stante la sua committenza "pubblica" (su cui ci sarebbe molto da dire), del governo Berlusconi. Quanto al dato politico del ruolo assegnato da Mosca all'ex cancelliere Schroeder, se per gli interessi russi è intuibile, ritieni che funzionalità e ricadute politiche della sua nomina siano appannaggio anche di interessi tedeschi? Ed in caso affermativo quali?

Per due volte utilizzi l'aggettivo "antistorico" a mo' di garbata stroncatura dialettica. Il punto è che non ne colgo il senso nei rispettivi contesti. In sé, ti dirò, non condivido il retrosenso concettuale su cui si fonda e si contro-definisce. Anche delle questioni nazionali si sente dire sovente (particolarmente dalla grancassa massmediatica) che sono "antistoriche". In sintesi, la concezione che ho della storia è che sia fatta di corsi e ricorsi storici, mai comunque uguali. Non c'è assiomaticamente progresso, non c'è assiomaticamente regresso. Dipende da cosa ed in quali ambiti. E capita spesso di constatare un intreccio di progressi e di regressi in una contemporaneità di luoghi e di fasi.

Infine, non so quali siano i "legami storico culturali ed economici che ci legano indissolubilmente ai destini dell'Europa" che evochi, senza precisare. Io non ne trovo. Dissento radicalmente dall'"opzione eurasiatica" che, in termini pur prudenziali di "validità" e di "realismo", perori a suggello del tuo intervento. Quale Eurasia, poi, quella imperial-regionale grande-russa ad esempio alla Putin o quella di certo radicalismo di destra da "Quarto Reich" che sogna il Grande Impero da Dublino a Vladivostok? Su questo argomento rinvio a tre scritti "Comunitarismo, Eurasia, Impero. Le ragioni nazionalitarie di un rifiuto", "Comunitarismo, Eurasia. Parla Costanzo Preve" e "Le ragioni di un dissenso. Notazioni critiche a Costanzo Preve" sul sito www.rivistaindipendenza.org . In caso, volendone parlare sul forum, è bene aprire un'altra voce di discussione per non finire qui fuori tema.
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