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 Decrescita

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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Decrescita   Mer Dic 16 2009, 02:17

gorritxo ha scritto:
Tra l'altro, a questo proposito nel sito di Indipendenza sono pubblicate le "28 tesi contro la barbarie" di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, che potrebbero essere un ottimo punto di partenza. Ricordo anche un interessantissimo scritto, sempre di Bontempelli, apparso sul cartaceo: "Per una filosofia e prassi di liberazione", anch'esso ricco di stimoli in tal senso.
Questi e altri scritti potrebbero costituire secondo me una buona base per dar vita a una elaborazione comune, anche qui sul forum, che abbia come scopo quello di passare dai principi generali alla costruzione di una teoria e di una pratica più concrete.
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Decrescita   Gio Dic 17 2009, 15:15

sankara ha scritto:
gorritxo ha scritto:
Tra l'altro, a questo proposito nel sito di Indipendenza sono pubblicate le "28 tesi contro la barbarie" di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, che potrebbero essere un ottimo punto di partenza. Ricordo anche un interessantissimo scritto, sempre di Bontempelli, apparso sul cartaceo: "Per una filosofia e prassi di liberazione", anch'esso ricco di stimoli in tal senso.
Questi e altri scritti potrebbero costituire secondo me una buona base per dar vita a una elaborazione comune, anche qui sul forum, che abbia come scopo quello di passare dai principi generali alla costruzione di una teoria e di una pratica più concrete.
Che ne dite?
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Riporto i passaggi delle "28 tesi contro la barbarie" di Marino Badiale e Massimo Bontempelli in cui si affronta il tema della decrescita. La versione integrale per chi non lo sapesse si può trovare sul sito di Indipendenza nella sezione Contributi per una teoria nazionalitaria.

19. Per dare organicità a una prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo occorre un elemento radicalmente nuovo rispetto alla tradizione della sinistra, cioè la critica allo sviluppo, critica che oggi si riassume nella formula della decrescita.
La parola può non piacere o risultare fuorviante. Ma non si può evitare di usare le parole entrate nel linguaggio sociale. Chi conosce la storia delle idee sa che quando Marx inizia a parlare di “comunismo” la parola era equivoca e fuorviante, perché associata ad utopie e sogni di palingenesi religiosa.
Un punto fondamentale da comprendere, nella discussione sulla nozione di decrescita, è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra. “Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo. Non c’è dunque alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.
E’ interessante notare come questa verità abbia finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di critica anticapitalistica. Nel 1996 Marc e Luise Miringoff, studiosi della Fordhan University, hanno costruito un grafico cartesiano in cui hanno rappresentato insieme le variazioni del Prodotto Interno Lordo (PIL) degli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo e quelle, relative allo stesso periodo, di un “indicatore di salute sociale” (ISH) di loro costruzione. Questo indicatore rappresenta la media ponderata di sedici indicatori di progresso sociale (fra gli altri: mortalità infantile, occupazione lavorativa e redditi da essa derivanti, copertura sociale dei rischi sanitari). L’effetto visivo del grafico ha un’evidenza addirittura spettacolare: le due linee, quella del PIL e quella dell’ISH, crescono insieme fino al 1973, ma a partire dal 1974 la prima continua a salire e la seconda inizia scendere. A metà degli anni Novanta il valore dell’ISH è nettamente più basso di quello della metà degli anni Settanta. Altri indici di benessere, introdotti da altri autori, hanno simile andamento.

20. Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.
La decrescita è l’uscita della mente dal pensiero unico (o pensiero zero, come giustamente lo definisce Emanuel Todd) imposto dal modo di produzione capitalistico che, esigendo l’accumulazione di plusvalore, esige una scala sempre più ampia di produzione di merci, e quindi un’accettazione della necessità dello sviluppo.
I sedicenti antagonisti del sistema che non vogliono rinunciare all’idea dello sviluppo, più o meno corretto (da una diversa distribuzione della ricchezza, dalla sostenibilità ambientale ecc.) sono al rimorchio del pensiero unico. Lo sviluppo, più o meno corretto, è quello che sostengono tutti gli esponenti della casta politica e del ceto economico dominante, nazionale e internazionale.

21. Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è correlata ad una minore quantità di merci. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.
In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che aumenti. Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro.

22. La crisi da cui è stata investita l’economia capitalistica mondiale è una crisi che è stata prodotta dallo sviluppo e che risulterà distruttiva per le masse popolari se sarà gestita secondo le logiche dello sviluppo, come unanimemente richiedono i ceti dominanti.
Ci viene detto che la crisi non è il prodotto del mercato e dello sviluppo, ma di banchieri troppo avidi e di mercati finanziari troppo poco regolati. Coloro che lo dicono sono gli stessi che hanno lasciato campo libero alla rapine finanziarie e che hanno deregolamentato i mercati con leggi precise che hanno date precise, e lo hanno fatto perché il capitale, che non riusciva ad accumularsi passando attraverso una produzione su scala sempre più ampia di merci, potesse accumularsi come capitale fittizio attraverso la circolazione. Questa accumulazione di puri segni di valore era destinata ad essere sgonfiata dall’impossibilità di passare tutta attraverso le merci.
La crisi finanziaria è stata dunque soltanto l’epifenomeno di una crisi latente di sovraproduzione, che essa stessa ha attualizzato. Dire perciò che non siamo al 1929 è un esorcismo. Siamo proprio ad un 1929, cioè ad una crisi finanziaria che innesca una crisi di realizzo del plusvalore.

23. Tutti ripetono che occorre far riprendere i consumi con adeguate iniezioni di liquidità nella circolazione monetaria per rimettere in moto lo sviluppo dell’economia. Una simile strategia o sarà del tutto inefficace, o capovolgerà la deflazione in forte inflazione. In entrambi i casi la disoccupazione aumenterà e cresceranno le disuguaglianze di reddito.
L’unica via per evitare un dramma sociale è passare dai consumi privati, fonte di profitto per il capitale, a consumi collettivi di pubblici servizi gratuitamente offerti. La proposta di assunzioni massicce nella pubblica amministrazione, di cui abbiamo parlato nella tesi 14, è uno strumento concreto per rendere possibile questo passaggio. Esso naturalmente non basta. Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane.
Ma tutto questo altro non è che la decrescita, cioè la fine del vincolo dello sviluppo.

24. Questo tipo di politica implica un forte impegno economico e sociale dello Stato, e un forte senso di solidarietà nel corpo sociale. Ma la configurazione storica che nei paesi occidentali ha coniugato forte impegno statale e solidarietà nazionale è quella dello Stato-nazione. La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA.

25. Fin qui abbiamo parlato delle conseguenze negative dello sviluppo per la vita sociale. Non spendiamo molte parole per ricordare le conseguenze negative per l’ambiente naturale, perché su di esse c’è ormai una vasta letteratura e anche un’attenzione crescente da parte di media e forze politiche e intellettuali. Ricordiamo solo che il peggioramento dell’ambiente non è una astrazione ma si traduce in peggioramento della qualità della vita (depauperamento ed avvelenamento delle falde acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli antibiotici ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi resi tali da una radicale atrofia dell’anima.

26. In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrapopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, e quindi può certo presentare molti limiti, specie nella fase iniziale. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese. Queste lotte hanno quindi, al di là della coscienza dei singoli individui che vi partecipano, un carattere di radicale contestazione dell’attuale ordinamento economico e sociale.


Provando a fissare dei punti:
- La decrescita non è il contrario della crescita, non è l'apologia di forme di pauperismo o di primitivismo. È la negazione della crescita (del PIL) come fine da perseguire, in quanto non ha alcuna relazione necessaria, né con il benessere materiale, né tanto meno con quello umano
- Il concetto di crescita all'infinito del profitto (e quindi del PIL) è parte integrante dell'ideologia capitalista, per cui la decrescita è intrinsecamente anticapitalista
- Non si possono assumere né la decrescita né l'anticapitalismo come obbiettivi politici, per via del fatto che verrebbero percepiti come estremisti. Occorre invece darsi obbiettivi concreti che vadano oggettivamente in quella direzione e che siano condivisi da gran parte della popolazione.
- Quali sono queste obbiettivi? Provo a elencare i primi che mi vengono in mente: energie alternative e risparmio energetico (da collegare con il tema dell'indipendenza energetica); opposizione alle opere invasive e distruttrici del territorio; difesa della piccola distribuzione (che è anche fattore di vita sociale nei quartieri) contro lo strapotere dei centri commerciali (concepiti per far spendere e consumare il più possibile); difesa dei prodotti tipici; rifiuto netto e totale degli OGM; una generale priorità verso il mercato interno della produzione (obbiettivo questo da perseguire non certo attraverso una pianificazione economica statale, bensì grazie a un uso opportuno della leva fiscale). A questi si possono poi aggiungere altri obbiettivi non meno fondamentali, la cui valenza "decrescista" è forse meno diretta, ma che sono ugualmente di primaria importanza: la difesa dei beni comuni come l'acqua (come giustamente sottolineato da iskra in un suo precedente post); la difesa dei servizi pubblici fondamentali (sanità, scuola, giustizia ecc.), la cui efficienza non può essere misurata certo con logiche di bilancio. Quest'ultimo punto è ripreso in un altro passaggio delle "28 tesi contro la barbarie".

Ovviamente mi rendo conto che queste sono solo parole e che bisogna pensare a come intervenire concretamente, però questa discussione è nata sul tema della decrescita e se essa sia o meno compatibile con una proposta politica anticapitalista e nazionalitaria. A tale proposito la mia personale opinione è la stessa di Badiale e Bontempelli, cioè affermativa. A patto che non diventi la teorizzazione di una fuoriuscita tutta individuale dalla logica dello sviluppo e si trasformi così, come diceva alekos, in una forma di adattamento alla contrazione del tenore di vita.
Sempre alekos nel suo primo intervento giustamente sottolineava che è meglio esprimersi individualmente per meglio sviscerare le questioni e arrivare poi a formulazioni più sostanziose e condivise. E per arrivarci secondo me potrebbe essere interessante se qui sul forum si aprisse un confronto rispetto allo scritto di Badiale e Bontempelli, che non abbraccia solamente i temi della decrescita e che prova a fissare delle linee guida per dare vita a una possibile azione politica.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Decrescita   Ven Gen 01 2010, 06:05

gorritxo ha scritto:
Non si possono assumere né la decrescita né l'anticapitalismo come obbiettivi politici, per via del fatto che verrebbero percepiti come estremisti. Occorre invece darsi obbiettivi concreti che vadano oggettivamente in quella direzione e che siano condivisi da gran parte della popolazione.

- Quali sono queste obbiettivi? Provo a elencare i primi che mi vengono in mente: energie alternative e risparmio energetico (da collegare con il tema dell'indipendenza energetica); opposizione alle opere invasive e distruttrici del territorio; difesa della piccola distribuzione (che è anche fattore di vita sociale nei quartieri) contro lo strapotere dei centri commerciali (concepiti per far spendere e consumare il più possibile); difesa dei prodotti tipici; rifiuto netto e totale degli OGM; una generale priorità verso il mercato interno della produzione (obbiettivo questo da perseguire non certo attraverso una pianificazione economica statale, bensì grazie a un uso opportuno della leva fiscale). A questi si possono poi aggiungere altri obbiettivi non meno fondamentali, la cui valenza "decrescista" è forse meno diretta, ma che sono ugualmente di primaria importanza: la difesa dei beni comuni come l'acqua (come giustamente sottolineato da iskra in un suo precedente post); la difesa dei servizi pubblici fondamentali (sanità, scuola, giustizia ecc.), la cui efficienza non può essere misurata certo con logiche di bilancio.
Non è per dirti che mi trovo in assoluta sintonia con questi obiettivi, i "primi", come tu dici, che ti sono venuti in mente. E' per segnalare il limite dei tanti organismi che pure si impegnano al riguardo, nel non rivendicare chiaramente, esplicitamente, la natura patriottica, di liberazione nazionale di quegli obiettivi. Dentro ognuno di quelli da te indicati, in diverso modo si manifesta e si può evidenziare la natura anti-nazionale dei soggetti dominanti e sub/dominanti e delle loro relative azioni che hanno determinato il nascere di quelle problematiche. Ecco, è di questo grado di consapevolezza politica che dovrebbe essere arricchita la tanta competenza e buona volontà che anima quegli organismi. Da trasfondere quindi nell'azione politica per un seguito ed una forza d'urto rivendicativa ben altra rispetto all'attuale.

Non bastano preparazione tecnica ed un po' di socialese rivendicativo. Serve un valore aggiunto nazionale, e quindi sociale, perché si possano determinare salti di qualità oggi assolutamente impensabili. Anche su questo terreno si configura un grado di necessario impegno di una forza nazionalitaria, patriottica, che dovrà costituirsi in questo paese, come esige la natura, la causa, delle tante cose che si verificano in ogni ambito a qualsiasi livello.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: risparmi   Ven Gen 15 2010, 10:12

di energia, di materie prime
Decrescita significa tornare a lavorare con la falce e il martello o, se vogliamo, con la zappa e la lima.
Visto che siamo nell'era post-industriale, bisogna rilanciare l'artigianato e l'agricoltura, che potranno dare nuova occupazione e, visto che il fabbro e il contadino ci mettono la loro fatica e il loro denaro, risparmieranno carburante e avranno cura degli attrezzi.
Oggi i dipendenti, sia nel pubblico impiego come in quello privato, lasciano grippare il motore per non controllare il livello del lubrificante.
2000snlp
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MessaggioTitolo: Re: Decrescita   

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