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 Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)

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MessaggioTitolo: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mar Ott 27 2009, 18:33

Ossia del perché uno Stato può portare solo a miseria e violenza:

Qualcuno degli assiomi
Gli austriaci costruiscono il loro solido sapere deduttivo, partendo da alcuni assiomi; cioè da affermazioni evidenti di cui non è possibile negare la validità senza cadere in un’auto-contraddizione. Ad esempio, l’assioma dell’azione umana, secondo cui gli uomini agiscono, non si può contestare senza, appunto, agire. Cioè negarlo sarebbe essa stessa un’azione. Anche argomentare contro l’intenzionalità, cioè il fatto che l’azione umana sia un purposeful behaviour sarebbe essa stessa un’azione intenzionale. Inoltre, coloro che negano il libero arbitrio, i deterministi, secondo i quali gli esseri umani sono corpi mossi da forze esterne o superiori alla loro volontà, fanno appello al nostro libero arbitrio per convincerci delle loro dottrine.

Un altro assioma degli austriaci, noto come “individualismo metodologico”, sostiene che l’azione umana è strettamente individuale. Ovvero non esistono azioni imputabili a gruppi, collettività, governi, che non siano riconducibili alle azioni dei loro singoli membri. Dire, ad esempio, che l’America ha attaccato l’Irak è una semplice metafora per indicare che taluni americani membri del governo hanno ordinato ad altri di armarsi e pilotare aerei per combattere altri che abitano in Irak, etc… Inoltre, le scelte che un uomo si trova a dover affrontare costantemente (pure non fare nulla costituisce una decisione) avvengono prediligendo uno tra una rosa di fini alternativi; impiegando mezzi che vengono sottratti agli altri possibili utilizzi. Questa rinuncia ai fini alternativi è il costo dell’azione. E il fatto che tutto costa, la scarsità delle risorse, è un altro inconfutabile assioma della prasseologia. Come si può contraddirlo senza usare tempo ed energie, mezzi scarsi che si potrebbero impiegare in altro modo?

Poi ogni azione, diciamo per definizione, è designata a migliorare, dal punto di vista di chi la intraprende, la sua situazione. E se quest’azione consistesse nello scambio con un’altra persona, ad avvantaggiarsi sarebbero in due. Cioè entrambi valutano ciò a cui rinunciano meno di ciò che acquisiscono, altrimenti non acconsentirebbero alla negoziazione. Su questo “avvantaggiarsi” delle azioni volontarie si potrebbe discutere: un eroinomane migliora la sua situazione dissipando vita e patrimonio perseguendo nel suo vizio? Sì nel senso che avanza nei suoi progetti (è solo quando vi è coercizione che una parte trae profitto a spese dell’altra). Va chiarito che la prasseologia non studia il contenuto dei fini. Questi possono essere saggi o autolesionisti, altruisti o egoisti, raffinati o volgari, le leggi dell’economia si applicano a qualunque tipo di fine. In questo si distingue da altre scienze sociali, come l’etica che indaga su quali fini l’uomo dovrebbe scegliere, la psicologia sul perché l’uomo mira a certi fini, la storia quali fini sono stati perseguiti. Inoltre, è molto importante riconoscere che ogni attore nell’economia ha una sua scala di valori che tende ad essere diversa da quella di ogni altro, oltre a mutare anche per se stesso. Essendo così diversi i bisogni e le preferenze, non ha senso provare a misurare la gratificazione che si prova a soddisfarli e tanto meno paragonarla tra persone. Non è possibile trovare una unità di misura oggettiva ed immutabile nel campo dei valori umani. Tra i primi ad avere tale concezione soggettivista del valore furono gli scolastici spagnoli del millequattrocento, recuperati quattro secoli dopo da Carl Menger nel suo “Principi di economia politica” che capovolse la visione classica smithiana e marxiana del valore lavoro con la nota “rivoluzione marginalista”, o, più correttamente, soggettivista.

Preferenze e curve di domanda
Un altro punto di contesa sta nel fatto che mentre i neoclassici assumono l’ipotesi, più o meno verosimile, che gli uomini agiscano per ottenere il massimo delle ricchezze materiali, e su ciò costruiscono modelli per predire scelte e stati futuri dell’economia, gli austriaci invece considerano il perseguimento dell’utilità non necessariamente in termini monetari. Le pagine dei manuali di microeconomia sono costellate di grafici con massimizzazioni vincolate del profitto, che dovrebbe rappresentare le scelte di individui tipici. All’interno di Human Action, invece, non vi è la pretesa di stilizzare e quindi predire azioni individuali. Mises considera le preferenze altrui non conoscibili finché non sono dimostrate nella realtà dell’azione, tutto il resto è pura immaginazione di estranei. Mentre l’economia neoclassica è assediata da modelli matematici, per imitare la fisica che nel novecento godeva di enorme prestigio, per gli austriaci, anche una curva della domanda non si può disegnare nel modo in cui si traccia una funzione matematica. Innanzitutto perché è ridondante violando il principio del rasoio di Occam che richiede l’essenziale. Per capire che la domanda si muove nella direzione inversa al prezzo bastano le parole, non è necessario scrivere y = f(p) con dy/dp = f' (p) ≤ 0. Poi le quantità acquistate sono discrete e, se non è continua, una funzione non è derivabile. Ma soprattutto non si può costruire la curva di domanda con tanti dati e calcolarne l’elasticità (cioè la reattività al cambiamento nei prezzi), perché le scelte passate non determinano le scelte future. Anche se si potesse trovare la funzione in grado di spiegare tutti i prezzi del burro negli ultimi cinquant’anni, non vi è garanzia che questa possa predire il suo prezzo preciso neppure del prossimo mese. Le ragioni delle variazioni del prezzo del burro sono di tipo tecnologico, climatologico, politico, dietologico, ecc… Nelle scelte umane ci sono troppe variabili, e comprendere che i fatti storici sono unici e irripetibili è un atteggiamento molto più “realista” di quello degli empiristi. Se i modelli econometrici fossero davvero in grado di prevedere il futuro economico perché allora non ci permettono di realizzare con regolarità alti guadagni in borsa? E perché poi limitarsi all’economia e non anche ad ogni aspetto del futuro? Questo non vuol dire che gli austriaci non si attendano, ad esempio, certe conseguenze di determinate politiche; il punto è che per essi il compito di un economista, è dirci cosa accadrebbe se, dandoci indicazioni di tipo qualitativo, non quantitativo. Come il fatto che se si fissa d’autorità il prezzo massimo per una risorsa si provocherà sovra-consumo, senza indicare il momento e la misura esatta di questo evento atteso. Tra l’altro, lo stesso atto di previsione può mutare le forze in gioco. Se un governo si attendesse una recessione, prendesse misure appropriate e la evitasse, cosa vuol dire, che la previsione era sbagliata o giusta? Non c’è una risposta empirica, ci vuole una teoria a-priori per rispondere. Piuttosto quella di prevedere il futuro è un’arte, un “fiuto”, più che una scienza. Gli austriaci poi sono critici della maggioranza delle misura statistiche raccolte, in fin dei conti, per pianificare l’economia. Essi non considerano neppure l’idea di macroeconomia, perché non ritengono possibile ridurre la complessità degli accordi di mercato in enormi aggregati. Non si può, ad esempio, dire che lo stock di capitale nazionale è una sommatoria di costi storici d’acquisto che chiamiamo K, perché lo stock di capitale è eterogeneo. Una parte del capitale va inteso per vendere beni domani e un’altra per una vendita tra dieci anni, e il passaggio del tempo è molto importante. Anche il Gdp o Prodotto interno lordo inerente al modello neoclassico è pieno di errori. Mentre per i keynesiani la maggiore spesa pubblica è un elevatore della domanda aggregata, per gli austriaci, come vedremo, essa è un tiranneggiare governativo sul consumo privato e, di conseguenza, un distruttore di offerta.

Proprietà pubbliche
Un altro refrain degli economisti neoclassici è l’analisi di fallimento del mercato. L’idea è che vi siano risorse, dette beni pubblici, come la pianificazione urbanistica, le vaccinazioni, le strade, la polizia, i parchi, i fari… i cui benefici si spandono oltre il consumatore diretto e quindi nel mercato nessuno si sobbarcherebbe l’onere di produrle, dal momento che tutti potrebbero goderne eludendone il pagamento. Tale difficoltà di escludere i cosiddetti free-riders implicherebbe che sia lo Stato a produrre i beni pubblici finanziandosi con la coercizione delle tasse. Questa visione di Samuelson, è stata contraddetta in modo definitivo dagli austriaci, oltre che smentita molte volte nella storia.Intanto la teoria dei public goods è pretestuosa poiché non vi è cosa al mondo a cui non si possano attribuire valenze collettive. Ma se, ad esempio, un passante gode delle esternalità positive diffuse un’aiuola fiorita, non significa che siamo legittimati a strappargli un pagamento. Se l’utilità è soggettiva e non misurabile, come si può sostenere scientificamente che la privazione inflitta da una tassa sia compensata dall’investimento in aiuole? Tutt’altra cosa sono, invece, le esternalità negative che costituiscono violazione di proprietà, come quando un industriale inquina con i suoi fumi l’aria del proprio vicino. Allora la questione diventa un crimine, talvolta difficile da scoprire, ma da punire attraverso il sistema giudiziario. Più in generale, gli austriaci sottolineano che non si può dire che il mercato fallisce in qualche produzione quando le libere azioni degli individui dimostrano il contrario. Se un bene non viene prodotto nel mercato, vuol dire che i consumatori non sono disposti a sostenere i costi di quella produzione; altrimenti qualcuno vi avrebbe investito ricavandoci un profitto o andando in pareggio. Non ha senso economicamente, ad esempio, che un ministro esprima il desiderio che ci siano più alberi e ne faccia piantare d’autorità tre per ogni cittadino. Il solo metodo per sapere di quanti alberi c’è bisogno è privatizzare tutti i terreni e lasciar fare al mercato. Se ve ne sono meno del necessario, verranno spontaneamente coltivati. Il mercato è il solo criterio disponibile per determinare come le risorse dovrebbero essere usate. Oggi molte cose vengono comunemente considerate beni pubblici solo perché lo Stato si arrogato la loro fornitura e ha vietato la proprietà e l’iniziativa privata in quei settori, non perché il mercato non le saprebbe produrre. Dietro la teoria dei beni pubblici vi è certamente anche una premessa welfarista. I neoclassici sostenitori del welfare affermano che, se la legge dell’utilità marginale decrescente è vera, prendendo un dollaro da un ricco e dandolo ad un povero, sotto forma ad esempio di assistenza sanitaria, si aumenterebbe il benessere sociale. A parte che formule come “bene pubblico”, “benessere sociale” sono prive di senso perché solo gli individui hanno scale di valori; il problema è ancora che l’utilità è soggettiva, non misurabile, non paragonabile tra persone, e qualunque compensazione è priva di basi razionali. Il welfare, inoltre, confiscando i produttori con la tassazione progressiva per dare ai non produttori, dissuade il lavoro produttivo. Ma forse l’aspetto peggiore è che il governo, finanziando progetti non profittevoli sottrae risorse che si sarebbero potute investire in produzioni che i consumatori desideravano davvero e che a causa dell’intervento governativo vengono abbandonate. Dire “investimento statale” è un ossimoro. I soli investimenti sono quelli fatti dall'imprenditore che rischiano i propri soldi nella speranza di soddisfare la futura domanda del consumatore. Gli investimenti pubblici sono noti sprechi di denaro, e si rivelano essere i consumi dei politici e dei burocrati. La redistribuzione, nei fatti, è un trasferimento di risorse non dai ricchi ai poveri, ma dalla società civile alla classe politico-burocratica ed alle lobby economicamente influenti. Tra i modi in cui lo Stato finanzia le sue opere, oltre alla fiscalità, vi è l’emissione di titoli sul mercato, come una specie di Spa. Il punto è che, potendo fissare arbitrariamente alti i tassi di interesse del debito pubblico, pagati dai contribuenti, spiazza ancora i veri investimenti privati. Poi non dimentichiamo gli effetti distruttivi della regolamentazione, anch’essi parte del welfare. La regolamentazione è come una tassazione poiché riduce i diritti di proprietà su beni che solo formalmente rimangono ai titolari. Le regolamentazioni sull’edilizia, sulla sicurezza, sul lavoro, ad esempio, non solo inibiscono la produzione imponendo costi aggiuntivi, ma impediscono il processo di scoperta imprenditoriale riducendo la gamma di alternative di migliori metodi di impiego del capitale.

Il sistema dei prezzi
Se il marchio distintivo dell’economia convenzionale è l’uso dei modelli, quello dell’economia Austriaca è una profondo apprezzamento del sistema dei prezzi. Se i neoclassici tendono implicitamente a considerare il prezzo come la misure matematica dell’utilità (si prenda ad esempio la teoria di Coase secondo cui i giudici di Stato possono assegnare le proprietà, basandosi sui prezzi di mercato al fine di massimizzare l’utilità sociale) per gli austriaci, invece, quel numero espresso in moneta è un indice sintetico delle scarsità relative, cioè di quanto una risorsa è disponibile rispetto a quanto è richiesta. Per informare l’intera economia che, ad esempio, l’offerta di lana si è ridotta, non è necessario far sapere a tutti consumatori del mondo che una malattia ha colpito le pecore scozzesi e invitarli a moderare il consumo di lana. Saranno i tessuti più cari a indurre spontaneamente un comportamento appropriato. Il sistema dei prezzi, inoltre, con i profitti, richiama i produttori affinché lavorino per esaudire i nostri bisogni, e con le perdite li induce a deviare i propri mezzi in direzione di diverse domande dei consumatori. Poi stimola l’invenzione di soluzioni tecnologiche che permettono di accontentare, a parità di sforzi produttivi, un maggior numero di persone. Il punto è che i prezzi devono essere generati all’interno di un sistema giuridico che rispetta rigorosamente la proprietà privata, facendo emergere le valutazioni soggettive del mercato, e non possono essere basati sui costi di produzione o altri criteri oggettivi come le ore di lavoro. Con tali argomenti Mises aveva predetto con straordinario anticipo il crollo delle economie socialiste. Nel 1920 Mises scrisse uno dei più importanti articoli del secolo: «Economic Calculation in the Socialist Commonwealth» seguito dal suo libro Socialism in cui sfidava i socialisti, (ad esempio Lange e Taylor), a spiegare come la loro economia sarebbe funzionata in assenza di proprietà privata e quindi di prezzi. Egli sosteneva che nel socialismo, dove tutte le risorse sono in mano allo Stato, essendo proibite le compravendite che danno luogo ai prezzi, un pianificatore non ha modo di sapere se sta usando le risorse efficientemente con il semplice calcolo dei profitti o delle perdite. A parte la questione che non ha neppure l’incentivo a operare bene poiché usa ricchezze non sue, il pianificatore non conosce i costi opportunità di questo o quell’impiego di mezzi produttivi, e quindi brancola nel buio, ignorando se è più opportuno investire nella produzione di scarpe o di libri di storia. Anche Hayek si è inserito nel dibattito sul calcolo economico, affiancando agli argomenti di Mises la sua teoria sull’uso della conoscenza nella società. Hayek sosteneva che le infinite conoscenze su circostanze particolari di tempo e luogo, frammentate e disperse tra tanti proprietari, che fanno funzionare il mercato, mai potranno essere concentrate nella mente di un singolo decisore centrale. E neppure potranno essere sostituite da modelli matematici o statistici, per quanto elaborati, perché non sono facilmente quantificabili (si pensi a come un piccolo industriale conosce le abilità dei suoi dipendenti, o come un negoziante intuisce i gusti dei suoi clienti). Notate come le previsioni di Mises sul socialismo erano aprioristiche, e non derivavano dall’osservazione empirica del funzionamento dei Soviet. Mises aveva spiegato anche perché il comunismo sarebbe durato a lungo (e nessuno poteva dire quanto), perché non era un completo comunismo finché poteva fare riferimento ai prezzi dei relativamente liberi mercati stranieri, e finché il mercato nero violava tutti i piani socialisti. Purtroppo pochissimi economisti mainstream, anche oggi, hanno compreso la sua lezione. E continuano a proporre interventi di politica economica che alterano i segnali dei prezzi. Un ovvio esempio sono le politiche agricole che sostengono i cereali e provocano enormi sovrapproduzioni; oppure i minimi salariali che rendono inevitabilmente disoccupati i lavoratori non qualificati; la legislazione antitrust che ha la presunzione di conoscere il giusto prezzo concorrenziale, chi avrebbe troppa quota di mercato e chi troppo poca, quale tipo di fusioni e acquisizioni danneggiano l’economia. Quando invece gli austriaci sostengono che la concorrenza si ha in assenza di barriere legali all’entrata, e che quindi i monopoli dannosi sono quelli creati coercitivamente dal governo e dalle lobby che di esso si servono. Dopo il dibattito sulla possibilità di un ordinamento socialista e fino a tutti gli anni Settanta, la Scuola austriaca è uscita di scena ed era ricordata solo nei testi di storia del pensiero economico. In questo periodo era difficile trovare un economista di rilievo che non condividesse i principi Keynesiani secondo cui il settore privato era irrazionale guidata da istinti animaleschi, che invece il governo era in grado di prevenire le recessioni, e che inflazione e disoccupazione erano inversamente correlati. Finché la stagflazione degli anni’70 e il conferimento del Premio Nobel nel ’74 ad Hayek, per la sua ricerca sui cicli economici, risvegliarono l’interesse accademico nei confronti della Scuola Austriaca e del libero mercato in genere.



-Per invertire radicalmente la tendenza allo statalismo si deve andare oltre l’economia e costruire un’etica oggettiva che condanni qualsiasi forma di aggressione ai diritti individuali (sia essa motivata dalla brama di potere, dal soddisfacimento dell’invidia o da qualunque buona intenzione della maggioranza) e che affermi invece il valore preminente della libertà individuale.


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DI SOLITO O NON SI CAPISCE QUEL CHE SI LEGGE, O ALLA LUCE DEL "PROPRIO"..."COMUNISMO" S RIGETTANO QUESTE VERITA'.

Io singolarmente aggiungo che si deve impedire che la Natura sia sfruttata.Se non si sfrutta (PUBBLICA ERGO DI TUTTI ) la natura infatti non si può accumulare Capitale.
La decrescita ha quindi senso se si voglia operare la distruzione dei monopoli , della concorrenza negativa ( la concorrenza non più essere eliminata nell'uomo, la concorrenza negativa è una concorrenza viziosa che quindi si avvarrebe di azioni criminali ) , dell'accumulo del capitale, altrimenti è un altro mezzo coercitivo del capitalismo per conquistare un'altra fetta di mercato, per mascherarsi dietro dei concetti più accettabili, per ridurre sulla povertà gli schiavi mantenendo invece standard inimmaginabili per i potenti.Questa è la realtà.
L'organizzazione sociale può anche venir chiamata STATO, ma questo deve di conseguenza non poter avere una azione monopolistica sul territorio e ciò è contraddittorio con il significato che si dà allo stato.
Che sia una Nazione-Stato invece che uno Stato-Nazione , ciò è determinato dal fatto che la degenerazione si fa più grave con l'andare del tempo.
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mar Ott 27 2009, 18:37

fonte http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=15210&Itemid=29

l'ho lievemente modificato; la parte su banche e moneta è stata da me cancellata

saluti
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mar Ott 27 2009, 20:46

L'articolo costituisce un capitolo del libro "The Economics and Ethics of Private Property". La traduzione è mia ( un tale di nome Maurizio ). Buona lettura.

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Cosa farò in questo capitolo: per prima cosa presenterò una serie di tesi che costituiscono il cuore della teoria marxista della storia. Affermo che tutte queste tesi sono essenzialmente corrette. Poi mostrerò come, nel marxismo, queste tesi vere vengono derivate da un punto di partenza falso. Infine voglio dimostrare come la teoria austriaca può dare una spiegazione corretta ma categoricamente differente della loro validità.

Inizierò esponendo il nocciolo del sistema di credenze marxista:

1. La storia dell'umanità è una storia di lotte di classe. Per la precisione è una storia di lotte tra una classe relativamente piccola di regnanti e una classe più grande di sfruttati. La principale forma di sfruttamento è economica: la classe regnante espropria una parte dei beni prodotti dagli sfruttati o, come dicono i marxisti, "si appropria del plusvalore sociale e lo usa a scopo di consumo personale".

2. La classe regnante è tenuta assieme dal fatto che i membri hanno un interesse comune a mantenere la propria posizione di sfruttatori e massimizzare la quantità di plusvalore di cui si appropriano con atti di sfruttamento. Questa classe non cede mai volontariamente una parte del potere o del reddito che ha ottenuto mediante sfruttamento. Al contrario, qualunque perdita di potere o reddito deve essere sottratta loro mediante una lotta, il cui esito dipende in ultima analisi da quanto è forte la coscienza di classe degli sfruttati, cioè da fino a che punto essi sono consapevoli di essere sfruttati e da fino a che punto si uniscono consapevolmente ad altri membri della classe per opporsi insieme allo sfruttamento.

3. il regno di una classe si manifesta principalmente sotto forma di specifiche disposizioni che riguardano le assegnazioni dei diritti di proprietà o, nella terminologia marxista, sotto forma di specifiche "relazioni di produzione". Per proteggere e conservare queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe regnante crea un apparato di coercizione, che si chiama Stato, e ne assume il comando. Lo Stato fa applicare una data struttura di classe e la propaga nel tempo mediante l'amministrazione di un sistema di "giustizia di classe"; lo Stato favorisce inoltre la creazione e il mantenimento di una struttura ideologica finalizzata a dare legittimità all'esistenza della classe regnante.

4. internamente, il processo di concorrenza all'interno della classe regnante genera la tendenza ad aumentare la concentrazione e la centralizzazione del potere. Un sistema di sfruttamento inizialmente multipolare viene gradualmente soppiantato da un sistema oligarchico o monopolistico. Rimane operativo un numero sempre minore di centri di potere, e quelli che restano operativi vengono sempre più integrati in una struttura gerarchica. Esternamente (cioè nei confronti del sistema internazionale) questo processo di centralizzazione condurrà a guerre imperialiste tra i vari stati (sempre più intense quanto più è avanzato il processo di centralizzazione) e all'espansione territoriale del regno sfruttatore in questione.

5. Infine, quando la centralizzazione e l'espansione del regno sfruttatore si avvicina gradualmente al suo limite ultimo di dominazione totale del mondo, il regno della classe regnante diventa sempre più incompatibile con un ulteriore sviluppo e miglioramento delle "forze produttive". La stagnazione economica e le crisi diventano sempre più caratteristiche e creano le "condizioni oggettive" per la nascita di una coscienza di classe rivoluzionaria tra gli sfruttati. Questa è una situazione matura per l'affermazione di una società senza classi, in cui lo Stato "retroceda e svanisca", cioè per la sostituzione del governo di un uomo su un altro uomo con l'amministrazione delle cose e, come risultato, una prosperità economica senza precedenti.

Tutte queste tesi ammettono una giustificazione perfettamente valida, come mostrerò. Sfortunatamente, però, il marxismo, pur abbracciando tutte queste tesi, ha screditato la loro stessa validità pretendendo di derivarle da una teoria dello sfruttamento palesemente assurda.

Che cos'è la teoria marxista dello sfruttamento? Secondo Marx, sistemi sociali pre-capitalisti come la schiavitù e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Su questo non c'è alcuna disputa. Infatti, dopotutto, lo schiavo non è un lavoratore libero, e non si può dire che egli ottenga un guadagno dal fatto di essere schiavo. Al contrario, essendo schiavo, egli subisce una perdita di utilità [un danno] alle spese di un incremento di ricchezza del suo padrone schiavista. In questo caso l'interesse dello schiavo e quello del suo padrone sono essenzialmente opposti. Lo stesso vale per gli interessi del signore feudale, il quale pretende e riscuote un affitto dal contadino che coltiva una terra, terra che però è di proprietà del contadino stesso, in quanto il contadino aveva effettuato su di essa l' "appropriazione originaria" o "homesteading". [Cioè il contadino aveva trovato una terra priva di proprietario e l'aveva trasformata con il suo lavoro, divenendo così il giusto proprietario di quella terra; quindi il signore feudale non aveva alcun diritto sulla terra in questione, quindi non aveva alcun diritto di pretendere un affitto dal contadino. NdM]. In questo caso il signore feudale ottiene un guadagno alle spese del contadino, il quale ottiene una perdita.

Non è neppure in discussione il fatto che la schiavitù e il feudalesimo abbiano realmente impedito e rallentato lo sviluppo di forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o servitù.

L'idea marxista davvero nuova è che sotto il capitalismo non cambia sostanzialmente nulla dal punto di vista dello sfruttamento. (Cioè non cambia nulla se lo schiavo diventa un lavoratore libero, o se il contadino decide di coltivare una terra di cui qualcun altro è proprietario e di pagare un affitto al proprietario in cambio del permesso di coltivarla). Per avvalorare questa tesi Marx, nel famoso capitolo 24 del primo volume del suo "Il Capitale", intitolato "la cosiddetta accumulazione originale", offre un resoconto storico della nascita del capitalismo in cui afferma che una gran parte, o persino la maggior parte, della proprietà iniziale dei capitalisti è il risultato di saccheggi, espropriazioni e conquiste. Similmente, nel capitolo 25, nella "moderna teoria del colonialismo", viene molto enfatizzato il ruolo dell'uso della forza e della violenza nell'esportare il capitalismo in quello che oggi si chiamerebbe Terzo Mondo. Tutto questo è generalmente corretto, e per questo motivo non può esistere alcun dissenso nel dire che questo tipo di capitalismo è basato sullo sfruttamento. D'altra parte non bisogna farsi sfuggire che qui Marx ha usato un trucco. Mentre porta avanti la sua investigazione storica e suscita l'indignazione del lettore verso le brutalità che sono alla base della formazione di molte fortune dei capitalisti, in realtà Marx sta aggirando l'argomento in questione. Sta distraendo il lettore dal fatto che la sua tesi in realtà è diversa: la sua tesi è che, anche se avessimo un capitalismo per così dire "pulito", cioè un capitalismo in cui l'appropriazione originaria del capitale avvenisse in modo onesto, cioè fosse il risultato soltanto dell' "homesteading" [l'atto di trasformare con il proprio lavoro una risorsa naturale precedentemente priva di proprietario], del lavoro e del risparmio, anche in questo caso il capitalista che affittasse il lavoro di impiegati pagandoli con questo capitale li starebbe ancora sfruttando. Anzi, Marx considerava la dimostrazione di questa tesi come il suo maggior contributo all'analisi economica.

Qual è dunque la sua dimostrazione della natura sfruttatrice del capitalismo pulito?

Consiste nell'osservare che i prezzi dei fattori della produzione, e in particolare i salari pagati ai lavoratori dal capitalista, sono più bassi dei prezzi del prodotto finale. Ad esempio, il lavoratore viene pagato con un salario che rappresenta beni di consumo che si possono produrre in tre giorni, ma in realtà lavora cinque giorni per avere questo salario e produce una quantità di beni di consumo maggiore di ciò che riceve come compenso. Il capitalista si è quindi impossessato di ciò che l'impiegato ha prodotto in quei due giorni di differenza (che nella terminologia marxista si chiama plusvalore). Quindi, secondo Marx, c'è sfruttamento.

[Nota: quindi per Marx lo sfruttamento è un vero e proprio furto, da parte del capitalista, di un bene che in realtà è di proprietà del lavoratore, in quanto è il lavoratore ad averlo prodotto. Questo significa che Marx ha il senso dei diritti di proprietà: per lui lo sfruttamento è tale in quanto è un furto di proprietà privata. E Marx ha anche il senso di "giusto proprietario": per lui il proprietario legittimo di un bene è colui che lo ha prodotto. Questo sembra identico alla teoria libertaria. NdM].

Dov'è l'errore in questa analisi? La risposta diventa ovvia non appena ci chiediamo perché mai il lavoratore dovrebbe acconsentire a un simile accordo! Egli acconsente perché il suo salario rappresenta beni presenti, mentre il suo lavoro rappresenta soltanto beni futuri, e per lui i beni presenti hanno maggior valore dei beni futuri. Dopo tutto, egli potrebbe anche decidere di non vendere il suo lavoro al capitalista e di tenere per sé l'intero valore di ciò che produce. Ma in questo caso dovrebbe attendere più tempo prima di poter avere tra le mani dei beni da consumare. Il fatto che decide di vendere i suoi servizi dimostra che preferisce una quantità minore di beni di consumo adesso ad una quantità probabilmente maggiore in un momento futuro. D'altra parte, perché il capitalista dovrebbe voler fare un accordo con il lavoratore? Perché dovrebbe voler anticipare al lavoratore beni presenti (denaro) al lavoratore in cambio di servizi che daranno i loro frutti soltanto più tardi? Ovviamente, il capitalista non desidererebbe mai pagare, ad esempio, $100 adesso, se dopo un anno dovesse ricevere la stessa quantità. Infatti, in tal caso, perché non tenere semplicemente in cassaforte quei soldi per un anno, ricevendo così il beneficio aggiuntivo di poterli usare in quel periodo? Al contrario, il capitalista deve aspettarsi di ricevere in futuro una cifra maggiore di $100, per decidere di cedere $100 oggi sotto forma di salario al lavoratore. Deve aspettarsi di riuscire ad ottenere un profitto o, più correttamente, un interesse. Anche il capitalista è soggetto ai vincoli della preferenza temporale, cioè il fatto che un essere umano invariabilmente preferisce ottenere un bene prima piuttosto che poi [a parità di altri fattori]. Altrimenti, dato che è possibile a ottenere una somma più grande in futuro sacrificandone una più piccola nel presente, perché il capitalista non risparmia ancora di più per il futuro di quanto fa adesso? Perché non affitta ancora più lavoratori di quanto fa adesso, se ognuno di loro gli promette un ritorno aggiuntivo sotto forma di interessi? Ancora una volta la risposta dovrebbe essere ovvia: perché il capitalista è anche un consumatore, e non può fare a meno di esserlo. La quantità dei suoi risparmi e investimenti è limitata dalla necessità: anche lui come il lavoratore ha bisogno di una quantità di beni presenti "abbastanza grande da assicurargli la soddisfazione di tutti quei desideri la cui soddisfazione durante il tempo di attesa è considerata più urgente dei vantaggi che gli deriverebbero dall'allungare ancora di più il periodo di produzione". [citazione di Ludwig Von Mises]

Quindi l'errore nella teoria dello sfruttamento marxista è che Marx non comprende il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell'azione umana. Il fatto che il lavoratore non riceve "l'intero valore" di ciò che produce non ha niente a che fare con lo sfruttamento, ma riflette semplicemente il fatto che è impossibile per un essere umano scambiare un bene futuro con un bene presente se non a un prezzo minore.

A differenza del caso dello schiavo e del padrone, in cui il padrone ottiene un beneficio alle spese dello schiavo, la relazione tra un lavoratore libero e un capitalista è una relazione di beneficio reciproco. Il lavoratore sceglie di entrare nell'accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una quantità minore di beni oggi ad una quantità maggiore domani; e il capitalista entra nell'accordo perché, data la sua preferenza temporale, ha un ordine di preferenze opposto, e preferisce una quantità maggiore di beni domani ad una quantità più piccola oggi. I loro interessi non sono antagonistici ma sono in armonia. [E' proprio il fatto che essi desiderano cose diverse a rendere possibile la collaborazione mutuamente benefica, NdM]. Infatti, se il capitalista non si aspettasse un ritorno sotto forma di interesse, il lavoratore starebbe peggio, in quanto dovrebbe attendere più a lungo di quanto non desideri fare; e, se il lavoratore non preferisse beni presenti rispetto ai beni futuri, il capitalista starebbe peggio, perché dovrebbe ricorrere a metodi di produzione meno efficienti, e dotati di minore estensione temporale, rispetto a quelli che vorrebbe adottare.

Né si può considerare il sistema di salari capitalistico come un impedimento allo sviluppo delle forze di produzione, come sostiene Marx. Se al lavoratore non fosse permesso vendere il proprio lavoro e al capitalista non fosse permesso comprarlo, la produzione non sarebbe maggiore bensì minore, perché dovrebbe avvenire con un capitale accumulato minore.

Contrariamente alle affermazioni di Marx, sotto un sistema di produzione socializzato, lo sviluppo di forze produttive non raggiungerebbe nuove vette ma sprofonderebbe disastrosamente. Infatti, ovviamente, l'accumulazione di capitale deve essere compiuta da qualcuno; da individui precisi in momenti precisi di spazio e di tempo, mediante l'homesteading [=l'atto di trasformare risorse naturali precedentemente prive di proprietario, divenendone legittimo proprietario], la produzione e/o il risparmio. In ciascun caso chi effettua tale accumulazione di capitale lo fa perché si aspetta che ciò condurrà ad un aumento di produzione di beni in futuro. Il valore che una persona attribuisce al suo capitale riflette il valore che egli attribuisce a tutti i redditi futuri derivanti dal suo utilizzo, scontato in base al suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso in cui i fattori di produzione sono di proprietà collettiva, a una persona viene negato il controllo esclusivo sul capitale che ha accumulato, e quindi sul reddito futuro che deriva dal suo utilizzo, ma al contrario viene assegnato un controllo parziale del capitale a persone non-proprietarie, non-produttrici e non-risparmiatrici, il valore per lui del suo reddito atteso si riduce, e quindi si riduce il valore del capitale in questione. Il suo tasso di preferenza temporale si alzerà [cioè desidererà più i beni presenti e meno i beni futuri] ed avverranno meno operazioni di homesteading [vedi sopra] e meno risparmio per il mantenimento di risorse esistenti e per la produzione di nuovo capitale. Si accorcerà il periodo di produzione (l'estensione temporale della struttura di produzione) e ne risulterà un impoverimento [una diminuzione della produzione].

Se la teoria di Marx dello sfruttamento e le sue idee su come porre fine allo sfruttamento e ottenere una prosperità universale sono false fino al ridicolo, è chiaro che qualunque teoria storica che si derivi da esse deve essere anch'essa falsa. Oppure, se è corretta, deve essere stata derivata in modo errato. [Nota mia: a voler essere pignoli, da ipotesi false si può derivare tanto il vero quanto il falso, in modo egualmente corretto. NdM] Anziché addentrarmi nel lungo compito di illustrare tutti gli errori nell'argomento di Marx, che comincia dalla teoria dello sfruttamento capitalistico e termina con la teoria storica che ho presentato prima, prenderò una scorciatoia: descriverò nel modo più breve possibile una teoria dello sfruttamento corretta, la teoria austriaca Mises-Rothbard; illustrerò come questa teoria renda sensata la teoria storica di classe; ed evidenzierò alcune differenze cruciali tra questa teoria di classe e quella marxista, evidenziando alcune affinità intellettuali tra il marxismo e la teoria austriaca, affinità che nascono dalla loro convinzione condivisa che esista realmente una forma di sfruttamento ed una classe regnante.

Il punto di partenza della teoria austriaca dello sfruttamento è chiaro e semplice, come dovrebbe essere. Abbiamo notato in precedenza che la relazione tra lo schiavo il padrone, o tra il servo e il signore feudale, era una relazione di sfruttamento. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile sotto il capitalismo pulito. Qual è differenza principale tra questi due casi? La risposta è: il riconoscimento o il non riconoscimento del principio di homesteading [il principio secondo cui chi trasforma col suo lavoro una risorsa naturale precedentemente priva di proprietario ne diventa il legittimo proprietario, NdM]. Il motivo per cui nel feudalesimo il contadino è sfruttato è che egli non ha il controllo esclusivo su una terra su cui ha fatto homesteading [cioè è stato il primo a insediarsi su di essa, divenendone il legittimo proprietario, NdM]; ed il motivo per cui lo schiavo è sfruttato è che non ha il controllo esclusivo sul proprio corpo, di cui ha fatto homesteading [al momento della nascita, NdM]. Se, al contrario, ognuno possiede il controllo esclusivo sul proprio corpo (cioè è un lavoratore libero) ed agisce nel rispetto del principio dell'homesteading [cioè non invade il legittimo proprietario di un terreno, che per primo vi si è insediato e lo ha coltivato, NdM], allora non può esistere alcuno sfruttamento. Se una persona si appropria legittimamente di un bene privo di proprietario (mediante homesteading) e impiega tale bene per la produzione di beni futuri, è logicamente assurdo affermare che questa persona sta sfruttando qualcuno. Infatti in questo processo niente è stato sottratto ad alcuno, e inoltre sono stati creati dei beni aggiuntivi. E sarebbe ugualmente assurdo affermare che un accordo tra legittimi proprietari di risorse, risparmiatori e produttori, che riguarda i loro beni e servizi ottenuti senza sfruttare nessuno, possa costituire un atto disonesto. Al contrario, lo sfruttamento ha luogo ogni volta che avviene una deviazione dai principi dell'homesteading. È sfruttamento ogni volta che una persona pretende e riesce ad ottenere un controllo parziale o totale su una risorsa scarsa di cui lui non ha fatto homesteading [cioè non è stato il primo a trasformarla con il proprio lavoro], né l'ha risparmiata o prodotta, né l'ha ottenuta mediante un contratto dal precedente proprietario-produttore. Lo sfruttamento è l'espropriazione dei legittimi proprietari, produttori e risparmiatori, da parte di individui che sono arrivati dopo, non-produttori, non-risparmiatori, non-stipulatori-di-contratti; lo sfruttamento è l'espropriazione di persone i cui diritti di proprietà sono fondati sul lavoro e sul contratto, effettuata da persone le cui pretese sono campate in aria e che non riconoscono la legittimità del lavoro altrui e dei contratti altrui.

Inutile dirlo, lo sfruttamento così definito è parte integrante della storia umana. Si può acquisire ed aumentare la propria ricchezza in due modi: o mediante l'homesteading, la produzione, il risparmio, la partecipazione a contratti; oppure espropriando gli homesteader [=i legittimi proprietari], produttori, risparmiatori e stipulatori di contratti. Non esistono altri modi. Entrambi i metodi sono naturali per l'umanità. Oltre all'appropriazione legittima, la produzione e il contratto, sono sempre esistite acquisizioni di proprietà non produttive e non contrattuali. E nel corso dello sviluppo economico, proprio come i produttori e gli stipulatori di contratti possono associarsi in compagnie, imprese e corporazioni, anche gli sfruttatori possono unirsi in società di sfruttamento su grande scala, governi e Stati. La classe regnante (che può essere internamente divisa in vari strati) è inizialmente composta dai membri di tale compagnia di sfruttamento. Con una classe regnante saldamente al potere su un dato territorio ed impegnata nell'espropriazione di risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, la lotta di classe tra gli sfruttatori e gli sfruttati diventa realmente l'aspetto centrale della storia umana. Quindi la storia, raccontata correttamente, è sostanzialmente la storia delle vittorie e delle sconfitte dei regnanti nel loro tentativo di massimizzare il proprio reddito ottenuto con lo sfruttamento, e dei sudditi nei loro tentativo di resistere e di invertire questa tendenza. È in questa lettura della storia che i marxisti e gli austriaci sono d'accordo, ed è per questo che esiste una notevole affinità intellettuale tra le indagini storiche marxiste e austriache. Entrambe le scuole si oppongono ad una storiografia che riconosce soltanto un'azione o un'interazione che è tutta sullo stesso piano economicamente e moralmente; ed entrambe si oppongono ad una storiografia che, anziché essere neutrale dal punto di vista dei valori, ritiene che i propri giudizi di valore, introdotti arbitrariamente, debbano fornire la linea guida per la propria narrazione storica. Al contrario, la storia deve essere raccontata in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento economico, di proprietà privata e della sua distruzione; altrimenti è raccontata in modo falso.

Mentre le imprese private nascono a causa del sostegno volontario della gente e muoiono a causa della sua assenza di sostegno, la classe regnante non entra mai al potere a causa della domanda della popolazione, e non abdica quando la popolazione desidera evidentemente che lo faccia. Né, per quanto sforziamo l'immaginazione, possiamo dire che i legittimi proprietari, produttori, risparmiatori e contraenti abbiano mai domandato volontariamente di essere espropriati. Al contrario è necessario costringerli ad accettare l'espropriazione, e questo dimostra in modo conclusivo che non c'è domanda per la compagnia di sfruttamento. Per far morire un'impresa privata produttiva è sufficiente astenersi dal fare transazioni con essa, cioè effettuare un boicottaggio; ma per la classe regnante questo non è possibile. Infatti, la classe regnante acquisisce il suo reddito mediante transazioni non contrattuali [= scambi forzati sotto minaccia di atti invasivi], quindi non è vulnerabile al boicottaggio. Al contrario, ciò che rende possibile la nascita di una compagnia di sfruttamento, e l'unica cosa che può distruggerla, è un preciso stato dell'opinione pubblica, o, nella terminologia marxista, un preciso stato di coscienza di classe.

Uno sfruttatore crea delle vittime, e una vittima è un potenziale nemico. Se il gruppo degli sfruttatori ha più o meno la stessa dimensione del gruppo degli sfruttati, potrebbe riuscire a mettere a tacere questa resistenza mediante la forza. Ma occorre più della semplice forza affinché un gruppo piccolo possa espandere lo sfruttamento su una popolazione molto più numerosa. Affinché questo possa avvenire, una compagnia di sfruttamento deve anche avere il sostegno del pubblico. Una maggioranza della popolazione deve accettare le azioni di sfruttamento come legittime. Questa accettazione può consistere tanto nell'entusiasmo attivo quanto in una rassegnazione passiva. Ma deve essere accettazione, nel senso che una maggioranza deve avere abbandonato l'idea di resistere attivamente o passivamente a qualunque tentativo di applicare acquisizioni di proprietà non-contrattuali e non-produttive. La coscienza di classe deve essere bassa, vaga e confusa. Solo fino a che dura questo stato di cose, una società di sfruttamento può prosperare anche se non c'è domanda per essa. La classe regnante può essere spodestata solo se gli sfruttati e gli espropriati si rendono conto chiaramente della loro condizione e si uniscono tra loro in un movimento ideologico che dia espressione all'idea di una società senza classi, dove ogni sfruttamento sia abolito. Il potere della classe regnante può crollare solo se una maggioranza del pubblico sfruttato si integra consapevolmente in questo movimento e di comune accordo manifesta indignazione verso ogni acquisizione di proprietà non contrattuale e non produttiva, mostra disprezzo per chiunque prenda parte a tali atti, e deliberatamente non fa nulla per aiutarli ad avere successo (per non parlare di cercare di ostacolarli attivamente).

L'abolizione graduale del regno feudale ed assolutista e la nascita di società sempre più capitaliste nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti, e la conseguente crescita economica senza precedenti ed incremento di popolazione ineguagliato, sono stati il risultato di una maggiore coscienza di classe nella categoria degli sfruttati. Il motivo per cui gli sfruttati sono riusciti in quel periodo ad acquisire una coscienza di classe così forte è che erano ideologicamente tenuti assieme dalla dottrina del liberalismo e dei diritti naturali. La scuola marxista e quella austriaca sono concordi su questo. Sono in disaccordo, invece, sulla seguente affermazione: l'inversione di questo processo di liberalizzazione ed il regolare aumento del livello di sfruttamento in queste società, avvenuta a partire dall'ultimo terzo del diciannovesimo secolo e particolarmente accentuato dopo la prima guerra mondiale, sono il risultato di una perdita di coscienza di classe. In realtà, secondo gli austriaci, il marxismo ha gran parte della colpa di ciò, perché ha deviato l'attenzione della popolazione dal modello corretto di sfruttamento (che contrappone la figura dell'homesteader-produttore-risparmiatore-contraente alla figura del nonproprietario-nonproduttore-nonrisparmiatore-noncontraente) verso il modello fallace che contrappone il lavoratore salariato al capitalista, in tal modo confondendo le idee.

L'ascesa al potere di una classe regnante sopra una classe sfruttata molto più numerosa, mediante ... la manipolazione dell'opinione pubblica ... , trova la sua espressione più elementare a livello istituzionale nella creazione del sistema del diritto pubblico, che venne sovrapposto al diritto privato. La classe regnante si separa e protegge la sua posizione di classe regnante adottando una costituzione che regoli il modo di funzionare della compagnia di sfruttamento. Da una parte, formalizzando le operazioni interne all'apparato, e il modo in cui lo Stato si relaziona alla popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità legale. Più le nozioni di diritto privato, familiari e popolari, vengono incorporate nel diritto pubblico e costituzionale, più ciò condurrà alla creazione di un'opinione pubblica favorevole. D'altra parte, qualunque costituzione di diritto pubblico deve necessariamente formalizzare lo status eccezionale della classe regnante nei confronti del principio dell'homesteading [cioè deve formalizzare il fatto che la classe regnante è l'unica che può compiere atti invasivi della proprietà altrui, onestamente guadagnata]. Formalizza cioè il diritto del rappresentante dello Stato di prender parte ad un'acquisizione di proprietà non-contrattuale e non-produttiva, e formalizza in tal modo la definitiva subordinazione del diritto privato al diritto pubblico.

In questo dualismo tra diritto pubblico e diritto privato, in questo infiltrarsi del diritto pubblico all'interno del diritto privato, nasce la giustizia di classe, cioè una situazione in cui un certo insieme di leggi si applica ai regnanti e un altro insieme di leggi si applica ai sudditi. Il motivo per cui nasce la giustizia di classe non è, come pensano i marxisti, che la legge riconosce i diritti di proprietà privata. Al contrario, la giustizia di classe nasce precisamente ogni volta che esiste una distinzione legale tra una classe di persone, che agisce sotto il diritto pubblico ed è tutelata da esso, e un'altra classe che agisce sotto un qualche diritto privato subordinato. Quindi, più precisamente, è falsa l'affermazione di fondo della teoria marxista dello Stato: il motivo per cui lo Stato è sfruttatore non è che protegge i diritti di proprietà dei capitalisti, ma che esso stesso è esente dal vincolo di dover ottenere la propria proprietà in modo contrattuale e produttivo. [Ricordiamo che lo Stato non ottiene le proprie entrate mediante l'homesteading e lo scambio volontario, come un onesto uomo d'affari, bensì mediante la minaccia di violenza. NdM.]

Nonostante questo fraintendimento di fondo, il marxismo fornisce tuttavia delle osservazioni corrette e importanti circa la logica del comportamento dello Stato, proprio in quanto interpreta correttamente lo stato come un ente sfruttatore (a differenza, ad esempio, della scuola della Scelta Pubblica [fondata dagli economisti Buchanan e Tullock, NdM], che considera lo Stato una compagnia come tutte le altre).

Uno dei meriti del marxismo è che riconosce la funzione strategica delle politiche di redistribuzione operate dallo Stato. Lo Stato, come compagnia sfruttatrice, ha sempre interesse a che la coscienza di classe tra gli sfruttati sia bassa. La redistribuzione della proprietà e del reddito (una politica di tipo divide et impera) è il mezzo con cui lo Stato crea divisioni all'interno del pubblico e distrugge la formazione di una coscienza di classe unificante tra gli sfruttati. Inoltre, lo Stato effettua anche un altro tipo di redistribuzione: la ridistribuzione del potere stesso dello Stato. Attraverso la democratizzazione della costituzione dello Stato, a tutti viene data la possibilità di assumere una posizione di regnante e il diritto di partecipare alla determinazione del personale e delle politiche dello Stato. Questo è un mezzo per ridurre la resistenza del pubblico contro lo sfruttamento.

Un secondo merito del marxismo è che considera correttamente lo Stato come il grande centro di propaganda e mistificazione ideologica: lo sfruttamento e la schiavitù sono in realtà libertà; le tasse sono in realtà contributi volontari [questa affermazione può sembrarvi assurda ma è contenuta nella costituzione degli Stati Uniti, NdM]; le relazioni non contrattuali sono in realtà "concettualmente" contrattuali; nessuno regna su nessuno, ma siamo noi a governarci da soli; senza lo Stato non esisterebbe né legge né diritto né sicurezza; i poveri morirebbero; ecc. Tutto questo è parte della struttura ideologica progettata per dare legittimità ad una base sottostante di sfruttamento economico. [Nota mia: chi conosce la teoria dell'evoluzione sa che, affinché esista un progetto, non è necessario che esista un progettista consapevole. NdM.]

In terzo luogo, i marxisti hanno ragione anche nel notare la stretta associazione tra lo Stato e il mondo degli affari, specialmente l'elite dei banchieri --- anche se loro spiegazione di questo fenomeno è sbagliata. La ragione di questa collusione non è che l'establishment borghese percepisce e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà privata e del contrattualismo. Al contrario, l'establishment percepisce correttamente lo Stato come l'antitesi stessa della proprietà privata, ed è proprio per questo che si interessa ad esso molto da vicino. Più un'impresa ha successo, più corre il rischio di essere sfruttata dal governo; ma aumenta anche il potenziale guadagno che l'impresa può ottenere se riesce ad ottenere la protezione speciale del governo e ad essere esentata dal peso della concorrenza che è propria del capitalismo e della proprietà privata. È questo il motivo per cui l'establishment del mondo degli affari si interessa allo Stato e si infiltra nello Stato. L'elite di regnanti a sua volta è interessata a cooperare da vicino con il mondo delle imprese a causa del suo potere finanziario. In particolare, l'elite dei banchieri attrae particolarmente l'interesse dello Stato poiché lo Stato, come compagnia sfruttatrice, mira ad ottenere il monopolio della contraffazione della moneta.

Lo Stato offre ai banchieri l'opportunità di diventare complici delle sue macchinazioni di contraffazione, e di aggiungere un secondo tipo di contraffazione (la riserva frazionaria) ad una moneta che è già contraffatta in partenza [in quanto inflazionistica. Vedere qui per maggiori informazioni. NdM]. in questo modo lo Stato può facilmente raggiungere il suo obiettivo: ottenere un monopolio della produzione del denaro e un sistema di cartelli bancari controllati dalla Banca centrale dello Stato. Attraverso questa connessione diretta con il sistema bancario e, per estensione, con i maggiori clienti delle banche, la classe regnante riesce di fatto a estendersi ben oltre l'apparato dello Stato, fino ai centri nervosi della società civile; ciò non è molto diverso dallo scenario dipinto dai marxisti della cooperazione tra le banche, le elite imprenditoriali e lo Stato.

La concorrenza all'interno della classe regnante e attraverso le diverse classi di regnanti produce una tendenza verso una concentrazione sempre maggiore [tendenza verso il monopolio, NdM]. Il marxismo è corretto anche in questo. Ma, ancora una volta, la sua fallace teoria dello sfruttamento lo porta a fraintendere la causa di questa tendenza. Il marxismo considera questa tendenza all'accentramento come un aspetto intrinseco alla competizione capitalistica. Al contrario, è esattamente fino a che esiste un capitalismo pulito che la concorrenza non è un gioco a somma zero. Colui che si appropria legittimamente di risorse prive di proprietario, che produce, che risparmia e che stringe contratti con altri, non ottiene mai un guadagno alle spese di qualcun altro. Il suo guadagno lascia gli averi altrui completamente intatti o addirittura implica un guadagno reciproco (come nel caso di tutti gli scambi volontari mediante contratto). In questo modo il capitalismo riesce ad aumentare la quantità complessiva di ricchezza. Ma sotto il capitalismo non si può dire che esista alcuna tendenza verso una concentrazione relativa. (Si veda a tale proposito il capitolo 10 di Man, Economy and State di Rothbard, sezione intitolata "il problema di un unico grande cartello"; ed anche "Socialismo" di Mises, capitoli 22-26.) Al contrario, un gioco a somma zero è ciò che caratterizza non solo la relazione tra il regnante e il suddito, ma anche tra regnanti in competizione tra loro. Lo sfruttamento, definito come un'acquisizione di proprietà non contrattuale e non produttiva, è possibile solo fino a che esiste qualcosa di cui appropriarsi. Eppure, se ci fosse competizione libera nel mercato dello sfruttamento, naturalmente non ci sarebbe più nulla da espropriare. Quindi lo sfruttamento richiede un monopolio su un dato territorio e una data popolazione; e la competizione tra gli sfruttatori è per sua stessa natura di tipo eliminativo e deve produrre una tendenza alla concentrazione relativa di compagnie di sfruttamento così come una tendenza verso la centralizzazione all'interno di ciascuna compagnia di sfruttamento. Lo sviluppo di stati, anziché di compagnie capitaliste, fornisce l'illustrazione più evidente di questa tendenza: rispetto ai secoli scorsi, oggi c'è un numero minore di stati, che hanno controllo su territori molto più vasti. E all'interno di ogni apparato statale c'è stata in realtà una tendenza costante verso l'aumento del potere del governo centrale alle spese delle divisioni regionali e locali. Eppure anche al di fuori dell'apparato dello Stato è divenuta evidente una tendenza verso una concentrazione relativa, per la stessa ragione. Il motivo, come ora dovrebbe essere chiaro, non è un tratto inerente al capitalismo, ma è che la classe regnante ha espanso il suo dominio fino al cuore della società civile attraverso la creazione di alleanze tra banche, imprese e Stato, e in particolare ha stabilito un sistema di banche centralizzato. Se avviene una concentrazione e centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che questa sia accompagnata da un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione del settore bancario e dell'industria. Assieme ad un aumento del potere dello Stato, aumenta il potere dell'establishment bancario e affaristico di eliminare i concorrenti o di renderli pesantemente svantaggiati mediante espropriazioni non contrattuali e non produttive. L'aumento di concentrazione nel mondo degli affari è il prodotto della statalizzazione della vita economica.

Il mezzo primario con cui lo Stato espande il proprio potere ed elimina i suoi rivali nel business dello sfruttamento è costituito dalla guerra e dalla dominazione militare. Le competizioni tra gli Stati implicano una tendenza verso la guerra e l'imperialismo. In quanto compagnie di sfruttamento, gli Stati hanno interessi per loro natura antagonistici. Inoltre, dato che ogni classe regnante è al comando degli strumenti di tassazione ed ha poteri assoluti di contraffazione del denaro, le classi regnanti riescono a far pagare ad altri i costi delle loro guerre. Naturalmente, se qualcuno non deve pagare in prima persona per i rischi che corre, ma può scaricare questi costi sugli altri, costringendo altri a pagare, tenderà ad assumersi più rischi, e ad avere il grilletto più facile di quanto avrebbe altrimenti. Il marxismo, a differenza di molte delle cosiddette scienze sociali borghesi, è corretto nel suo resoconto dei fatti: esiste realmente una tendenza verso l'imperialismo nella storia; e le principali forze imperialiste sono davvero i paesi capitalisti più avanzati. Eppure la spiegazione marxista per questo fenomeno è ancora una volta errata. Ciò che è per natura aggressivo è lo Stato, in quanto è un'istituzione esente dalle regole capitaliste di acquisizione di proprietà. [Ricordiamo che il capitalismo è un sistema in cui la proprietà si può acquisire solo in due modi: o mediante lo scambio volontario, o mediante l'homesteading di risorse prive di proprietario; e non è ammesso alcun atto invasivo della proprietà altrui. NdM]. Ciò è solo apparentemente contraddetto dall'evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo. Questa correlazione si può spiegare abbastanza facilmente come segue: uno Stato, per poter trionfare in una guerra tra Stati, deve controllare una quantità sufficiente di risorse economiche (rispetto agli altri Stati). A parità di altri fattori, lo Stato con risorse più ampie trionferà. In quanto compagnia di sfruttamento, uno Stato è per natura un ente distruttore di ricchezza e di capitale accumulato. La ricchezza può venire prodotta esclusivamente da una società civile; e più è debole il potere di sfruttamento dello Stato, più ricchezza e capitale vengono accumulati dalla società. Quindi, per quanto ciò possa sembrare paradossale, più uno Stato è internamente debole e liberale, più è sviluppato il suo capitalismo; ma il fatto di avere un'economia capitalista da depredare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco può fare più guerre espansionistiche e con maggior successo. È questo il motivo per cui le maggiori potenze imperialiste furono inizialmente gli Stati dell'Europa occidentale, in particolare la Gran Bretagna, e poi nel ventesimo secolo questo ruolo è stato assunto dagli Stati Uniti.

Ed esiste una spiegazione semplice, ed ancora una volta interamente non-marxista, per l'osservazione, fatta sempre dai marxisti, che il mondo bancario e il mondo degli affari sono solitamente i più forti sostenitori del potere militare e dell'espansionismo militaristico. Il motivo non è che l'espansione del mercato capitalista richiede lo sfruttamento, bensì che l'espansione di imprese protette e privilegiate dallo Stato richiede che questa protezione venga estesa anche nei paesi stranieri, e che i concorrenti stranieri siano ostacolati mediante acquisizioni di proprietà non contrattuali e non produttive, proprio come avviene nella concorrenza interna o in misura ancora maggiore. In particolare, l'establishment degli affari e delle banche sostiene l'imperialismo se questo promette allo Stato loro alleato di ottenere una posizione di dominio militare su un altro Stato. Infatti, in tal caso, da una posizione di potere militare, diviene possibile stabilire un sistema che possiamo chiamare "imperialismo monetario". Lo Stato dominante userà la sua superiore forza per applicare una politica di inflazione coordinata internazionalmente. La sua banca centrale stabilirà la rapidità del processo di contraffazione, e ordinerà alle banche centrali dello Stato dominato di usare la moneta dello Stato dominatore come propria riserva e di produrre inflazione su di essa. In questo modo l'establishment bancario e affaristico, essendo tra i primi a ricevere e spendere la moneta contraffatta [quando i prezzi non sono ancora saliti e il potere d'acquisto di quella moneta non è ancora diminuito, NdM], riesce ad effettuare un'espropriazione quasi a costo zero dei proprietari e dei produttori stranieri. Nel territorio dominato viene imposto alla classe sfruttata un doppio strato di sfruttamento da parte di un'elite straniera verso l'elite nazionale, il che causa una prolungata dipendenza economica ed una relativa stagnazione economica rispetto alla nazione dominatrice. È questa situazione -- del tutto non capitalistica -- a caratterizzare lo stato degli Stati Uniti e del dollaro, e a produrre l'accusa (corretta) di sfruttamento economico da parte degli Stati Uniti e di imperialismo del dollaro.

Infine, l'aumento di concentrazione e centralizzazione del potere di sfruttamento conduce alla stagnazione economica e quindi causa le condizioni oggettive per il crollo definitivo di tale potere, e per la nascita di una società senza classi capace di produrre prosperità economica senza precedenti.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, questo non è il risultato di alcuna legge storica. Anzi, non esiste alcuna legge storica inesorabile nel senso marxista. Né questo è il risultato di una tendenza del tasso di profitto a diminuire man mano che aumenta la composizione organica del capitale (cioè man mano che aumenta la proporzione tra capitale costante e capitale variabile) come pensa Marx. Proprio come la teoria marxista che il valore derivi dal lavoro è falsa oltre ogni possibile riparazione, così è falsa la legge che il tasso di profitto tende a diminuire, che si basa sulla prima. La fonte del valore, dell'interesse e del profitto, non è l'atto di lavorare [se io scavo buche per terra e le ricopro, il mio lavoro non ha alcun valore, NdM], ma è l'agire, cioè l'impiegare risorse scarse verso il raggiungimento di obiettivi da parte di agenti che sono soggetti a vincoli di preferenza temporale e di incertezza (conoscenza imperfetta). Quindi non c'è motivo di credere che un cambiamento nella composizione organica del capitale abbia alcuna relazione sistematica con il cambiamento nel tasso di interesse e di profitto.

Al contrario, la probabilità che si verifichi una crisi che stimoli lo sviluppo di una maggiore coscienza di classe (cioè la condizione soggettiva per spodestare la classe regnante) aumenta a causa della dialettica dello sfruttamento (per usare uno dei termini preferiti da Marx) che ho già discusso prima: lo sfruttamento è un atto che distrugge la formazione di ricchezza. Quindi, in una competizione tra compagnie di sfruttamento (Stati), quelle meno sfruttatrici o più liberali tenderanno ad avere un maggior successo rispetto a quelle più sfruttatrici, in quanto avranno il controllo di una quantità maggiore di risorse. Il processo di imperialismo ha inizialmente un effetto relativamente positivo e liberatorio sulle società che entrano sotto il controllo degli imperialisti. Infatti viene esportato un modello sociale relativamente più capitalistico verso società relativamente meno capitalistiche (cioè più basate sullo sfruttamento). Lo sviluppo di forze produttive viene stimolato: l'integrazione economica migliora, la divisione del lavoro aumenta, e viene stabilito un genuino mercato mondiale. In risposta a ciò avviene un'espansione demografica, e ad aumentano moltissimo le aspettative sul futuro economico. Ma poi, quando inizia la fase di sfruttamento, e la concorrenza tra gli Stati si riduce o viene persino eliminata nel processo di espansionismo imperialista, allora scompaiono gradualmente i vincoli esterni che impediscono allo Stato dominante di effettuare espropriazione e sfruttamento interno. Quindi lo sfruttamento interno, la tassazione e le regolamentazioni cominciano ad aumentare, man mano che la classe regnante si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione del mondo. Comincia la stagnazione economica e vengono disattese le suddette aspettative ottimistiche. E tutto ciò (alte aspettative e una realtà economica che scende molto al di sotto di queste aspettative) è il classico scenario fertile per la nascita di un potenziale rivoluzionario. Nasce un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alle crisi emergenti, assieme ad un riconoscimento più diffuso del fatto che il regno dello Stato, la tassazione e la regolamentazione di Stato, ben lungi dall'offrire una soluzione, costituiscono il problema stesso che deve essere superato. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi economiche, e di disillusione ideologica, verrà offerta una soluzione positiva nella forma di una filosofia libertaria sistematica e comprensiva, associata ad una controparte economica, l'economia austriaca; e se questa ideologia verrà propagata da un movimento attivista, allora la prospettiva di accendere il potenziale rivoluzionario diventa promettente. Nasceranno pressioni anti-statiste che produrranno una tendenza irresistibile a smantellare il potere della classe regnante e lo Stato come strumento di sfruttamento utilizzato dalla classe regnante.

Ma, se ciò avverrà, non significherà la socializzazione dei mezzi di produzione, contrariamente a quanto predetto dal modello marxista. Infatti, la proprietà comune non solo è economicamente inefficiente, come è già stato spiegato in capitoli precedenti, ma è anche incompatibile con l'idea che lo Stato possa "farsi da parte e svanire". Infatti, se i mezzi di produzione saranno posseduti dalla collettività, e se assumiamo realisticamente che non tutti saranno d'accordo (come per miracolo) su come questi mezzi di produzione debbano essere usati, allora la proprietà comune dei fattori di produzione sarà esattamente ciò che richiederà l'esistenza continuativa dello Stato, cioè di un'istituzione che impone coercitivamente la volontà di una persona su un'altra persona che non è d'accordo. Al contrario, se mai lo Stato svanirà davvero, e assieme ad esso svanirà lo sfruttamento e nasceranno una libertà e prosperità economica senza precedenti, ciò significherà che sarà nata una società basata sulla pura proprietà privata e regolata da niente altro che il diritto privato.
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mar Ott 27 2009, 21:03

purtroppo in questa lettura si è obbligati a leggere secondo terminologie differenti.

l'articolo è di Hans Herman Hoppe.

Puntualizzo una cosa:

Se appunto non si determina cosa sia un mezzo di produzione e non vi sia un'etica oggettiva, non solo questo articolo non ha senso, ma non ha senso effettivamente alcuna lotta anticapitalistica.

L'homesteading dimentica che l'appropiarsi di un bene predeterminato all'uomo è in sé ingiusto.
Che tal bene sia logicamente e giustamente usufruito da un dato uomo in un dato tempo, foss'anche una data famiglia e sua dinastia, non è contraddittorio né ingiusto di per sé poiché altrimenti tale bene sarebbe inassegnabile.

E' pur vero che tale bene è di tutti.
Tale bene dovrebbe quindi venir amministrato secondo una logica usufruttuaria, e su ciò andrebbe vigilato affinché non sia né sfruttato né danneggiato.
Se ognuno ha tali beni di che usufruire, non si comprende inoltre il perché si dovrebbe pretendere una "imposta distribuitiva" dai lavori altrui.

Quali sono quindi tali beni realmente pubblici.Io intendo questi come la natura stessa, ed essa come i mezzi di produzione ( mi sembra ovvio d'altronde ).

Infatti l'accomulazione di capitali favorisce olte che il verticalismo anche la dispersione nel molteplice dove IL POPOLO non può più rendersi conto da sé, immediatamente, dello sfruttamento subito ( come quello sulla natura o su se stesso) .
In mano agli esperti, alle "avanguardie" e via dicendo.

Ecco perché questa teoria di Hoppe è ad ogni modo tesa verso il progressismo, ed ugualmente capitalista.
La "decrescita" però può aver senso solo alla luce di questo scritto; infatti sopprimendo il capitalismo le sue inutilità non potrebbero sussistere.
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mar Ott 27 2009, 21:13

capitalismo pulito= liberi scambi

proprietà privata= possesso individuale o collettivo(ossia di un dato gruppo)

diritto pubblico= diritto statuale

diritto privato = diritto

capitalisti = lobby corporativiste (protette dallo stato )

stato=monopolista

servizi pubblici= servizi socializzati

prorpietà pubblica=proprietà statale
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Mer Ott 28 2009, 00:50

sfruttamento = capitalismo

capitalisti buoni = persone più ricche, imprenditori
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Gio Ott 29 2009, 22:41

Hans Hermann Hoppe è capitalista per due motivi:

-Sfrutta i possessi reputandoli anch'essi come proprietà personale ( qui privata ) mentre sono pubblici.

-Non si rende conto che la soddisfazione libera di ognuno di noi non deve essere specificata univocamente in merce, guadagno ecc.

Tenendo presente le disuguaglianze di cultura, carattere e temperamento, fisiologia , influenze del clima , capacità individuali, opportunità e fortuna...

a) le diseguaglianze sociali sono inevitabili
b) sono ovvie

e che l'accumulazione di Capitale ( marxianamente inteso ) è l'espropriazione dei capitali individuali ( come Hoppe intende ) dirottati verso un'implementazione del profitto dello sfruttatore ( che ha bisogno dello stato coercitivo 1 imporsi 2 stabilizzarsi 3 foraggiare tal processo ) la conclusione che segue comporta che in una società Libera l'industria non può esistere.

p.s. Prendiamo la Svezia come il paese dove tutto funziona, secondo la vulgata...lo stato Svezia "paga" il suo socialismo lasalliano sulle spalle di miliadi di poveri, penalizzando ( fascistamente direi) chi viola le regole arbitrarie che esso si è dato e rendendo ebete la popolazione.
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MessaggioTitolo: Re: Scuola Austriaca: Libertà applicata in economia(lungo)   Dom Nov 15 2009, 00:10

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