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 Perché dire ancora "no" al nucleare

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MessaggioTitolo: Perché dire ancora "no" al nucleare   Gio Lug 09 2009, 16:54

Perché dire ancora "no" al nucleare
Via libera definitivo del Senato al disegno di legge sullo sviluppo, che prevede anche il rilancio del nucleare civile in Italia. In sei mesi dall’entrata in vigore della legge il governo predisporrà la normativa per tornare al nucleare e per la localizzazione degli impianti oltre che dei sistemi di stoccaggio e deposito dei rifiuti radioattivi. Sarà il Cipe a definire le tipologie degli impianti. I siti potranno essere dichiarati «di interesse strategico nazionale» e quindi soggetti anche a controllo militare. Prevista un’autorizzazione unica per la costruzione e l'esercizio degli impianti che verrà rilasciata dal ministro dello Sviluppo economico, di concerto con l'Ambiente e le Infrastrutture «previa intesa con la Conferenza unificata». L’autorizzazione non sostituisce però la Via (valutazione di impatto ambientale) e la Vas (valutazione ambientale strategica).

Questa la notizia. Solitamente è l'argomento relativo ai vantaggi economici che viene addotto dagli apprendisti stregoni del rilancio del nucleare in Italia. Però, 'stranamente', non si fanno e/o non si comunicano in modo dettagliato ed articolato il costo del chilowattora nucleare. Necessita, quindi, qualche considerazione:

1. Il nucleare ha senso per risolvere il problema della dipendenza dal petrolio? No, visto che questo è usato in larga parte per il settore dei trasporti. Ora, oltre a continuare ad importare petrolio, l'Italia si candida ad importare anche uranio, il cui prezzo cresce molto di più di quello del petrolio.

2. L'uranio. Si stima che, con gli attuali ritmi di consumo delle centrali nucleari già in funzione, le scorte si esauriranno tra i 50 e gli 80 anni. Il lasso di tempo calerebbe in relazione all'aumentare di nuovi reattori nucleari. Altra osservazione, 'sui tempi', da collegare. Per costruire una nuova centrale servono 8-10 anni. Una entrata in funzione peraltro non di poche centrali nucleari (il nucleare, infatti, acquista un senso solo se assume determinate dimensioni in certi tempi, altrimenti è solo una perdita economica ed energetica) in Italia si avrebbe dopo il 2020. Nel frattempo bisogna mettere nei costi il fatto che, per costruire una centrale, occorre spendere una energia uguale al 50% di quella che la stessa erogherà durante la sua esistenza, senza quindi intervenire minimamente 'in positivo' su problematiche come le emissioni di gas serra o per ridurre i costi dell'elettricità. Queste voci, anzi, peggioreranno quando le centrali entreranno in funzione. Il ciclo del combustibile nucleare prevede infatti una importante emissione di CO2.

3. Tra gli altri costi economici c'è il prezzo dell’uranio. Quello "naturale" era di 14 dollari al chilo nel 2001 salito a 220 dollari al chilo nel 2007!!! L'incremento del numero delle centrali ed una riduzione delle riserve di uranio faranno prevedibilmente salire a costi sempre maggiori la richiesta. Poi c'è il costo derivante dall’arricchimento dell’uranio. Un processo che può essere svolto da un’attrezzatura piuttosto complessa e costosa che, per varie motivazioni tecniche e politiche su cui qui non ci si sofferma, è disponibile solo in alcuni imponenti centri negli USA. Quanto costa questa sofisticatissima tecnologia? Non lo sappiamo e soprattutto è incontrollabile la fornitura di materiale arricchito (perché d’uso militare) in periodi di crisi internazionale.

4. Poi ci sono i costi derivanti dalla costruzione di tutti gli accessori alla centrale nucleare: ciclo del combustibile, impianti di stoccaggio, trasporto, smaltimento rifiuti, eccetera. Tenendo conto di essi, supponendo di avviare domani la progettazione di centrali nucleari, queste saranno in grado di fornire energia, nella migliore delle ipotesi, nel 2030. Infine il costo più grande: lo smantellamento ("decommissioning") della centrale dopo il suo tempo d’uso (una trentina d'anni) quando è essa stessa diventata una gigantesca scoria ("avvelenata" dalle varie reazioni nucleari).
5. L’analisi costi-benefici deve poi tener conto che i benefici non sono riconducibili esclusivamente al nucleare in sé, ma a tutto l'indotto-volàno di progresso tecnologico che dovrebbe essere stimolato. Ma qui si dovrebbe aprire tutto un capitolo sulla dipendenza tecnologica e produttiva italiana dagli USA. In tal senso anche le possibilità di alternative energetiche non casualmente dormono da decine di anni, perché non sono remunerative per le multinazionali dell’energia e per gli interessi geopolitici di chi ha ridotto l'Italia allo stato di colonia. La vicenda del nucleare, in tal senso, è un’utile ed ulteriore cartina al tornasole per riscontrare la dipendenza coloniale dagli USA.

A chi intendesse informarsi su altri aspetti non meno rilevanti della questione, segnaliamo :

"Dal petrolio al nucleare: analogia di una dipendenza. Proposte per un'indipendenza energetica nazionale";
"A volte ritornano. Mistificazioni sul nucleare. Intervista ad Angelo Baracca"

entrambi pubblicati sul n. 24 della rivista (cartacea) "Indipendenza". Gli interessati contattino la redazione a : info@rivistaindipendenza.org
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Angelo Ruggeri

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Numero di messaggi : 5
Data d'iscrizione : 03.08.09

MessaggioTitolo: Re: Perché dire ancora "no" al nucleare   Lun Ago 03 2009, 10:36

L'argomento richiede di partire da una riflessione che deve chiamare in causa le due culture umane e naturali, le due scienze, quelle sociali e quelle tecniche e tecnologiche, chiamando in causa il rapporto tra democrazia e scienza e quindi anche tra democrazia e nucleare. Perché è lo stadio a cui è giunta la crisi del sistema democratico italiano -nel contesto di una decadenza variamente dilagante nel mondo coperta dalle ora smascherate mistificazione sulla cosiddetta "globalizzazione finanziaria"- che rende possibile di riproporre e rilanciare l'idea del nucleare civile che è strettamente connesso al nucleare militare ed entrambi connessi alla riproposizione delle forme del potere repressivo e autolegittimantesi da sé, al di fuori e al di sopra del diritto internazionale, per un verso, e quello interno e costituzionale per un altro verso, che disvela il primato della forza e della violenza col dominio di forme autoritarie di potere dall'alto, tanto che non è per caso che chi ha voluto a tutti i costi la guerra all'Irak siano i due paesi a sistema maggioritario uninominale: Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il rilancio dela nucleare è reso possibile dall'arretrameno e dallo scadimento del rapporto tra la democrazia e la scienza che è un luogo di elaborazione che si presenta con forme di conoscenza che rimangono chiuse, segrete persino, che si ritiene siano assolute e non colletivivizzabili. Ma in quanto forma di sviluppo della capacità produttiva, la scienza è sempre valorizzazione sociale (come sono tutte le scienze, anche umane e sociali), che deve essere controllato socialmente e democraticamente e che ha un valore concreto che è il prodotto di forze organizzate. Forze organizzate che guidano il processo scientifico dominato da quelle che sono le forze organizzate del capitalismo e dalle sue forme del potere statale e istituzionale che, come nel pre-moderno, ripropongono le forme del potere repressivo e autolegittimantesi da sé, che tendono a delegittimare e a porsi al di fuori e al di sopra del diritto internazionale, per un verso, e quello interno e costituzionale, per un altro verso.

Partire dal rapporto tra democrazia e scienza e democrazia-nucleare. Perché è in tale rapporto che, nonostante già si fosse in una situazione di degrado della democrazia quando si tentò di imporre l'energia nucleare, è stato possibile realizzare e il realizzarsi della felice anomalia -rispetto a tutti gli altri paesi- del "caso italiano" di mancata diffusione della tecnologia e dell'energia nucleare, in quanto nella sostanza è un aspetto connesso, complementare alla felice anomalia (per altri) del caso italiano di democrazia avanzata e sociale. Grazie cioè al fatto che, nonostante una tendenza di fondo, il caso italiano di democrazia sociale avanzata -ad onta della europeizzazione di una UE che qualcuno oggi ha definito essere diventata solo una grande Svizzera- aveva, manteneva una sua peculiarità per la differenza specifica della sua Costituzione del 1948 rispetto ad esempio a quella della Francia che, con il gollismo presidenzialista, ha avuto facilità e velocità nel diffondere, dal centro del centralismo autoritario centrale, il nucleare su tutto il territorio del tutto assoggettato e privato di quella autonomia propria delle Repubblica delle autonomie definita dalla Carta italiana del 1948.

La questione del nucleare va collocata nella prospettiva storica, ripercorrendo il come e il perché l'Italia ha potuto essere diversa per capire perché rischia di non esserlo più e di omologarsi agli altri paesi nel nucleare così come omologa potere e istituzioni agli altri paesi che hanno però costtuzioni opposte a quella vigente in Italia. Approcciare oggi il dibattito sul nucleare comporta il punto di vista del rapporto suo e delle scienze con la democrazia e con le forme del potere istituzionale e dello Stato che nella loro involuzione autoritaria e centralistica, fondata sul dominio degli esecutivi e dei loro capi sulle assemblee elettive espropriate dall'elezione diretta dei capi degli esecutivi e dal bipolarismo presidenziale e maggioritario, si sentono in grado di riproporre e riuscire ad imporre il nucleare per fini di interesse economici e del sistema di impresa. Assoggettano scienze, tecnica e tecnologia in nome di una libertà della scienza che identificano con la libertà economica e d'impresa che negano la libertà di scienziati, tecnici e scienza. Perché questa sia liberata, occorre assoggettare le imprese e l'economia sia privata che pubblica ai fini dì interesse sociale e al controllo sociale previsti dall'art. 41 della Costituzione.
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