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 Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione

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albertbac



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MessaggioTitolo: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Mer Feb 25 2009, 12:15

Sono un nuovo iscritto alla rivista Indipendenza, e vorrei porre una domanda all'uditorio, che mi sembra di carattere preliminare, ma di senso non peregrino, soprattutto di questi tempi. Forse è una domanda rasoterra, ma mi serve per orientarmi. Nel concetto di nazionalitario - e quindi, nelle pratiche di liberazione nazionale anticapitalistica che sembrano al centro del vostro dibattito - trovano posto, se non ruolo attivo, le masse di immigrati clandestini o in via di integrazione? Gradirei una risposta esplicita e motivata, benché la vostra scelta dell'aggettivo "nazionalitario" e del sostantivo "nazionalitarismo", in luogo di nazionale, nazionalista e nazionalismo, costituiscano già, di per sé, una implicita risposta. Grazie a tutti.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Sab Feb 28 2009, 03:36

albertbac ha scritto:
Sono un nuovo iscritto alla rivista Indipendenza, e vorrei porre una domanda all'uditorio, che mi sembra di carattere preliminare, ma di senso non peregrino, soprattutto di questi tempi. Forse è una domanda rasoterra, ma mi serve per orientarmi. Nel concetto di nazionalitario - e quindi, nelle pratiche di liberazione nazionale anticapitalistica che sembrano al centro del vostro dibattito - trovano posto, se non ruolo attivo, le masse di immigrati clandestini o in via di integrazione? Gradirei una risposta esplicita e motivata, benché la vostra scelta dell'aggettivo "nazionalitario" e del sostantivo "nazionalitarismo", in luogo di nazionale, nazionalista e nazionalismo, costituiscano già, di per sé, una implicita risposta. Grazie a tutti.
Sulle ultime tue righe, mi riservo in futuro qualche considerazione, perché ritengo che sia necessario chiarire il senso delle parole. Intanto c'è la questione che poni. Parto da un assunto: per l'ideologia dominante, l'immigrazione è "clandestina" quando non è (non conviene che sia) riconosciuta ufficialmente come "risorsa". Clandestini, in via d'integrazione o integrati, gli immigrati sono comunque la risultante strutturale delle dinamiche di sviluppo ineguale capitalistico. Che violenta il diritto di ognuno, autoctoni e non, all'abitare con dignità e senza ineguaglianze la propria terra. Parafrasando un noto slogan: è il capitalismo che non ha nazione, mentre è da sempre necessario che il "proletariato" riconquisti la propria...

Secondo assunto: il concetto di nazione / nazionalità è il modo più radicato, democratico, dalle premesse e dagli effetti nient’affatto trascurabili, per declinare progetti di società liberabili. Il concetto di nazione e la categoria derivata di nazionalità investono una dimensione culturale e sociale, con effetti ovviamente anche politici, ma che sarebbe insufficiente (oltre che discriminatorio) considerare se, all’interno di una qualsiasi organizzazione sociale, non interagissero con il concetto di cittadinanza. Non vediamo e concepiamo opposizione, quindi, tra nazionalità e cittadinanza, ma complementarità. La prospettiva auspicabile, da costruire, di un radicalmente diverso assetto di società, si snoda a nostro avviso lungo l’asse culturale e quindi politico della triade concettuale nazionalità-cittadinanza-liberazione che ha come obiettivo primo, di snodo, la (ri)acquisizione della sovranità politica e come prospettiva politica l’emancipazione sociale dalle formazioni capitalistiche e dalle proiezioni imperialiste che le formazioni più forti riescono a mettere in campo. I flussi crescenti ed inarrestabili di immigrazione sono appunto l’onda lunga di un processo che ha le sue cause scatenanti in modo pressoché esclusivo nel colonialismo e nell’imperialismo. Ovviamente parliamo di "immigrazione" sociale e politica non di quella che storicamente e attualmente ha assunto i connotati della "colonizzazione di popolamento" o del "popolamento per sostituzione" (es. nativi americani, Irlanda del Nord, Corsica, Palestina, eccetera).

È qui che si situa il terreno materialistico –in termini di diritti e doveri egualitari e condivisi– con chiunque voglia condividere un progetto di società. È dalla compresenza di individualità di nazionalità autoctona ed individualità di nazionalità ‘altra’ (di nati altrove), dalla loro condivisione non immune da dialettica e conflittualità, che prende forma l’idea di popolo, e quindi la dimensione della sovranità popolare. Giacché non siamo pervasi dalla mistica convinzione dell’estinzione messianica delle classi sociali, non solo siamo consapevoli della loro attuale esistenza, e del loro essere ben più variegate della dicotomia tradizionale marxiana borghesia/proletariato, ma anche del fatto della loro probabile permanenza. Il punto –se vogliamo, di crudo realismo politico– è quindi, probabilmente, quello di prefigurare un progetto di società dove gli squilibri e le disuguaglianze (anche) sociali siano quanto più marginalizzati possibile. Perché questo avvenga, è necessario che il principio di cittadinanza venga percepito come il fattore integrativo del concretarsi sociale di un progetto di liberazione nazionalitario e di sovranità popolare effettiva: chiunque decida di vivere e di condividere il proprio futuro in un quadro politico e culturale differente da quello d’origine, o anche sia costretto a farlo per condizioni esterne alla sua volontà, deve vedersi riconosciuta la titolarità di soggetto politico con pari diritti e pari doveri. Da subito vanno riconosciuti certi diritti e doveri di base, ed anche attenzioni sociali derivanti dall’emergenzialità di condizione. In tempi e condizioni verificabili di volontà di permanenza, il diritto, ed i relativi doveri, di cittadinanza devono essere egualitari. Una cittadinanza non solo politica, ma anche sociale. Con il che siamo solo a quel che potrebbe essere un embrione di movimento nazionalitario di liberazione... Il resto è caminar preguntando, è intreccio tra teoria e prassi, è buon senso e osservazione, è non perdere di vista l'orizzonte di una liberazione che non è "fino alla vittoria" ma che guarda anche oltre...

Ciò detto, dissento nel senso di non-sento (se vuoi, sempre per crudo realismo) quell'aspettativa messianica che certa compagneria nutre in una funzione rivoluzionaria degli immigrati, "nuovo proletariato" del Tremila. Si commette un grosso errore di valutazione se li si vede come avanguardie rivoluzionarie in grado di ridare tonicità a "proletariati interni" esangui ed aspettative messianiche di rivoluzioni classiste "pure". Aspettative di questa natura sono, secondo me (posso sbagliare), da "deserto dei Tartari". Per la quasi totalità si tratta di persone che cercano anch'essi un lavoro, un'integrazione in questo sistema di produzione e che potenzialmente vedo più ricettivi degli autoctoni, senz'altro per una fase non breve, ad accontentarsi di lavori sottopagati e/o al nero, comunque supersfruttati. Qualcosa di legittimo, di assolutamente comprensibile per le loro famiglie da sostenere a distanza, ma non attivatore di alcuna trasformazione sociale rivoluzionaria. Quanto scrivo valutalo per l'Italia. Negli "altrove" nel mondo in cui le lotte nazionalitarie hanno la loro portata, il discorso è diverso. Da qui una considerazione: le pratiche di liberazione nazionale anticapitalistica hanno sempre un soggetto attivatore 'interno', autoctono, radicato, motivato, che poi ha anche funto da collante strategico di lotte emancipative per i diritti di ogni abitante quel territorio.

Per concludere con –spero– altrettanta chiarezza. Ci troviamo in una situazione in cui non esiste una realtà di liberazione nazionale radicata e diffusa in questo paese. Assistiamo all'arrivo di masse disperate di immigrati (detesto il termine "migranti" perché para-coloniale...) e per quanto non si debbano sottovalutare le problematiche sociali a tutto campo che questo oggettivamente comporta, per ragioni etiche e politiche ritengo che non debbano essere scaricate su di loro. Da qui la ragione per cui è da respingere il relazionarvisi nei termini dell’opportunità economica di accettare alcuni e della regolazione per via poliziesca del surplus non considerato utile degli altri, dei più. Il terreno di incontro e di condivisione da costruire tra autoctoni ed immigrati è un terreno di sicurezza, di una "sicurezza" che non è quella sfruttatrice e poliziesca (due facce di un'unica medaglia) imposta dal ceto politico ed economico (sub)dominante. Va costruita una lotta politica per la sicurezza sociale dalle devastazioni ed iniquità provocate dal sistema dominante.

In questo quadro, per sua natura e non tanto per le 'pressioni' dell'oggi, una progettualità nazionalitaria di liberazione non può essere indifferente, nella sua dinamica e prospettiva politica, alle aspirazioni di liberazione di altre nazionalità. Ci sono ragioni etiche di fondo che preliminarmente esigono ciò. Il come affrontare questa prospettiva non potrà che essere frutto di una dialettica di merito a voci quanto più plurali possibile. In corso d'opera. Oggi, intanto, serve lavorare per un attecchimento serio di un movimento di liberazione nazionale italiano, anti-capitalista ed anti-imperialista, che è nelle cose, nei fatti, nelle necessità.
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albertbac



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MessaggioTitolo: Questione immigrazione 2   Sab Feb 28 2009, 11:45

Insomma: il nòcciolo del tuo intervento è che: 1) si deve contestare l'attuale politica che favorisce un tipo di immigrazione ribaldo, un modello di immigrazione buono solo ad attirare in Italia masse da contentare facilmente col piatto di lenticchie che questo sistema produttivo, sempre più asfittico, è disposto a passargli; e che 2) lo si deve fare rigettando l'etichetta di clandestino, che è quella che si appiccica all'extra presenza migratoria, quella che non ha trovato collocazione nemmeno alle risibili condizioni che l'attuale mercato propone; 3) se venisse esteso il diritto di cittadinanza a tutti, pure a costoro, probabilmente il sistema produttivo sarebbe costretto ad aggiornarsi, e a prendere coscienza che - essendo soggetti detentori di diritti civili e politici - della sorte di costoro, i componenti dell'extra gettito di immigrazione, esso dovrebbe comunque farsi carico. Ma i miei dubbi e perplessità sono i seguenti: 1) Questa parte di immigrazione che non è stata assorbita dal sistema a che titolo dovrebbe rimanere sul suolo nazionale? Perché offrire diritto di cittadinanza a chiunque gli passi per la mente di venire a stabilirsi qui? Qual è la fonte di questo diritto, ancora introvabile presso tutte le nazioni del mondo, a tutt'oggi? 2) Gli "autoctoni" che poi sono costretti a farci la guerra, visto che ai non assorbiti non rimane altro che la via dell'ubriacatura selvaggia e della delinquenza di bassa lega: ecco, di questi "autoctoni" non frega proprio niente a nessuno? 3) La persistenza di questo surplus di immigrati non assorbiti sul suolo nazionale non determina un possibile rischio di "esercito industriale di riserva", spingendo al ribasso i costi del loro lavoro, e favorendo l'insorgenza di faide tra diversi gruppi etnici?
Inoltre, per ultimo ma non da ultimo: nel frattempo che il declinante sistema produttivo italiano menerà il can per l'aia prima di assorbire stabilmente questo surplus d'immigrazione, non pensate che costoro saranno messi tutti a carico di papà stato (come se, poi, già non ci stessero)? Niente di nuovo sotto il sole, gente, è la solita, vecchia storia: paga sempre Pantalone.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Sab Feb 28 2009, 17:36

albertbac ha scritto:
Insomma: il nòcciolo del tuo intervento è che: 1) si deve contestare l'attuale politica che favorisce un tipo di immigrazione ribaldo, un modello di immigrazione buono solo ad attirare in Italia masse da contentare facilmente col piatto di lenticchie che questo sistema produttivo, sempre più asfittico, è disposto a passargli; e che 2) lo si deve fare rigettando l'etichetta di clandestino, che è quella che si appiccica all'extra presenza migratoria, quella che non ha trovato collocazione nemmeno alle risibili condizioni che l'attuale mercato propone; 3) se venisse esteso il diritto di cittadinanza a tutti, pure a costoro, probabilmente il sistema produttivo sarebbe costretto ad aggiornarsi, e a prendere coscienza che - essendo soggetti detentori di diritti civili e politici - della sorte di costoro, i componenti dell'extra gettito di immigrazione, esso dovrebbe comunque farsi carico.
Non proprio, albertbac. Dico che chiunque, al posto di uno di quei tantissimi disperati, fuggirebbe in un luogo che gli consenta di trovare un minimo di sostentamento per la propria famiglia che si è costretti a lasciare alle spalle. Dico che questo li rende più disponibile ad accettare lavori sottopagati, sfruttati e che, sempre immedesimandosi al loro posto, questo non è così incomprensibile ed assurdo. Dico che ci sono ragioni etico/morali e politiche che ci devono portare a non vedere negli immigrati dei "nemici", ma persone con una loro dignità umana e sociale. Chiedo a te: tu cosa faresti al posto loro? Cosa pensi che farebbero pressoché tutti al posto loro? Siamo tutti potenziali clandestini...

albertbac ha scritto:
Ma i miei dubbi e perplessità sono i seguenti: 1) Questa parte di immigrazione che non è stata assorbita dal sistema a che titolo dovrebbe rimanere sul suolo nazionale?
Le ragioni sopra succintamente esposte sono il "titolo" per cui gli immigrati non assorbiti nel tessuto produttivo cercano/sperano di esserlo domani...

albertbac ha scritto:
Perché offrire diritto di cittadinanza a chiunque gli passi per la mente di venire a stabilirsi qui?
Quel "passi per la mente", che trovo infelice per le in-comprensioni che incorpora, presuppone, in chi è costretto ad emigrare, scelte da bizzarria turistica e mi lascia basito... Sul diritto di cittadinanza, ribadisco che ritengo si debba fare una distinzione tra quella sociale e quella politica. La prima va assicurata, pardòn, andrebbe assicurata (dimentico che il sistema dominante è capitalistico e che vige la legge del profitto costi quel che costi...). La seconda, ad es. il diritto di voto attivo e passivo, deve ovviamente essere conseguenza di una fattiva scelta stanziale sul territorio.

albertbac ha scritto:
2) Gli "autoctoni" che poi sono costretti a farci la guerra, visto che ai non assorbiti non rimane altro che la via dell'ubriacatura selvaggia e della delinquenza di bassa lega: ecco, di questi "autoctoni" non frega proprio niente a nessuno? 3) La persistenza di questo surplus di immigrati non assorbiti sul suolo nazionale non determina un possibile rischio di "esercito industriale di riserva", spingendo al ribasso i costi del loro lavoro, e favorendo l'insorgenza di faide tra diversi gruppi etnici?
Respingo l'equazione "immigrati non assorbiti" = "ubriacatura selvaggia e di bassa lega" che francamente mi astengo anche dal qualificare. Resta il punto legittimo che poni, e cioè il fatto che i disagi anche sociali, che sono oggettivamente incorporati nella condizione di sradicamento e di violenza degli immigrati, vengono scaricati dai ceti (sub)dominanti sugli autoctoni. Premesso che la forza di questo sistema di dominio sta nel sapersi alimentare addirittura delle stesse crisi che determina a tutti i livelli, non è certo facendo leva sull'egoismo sociale che si creano i presupposti per lo sradicamento ed il superamento di questo sistema che incorpora iniquità e sopraffazioni nelle sue merci di massa. Ho già scritto sopra, a grandissime linee, la risposta politica che "Indipendenza" ritiene debba essere costruita. Questa include una lotta rivendicativa di diritti sociali eguali per tutti ed una rimessa in discussione (a partire da una disamina critica molto fondata in termini materiali, di fatti...) della negazione politica nazionale (in termini di diritti a tutto campo intesi, tanto per cominciare) che soffre questo paese per opera dell'intreccio di poteri di dominanti esteri e (sub)dominanti 'nostrani'. E' su questo terreno che –ti invito a rifletterci– ci si dovrebbe porre. Per andare al cuore dei problemi e dei responsanili, e non prendersela con chi è più vittima di noi "autoctoni"...

albertbac ha scritto:
Inoltre, per ultimo ma non da ultimo: nel frattempo che il declinante sistema produttivo italiano menerà il can per l'aia prima di assorbire stabilmente questo surplus d'immigrazione, non pensate che costoro saranno messi tutti a carico di papà stato (come se, poi, già non ci stessero)? Niente di nuovo sotto il sole, gente, è la solita, vecchia storia: paga sempre Pantalone.
E' interesse delle collettività nei paesi ad industrialismo avanzato capire (per sensibilità o per la forza degli effetti che originano da cause) che il benessere (più o meno tale e stratificato, diretto o indiretto che sia) costruito sullo sfruttamento e le sofferenze altrui, oltre che eticamente inaccettabile, non è esente da conseguenze. In tal senso non c'è ipotesi di assorbimento di surplus d'immigrazione, come ipotizzi, ma un progressivo trasferimento di masse di disperati continuo e crescente. Quanto allo Stato, a questo Stato, si apre tutto un capitolo...
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etrusco

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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Lun Mar 09 2009, 13:51

la mia opinione sul tema
è che in italia la sedicente sinistra e la destra, propongano una visione manichea del problema.
la sedicente sinistra, si commuove per ogni straniero santificandolo, considerandolo sempre buono e sempre vittima.
la destra, lo considera sempre delinquente.
in realtà che succede?
sinistra e destra, favoriscono entrambe la venuta di massa di stranieri, al solo scopo di farne sfruttare la manodopera a basso costo ai padroni, non ponendosi minimamente il problema di arginare un fenomeno che non è affatto naturale, ma indotto da un capitalismo sempre più rapace che non consente di vivere nel proprio paese a milioni di persone.
igenua è poi la posizione di chi pensa che la venuta di milionidi stranieri, ingrosserà le fila di milioni di rivoluzionari antisistema...
ci avete mai parlato con albanesi e rumeni?
avete visto di che viscerale anticomunismo sono portatori? e di quale euforia neocapitalistica?
milioni di nuovi stranieri favoriranno il vento di una destra furba che continuerà a favorire il loro ingresso e il loro uso da parte padronale e scatenerà poi il malcontento sociale in una terribile guerra tra poveri..
che fare allora?bando alle belle utopie,
CONTRIBUIRE FATTIVAMENTE AI MOVIMENTI DI INDIPENDENZA NAZIONALE DEL SECONDO E TERZO MONDO
REGOLAMENTARE IL LAVORO, QUANTO A SICUREZZA, ORARI E PAGA
costringendo le imprese di ogni tipo ad applicare la costituzione!
offire diritti veri e chiedere il rispetto dei doveri
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AldoVincent



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MessaggioTitolo: CHIUDIAMO LE FRONTIERE. ADESSO!!   Gio Mag 14 2009, 20:51

CHIUDIAMO LE FRONTIERE. ADESSO!!
No, non sono impazzito, anzi. Vi propongo di tagliare la testa al toro: chiudiamo le frontiere e che non entri piu’ NES-SU-NO !
Pensateci bene: abbiamo il Papa in Israele, Berlusconi a Sharm el Sheik, Maroni in Libia e Frattini alle Maldive.
Ci sarà un momento più favorevole di questo?

www.giornalismi.info/aldovincent
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Dom Mag 31 2009, 17:06

io oltre a prenderti sul serio, scanso l'ironia.

Se da oggi, ora, i clandestini, gli immigrati, i turisti , i diplomatici non pottessero più entrare in Italia( e con la conseguente chiusura chi esce non rientra ) , che situazione avremmo?


Giusto per dire che, il nazionalitarismo non può (secondo suo nome)porsi come pro-immigrazione ma semmai come anti-ingiustizia nelle cause dell' immigrazione.

Alché il problema dell'immigrazione non è tra clandestino o regolare, come cittadino o profughi (falsi concetti sovrastrutturali) ma dell'immigrazione in sé a mio vedere.
Proprio appellarsi alla fonte artefice di questa distinzione fittizzia è compromettente ed anche dannoso poiché inglobante nei suoi schemi.

L'immigrazione in sé è poi diversa secondi i casi e le specificità degli immmigranti e quindi più o meno benevola o nociva.

Coloro che arrivano qui da noi tra stenti e passaggi nei lager dei cpt, fanno poi una vita da emarginati, nello sradicamento della propria terra.
E' orribile.
Ma ad ogni modo il nazionalitarismo si incammina a divenire anacronistico, poiché non ci sarà più una nazione, un'Italia( escludendo un sud tirolo, salento, sardegna, sicilia etc di cui so le specificità altre) , od un qualcosa al suo interno da liberare.

Saluti
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Mar Giu 02 2009, 02:22

..... ha scritto:
il nazionalitarismo non può (secondo suo nome)porsi come pro-immigrazione ma semmai come anti-ingiustizia nelle cause dell' immigrazione.
Convengo sulla seconda parte della tua affermazione, giacché essere "pro" o "contro" l'immigrazione mi appaiono posizioni apparentemente divergenti e sostanzialmente (culturalmente) convergenti, da "civiltà dell'uomo bianco".

Citazione :
Alché il problema dell'immigrazione non è tra clandestino o regolare, come cittadino o profughi (falsi concetti sovrastrutturali) ma dell'immigrazione in sé a mio vedere.
(...) Coloro che arrivano qui da noi tra stenti e passaggi nei lager dei cpt, fanno poi una vita da emarginati, nello sradicamento della propria terra.
E' orribile.
Ma ad ogni modo il nazionalitarismo si incammina a divenire anacronistico, poiché non ci sarà più una nazione, un'Italia( escludendo un sud tirolo, salento, sardegna, sicilia etc di cui so le specificità altre) , od un qualcosa al suo interno da liberare.
Qui secondo me sono da chiarire bene i termini della questione. A parte che la stragrande maggioranza dei popoli poi divenuti stanziali è all'origine "immigrata", resta un sottile equivoco di fondo che avverto, forse fraintendendo, nel tuo argomentare.

Il nobile intento di contrastare l'ingiustizia dell'emigrazione di fatto coatta dalla propria terra (qualcuno dice: aiutiamoli, ma a casa loro...) è un bell'argomentare. Lo so che in taluni è ipocrito, è la carota verbale che non costa niente, e fa 'propaganda' d'immagine, in vista delle legnate reali. Ciononostante ritengo che vada preso sul serio. "Aiutiamoli a casa loro" esige una consequenzialità di comportamenti, di scelte, se non vuole risultare solo un'espressione salva-coscienza. Tra qualche riga fornirò qualche esempio-indicazione.
Questo argomentare perde, a mio avviso, tutta la sua nobiltà laddove pone il nodo dell'immigrazione come problema in sé, battistrada verso soluzioni securitarie.
Diciamo che questa ipotesi non la vogliamo prefigurare; diciamo che giustamente inorridiamo per l'orribile, come tu dici, condizione-filiera di stenti, lager-cpt, sfruttamento, emarginazione, eccetera. Da un lato si tratta di lottare 'in casa' perché tutto questo venga spazzato via. Si tratta di diritti civili, di diritti sociali, di diritti di nazionalità. Dall'altro valorizziamo quell'"aiutiamoli a casa loro".

Ebbene, se si vuole che l'atto dell'emigrare sia una scelta libera e non disperante/disperata, che sia un diritto e non una costrizione che ha dietro di sé una lunga catena (di cause e di perché), sostanzialmente un effetto di ritorno del colonialismo e dell'imperialismo di ieri e di oggi, bisogna rifiutare (per cominciare...) le guerre imperiali che producono emigrazione. Le bombe in Afghanistan e in Iraq, ad esempio, producono emigrazione. La connivenza recentissima ai massacri delle autorità cingalesi contro i tamil (invisi quest'ultimi per ragioni geopolitiche a Washington e a Tel Aviv, e quindi ai governi subalterni come quelli 'europei'...) produce emigrazione. Gli Ogm producono emigrazione. Il sistema monetario e produttivo capitalistico produce emigrazione. Potrei continuare a lungo fino a passaggi particolari, ma ritengo che ci si intenda.

Si tratta, insomma, per poterli effettivamente "aiutare a casa loro", di mettere in piedi dieci, cento, mille focolai nazionalitari di resistenza. Lì, qui, ovunque. Così da contrastare l'ingiustizia che, come tu dici, è nelle "cause dell'immigrazione" e concorrere a che l' "aiuto" sia reciproco. Noi abbiamo bisogno della 'loro' (in senso lato) resistenza anti-coloniale ed anti-imperialista. Loro hanno bisogno della costruzione (o rafforzamento dove già c'è) di una 'nostra' (in senso lato) resistenza anti-coloniale ed anti-imperialista. Senza alcuna idealizzazione di niente e di nessuno (neanche dell'idea dell'immigrato come figura intrinsecamente ribelle, rivoluzionaria, anti-sistemica, ché sovente la ricerca è piuttosto di un lavoro per guadagnare e sostenere chi è rimasto 'a casa'). Si tratta proprio di raccogliere una delle grandi opportunità che questa situazione non congiunturale ed inarrestabile di trasmigrazioni di masse pone: risvegliare consapevolezza nazionalitaria (culturale, politica, sociale) in termini solidali, di reciprocità o, per usare un termine per noi non desueto, di autentico inter-nazionalismo.

Anche perché, basta guardarsi un po' in giro per il mondo e constatarlo, le conflittualità più estese nel tempo e nello spazio, capaci di aggregare largamente intorno a simboli patriottici e a progetti di società anti- e a-capitalistici, sono proprio quelle a matrice nazionalitaria. Non a caso...
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Mer Giu 03 2009, 14:21

Possiamo in fondo dire che la costrizione e l'oppressione, cioé l'ingiustizia nel suo declinarsi in qualche modo, creino per forza di cose l'emigrazione.

Singolarmente non ritengo "l'italianità", per dir così, un imperativo da difendere sempre e comunque od almeno una categoria imprescindibile.
Popoli e popoli si sono conquistati, secoli addietro, per sopravvivere...e varie culture, etnie e sub-razze sono sparite.
( anche in un intern-nazionalismo finalmente libero e liberato la possibilità dell'aggressione permane vista la dipendenza che rimane sempre verso la "madre Terra" tra carestie, cataclismi etc che determinano la scelta : o noi o loro ).

Dato il mio attaccamento al qui italiano, constato che la categoria intesa sta andando sparendo, per vari processi oltre alla immigrazione in questione.


Concordo totalmente con la tua risposta.
Il lottare 'in casa' è ben più veritiero ed efficiente.

Grazei.Saluti
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Ven Giu 05 2009, 16:09

..... ha scritto:
Possiamo in fondo dire che la costrizione e l'oppressione, cioé l'ingiustizia nel suo declinarsi in qualche modo, creino per forza di cose l'emigrazione.
Sottoscrivo quanto dici... Sotto attacco, causando emigrazione, sono i diritti –tra loro compenetrati– nazionali, sociali, individuali.

..... ha scritto:
Singolarmente non ritengo "l'italianità", per dir così, un imperativo da difendere sempre e comunque od almeno una categoria imprescindibile.
Che intendi per "italianità"? Te lo chiedo perché il concetto mi suscita sensazioni ambivalenti. L'ambivalenza diventa refrattarietà se quel concetto lo si declina proprio nei termini di "imperativo da difendere sempre e comunque", di "categoria imprescindibile". Le nazioni storicamente determinatesi non sono entità scontatamente eterne, imperiture, e non capisco in che senso si possa intendere l'"italianità" una "categoria imprescindibile". Manco si trattasse di una categoria dello Spirito (e ci sarebbe lo stesso da discutere). Discorso estendibile, peraltro, a tutte le altre categorie di nazionalità. La nazione è uno spazio politico e culturale dove far crescere liberazione e libertà in un quadro di necessaria indipendenza e sovranità politica. L'"imprescindibilità" stride fortemente con la natura propria di una cultura nazionale, di una nazionalità propriamente intesa...

Se provassimo a calarci dentro un’identità nazionale, proprio quella stessa che ci ha dato un'impronta, che ci ha formato con un impasto linguistico-concettuale, non è forse vero che troveremmo insormontabili difficoltà ad individuare una mentalità ed una condotta collettiva uniforme? Pur accomunati da uno stesso codice linguistico –di segni e di significato– non è forse evidente la pluralità dei modi di pensare e di comportarsi all’interno di una stessa nazione? Non è forse altrettanto evidente che ci si possa sentire in sintonia con qualcuno che è espressione di una identità nazionale differente, più di quanto ci si possa sentire in sintonia con qualcuno della propria? E' di tutta evidenza l'antiteticità della categoria politico/culturale di "nazionalità" (attinente innanzitutto ad una sfera culturale per sua natura plurale) con idee/prospettive comunitariste intrinsecamente prescrittive, organiciste, escludenti, cui meglio potrebbero essere confacenti le espressioni di cui sopra. Cos’è che induce a pensare che l’appartenenza nazionale sia l’incubazione di un destino di sopraffazione e di generale negatività nei confronti dell’altro-da-sé nazionale? Come si sostanzierebbe, quindi, questa imprescindibilità categorica? Chi ragionasse e/o operasse in tali termini, lo farebbe in termini di forzatura, di torsione ideologica, di oggettiva negazione dell'essenza stessa dell'idea di nazionalità.

L'"italianità" da difendere è da intendere su un piano ben diverso da quello presuntivamente etnico originario puro. E' un piano culturale, e quindi anche politico. Concerne, come detto prima, lo spazio dell'autogoverno, è cioè, ad esempio, socializzazione di quelle res communes omnium ("cose comuni di tutti"), non privatizzabili, ma di usufrutto comune, comunistico, nazionalitario quindi. I veri proprietari di queste "cose" sono i non ancora nati, e in questa ottica di pensiero permanente sono da far derivare i rapporti con il territorio, l'ambiente, condizionanti le stesse dinamiche di produzione e per certi versi anche le relazioni interne ad ogni formazione sociale. Dai beni ambientali, alle risorse, ai servizi essenziali, eccetera. Ambiti riconducibili ad una sfera politica autodeterminazionista nazionale, da integrare ed estendere, attraverso diritti di cittadinanza uguali per tutti, a chi, di altra nazionalità, intenda risiedere sul territorio nazionale. Si tratta di spunti dell'abc di ogni possibile proiezione nazionalitaria politica, in grado non solo di porsi culturalmente in termini anti-capitalistici e anti-imperialisti, ma di aprire effettivamente spazi e scenari di portata veramente decisiva di cambiamento radicale dell'esistente.
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Sab Giu 06 2009, 17:43

Ma concordo in pieno.

Intendevo proprio su discorso talmente vago da annacquarsi poiché la questione nazionalitaria, in Italia, può darsi perda di senso. Ma la lotta all'ingiustizia no.
Per come ci rapportiamo, nazionalitariamente, sappiamo oltre la cortina fumosa dei termini, che la Giustiza stessa fa sorgere le nazioni intese come da te aleikos scritto, non saprei cosa aggiungere.
Sia io scampato dal cadere in tali torsioni ideologiche. E' proprio per questo che sono piacevolmente qui e spero di imparare di più, appunto.

Un solo problema. Il res comune è di per se stesso Privato, cioé appartenente a qualcuno, in questo caso una qualche nazionalità, che di per se stessa ha una sua parte in cui riconoscersi.
Queste categorie destra sinistra, come pubblico privato, sono sia vane che erronee.

Uno spunto interessante per contraddire Proudhon: il fatto che una nazione si tramandi l'usufrutto di un territorio e di un clima e di un ambiente geografico è una implicita conferma del concetto di eredità; al ché, mi auguro e spero si dirima questa questione, l'individuo è certamente in diritto di tramandare le sue produzioni e proprietà a chi lo aggradi(principalmente la sua famiglia come noto).
Spesso questo viene visto come non possibilmente socialista. Ad ogni modo ciò che più conta sono appunto i diritti egualitari, cosa diversa come ben specificate dall'egualitarismo.
Importante è quindi sapere cosa sono i diritti, ossia i fatti da pretendere secondo la Giustizia, ciò che a ognuno spetti.
La proprietà è sempre privata, sia perché di qualcuno o "gruppo/i di qualcuni", sia perché privata a qualcuno e gruppo/i di qualcuni.

Saluti
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Dom Giu 28 2009, 12:01

..... ha scritto:
Ma concordo in pieno.

Intendevo proprio su discorso talmente vago da annacquarsi poiché la questione nazionalitaria, in Italia, può darsi perda di senso. Ma la lotta all'ingiustizia no.
A me pare che la "lotta all'ingiustizia" non possa essere seriamente perseguita se scissa da un fondamento di liberazione nazionale (principio comunistico e strutturalmente anti-capitalistico) e quindi di sovranità. Qui si situa la sua sensatezza. Contesto storico e tipo di formazione sociale dominante sono quindi decisivi. E' di tutta evidenza, infatti, che un conto è una lotta progressiva all' "ingiustizia" nel Venezuela bolivariano, in un rivoluzionamento in corso nel quadro di una riacquisita sovranità e di una impressa direzione politica di tipo non-capitalista ed anti-imperialista, un conto è la lotta all' "ingiustizia" nell'Italia capitalista e a sovranità quantomeno larghissimamente ridotta, per non dire –ai livelli che contano– fattivamente nulla. I piani di cui sopra sono talmente intrecciati che l'uno è il riflesso dell'altro, l'annacquamento dell'uno significa l'annacquamento dell'altro. Quando essi si affermano avulsi tra loro, abbiamo o il tentativo da parte di una classe nella nazione di affermarsi nell'agone capitalistico, strumentalizzando quindi l'idea di nazione a fini 'privati', oppure una taratura strutturalmente subalterna delle rivendicazioni sociali, perché queste, senza prospettiva nazionale di liberazione, senza quindi progetto 'altro' storicamente e socialmente concretabile, comportano una deriva sindacalista di mera contrattazione di reddito (nelle fasi liberiste, peraltro, strutturalmente al ribasso nel quadro sistemico generale che le connota). Si finisce ideologicamente e fisiologicamente con l'accettare dinamiche e dialettiche del sistema capitalistico, e la "lotta all'ingiustizia", derubricata in rivendicazione di diritti, diviene una lotta nel sistema, ma non (più) al sistema.

..... ha scritto:
Un solo problema. Il res comune è di per se stesso Privato, cioé appartenente a qualcuno, in questo caso una qualche nazionalità, che di per se stessa ha una sua parte in cui riconoscersi.
Le "res communes" (i beni comuni) in quanto "omnium", di tutti, sono sì di usufrutto di un "qualcuno" (come scrivi), ma un "qualcuno" collettivo. I veri proprietari oggi sono coloro che ancora non ci sono e che verranno, i quali però, quando vivranno e saranno esistenzialmente decisori, lo saranno come usufruttuari. E' questo, beninteso, un approccio politico/filosofico assolutamente irricevibile da un punto di vista capitalistico e quindi distintivo da –contrastivo con– esso. Non solo. Nella materialità delle relazioni sociali è evidente la relazione potenzialmente conflittuale tra la dimensione della "comunità locale" e la dimensione della nazione. Un dato "bene comune", in altri termini, a chi appartiene? Per meglio dire, quindi: chi è decisore delle modalità usufruttuarie del dato "bene comune"? La comunità locale (laddove quel "bene" è localmente individuabile), la nazione o l'umanità? Su questa fattiva diversità dei soggetti decisori è bene interrogarsi.

Partiamo dall'umanità, dal genere umano. Si tratta di un concetto astrattamente valido, cui richiamarsi ad esempio nell'approccio iniziale che ponevo, ma concretamente impotente, perché fattivamente l'uomo è inserito storicamente in determinati rapporti di produzione sociali, in relative formazioni sociali e si connota culturalmente, cioè nazionalmente. "Cultura" ha cioè a che fare con un retroterra, un "humus", linguistico-concettuale che è il modo del manifestarsi storico delle collettività cui convenzionalmente si dà il nome di nazione. Sotto questo punto di vista, il "genere umano" quindi non esiste. Nel senso che non esiste, non può fattivamente esistere, una univocità linguistico-concettuale. La ricerca di valori (umani e sociali), che può essere il terreno accomunante chiunque con chiunque altro sulla terra, resta a mio avviso un orizzonte filosofico-politico da considerare, consapevoli però che i modi di declinare qualsiasi singolo valore si esprimono in forme profondamente diverse, anche inconciliabili e reciprocamente in-comprensibili. Ogni aspetto del vivere sociale è espressione di una particolare antropologia culturale. Al riguardo c'è un florilegio di situazioni che si possono richiamare.

Restano la comunità e la nazione che sono i due poli del senso di appartenenza dell'uomo, che è un animale sociale. Resta, in una valutazione dell'essere storico-politico dell'uomo, un senso di appartenenza a comunità particolari e ad una dimensione storica più ampia. La prima è riconducibile alla sua comunità (di affetti e localistica), l'altra ha una sua riconoscibilità sul piano della nazione e/o quindi dello Stato. Ora, in relazione al particolare aspetto che stiamo affrontando, l'appartenenza di un "bene comune" (non considero qui la questione assolutamente decisiva delle classi e dei relativi conflitti), trovo riduttivo e potenzialmente pericoloso il confinamento di tale dimensione usufruttuaria in una sfera esclusivamente o dominantemente comunitaria. La trascrescenza in una nazione, ovviamente se liberata e se, conseguentemente, organizzata in una forma-Stato non capitalistica, non imperialistica, incorpora potenzialità valutative d'insieme più 'garantiste' rispetto ad un egoismo comunitario, potenzialità d'approccio quindi più pertinentemente generali. Volendo sintetizzare la relazione tra comunità locale e nazione d'appartenenza, direi che la prima può legittimamente rivendicare autonomia, ma non indipendenza.

L'usufrutto non significa quindi eredità; è il concepire un bene come non di proprietà, cioè non nel senso di poterne disporre a proprio ed egoistico (anche comunitario) piacimento, ma nell'ottica della trasmissibilità. Se la proprietà è legabile all'eredità, l'usufrutto lo è alla trasmissibilità. Non è un curioso modo di disporre una coppia-filiera/filiazione di parole, ma è un distinguo concettuale e politico di fondo. A mio avviso assolutamente decisivo per orientare "giuste" (esplico così positivamente e strategicamente la "lotta all'ingiustizia" con cui esordivi) lotte in una dialettica delle relazioni (e dei conflitti) sociali, dal nazionale all'universale e ritorno.
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Gio Lug 02 2009, 17:21

"Pacchetto sicurezza": discriminatorio ed antinazionale.

Da oggi è legge il "pacchetto sicurezza". Discriminatorio ed antinazionale. Criminalizza come "clandestini" uomini e donne sfruttati nei sud del mondo dal sistema capitalistico e vittime delle guerre neocoloniali ed imperiali. Prolunga la vessatoria permanenza nei lager detti Centri di identificazione temporanea fino a 180 giorni (finora il limite è stato di 60). Crea un clima di criminalizzazione del 'diverso', del 'sospetto'. Alimenterà marginalizzazione, xenofobia, razzismo. Mette in grave pericolo la salute pubblica: quanti "clandestini" non si recheranno in ospedale per farsi curare, per il rischio di essere arrestati? Nel marzo scorso a Milano si sono registrati casi di lebbra. Con questa legge il rischio di epidemie è altissimo. Che sia lebbra, febbri emorragiche virali (devastanti), influenze ad alto tasso di mortalità, eccetera.

Questo è il sedicente e presunto (ancora una volta) senso patriottico e nazionale delle destre. Lottare per la liberazione nazionale e sociale (anche) in questo paese vorrà dire, ancor più di ieri, solidarietà e lotta al fianco dei cosiddetti "clandestini".
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MessaggioTitolo: Re: Liberazione nazionale anticapitalista ed immigrazione   Gio Lug 16 2009, 11:26

alekos, mi sembra che in realtà tra usufrutto e ereditarietà non vi sia alcuna differenza ed anzi vi sia una contraddizione nell'uso del termine usufrutto.

Eredità è semmai un termine presupponente una conservazione degna ed integra, una doverosa (moralmente) trasmissibilità.
Dato che scrivevamo di un ente collettivo, l'eredità sarà collettiva e vincolata alla collettività, non vi vedo quindi intoppo.

L'usufrutto invece non può esser trasmissibile per sua natura ed in fondo se incontrollato l'uso fatto di tale possesso, quali garanzie addurre per la buona conservazione di un qualcosa che non è mio, né ora e né mai?

Che l'eredità sia egoistica di per sé stessa mi sembra un falso chiaro. Egoismo od altruismo sono venature singolari o collettive di caratteristici individui o gruppi, dovute al buon o cattivo uso di una qualche data possibilità (sempre se si voglia ridurre l'egoismo al cattivo e l'altruismo al buono, il ché è un semplicismo banalista e balordo)

Concordo quindi sulla vigilanza della natio e credo che le comunità autonome (per forza logica infatti) siano oltretutto sovrapponibili ossia, in una data comunità terrritoriale (che mi sembra necessaria ed ovvia per ogni singolo vivente in un insieme, a meno che non si sia isolati od eremiti) vi possono essre molteplici comunità ed un individuo può far parte di svariate comunità (di lavoro? di religione? di territorio? di famiglia? di hobby?) e solo la nazione è quel collante unisce.

Si pone quindi la questione della "variabilità" della nazione poiché nel corso delle epoche essa per sua identità forte o debole e quindi influenza data o subita (come non aggressiva aprioristicamente intendendo), o per via di cataclismi e vicissitudini ambientali o di qual altro tipo. Essa non è immobile né stantia quindi (come le comunità d'altronde).

Per quanto riguarda la comunità umana cara ai comunitaristi, io parlerei semplicemente di specie umana.

Sul concetto di lotta all'ingiustizia mi rifacevo appunto per ribadire che una liberazione non può non partire da ciò. Che poi finalmente la nazione si venga a formare, scevra da ciò che la incrosta e mutila, ciò è conseguente.
Il fatto che la nazione italiana non è un concetto preminente è solo e soltanto per ribadire la superiorità della Giustizia (che implica la liberazione della nazione italiana). Constatavo solo che, di questo passo, se la natio italiana sparisse, non per questo appunto l'ingiustizia verrebbe meno.

un caro saluto
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