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 Questione nazionale e internazionalismo

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MessaggioTitolo: Questione nazionale e internazionalismo   Mar Gen 13 2009, 12:29

Riporto stralci, che ritengo significativi, di uno scritto molto condivisibile nel suo insieme di Fulvio Grimaldi "Hugo Chavez, onore del mondo. Sionisti e Nazi. Questione nazionale e internazionalismo: oggetti smarriti", la cui lettura integrale è a questo collegamento http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2009/01/hugo-chavez-onore-del-mondo-sionisti-e.html

"(...) Già, perché qui, della famigerata ed esorcizzata lotta di classe si tratta. E non nei termini dell’atrofizzazione dogmatica di certi miei critici. Dico cose scontate: come ci sono negli Stati della borghesia capitalista classi da spremere e, se del caso, sopprimere, così ci sono, con le stesse identiche connotazioni sociali, ma in più anche nazionali, popoli proletari che vorrebbero acquisire i diritti dell’uguaglianza sociale e sanno che la loro conquista dipende in primis dal diritto dell’uguaglianza degli Stati. Dalla sovranità. Quella sovranità da noi ceduta nel secolo scorso e che mi echeggiava nelle orecchie come esigenza primaria, in ogni paese latinamericano percorso. Non mi si venga qui a barbugliare di proletari ebrei e proletari arabi che dovrebbero unirsi contro i padroni, sennò non se ne fa niente. Si impari dai nordirlandesi che, con la borghesia anglo-unionista che gli aveva scatenato addosso i proletari fascisti protestanti lobotomizzati, sapevano come la rivoluzione passasse per la sovranità nazionale del loro paese riunificato. Qui coloro che blaterano per il superamento degli Stati nazione sono graditissimi ciambellani ai party degli Stati più forti e delle élites che ne sono foraggiate e protette. (...)

(...) Nessuno mi toglie di testa che ai nazifascisti si reagisce con tutto quello che puoi rimediare e che, nella situazione attuale, il movimento antagonista deve diffondere coscienza di tre libertà da rivendicare.

La libertà nazionale, che è quella che fa rizzare i peli di tanti compagni che darebbero l’anima per la libertà nazionale, cioè la sovranità, dei palestinesi, boliviani, cubani, curdi, baschi, irlandesi, magari sudtirolesi. Noi non ne abbiamo che l’impalcatura costituzionale, che, del resto, va perdendo pezzi a ogni passaggio di Gellisconi. Dal 1945 la nostra sovranità nazionale ha le manette di una subordinazione coloniale che vaioleggia tutto il territorio, alimenta lo stragismo terrorista di Stato, ci fa base e obiettivo di guerre, eventualmente nucleari. Il paese è totalmente mafizzato, mafizzato da una potenza predatrice interna che, in base agli accordi tra padrini e Washington del 1945, fa capo alla criminalità organizzata politico-economica delle potenze occidentali. Non c’è mossa dei nostri apparati di "sicurezza" che non risponda a dettami di Washington o Tel Aviv. L’ìntero Settentrione del paese è malgovernato e pervertito culturalmente e l’unità nazionale è minata da una forza politica che risponde agli interessi espansionistici di uno Stato del Nord.

La libertà legale, la legge uguale per tutti, la Costituzione e gli statuti rispettati. Qui si dà da fare, strumentalmente o meno non importa, quel Di Pietro alle cui manifestazioni certi compagni non andrebbero neanche se glielo chiedesse Lenin. Dimenticano questi compagni che la legalità sarà pure borghese, ma gliela abbiamo strappata noi. Pensate che esistesse la norma universale che "la legge è uguale per tutti" prima della rivoluzione francese, prima dell’indipendenza nazionale, e che lo statuto dei lavoratori ci sia stato benevolmente elargito da Agnelli e Mediobanca, che, andando indietro, non ci sarebbero ancora la schiavitù (che intanto ritorna) o le 17 ore di lavoro (che pure stanno tornando) se non fosse stato per classi in rivolta e per i loro martiri? E allora arricciammo il naso su chi si batte contro il Lodo Alfano, la truffa lavoricida dell’Alitalia, le intemerate contro quei pochi giudici che ancora osano perseguire i potenti? Diceva Brecht più o meno così: dopo la legge che gli permette di far fuori gli zingari, di lagerizzare gli ebrei, di uccidere i comunisti, e noi siamo stati zitti, verrà promulgata anche quella contro di noi. E non ci sarà più nessuno a obiettare.

La libertà sociale è quella sulla quale ci troviamo d’accordo tutti. La fame è fame e, come dice il Che, l’alienazione è alienazione, il precariato è morte civile e sociale, l’ambiente è specie a rischio, la scuola ti mastica e di caga e per lo sciopero c’è la precettazione. Solo che a infilare la testa tutt’intera nella battaglia per questa libertà, si rischia di finire come lo struzzo: che ti si fanno da dietro. Negli ultimi tempi il discorso internazionale era svaporato nelle assise dei compagni. Era come se si fosse tagliato il filo che lega tutto. Iniziative contro la guerra? L’Afghanistan e i nostri ascari Nato? L’Iraq dalle ultime mani che spuntano dal naufragio? Tutto svaporato. Vicenza e la base d’assalto e di controllo interno, le altri basi Usa e Nato, i nostri porti requisiti dalle flotte imperiali, le atomiche a casa nostra, lo scorazzare di servizi segreti malintenzionati e terroristi, l’innesto della nostra classe politica nella malapianta USraeliana, i nostri ascari subimperialisti mandati a caccia di teste, prima serbe, poi musulmane, il nostro giornalismo alimentato, come quell’orsacchiotto semovente col tamburo, dalle pile caricate nei monopoli dell’informazione imperialista (...)".


Ultima modifica di Admin il Ven Mag 15 2009, 02:31, modificato 3 volte
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Gio Gen 15 2009, 02:26

A Fulvio Grimaldi ho inviato queste righe che, per il contenuto e per conoscenza, socializzo.

Quel che la nostra sensibilità politica commenterebbe (che di condivisibilità dei contenuti del tuo scritto è fuor di luogo parlare, essendo pressoché assoluta), è che sarebbe ora di porre all'ordine del giorno politico ed organizzativo (quantomeno politicamente attivo) la questione dello snodo decisivo della questione nazionale (indipendenza, sovranità, liberazione) anche in questo paese, anche in Italia.

Senza fuoriuscire dalla (sostanzialmente assoluta) dipendenza nazionale, non c'è alcuna possibilità di riscrittura degli assetti sociali e di (ri)messa in discussione (concreta) dei modi di funzionamento capitalistici. Analogamente (in questo caso: per dire la stessa cosa con altri termini) il rifiuto categorico dell'imperialismo (qualsiasi statualità lo incarni, anche se oggi ad esserlo su scala globale è lo Stato USA, con più o meno collaterali imperialismi "regionali"...) è la condizione necessaria e primaria (quantunque non sufficiente) per prefigurare credibilmente una prospettiva di società 'altra' da quella capitalistica esistente.

Le lotte di classe o si sviluppano in un percorso/processo di lotta per l'indipendenza/liberazione nazionale o sono condannate ad essere stimoli per assestamenti progressivi del sistema vigente con un pochino (forse...) di redistribuzione del plusvalore estorto....

Scusa/scusate la perentorietà ma (a nostro avviso) tant'è...
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alekos18

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MessaggioTitolo: Angiolo Gracci. Questione nazionale e sinistra italiana   Sab Apr 25 2009, 12:09

"25 aprile: una liberazione...ancora incompiuta". Così abbiamo scritto sulla nostra pagina di facebook. In tal senso proponiamo anche qui un omaggio, che è allo stesso tempo una riflessione quanto mai necessaria in una giornata come questa. Di Angiolo Gracci 'Gracco', deceduto qualche anno fa, già comandante partigiano della "Divisione Garibaldi d'assalto 22 bis Vittorio Sinigaglia", direttore e responsabile di "La Resistenza continua -per un'Italia indipendente, libera, socialista", ripubblichiamo un articolo uscito nel maggio 1992 sulla rivista "Indipendenza". Il contenuto ci sembra assolutamente attuale.
1- Ritengo giusto rispondere all'invito fattomi dal collettivo redazionale di "Indipendenza" per un contributo alla ricerca che la rivista sta conducendo sulla questione nazionale.
La questione appare ineludibile, oggi, e si impone -vorrei dire finalmente- a tutta la sinistra italiana, ma solo per gli aspetti di macroscopica predominanza ch'essa ha assunto dopo il crollo rovinoso verificatosi nel vastissimo "campo del socialismo reale" che -escludendo la Cina, il Vietnam e la Corea del Nord- ha interessato la sua parte occidentale, cioè quella politicamente più significativa, l'Unione sovietica e tutti i paesi del Patto di Varsavia cui si sono sommati il crollo jugoslavo e quello albanese. La difficoltà "psicologica" che, muovendosi su posizioni di sinistra, si incontra nel trattare e approfondire il tema e le relative problematiche, è dimostrata -credo paradossalmente- dal fatto stesso che "Indipendenza" abbia considerato opportuno sostituire con il neologismo "nazionalitario" concetti e valori richiamati tradizionalmente dall'aggettivo "nazionale".
2- Proprio poche settimane or sono, nel corso di una riunione tra militanti impegnati nella campagna per il rimpatrio di Silvia Baraldini dalle carceri speciali USA, un compagno avvertiva l'esigenza di proporre che la denominazione "Comitato per il rimpatrio di Silvia Baraldini" venisse mutata in quella di "Comitato per il ritorno in Italia di Silvia Baraldini" perché la parola rimpatrio richiamava quella di patria, parola che egli considerava odiosa perchè "di destra". L'episodio me ne ha ricordato uno analogo, di qualche anno fa: un altro compagno confessò, sempre nel corso di una riunione, come, ogni volta che sentiva pronunciare la parola "patria", avvertisse un malessere fisico.
Del resto, già a metà degli anni Sessanta -avendo preso l'iniziativa, con altri compagni, di proporre alla Direzione del PCI la promozione di un "Fronte Nazionale per la Difesa dell'Indipendenza e della Costituzione" sulla base di una piattaforma ampiamente antimperialista, antifascista e di massa- avevo dovuto sperimentare, oltre alla sorda avversione dell'apparato del partito, la critica e la successiva defezione del gruppo di compagni del PSIUP che, dopo aver aderito con entusiasmo in un primo momento, ripensandoci, avevano trovato equivoca e inaccettabile l'aggettivazione di "nazionale" data al Fronte. Ciò, nonostante che un insospettabile dirigente comunista e uno dei più autorevoli padri della Costituzione, Umberto Terracini, mi avesse scritto di condividere in pieno quella iniziativa, tanto da dichiararsi interessato a sostenerla nella Direzione nazionale del PCI. Tuttavia le resistenze, le diffidenze, i sabotaggi, le barriere frapposti furono tali e tanti da condannare il progetto al fallimento.
Solo recentemente (a distanza di venticinque anni, una generazione dopo!) altri, con maggior fortuna, hanno ripreso l'idea di un "Comitato per la Difesa della Costituzione", ma l'iniziativa -ignoro se per prudenza o altro- è stata da essi sganciata da ogni riferimento alla nazione e alla connessa questione della sua indipendenza.
3- Nell'ambito, per fortuna ancora ampio, del movimento democratico, progressista e antifascista -e, quindi (come sarebbe possibile altrimenti?) tendenzialmente antimperialista- esce da quarantacinque anni, in polemica e involontaria sfida alle posizioni sopra episodicamente accennate, la testata di "Patria Indipendente", organo ufficiale dell'Associazionenazionale dei partigiani italiani, la massima e più autorevole dei combattenti della Guerra di liberazione nazionale.
Deve dedursi, pertanto, che concetti politici-chiave, come quelli richiamati da parole-simbolo, quali "nazione" e "patria", appartengono alla categoria delle non poche contraddizioni culturali di fondo irrisolte che hanno reso divisa, incerta, inconcludente e -alla prova dei fatti- perdente, l'intera sinistra italiana, sebbene essa -all'indomani dell'insurrezione del 25 aprile- avesse dimostrato di essere sostenuta dalle speranze di una larghissima base popolare, soprattutto operaia. Una base di massa che, se diretta diversamente, avrebbe potuto dimostrarsi decisiva sia per avviare una effettiva realizzazione del programma di profondo rinnovamento postulato dalla Costituzione nata dalla Resistenza antinazifascista, sia per consentire la riappropriazione di quell'indipendenza nazionale e della conseguente sovranità popolare, l'una e l'altra pesantemente offese e rese praticamente inesercitabili, nella loro indispensabile pienezza, dall'ormai semisecolare "presidio-occupazione" del nostro territorio nazionale operato dall'imperialismo yankee.
4- Certo, è ben noto, che la questione nazionale e quella dell'unità nazionale furono ideologicamente sollevate e poi sviluppate, in modo politicamente e operativamente organico, dalle borghesie dello scorso secolo. E' altrettanto noto ch'esse seppero gestirle con successo, coinvolgendo e ottenendo la risolutiva partecipazione delle classi sociali subalterne.
Questa collaudata verità storica, tuttavia, non aveva e -a nostro avviso- non ha mai creato, obiettivamente, incompatibilità, ipotetiche idiosincrasie con le nuove aspirazioni, i nuovi ideali, la nuova cultura socialista successivamemte espressi proprio da queste classi sociali maggioritarie. Che sentimento nazionale e amore per l'indipendenza del proprio paese (patria) fossero tutt'altro che incompatibili con il programma di riscatto sociale e classista scritto sulle bandiere rosse portate avanti, ovunque nel mondo, dalle avanguardie rivoluzionarie del socialismo, è stato ampiamente e inconfutabilmente dimostrato proprio dalla storia intensa di questo secolo che ora volge al suo epilogo.
La prima "patria del socialismo" fu salvata dall'irrompere delle armate hitleriane, soprattutto dall'esplicito appello alla sua difesa lanciato da Stalin ai pur molteplici e diversissimi popoli dell'Unione sovietica. Poco importa, ai fini del raggiungimento dell'obiettivo, che quell'appello appassionato fosse stato sincero o strumentale. Funzionò. È importato, invece -disastrosamente- che, all'indomani della vittoria sull'invasore nazista, l'URSS o, meglio, la sua classe dirigente -ormai paga e salda al potere, voltasi ad allargare e a consolidare i suoi privilegi di "nuova borghesia burocratica"- sia degenerata al punto di comprimere, calpestare, violentare il sentimento nazionale, vale a dire l'identità nazional-culturale di alcune di quelle popolazioni. È stata questa classe dirigente, questa nuova borghesia "rossa" che -legittimando perfino la pratica dello sradicamento territoriale- operò sistematiche deportazioni di masse nazionalmente omogenee e giunse, poi, in nome dei "supremi interessi internazionalisti del proletariato" ad arrogarsi il diritto di invadere, a sua volta, i paesi (le patrie) del proprio "campo" formulando la teoria, tipicamente imperialista, della "sovranità limitata" degli altri. Una teorizzazione che sarebbe stato più consono e meno traumatico fosse stata proclamata da uno dei più autentici esponenti dell'imperialismo: i Truman, gli Johnson, i Nixon, i Reagan, i Bush.
E -a parte il "Patria o muerte!" dei rivoluzionari cubani, nicaraguensi, salvadoregni, ecc.- che dire del patriottismo di un gigante della rivoluzione mondiale quale è stato Mao Tse Tung? Nell'ottobre del 1938 -un anno già carico dell'immane tempesta che si sarebbe scatenata su tutti i continenti- riflettendo su "Il ruolo del Partito comunista cinese nella guerra nazionale", Mao Tse Tung scriveva, nella sua prosa semplice e convincente: "Può un comunista, che in quanto tale è internazionalista, essere al tempo stesso un patriota? Noi sosteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato dalle condizioni storiche".
E chi ha mai osato confutare lo spirito adamantinamente patriottico di Ho Chi Min quando esortava alla lotta il suo popolo martoriato ricordando che "Nulla è più prezioso della indipendenza e della libertà"?
5- Riaffiorano qui, alla memoria di un ormai vecchio militante, quale sono, la qualifica di "patriota" rivoltami, in modo irridente, da non pochi giovani compagni nel corso del grande movimento della contestazione extraparlamentare che caratterizzò gli anni '60-'70. Erano i medesimi che -per incolpevole, scarsa conoscenza della storia e delle masse- con ingenuo e quasi orgoglioso tono di sfida, amavano ritmare, nei cortei, lo slogan "Il proletariato non ha nazione-lotta armata-rivoluzione!".
Oggi, nell'immensa area dove la rivoluzione avrebbe dovuto portare al potere il proletariato, nel vuoto lasciato dal crollo verticale di un potere fittiziamente proletario, la prima elementare risposta istintiva -ma autentica e inequivocabile- dei popoli ingannati è stata quella della rivendicazione e della riappropriazione della propria identità nazionale e culturale e della propria indipendenza. Al di là degli inevitabili eccessi, in parte provocati proprio dalla lunga compressione autoritaria, questa riappropriazione va vista come il naturale, insopprimibile punto di partenza per il rilancio di ogni progettualità vincente di rifondazione rivoluzionaria e internazionalista.
Questo movimento -latente o manifesto- esiste, del resto e da tempo, anche nell'Occidente capitalista "vincente". È manifesto in Corsica, nei Paesi Baschi, in Catalogna, in Irlanda. È latente ancora, qui, in Italia, la nostra patria, che è quella della Resistenza e della Costituzione tradite. Non certo quella del potere politico-mafioso, stragista e collaborazionista, che si è retto e si regge, da mezzo secolo, grazie alla presenza, sull'intero territorio nazionale, di oltre 140 basi e installazioni militari straniere.
La prima, tra le tante tragedie del nostro popolo, è che i maggiori partiti tradizionali della sinistra hanno finito per collaborare, di fatto, con l'imperialismo occupante oltre che con quello indigeno, mentre quelli minori e "più a sinistra" hanno continuato ad autogratificarsi con le proprie velleità antimperialiste, ridotte alla pura e semplice denuncia dei fatti compiuti e all'inserimento nei propri programmi dell'ormai rituale, patetica, stanca invocazione per l'"uscita dell'Italia dalla Nato e della Nato dall'Italia".
6- Concludendo, sarebbe interessante -anzi, sarà necessario- impegnarsi, allora, ad individuare, possibilmente una volta per tutte, le cause profonde (storiche, sociali, culturali, politiche) di questa cronica debolezza della sinistra italiana sulla questione nazionale (insufficiente sensibilità, disattenzione, incapacità di coerente e protratta mobilitazione). Questo richiederà l'apertura di un più ampio dibattito.
Sarebbe già molto se la sinistra italiana, nel suo complesso, trovasse il coraggio di aprirlo in modo critico e autocritico, franco e sereno, evitando di invischiarsi, opportunisticamente, nelle consuete rigide contrapposizioni, nelle consuete aprioristiche etichettature dogmatico-settarie, nelle facili, presuntuose arroganze che tutto nullificano e nulla risolvono. Meglio tardi che mai.
Angiolo Gracci
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Ven Mag 15 2009, 01:09

Sottopongo alla riflessione collettiva uno scambio di idee –tra un compagno della redazione ed uno degli ultimi arrivati "in amicizia" su facebook (fb)– in tema di patriottismo, anti-imperialismo, Italia, USA, eccetera.
Lo scambio di idee è stato stimolato da questo intervento su fb di uno di noi: "Solo con la liberazione nazionale, il proletariato e gli altri lavoratori potranno raggiungere l'emancipazione"... Una riflessione. Perché non anche in Italia?

Quindi veniva riportato il seguente passo di Mao.

Può un comunista, che in quanto tale è internazionalista, essere al tempo stesso un patriota? Noi sosteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato dalle condizioni storiche. C'è il "patriottismo" degli aggressori giapponesi e di Hitler, e c'è il nostro patriottismo. I comunisti devono risolutamente opporsi al "patriottismo" degli aggressori giapponesi e di Hitler. In Giappone e in Germania, i comunisti sono disfattisti nei riguardi delle guerre condotte dai loro paesi. Causare la sconfitta degli aggressori giapponesi e di Hitler con ogni mezzo possibile è negli interessi del popolo giapponese e di quello tedesco, e quanto più completa sarà la sconfitta, tanto meglio sarà [...]. Infatti, le guerre scatenate dagli aggressori giapponesi e da Hitler nuocciono al popolo dei loro paesi come pure ai popoli di tutto il mondo. Il caso della Cina, però, è differente poiché essa è vittima dell'aggressione. I comunisti cinesi devono percò unire all'internazionalismo il patriottismo. Noi siamo al tempo stesso internazionalisti e patrioti e la nostra parola d'ordine è "combattere in difesa della patria contro gli aggressori". Per noi, il disfattismo è un crimine e lottare per la vittoria nella guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Solo combattendo in difesa della patria possiamo sconfiggere gli aggressori e raggiungere la liberazione nazionale. E solo con la liberazione nazionale, il proletariato e gli altri lavoratori potranno raggiungere l'emancipazione. La vittoria della Cina e la sconfitta degli imperialisti invasori saranno di aiuto ai popoli degli altri paesi. Nelle guerre di liberazione nazionale, il patriottismo è dunque un'applicazione dell'internazionalismo.

"Il ruolo del partito comunista nella guerra nazionale" (ottobre 1938), opere scelte, vol.II, Mao Tse Tung.

Ciro Brescia alle 14.11 del 13 maggio
Il nostro patriottismo deve essere rivolto principalmente contro il "patriottismo" degli imperialisti di casa nostra, perchè il principle nemico è in casa nostra, la Borghesia Imperialista. Fuori la Nato dall'Italia, fuori la Nato dal mondo ma anche, quindi, fuori l'esercito imperialista italiano da tutti i paesi e fronti di guerra da esso occupati, Iraq, Afghanista, Libano...

Rivista Indipendenza alle 15.34 del 13 maggio
Una premessa: l'anti-imperialismo è una posizione di principio, etica, prima ancora che politica. E non solo politica, poi, perché si va ad investire il piano culturale, economico, eccetera. A tutto campo, insomma. Questo è il punto di vista di "Indipendenza". L'anti-imperialismo è del resto snodo per rendere praticabile una fuoriuscita dal sistema di avviluppo (sì: avviluppo) capitalistico. Ciò detto, è necessario scendere sul terreno del reale, dell'analisi concreta della situazione concreta. E' esistito un imperialismo italiano (con il fascismo) ma dalla caduta del fascismo ad oggi l'Italia è un paese-vassallo degli Stati Uniti.

Rivista Indipendenza alle 15.34 del 13 maggio
Abbiamo subdominanti che, al di là di lotte di frazione interna (per interessi capitalistici), da decenni accettano la dominanza imperialista statunitense. Mirano a trarre benefici in scia. Battersi contro questi subdominanti non può prescindere da una lotta ai veri padroni di questo paese. Non farlo significherebbe non solo sopravvalutare i Prodi, i D'Alema, i Berlusconi, ecc., in ruoli che non hanno, ma anche raccontare (forse anche: raccontarsi) storie...

Ciro Brescia alle 18.02 del 13 maggio
Esiste una catena imperialista, questo è fuor di dubbio, dove esiste un imperialismo dominante, quello degli USA, ma pensare che l'Italia non sia anch'esso un paese imperialista con suoi interessi propri in giro per il mondo è un gravissimo errore. Qualcuno dovrebbe spiegare allora cosa ci fanno decine di migliaia di soldati dell'Esercito Italiano in giro per il mondo. O vogliamo forse credre alla favoletta delle missioni umanitarie? L'Italia non è semplicemente un vassallo di Washington. E' un paese capitalisticamente avanzato che occupa un ruolo e ha le sue responsabilità nei crimini dell'imperialismo, è un anello di questa catena, subordinato agli USA ma con le sue esigenze. L'Italia del 2009 non ha nulla a che vedere con la Cina del 1949. Non si tratta di sopravvalutare il ruolo di Prodi, anziché D'Alema, ma si tratta di non commettere il madornale errore di non riconoscere o sottovalutare il ruolo imperialista della borghesia italiana in questa catena di criminali genocidi.

Ciro Brescia alle 18.10 del 13 maggio
Se l'imperialismo fosse un "moto dell'anima", un "sentimento", anche l'antimperialismo, per contrasto, lo sarebbe, sfortunatamente stiamo parlando della realtà del capitalismo attuale, quindi è un fatto squisitamente politico, non intendere questo porta a non intendere la natura della attuale fase storica.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Ven Mag 15 2009, 01:09

Ciro Brescia alle 9.48 del 14 maggio
Mi permetto col vostro permesso, di suggerirvi, inoltre, vista l'attuale confusione ideologica che sta di nuovo portando alla ribalta aberrazioni "nazionalbolsceviche" come ai tempi della republica di Weimar (prodromi del nazionalsocialismo...) o, ancora peggio suggestioni e allucinazioni "nazi-maoiste", come negli anni settanta - "né destra né sinistra unità di popolo", "il fascismo è cosa del passato..." - di esplicitare, senza lasciare margini di dubbio ai malintenzionati, e soprattutto potenziali margini di tentativi di infiltrazione ai fascisti camuffati, in maniera netta, chiara, inequivocabile e ben visibile che oltre ad essere anticapitalisti, antimperialisti non si può non essere antifascisti se si vuole davvero lottare per liberare l'Italia dalla dittatura del capitale, oltre che dalle basi Nato ed USA.

Rivista Indipendenza alle 15.11 del 14 maggio
Poni diversi punti e lo spazio su fb è quel che è. Possiamo proseguire la discussione sul nostro forum (ci sono voci già aperte...) e comunque sarà anche il caso di aprire su fb qualche "nota". Sulla rivista cartacea abbiamo scritto molto al riguardo. Intanto, qui alcune telegrafiche osservazioni. L'Italia è un paese capitalisticamente avanzato (in crisi da tempo) ed ha le sue responsabilità pur nel suo ruolo di vassallaggio imperialista. Su questo concordiamo. Riconosci negli USA un imperialismo dominante. Bene. Vuol dire -quantomeno- che ci sono o ce n'è più d'uno sub-dominante. L'Italia non ha nemmeno questo ruolo "sub-imperialistico" per svariate considerazioni su cui sarà necessario tornare.

Rivista Indipendenza alle 15.11 del 14 maggio
Intanto tre punti. Primo, l'imperialismo è la trascrescenza di un capitalismo, ma il passaggio non è scontato, assiomatico. Secondo, non esiste un imperialismo unico o mondiale, ma -storicamente- monocentrico o policentrico. Terzo, per qualunque Stato la presenza militare all'estero non comporta di per sé finalità imperialistiche. Dipende da chi in quella fase. In Iraq, Afghanistan, eccetera, ci sono (stati) anche bulgari, nepalesi, salvadoregni, australiani, polacchi, nicaraguensi, ecc. Non certo potenze imperialiste. E' necessaria una lettura materialstica ad ampio raggio (geopolitica, economica, militare, culturale, ecc) per capire chi, in una fase, è imperialista, chi è alleato favorito, chi alleato/subalterno, chi è in scia per accreditarsi, chi ha vocazioni imperialiste, chi investe ambiti da imperialismo regionale, eccetera. Bisogna entrare nel merito.

Rivista Indipendenza alle 15.12 del 14 maggio
Sulla esplicitazione / chiarezza che suggerisci su infiltrazione fasciste... Hai perfettamente ragione per le motivazioni che porti. Anche qui ti indico strade da percorrere (analizzare, confrontare, ecc.). Primo, è necessario aggiornare di molto la taratura politica e la direzione ideologica della fascisteria variegata. Le forme più pericolose non sono quelle che appaiono, nostalgiche. Il discorso dell' "infiltrazione" va chiarito non perdendo di vista che esistono delle finalità (non necessariamente comuni) legate ad una progettualità politica nella galassia della (neo)fascisteria che sa anche proporsi in termini "antifascisti". C'è qualcosa di un (bel) po' diverso dall'infiltrazione a fini provocatori (da atlantismo di servizio) tipo anni '70, ma che sicuramente mira a ritagliarsi spazi, con discorsi "nuovi" (europeismo, eurasismo, comunitarismo, anticapitalismo di destra, ecc.), in un'area sfilacciata ed in evidente crisi identitaria e di progetto qual è...

Rivista Indipendenza alle 15.12 del 14 maggio
quella antagonista-comunista-di sinistra, ecc. Per cominciare, bisogna spezzare il presunto appannaggio teorico e storico delle destre e dei (neo)fascismi sulla questione nazionale (le cose peggiori destre e fascismi le compiono storicamente a partire dalla questione nazionale; il resto vien da sé). E' necessario analizzare e smontare l'impianto teorico che definisco per approssimazione "neo destro" per comodità comunicativa. Il nazi-maoismo fu la traduzione giornalistica dei tempi che furono delle tesi di un'area della destra radicale (Freda come riferimento teorico ma non il solo ed altro prima e dopo di lui...) che arrivarono a parlare di "comunismo aristocratico" e poi anche solo di comunismo... Se ci dai una mano, proviamo sul forum nostro e attraverso note ad aprire riflessioni al riguardo. Si tratta di passato, si tratta di presente, si tratta di futuro.

Ciro Brescia alle 18.00 del 14 maggio
Concordo che la discussione sia ampia, complessa e ricca di spunti. Ribadisco che l'imperialismo Usa è certamente quello dominante nella catena imperialista che, all'oggi è militarmente incommensurabile, ma è ben altra cosa dire che la borghesia italiana non abbia interessi imperialistici propri. Il fatto che oggi, apparentemente, non siano in contrasto con quelli Usa non significa che non possano diventarlo con l'avanzare della crisi generale del sistema capitalistico. L'Italia è una delle principali potenze mondiali tra i paesi a economia di mercato, realtà ben diversa dalla Polonia, dalla Bulgaria o da El Salvador. Il fatto che la contraddizione interimperialistica oggi non sia la contraddizione principale non può significare che non esistano più tali contraddizioni e che lo scenario internazionale dato sia eternamente immutabile. Ma anche questa discussione non è nuova, è parte di un confronto ideologico che va avanti da anni e che evidentemente non è ancora terminata.

Ciro Brescia alle 18.09 del 14 maggio
I cubani sostengono saggiamente, parafrasando José Marti, che "Patria es humanidad", concordo con questa visione. Così come concordo con il poeta Mario Benedetti quando sostiene che i compatrioti possono nascere anche al di fuori dei confini del proprio paese, così come possono esserci tanti nemici dell'umanità che nascono sul "suolo patrio". Dovunque nascano e dovunque operino, i rappresentati della Borghesia Imperialista sono e saranno dei nemici della patria umanità, che la loro lingua madre sia l'inglese, il francese, il tedesco, il giapponese, l'italiano o quella che sia.

Rivista Indipendenza alle 19.01 del 14 maggio
Non so su quali basi si possa parlare dell'Italia come di una potenza mondiale. I grandi gruppi imprenditoriali con casa madre in Italia (il capitalismo non ha nazione, ma ha bisogno di uno Stato di cui servirsi...) sono di molto relativo peso sul mercato capitalistico. E quando sembra che un peso l'abbiano (vedi Fiat con Chrysler) la sostanza delle cose è ben diversa da quella che appare, e di molto. Lo scenario geopolitico mondiale, anche se allo stato non vede l'emersione chiara di una potenza concorrenziale grosso modo a pari livello con gli Stati Uniti, purtuttavia è in significativo movimento. L'intendimento USA di prevenire questo scenario policentrico (o quantomeno farsi trovare in posizioni di vantaggio strategico) è all'origine delle guerre che Washington ha provocato e scatenato dal dopo 1989 ad oggi:...

Rivista Indipendenza alle 19.01 del 14 maggio
nei Balcani e prima guerra del Golfo si trattò di riaffermare l'egemonia nel campo 'occidentale'; con l'Afghanistan e guerra del 2003 in Iraq gli obiettivi inconfessati sono Pechino e Mosca. La questione nazionale resta per eccellenza l'asse d'azione e strategico della lotta anti-imperialista ed anti-capitalista. Laddove questo lo si è capito ed attuato, la "musica" è stata ed è di un certo tipo. Altrove, come da noi, dove questa valorizzazione ancora manca (il "tradimento" della Resistenza nasce innanzitutto da qui...) si finisce con l'essere "funzionari (sindacali) del Capitale e dell'Impero". Quanto riporti sul patriottismo, infine, è appunto il senso da dare all'inter-nazionalismo. Ci sarebbe, al riguardo, da precisare e da aggiungere. Ci si ritornerà.

Ciro Brescia alle 22.50 del 14 maggio
Sulle basi economiche. L'Italia è una delle principali potenze industriali del mondo ed esporta oltre a decine di migliaia di uomini in armi, anche merci e soprattutto capitali. Cosa che non fanno, né per qualità né per quantità, la Bulgaria o la Polonia. La lotta per la sovranità nazionale non può nella maniera più assoluta, essere funzionale a sostene le politiche della borghesia italiana, nè tantomeno alla sua proiezione imperialista che sia essa in atto o in potenza.

Rivista Indipendenza alle 23.29 del 14 maggio
Negli anni Cinquanta e Sessanta l'Italia ha raggiunto, come dicono svariati studi, un significativo grado di "sviluppo" (concetto assolutamente da discutere...) per più ragioni e in particolare: necessità oggettive legate alla ricostruzione post-bellica; sfruttamento della spinta propulsiva delle merci (agricole) del sud Italia che fungono ancora da traino, quali voci principali delle esportazioni italiane, nonostante il pesante "colonialismo interno" post-unitario di matrice capitalistica tosco-padana; lucro sulle rimesse degli emigranti; piano Marshall che è il mezzo con cui gli USA 'comprano' il controllo economico e politico (anche) dell'Italia. E' a partire dagli anni Settanta che l'Italia, "potenza industriale", inizia un lento declino che in questi ultimi tempi è andato accelerando. Scomparsi alcuni grandi gruppi, entrati altri in crisi senza più la capacità di giocare una partita autonoma fuori della nazione, se vai a vedere ormai si contano sulle dita di una mano...

Rivista Indipendenza alle 23.29 del 14 maggio
le imprese con casa madre in Italia che siano di un certo peso. In genere si tratta di aziende di servizi e di ex monopoli pubblici, senza alcuna proiezione verso l'esterno. Sull'invio dei militari. Gli USA si comportano come i Romani con gli alleati/subalterni: invio di militari e ripartizione degli oneri finanziari. Domanda: quali sono gli interessi imperialisti che l'Italia va a tutelare o a conquistare nei Balcani, in Libano, in Iraq, in Afghanistan? Sulla seconda parte del tuo intervento: è ovvio (per il nostro punto di vista)!!! Trovo il concetto di "borghesia" inadeguato nel XXI secolo, sicuramente per certe parti del mondo (Italia inclusa). Resta che ogni imperialismo è di per sé anti-nazionale, sia quando si proietta all'esterno, sia negli stessi assetti sociali interni e di produzione. Sul sito (in "Per una proposta nazionalitaria in Italia") scarrella a "NATO e imperialismo". Troverai qualcosina del tantissimo che abbiamo scritto e scriviamo sulla rivista cartacea.
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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Lun Ago 24 2009, 20:06

Vi sottopongo questa discussione, sviluppatasi sulla pagina facebook di "Indipendenza", perché riflette 'nodi' (di analisi e teorici) con cui fare i conti nella lotta politica. Sarebbero graditi interventi a seguire.

Nunzio Luigi Dell'Accio 13 agosto alle ore 14.39
Non capisco il senso di questo sito! Indipendenza e sovranità nazionale? Ma che siamo nell'ottocento o nell'epoca del capitale globale? Non basta essere internazionalisti?!
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 13 agosto alle ore 15.51
La nazionalità dell’operaio non è serba, albanese o greca; essa è il lavoro, la libera schiavitù, il mercanteggiamento di sé. Il suo governo non è serbo, albanese o greco; esso è il capitale. L’aria della patria non è per lui quella serba, albanese o greca; ma è l’atmosfera irrespirabile dell’officina sociale. K. Marx
 
Mario Cecere 13 agosto alle ore 18.29
"libera schiavitù": che cosa orribile...
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 14 agosto alle ore 0.08
E sì: è la schiavitù salariale. La peggiore di tutta la storia umana. Ci si libererà da essa solo a livello internazionale, per questo non capisco il senso del sito. Mica possiamo tornare indietro: le questioni nazionali sono finite da un bel pezzo!
 
Rivista Indipendenza 14 agosto alle ore 10.27
C'è una "letteratura" di ragioni al riguardo. Ben al di là di un sito. Di un forum. Di una rivista (cartacea). Ben al di là di "Indipendenza", cioè. Il senso di tutto ciò nasce dalla lotta politica, dall'esperienza militante di chi ha dato e dà vita al progetto politico "Indipendenza". Nasce dal senso delle lotte di liberazione nazionale anche di questi giorni in svariate parti del mondo. Nasce da chi di fatto dà significato concreto all'inter-nazionalismo, appunto. Scrivi sopra: "ci si libererà [dalla schiavitù salariale, ndr] solo a livello internazionale". Lo trovo astratto. Inconcreto. A Cuba o in Venezuela son partiti da sé. Hanno agito in nome della "patria" e della "indipendenza/sovranità nazionale". Senza quella non inizi a concretare nessun progetto sociale emancipativo a 360°. Con tutte le possibili critiche, hanno e stanno riscrivendo la Storia del proprio paese e portato/portando un grandissimo contributo inter-nazionalista...
 
Rivista Indipendenza 14 agosto alle ore 10.27
Fb è impietoso nello spazio. Perché non riprendere il discorso? Su : http://indipendenza.lightbb.com/parliamo-di-indi-riflessioni-suggerimenti-e-quant-altro-f3/conflitto-capitale-lavoro-e-liberazione-nazionale-t238.htm
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 14 agosto alle ore 12.11
Ti ringrazio per l'invito alla discussione, ma devo declinare: siete fuori tempo massimo! Questioni nazionali non ce ne sono più da un pezzo, anzi se il marxismo ha un senso, si arriverà all'abolizione di tutti gli stati e le frontiere, altrimenti rischiate di diventare partigiani di questo e quello interesse capitalista nelle varie aree del pianeta.
 
Alfonso Messina 22 agosto alle 15.05
ad abolire gli stati e le frontiere ci pensa già il capitalismo, non ti rendi conto che lavori per il re di Prussia?
 
Sandro Pescopagano 22 agosto alle 15.28
caro compagno Nunzio Dell'Accio... dispiace vedere che dei compagni si pongono ingenuamente nel campo utile al capitalismo. L'internazionalismo è una arma dei padroni, del capitale, dei ceti dominanti per renderci tutti euali e servi di loro e dei loro interessi. In Italia poi la questionge nazionale è stata snobbata dal PCI da oramai troppi decenni... al contrario dei compagni baschi, o latino americani, o irlandesi (cito a caso per rammentare le battaglie popolari più vicine al sottoscritto). La sinistra italiana è rimasta sulla luna, a fare bla bla bla pseudoideologici, spesso venduta per 4 noccioline a questo o a quella poltroncina (vedi PdCI E PRC, la nostra vergogna in carne e ossa).
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 22 agosto alle 22.58
Non ho capito bene: il Capitale spiana la strada al Comunismo, che, ricordo si può affermare come modo di produzione successivo al capitalismo, solo a livello internazionale e proprio i comunisti dovrebbero rattristarsi di questo risultato storico della rivoluzione che avanza? Marx diceva che la "vecchia talpa, la rivoluzione", erode le fondamenta del sistema. Se è vero che il Capitale omologa tutto e tutti creando un "mondo a sua immagine" (ancora Marx), meglio: vuol dire che unificando le condizioni del proletariato in tutto il mondo, unifica anche la RIVOLUZIONE. Tra l'altro ho leggiuchiato qualcoda su questo sito e addirittura si giustificano i Talebani! Ma scherziamo: dobbiamo difendere i residui del feudalesimo? Allora perché non rivendicare anche l'infibulazione visto che è una tradizione in certe aree del mondo?! Vi rendete conto che così rischiate di diventare carne da cannore per gli interessi delle borghesie nazionali? Vi consiglio di studiare un po' il marxismo!
 
Alfonso Messina 23 agosto alle 7.59
Purtroppo non è vero che il capitalismo spiani la strada al comunismo. Mi sembra che la storia degli ultimi due secoli qualcosa dovrebbe averci insegnato... dove sta questa rivoluzione che avanza? In questo momento storico la resistenza al capitalismo avviene a livello nazionale, vedi Iran, Palestina, Irak, ecc... Per quanto riguarda i Talebani, si battono contro gli invasori, noi cosa facciamo, ci schieriamo con chi resiste o con chi invade? Seguendo il tuo ragionamento bisognerebbe schierarsi sempre con le forze del capitale, francamente mi sembra un po troppo, non credo che il buon vecchio Carlo Marx sarebbe d'accordo con te...
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 9.59
Basta che ti leggi attentamente il "Manifesto" di Marx-Engels e sarà subito chiaro che la base per fare il salto alla società comunista è il capitalismo. Riguardo le cosiddette resistenze nelle arre calde del mondo, in realtà si tratta di guerre che da una parte vedono gli USA che hanno un bisogno spasmodico di controllare dette aree per i flussi di rendita e le borghesie locali che si battono per mantenere i loro privilegi, il tutto naturalmente sulla pelle dei poveri cristi. Noi non ci possiamo schierare con nessuno, tantomeno con forze retrograde, con i residui del medioevo. Mai sentito che i Talebani si finanziano col traffico di oppio? O cosa dire della condizione delle donne in quei paesi? Se si dovesse essere conseguenti fino in fondo con questa logica perché non rivendicare uno stato confessionale anche per l'Italia visto che il cattolicesimo è parte integrante della storia del nostro paese?
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 10.10
Infine la questione palestinese. L'unica soluzione al di fuori degli interessi delle rispettive borghesie nazionali e degli equilibri necessari all'imperialismo in generale per quella tormentata area dovrebbe essere una FEDERAZIONE israelo-palestinese che in un unico territorio riunisca i due popoli, altrimenti la storiella di due stati per due popoli sarebbe praticamente uno stato ghetto per i palestinesi. Torno a ripetere: chi nel terzo millennio parla ancora di indipendenza nazionale o di autodeterminazione dei popoli, in realtà ha la testa girata al contrario della traiettoria della storia visto che persino lo stato più potente del mondo, cioè gli USA possono considerarsi indipendenti rispetto alle feroci leggi dell'accumulazione del capitale!!!

(prosegue)
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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Lun Ago 24 2009, 20:06

(segue)

Rivista Indipendenza 23 agosto alle 11.50
Inchiodare Marx (chiunque...) ad un momento della sua elaborazione teorica è operazione fuorviante e 'politicamente' falsificante. Assumere Marx fideisticamente, come un'icona religiosa, recitando 'versetti' estrapolati qua e là, al di là di 'altro' che ci sarebbe da dire, porta ad assumere posizioni (geo)politiche che, per rispetto nei suoi confronti, sig. Dell'Accio, preferisco non definire. Marx stesso ha detto di non scrivere "ricette per l'osteria dell'avvenire".
 
Rivista Indipendenza 23 agosto alle 11.50
Marx ha analizzato formazioni sociali e relativi modi di produzione, ha analizzato soprattutto quello capitalistico centrando la fabbrica (non l'impresa ancora non esistente) del suo tempo ed ha sviluppato l'idea di una concezione stadiale dello sviluppo umano, con al suo ultimo stadio il comunismo. Pensava che la rivoluzione sarebbe venuta dai punti alti dello sviluppo capitalistico. Lenin ed i bolscevichi finiranno con il fare una (doppia) rivoluzione "contro il Capitale". Una scintilla (iskra) che avrebbe infiammato il mondo.
 
Rivista Indipendenza 23 agosto alle 11.51
Noi non "giustifichiamo" chicchessia. Siamo dalla parte di chi resiste ad occupazioni di chicchessia, in qualunque forma. Non siamo per il feudalesimo. Siamo contro l'imperialismo. Non lo riteniamo "progressivo" per strategie da risiko da "ricette per l'osteria dell'avvenire". Lenin più volte definì la lotta dell’emiro afghano (un sovrano feudale) per l’indipendenza del suo paese una lotta oggettivamente rivoluzionaria per la sua opposizione all'imperialismo britannico. "Reazionari", diceva pressoché testualemnte, erano "certi ultra democratici e socialisti rivoluzionari e repubblicani la cui lotta, durante la guerra imperialista, era reazionaria, perché abbelliva artificialmente, consolidava, faceva trionfare l’imperialismo". Analisi concreta di una congiuntura (potrebbe essere una "fase") storica concreta in funzione di processi rivoluzionari. Il che, ai nostri occhi, non fa di Lenin un'altra icona...
 
Rivista Indipendenza 23 agosto alle 11.51
Calare in modo meccanicistico la categoria di "borghesia" sui talebani, sulle variegate forze della resistenza e su chi le sostiene è senza fondamenti. A capirlo, aiuterebbe già solo la sociologia. Sull'oppio sei disinformato. I talebani stroncarono la produzione quando furono al governo. I signori della guerra 'oppiacei' sono largamente conniventi con gli occupanti e da questi fagocitati già al loro ingresso nel paese. Resta che "non ci piace" il tipo di società che propugnano, ma questo apre altri discorsi e altri piani.
 
Rivista Indipendenza 23 agosto alle 11.54
Definire le questioni nazionali come orpello storico, 'fuori tempo', significa non saper leggere la realtà (geo)politica di oggi e non a caso non sa immaginare un futuro di resistenza che non sia l'accettazione dell'esistente e/o il meccanicismo messianico di una "liberazione internazionale", come tu dici, che sa appunto di astrattismo e di assunto fideistico. Con le fedi è impossibile discutere. Qualunque messaggio razionale, anche solo di buon senso, finisce con l'essere assolutamente irricevibile se anche solo ne intacca le incrostazioni. Le liberazioni partono da luoghi, da terre, si incarnano in classi sociali (nazionali), non scendono da empiree sfere. Basta anche guardare nella Storia. Ovvio che una lotta di liberazione nazionale degna di questo nome, come insegna la Storia (di ieri e di oggi), debba avere una taratura di emancipazione delle classi dominate. Su questo l'oggi ha nel pianeta molte realtà interessanti... Non sarà mai un pranzo di gala, comunque.
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 15.42
Primo: l'impresa esisteva ben prima di Marx basta pensare, che so alle Repubbliche Marinare , così come l'estorsione del plusvalore dal lavoro vivo. Marx ha "semplicemente" formalizzato tutto questo nella legge del valore e nel materialismo dialettico. Non solo: studiandolo attentamente si capisce anche il decorso storico del capitalismo fino all'ultimo suo stadio, cioè l'imperialismo, che non è una politica di un qualsivoglia stato, ma IL MODO DI ESSERE del capitalismo. Secondo: Marx non ha mai detto che non sarebbe stata possibile una rivoluzione nei paesi arretrati. Negli scritti su "India, Cina e Russia" fa addirittura la previsione che "In Russia può anche scoppiare la rivoluzione prima che in occidente, ma se nei paesi avanzati non ci sarà la rivoluzione, la Russia dovrà attraversare l'inferno del capitalismo". In parole povere il marxismo da per scontato che il Comunismo si può affermare solo a condizione che la rivoluzione vinca nei paesi avanzati.
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 15.52
Terzo: i bolscevichi diressero (non fecero, visto che le rivoluzioni le fanno le masse) una rivoluzione "doppia" nel senso che era politicamente socialista mentre da un punto di vista economico non poteva realizzare il socialismo a meno che non avesse vinto la rivoluzione in Europa occidentale e in particolare in Germania. Le TESI DI APRILE di Lenin erano proprio centrate su questo punto: considerare la rivoluzione russa come una tappa della rivoluzione mondiale e nello stesso momento promuovere con tutti i mezzi la rivoluzione nei paesi avanzati. Sappiamo tutti come andò a finire e soprattutto perché: la socialdemocrazia decapitò la rivolta spartachista in Germania, in Italia, ecc.
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 16.10
In quanto alla "Rivoluzione contro il Capitale" trattasi di uno scritto di Gramsci che non capendo questi nessi dialettici prese lucciole per lanterne e praticamente sosteneva che la rivoluzione russa andava contro quanto sostenuto da Marx nel "Capitale". Quarto: appoggiare le cosiddette restitenze oggi, come in passato, nell'epoca del capitalismo giunto alla sua fase suprema, cioè all'imperialismo, significa fare il gioco dei vari interessi contrapposti, siano essi grandi paesi, borghesie locali o peggio ancora rimasugli tribali del passato come il caso dei Talebani! Quinto: ribadisco che le questioni nazionali intese come le intende il marxismo, cioè come eliminazione della palla al piede del proletariato per il successivo e immediato sviluppo della lotta di classe, sono finite con la guerra di liberazione algerina.
 
Nunzio Luigi Dell'Accio 23 agosto alle 16.23
Quelle che sostenete ci sarebbero ancora oggi sono "solo" utilizzate alla bisogna nelle guerre per procura promuovendo e foraggiando bellapposta PARTIGIANERIE in loco, cioè nelle aree di interesse geostorico, dalle varie potenze grandi e piccole. Infine: qui non si tratta ne di santificare nessuno, ad esempio Marx, ne tantomeno avere culti della personalità che già si è combattuto contro lo stalinismo, ma di rendere viva e attuale la teoria marxista mano a mano che il Capitale nel suo spasmodico bisogno di "rivoluzionare continuamente se stesso" spiana la strada ai comunisti liberando la società da tutte le superstizioni e i residui del passato. In parole povere dovremmo essere orientati al programma autonomo del proletariato mondiale, altro che rivendicare questioni morte e sepolte, altro che fideismo cieco!!! Se mi usaste la cortesia di non chiamarmi più in causa, ve ne sarei grato visto che non credo proprio che caveremo un ragno dal buco partendo da queste premesse.
 
Alfonso Messina 23 agosto alle 16.48
il tuo è un soliloquio, non accetti che ti si contraddica. Tutto ciò non è molto dialettico. Se non vuoi essere chiamato in causa basta che non commenti più i discorsi che si fanno su questa pagina.
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Gio Dic 17 2009, 16:00

sankara ha scritto:
gorritxo ha scritto:
Quest'ultima iniziativa congiunta di rifondazione e idv è - parere personalissimo - l'ennesima conferma che dal mondo della cosiddetta sinistra radicale non può arrivare nulla di buono. La logica è sempre la stessa: il nemico non è il capitalismo ma le destre (come se la sinistra non fosse altrettanto capitalista). E francamente, considerata la forte e radicata ideologizzazione in senso internazionalista, dogmaticamente antifascista e culturalmente liberal-capitalista, che caratterizza non solo i vertici ma anche la base (o gran parte di essa) la cosa non mi stupisce affatto.
Attenzione a non buttare via il bambino con l'acqua sporca. "Internazionalismo" non è concetto negativo, anzi. Purché sia concreto, non astratto. Per esserlo, non può prescindere dal patriottismo e dalla fratellanza tra patriottismi di liberazione. Idem l'antifascismo, che va distinto al suo interno e ripensato nella modernità di forme.
Per parlarne ci sono voci apposite nella sezione "Parliamo di Indi". Se vuoi, prova a riprendere un'analisi di questi punti lì.
L'internazionalismo sarebbe secondo me un concetto estremamente positivo se fosse inteso sulla base del significato letterale della parola: "inter" sta per "tra", non per "senza" le nazioni. Rimanda cioè all'idea di fratellanza dei popoli (delle nazioni), non certo alla loro scomparsa nel nome della globalizzazione. E la fratellanza non presuppone certo la sottomissione a un unico potere politico.
La parola ha però subito uno scivolamento semantico, e così oggi quando si parla di internazionalismo si intende una sorta di "anazionalismo" del tutto in linea con i principi della cultura liberal-capitalista e della globalizzazione "buona" da opporre a quella "cattiva".
In Italia purtroppo la sinistra di area radicale (anche quella comunista) è appiattita quasi in toto su queste posizioni. Certo, esistono sensibilità individuali e piccoli gruppi sparsi qua e là che fortunatamente ragionano diversamente (penso a Patria Socialista o alla RASH), ma se penso alla mia esperienza personale e a quello che si può leggere anche sulla sua bacheca di fb (riportato in questa discussione), pare che Indipendenza predichi nel deserto. La cosa più assurda è che ci sono persone pronte a sostenere le rivendicazioni nazionali di palestinesi, baschi, irlandesi ecc ecc, le politiche che coniugano indipendenza nazionale e socialismo di Chavez, Morales, Correa, Castro ecc. ecc., salvo poi deridere ogni analoga rivendicazione riferita alla situazione italiana, bollando ogni discorso sull'indipendenza e la sovranità nazionale come fascista o cripto-fascista.
È vero, esiste qualche piccolo segnale incoraggiante, come il passaggio sulla sovranità nazionale nel documento politico del PdCI di circa un anno e mezzo fa (postato da kamo in un'altra discussione), ma è ancora troppo poco. Soprattutto se pensiamo che arriva da una forza politica che ha fatto organicamente parte di governi tutt'altro che sensibili all'argomento, e che a tutt'oggi afferma che "il suo progetto politico ha come naturale campo di sviluppo, l'Europa" (l'affermazione è tratta dal documento politico sul processo costitutivo della Federazione della Sinistra. http://www.comunisti-italiani.it/upload/dl/Federazione_della_Sinistra/12_03_doc_fed_definitivo.pdf)
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aposkinhead

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MessaggioTitolo: Re: Questione nazionale e internazionalismo   Ven Dic 25 2009, 03:39

condivido al 100% ciò che afferma il compagno Gorritxo... Indipendenza, basta vedere su faceboock, pare predichi a un muro di gomma.
Evidentemente tanti decenni di "teorismo parafilosofoco-democratico" hanno spiallato tutto. E pensare che i partigiani si definivano Patrioti, che per assurdo, se prendessreo il termine internazionalista alla lettera, a cosa sarebbe loro interessato di liberare la nostra terra...non avendo nazione sarebbero solamente dovuti trasmigrare da un'altra parte, in URSS in Jugo o in Albania. E invece no, da patrioti lottarono qui, nella loro terra.
Purtroppo è così, se si parla di Irlanda, Paesi Baschi, ecc., la questione nazionale viene giustificata; se in Italia, allora incombe il rischio di esser marcatio a fuoco col fascismo, nazionalismo, infiltrazione ecc.
Uno schifo, da perfetti dementi, illogici e incoerenti! Saputelli (o presunti tali) che spacciano il marxismo per quello che hanno sentito dire in pillole da un bignamino del '68. Essendo poi il sottoscritto avulso da dogmatismo tout court, mi reputo esterno alla diatriba marxista, valutandola positiva come punto di partenza necessario e qualificato per una critica al capitalismo, non una bibbia rossa....
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Questione nazionale e internazionalismo
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