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 Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale

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tadiottof



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MessaggioTitolo: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Ven Gen 09 2009, 22:54

Rispondo ad Admin
E' sbagliato l'approcio

"buona parte degli utili delle banche statunitensi derivano dalla compravendita azionaria, obbligazionaria o nel settore delle materie prime con ricorso a forme sempre più complesse di "contratti derivati""
Il mercato delle materie prime e' falsato da speculazioni.
Nell'800 le colonie venivano rapinate delle loro risorse, quindi le materie prime non avevano un prezzo di partenza.
Oggi si pretende che la Russia venda il suo gas a un prezzo politico.
Perche' dovrebbe? gli Stati Uniti mica regalano il loro!

"il meccanismo nefasto delle cartolarizzazioni"
Cartolarizzare e' una tautologia (credo di definirlo correttamente).
Per esempio la cambiale e' una cartolarizzazione.
Per il Codice Civile la cambiale equivale a denaro contante (tautologia), ma finche' la cambiale non viene pagata non possiamo dire di avere in tasca il denaro.
In Italia dopo Berlusconi si e' cartolarizzato tutto: immobili della Banca d'Italia, immobili del demanio, anche l'Alitalia e prima le altre aziende di Stato (privatizzazioni). Chi ha comprato con ha onorato le cambiali e questo e' il risultato.
Lo stesso discorso vale per la crisi degli altri Stati.

Non si potra' questa volta risolvere la crisi, che e' strutturale e non congiunturale, con i vecchi e soliti rimedi keynesiani o con l'economia sociale di mercato.
E' il mercato che e' finto, fasullo.
Propongo di tornare al baratto!
E' una battuta, ma non troppo.
Ricordo un ingegnere dell'Italimpianti negli anni 70, scandalizzato perche' l'Argentina aveva proposto di pagare i progetti e le realizzazioni industriali con prodotti agricoli. Mi sembra accettabile a meno che i paesi capitalisti non pretendano 100 per la scatoletta vuota (tedesca o europea) e vogliano riconoscere 1 per il passato di pomodoro (argentino).
Il baratto non e' la soluzione, ma lo sara' l'economia marxista.
Verra' riscoperta dai paesi capitalisti e presentata come originale.
2000snlp
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Sab Gen 10 2009, 03:48

Ciao tadiotoff,

non comprendo quale sia l’approccio sbagliato. Rispetto a quanto tu scrivi rilevo che:
1) Le speculazioni sulle materie prime, che giustamente metti in evidenza, avvengono proprio attraverso i contratti derivati, futures in primo luogo. Quando, nel gennaio scorso, in sole 48 ore di scambi al New York Mercantile Exchange (Nymex) i futures schizzavano al rialzo del 13%, la causa non era certo l’aumento dei consumi cinesi o indiani. Sulla Russia e gli USA in effetti è come tu dici. Vale però anche il ragionamento al contrario: non possiamo criticare il “libero mercato” (concetto diverso da quello di “mercato libero”) quando si parla degli USA e poi lasciare andare quando si tratta delle mire geopolitiche e geoeconomiche di Mosca...

2) Buona parte delle privatizzazioni italiane non è avvenuta attraverso il meccanismo delle cartolarizzazioni. La legge sulle cartolarizzazioni in Italia è stata varata dal governo D’Alema (1999) per i crediti INPS, SACE, INAIL. Poi certo, il centrodestra con la “finanza creativa” di Tremonti (ma ci sarebbe da parlare anche di certi fantasiosi provvedimenti dei governi di centrosinistra) ne ha fatto ampio ricorso, a cominciare dagli immobili degli enti previdenziali (Tremonti comunque ha sostenuto che la “Scip 1” era già stata predisposta dall’uscente governo Amato). Storicamente le "grandi privatizzazioni", iniziate con il governo Amato, sono in gran parte avvenute sotto i governi “tecnici” di Ciampi e Dini, di fatto appoggiati dal PCI-PDS, quindi quelli di centrosinistra (1996-2001). Le cartolarizzazioni costituiscono comunque il meccanismo attraverso cui le insolvenze negli USA sono finite nei bilanci delle banche nostrane.

3) Che intendi per “economia marxista”? Quella vista all’opera nell’URSS? In tal caso, comunque, non mi sembra che nelle alte sfere si miri ad abolire la proprietà privata ed il “libero mercato” e passare alla pianificazione statale o di partito. A mio avviso, nel capitalismo è errato vedere una contrapposizione tra “Stato” ed “impresa”.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: idea   Lun Feb 09 2009, 22:24

Come sapete la crisi economica attuale e' globale e, in piu', strutturale.
Per superarla sara' necessario modificare la struttura su cui si basa l'attuale sistema produttivo (secondo Marx: modo di produzione).
Una proposta quasi indolore per il capitalismo moderno (economia sociale di mercato, definizione inventata da Erhard prima di divenire Cancelliere) potrebbe prevedere incentivi per la riparazione delle auto, invece della loro rottamazione.
Si creerebbe un circolo virtuoso che, iniziando dalle auto, interessera' gli eletrodomestici, mobilia ecc.
Per gli immobili e' in atto da sempre: le abitazioni vengono ristrutturate, piu' spesso che non ricostruite ex novo.
Via via che l'artigianato prendera' consistenza, ci sara' bisogno di produrre anche semilavorati: acciai, legname, plastica ecc.
Quindi riprendera' vigore l'industria pesante.
Il recupero del patrimonio esistente ridurra' la spazzatura e il suo smaltimento.
Ecc. ecc.
Cosa ne pensate?
2000snlp
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tadiottof



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MessaggioTitolo: occupazione   Mer Feb 11 2009, 14:05

Nell'era post-industriale, o terza rivoluzione indutriale, l'occupazione non puo' essere assicurata dall'industria.
Le linee di produzione delle macchine, e anche delle miniacciaerie, sono ormai controllate dai computer.
I paese industrializzati avevano abbandonato gli altoforni prima del 1986. Nell'opuscolo Scuola/Lavoro del 1986, edito dal distretto scolastico 10 di Genova, condirettore Giulio Ponte, in ultima di copertina, si legge al punto 6 del Decalogo del giovane in cerca di lavoro: "...Sapere che nessun paese industriale costruisce piu' un'acciaieria. Sapere che nel 2000 20 cittadini su 100 saranno sufficienti a produrre tutti ibeni agricoli e industriali."
L'Italsider andava chiusa molto prima, invece Riva continua a ricevere aiuti di Stato.
Giulio Ponte, che non incontro da anni, era socialista.
I Governi senz'altro sapevano e avrebbero dovuto prendere provvedimenti adeguati.
Poi e' arrivato Tremonti le cui ignoranza e' abissale.
L'occupazione sara' possibile solo con la rivaluzione dell'artigianato.
2000snlp
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padegre



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MessaggioTitolo: crisi: il subdolo ottimismo   Mar Feb 24 2009, 19:44

[b- crisi: il subdolo ottimismo -
a cura di Paolo De Gregorio, 24 febbraio 2009

Avvantaggiato dal fatto di non essere un economista, e quindi non uno di coloro totalmente incapaci di prevedere la grande crisi che stiamo vivendo, vorrei offrire alla discussione qualche mia riflessione.
Da quello che vedo, sento, o leggo e capisco, la grande crisi può essere affrontata in due modi:
-un modo è quello, diciamo conservatore, che non mette in discussione nulla. Cerca di avere soldi statali per continuare nelle stesse logiche ed impostazioni che hanno generato la crisi, che viene giudicata un incidente di percorso e non il fallimento del ciclo capitalista che non ha più nessuna credibilità e fiducia nel cuore del suo potere che sono appunto le banche.
Non è superfluo continuare a ricordare che all’origine della crisi vi sono mostruose truffe pensate ed attuate da istituti che hanno deliberatamente ingannato i loro clienti, e questo fatto è irrimediabile, perché la fiducia, e questo avviene anche tra le persone sposate o tra gli amici, quando viene tradita non si ristabilisce più, e allora sono dolori.
Non dobbiamo nemmeno dimenticare che la cornice in cui si è sviluppata la crisi è quella della globalizzazione e della forte interdipendenza finanziaria e commerciale fra la maggior parte dei paesi del globo, che incominciano a vedere i lati fortemente negativi del fenomeno e molti pensano al protezionismo o a rimodulare la loro economia verso i consumi interni.
L’esempio più chiaro della fragilità dei paesi più esposti alla globalizzazione ci viene da un paese con il PIL in attivo, la Cina, che ha strutturato una importante fetta della sua capacità produttiva per soddisfare il mercato americano, e, se la capacità di spesa e di consumo dei cittadini americani continuerà a diminuire, la Cina si troverà con milioni di disoccupati e problemi sociali gravissimi.
L’altro immenso problema, di cui ancora pochi vogliono tener conto, e parliamo sempre della Cina, e che questo enorme sviluppo è stato ottenuto con dei prezzi ambientali devastanti, con la maggior parte della energia prodotta dalla combustione del carbone, fattore che ha accelerato la seconda più grave crisi, dopo quella finanziaria, che è quella del riscaldamento globale.
-L’unica via di uscita dal disastro finanziario ed ambientale della globalizzazione, e siamo alla seconda ipotesi, è buttare al cesso gli ottimismi di facciata, riconoscere il fallimento della globalizzazione, nazionalizzare le banche in fallimento e progettare, in ogni nazione, uno sviluppo nuovo, moderno, ecologico, che metta in evidenza, a carattere cubitali, la necessità di uno sviluppo SOSTENIBILE, fondato su basi economiche solidissime, che sono il controllo delle banche e il taglio delle spese militari, per ristrutturare l’economia in due settori fondamentali, quello energetico e quello della agricoltura, per ottenere in pochi anni l’autosufficienza energetica con le rinnovabili, e l’autosufficienza alimentare con una agricoltura ristrutturata (tutta biologica) per soddisfare i consumi interni, legata al territorio e a km zero.
E’ un percorso possibile, che ha al suo interno delle felici conseguenze, una di queste sarebbe il progressivo disinteresse a controllare il petrolio mondiale, e quindi una prospettiva di pace, l’altra, implicita nella fine dell’economia globale, la scomparsa dei flussi migratori sostituiti dalla ricerca della sostenibilità in ogni nazione tra il proprio territorio e le proprie risorse e il numero di bocche da sfamare e fermare così responsabilmente la devastante sovrappopolazione.
Da una crisi strutturale mondiale non si esce con l’ottimismo di facciata né percorrendo le stesse strade che l’hanno causata.
Se solo si tenesse conto delle valutazioni serie, scientifiche, degli studiosi che ci parlano di emergenze ambientali da affrontare immediatamente, e non delle vuote e false parole di politicanti ignoranti, asserviti alle lobby economiche, il percorso da fare apparirebbe logico, innovativo, indispensabile, civile, democratico.
Assurde appaiono le decisioni del governo italiano di cantierare l’alta velocità Torino-Lione, di pensare al Ponte sullo stretto di Messina, di pensare al nucleare con l’uranio in esaurimento e comunque dipendente da miniere lontane, scelte che appaiono di continuità con la globalizzazione, mentre vediamo già nei porti accumularsi piramidi di container abbandonati e intere navi messe in disarmo, con l’equipaggio a bordo, per rinuncia all’acquisto delle merci trasportate. Cifre colossali che si riveleranno sprecate per sostenere uno sviluppo sbagliato, distruttivo e fallito.
Paolo De Gregorio

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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Gio Feb 26 2009, 04:11

Il sistema bancario e finanziario globale è oramai defunto e si temono cruente sollevazioni di massa. Fioccano in questi ultimi giorni le dichiarazioni di membri dell'establishment USA che paventano il peggio in relazione alla crisi finanziaria negata pervicacemente fino a pochi mesi fa.

Il finanziere (secondo alcuni agente CIA) George Soros ha detto che il sistema finanziario si è effettivamente disintegrato. Il peggio comunque non è ancora arrivato: Soros paventa turbolenze più gravi della "grande depressione" del 1929 e con una dinamica che ricorderebbe l'implosione dell'Unione Sovietica. L'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker ha detto di non aver vissuto e riscontrato nella storia, neppure nella grande depressione, un tracollo così veloce e altrettanto uniforme in tutto il mondo.

L'attuale presidente della FED, Ben Bernanke, ha affermato davanti al Congresso USA che per vedere la ripresa economica bisognerà aspettare ancora tre anni. Previsioni temporali che lasciano il tempo che trovano, dette da un personaggio (pur se non da solo!) che la crisi non l'aveva minimamente prevista. In merito alle banche, Bernanke ha forse commesso una gaffe affermando che non si possono far fallire quelle troppo grandi: non ci si rende conto che questo è un incentivo alla cattiva gestione? L’economista Nouriel Roubini, della New York University, prevede un decennio di stagnazione su base mondiale. «L'economia mondiale è ormai letteralmente in caduta libera, poiché la contrazione dei consumi, della spesa in conto capitale, degli investimenti immobiliari, della produzione, dell’occupazione, delle esportazioni e importazioni, si sta accelerando anziché rallentare», ha scritto Roubini.

Sebbene l'amministrazione Obama (dopo aver già stanziato esorbitanti fondi dei contribuenti a favore delle grandi banche, proseguendo di fatto la politica economica dell'amministrazione Bush) abbia negato di voler nazionalizzare le banche statunitensi in crisi, molti economisti ritengono che questa sia "l'unica via d'uscita" per evitare una diffusione anche su scala globale di quelle proteste sociali che in Islanda e Lettonia hanno portato alle dimissioni dei governi in carica.
Intanto la polizia del Regno Unito si sta preparando per una "estate di malcontento" e proteste di massa contro il governo laburista di Gordon Brown, mentre negli USA si segnalano addestramenti dell'esercito USA nella "controguerriglia urbana" per affrontare le previste sollevazioni di massa.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: scenari immaginati da uno stratega dilettante   Mer Mar 11 2009, 06:23

padegre ha scritto:
L’esempio più chiaro della fragilità dei paesi più esposti alla globalizzazione ci viene da un paese con il PIL in attivo, la Cina, che ha strutturato una importante fetta della sua capacità produttiva per soddisfare il mercato americano
Ho letto in questi giorni che la Cina e' in ripresa. perche' ha un grosso mercato interno.
La Cina potra' soddisfare la domanda della sua popolazione, solo se avra' energia per lavorare le materie prime.
Sembra che la Cina cerchi di convincere la Russia a fornirgli l'energia di cui ha bisogno.
Se fosse cosi' addio al gas russo.
Potrebbe essere motivo per scatenare una guerra.
Ma chi la farebbe?
L'Europa? No! Non ha abbastanza risorse militari.
L'America? Per difendere l'Europa? Non ne avrebbe l'interesse! Piuttosto cerchera' un accordo con la Russia, contro l'Europa, che e' sempre stato un alleato parassita e un consigliere infido.
2000snlp
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tadiottof



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MessaggioTitolo: rottamazioni e riparazioni   Dom Mar 22 2009, 19:23

tadiottof ha scritto:
Come sapete la crisi economica attuale e' globale e, in piu', strutturale.
Per superarla sara' necessario modificare la struttura su cui si basa l'attuale sistema produttivo (secondo Marx: modo di produzione).
Una proposta quasi indolore per il capitalismo moderno (economia sociale di mercato, definizione inventata da Erhard prima di divenire Cancelliere) potrebbe prevedere incentivi per la riparazione delle auto, invece della loro rottamazione.
Si creerebbe un circolo virtuoso che, iniziando dalle auto, interessera' gli eletrodomestici, mobilia ecc.
Per gli immobili e' in atto da sempre: le abitazioni vengono ristrutturate, piu' spesso che non ricostruite ex novo.
Via via che l'artigianato prendera' consistenza, ci sara' bisogno di produrre anche semilavorati: acciai, legname, plastica ecc.
Quindi riprendera' vigore l'industria pesante.
Il recupero del patrimonio esistente ridurra' la spazzatura e il suo smaltimento.
Ecc. ecc.
Cosa ne pensate?
2000snlp
Questa mattina a Radio 1 ho sentito un funzionario della Confederazione Nazionale dell'Artigianato fare propria l'idea di incentivi per le riparazioni.
Possibile che siano riusciti ad appropriarsi e rielaborare cosi' in fretta questa mia proposta pubblicata il 9 febbraio?
2000snlp
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