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 Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale

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AutoreMessaggio
tadiottof



Numero di messaggi : 621
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MessaggioTitolo: Crisi finanziaria ed effetti in Italia   Mar Ott 07 2008, 08:26

scambio epistolare con il gruppo radicali liguria
------------------------
Tento di articolare la tesi sull'immoralita' del risparmio in mano ai "banchieri"
Le banche raccolgono i risparmi delle famiglie, no di certo quello degli industriali, che altrimenti, quando hanno "risparmi", preferiscono "autofinanziarsi".
L'autofinanziamento impegna gli utili, che cosi' non sono tassati.

allegato
'''''''''''''''''''''''''''''''
-----Messaggio Originale-----
Mario Deaglio
Data invio: venerdì 15 marzo 2002 19.01
Oggetto: Re: reddito imponibile

Le persone con redditi elevati si difendono normalmente dalla tassazione
intestando i propri beni a società di vario genere. I redditi non vengono
mai da loro formalmente incassati ma restano investiti nelle società di loro
proprietà. Questo elimina le "punte" della tassazione ma soprattutto
garantisce l'anonimato.
'''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''''

Le banche prendono i soldi dei risparmiatori, delle famiglie, e li "prestano" alle imprese, che spesso ne fanno un uso avventato, tanto non sono soldi loro, e poi falliscono, lasciando gli amici banchieri in "sofferenza".
ecc.
Lo Stato non e' costituito solo di politici, ma anche di burocrati, di consigli di amministrazione, di sindacati, ovvero di rappresentanti del Comune al Consiglio di Amministrazione dell'Universita', di rappresentanti dei Sindacati: al Consiglio di Amministrazione dell'Universita', alla Conferenza dei Servizi, all'ex Albergo dei Poveri ecc.
Il partito radicale non ha una visione critica, ma idealistica, della societa' basata sull'economia di mercato e non saprebbe contrastarla.
Non ne nego l'onesta', piuttosto l'ingenuita'.
Non sara' sufficiente cambiare i politici, bisogna cambiare anche l'organizzazione, il "tessuto" sociale.
Non sarebbe uno scandalo.
Qualche anno fa, nella lista, ho tentato di affrontare il problema; ho avuto uno scambio di e-mail solo con Gildo.
Osservavo come la societa' umana, al contrario delle societa' animali, sia l'unica con tante forme diverse di organizzazione: monarchia e aristocrazia (democrazia), feudalesimo e comunismo (i Catari altri movimenti), capitalismo e comunismo (marxismo in eta' moderna), politeismo e ateismo, monoteismo e ateismo ecc.
Vediamo come dalla sintesi di tesi e antitesi si torni sempre a quanto previsto dal materialismo storico
2000snlp
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Danilo Di Mambro



Numero di messaggi : 14
Data d'iscrizione : 26.08.08

MessaggioTitolo: A proposito dei mutui americani   Sab Ott 11 2008, 21:05

A rifletterci bene la questione dei subprime appare come un raggiro colossale. Col sistema dei mutui senza garanzie in pratica gli USA hanno chiamato i paesi industrializzati ad immettere nel loro mercato immobiliare, "a fondo perduto", una massa incredibile di denaro liquido: a che è servito? Dove è andato a finire? Era una liquidità necessaria all'economia americana? Se così fosse avrebbero veramente raggirato il mondo ristorando il loro bilancio senza aggravare la situazione del loro debito.
Danilo Di Mambro
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kamo

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Numero di messaggi : 271
Data d'iscrizione : 10.05.07

MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mar Ott 14 2008, 20:28

Ma avete fatto caso alle cifre che gli Stati dell'Unione Europea hanno stanziato per le banche? Abbiamo Germania e Gran Bretagna a quota 500 miliardi ciascuno, Francia quasi 400, molti paesi tra i 200 e i 100. Solo l'Italia non ha fornito cifre, la Banca d'Italia ha parlato di 40 miliardi, ma tutto rimane avvolto nel mistero.

Cifre del genere non sono mai state neanche lontanamente sognate per pensioni, sanità e altre necessità primarie dei cittadini. Per la spesa sociale i fondi non ci sono, recitano i governi di turno, ma per mandare soldati in giro per il mondo principalmente al servizio delle strategie imperiali USA o per salvare le banche private invece... Ma dove troveranno gli Stati le immense cifre necessarie a saldare il conto con le banche?

C'è allora da sorprendersi che questa alluvione di denaro potenziale, promesso sia sotto forma di acquisto di azioni delle banche, che sotto forma di garanzie agli impegni del sistema bancaro in senso lato (ormai non si distingue neanche più tra titoli ipotecari e altro) abbia innescato gli attuali rialzi delle Borse? Tutto passato, allora? Mah, la mia impressione è che siamo soltanto all'inizio...
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FilippoRosso



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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Dom Ott 19 2008, 14:45

I radicali, in economia, non hanno nulla di diverso dalla destra ultra liberista.
In questo periodo, anche loro stanno vedendo le loro teorie dissolversi come neve al sole.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Dom Ott 19 2008, 17:34

FilippoRosso ha scritto:
I radicali, in economia, non hanno nulla di diverso dalla destra ultra liberista.
In questo periodo, anche loro stanno vedendo le loro teorie dissolversi come neve al sole.
Estenderei la riflessione, caro FilippoRosso, sulle indicazioni che ci vengono dai dati di fatto di questa crisi finanziaria. Su questo mi pare che, a sinistra, si discuta (molto) poco e che si abbiano remore a rivedere analisi, tesi e scenari troppo frettolosamente formulati (un po' per l'arroccamento nella testarda difesa di analisi inadeguate, un po' perché si è finiti con l'essere più o meno consapevolmente succubi -mentalmente, culturalmente, ideologicamente- dell'ideologia dominante capitalistica dello sviluppo e per giunta ineguale). Mi pare, soprattutto, che si abbia timore a trarre debite conseguenze in termini di operatività politica. Provo a fissare, in sintesi, alcuni punti secondo me significativi.

1. L'iniezione di liquidità ai propri gruppi e sistemi finanziari (con la variante interna dell'aiutare il tal gruppo bancario piuttosto che un altro, quale espressione della supremazia strategica di direzione politica dello Stato e/o del conflitto tra frazioni nello stesso), partita dal cuore dov'è scoppiata la crisi -gli USA-, sta vedendo attivi in un interventismo di tipo keynesiano sia l'amministrazione statunitense che l'ha attivata per prima, sia gli esecutivi di tutti quegli Stati che agli USA sono legati da un rapporto di sudditanza / subalternità anche in termini di speculazione finanziaria. E' questo un altro aspetto della dipendenza, tanto più rilevante se pensiamo alle connessioni tra speculazione finanziaria ed effetti sull'economia reale (dalle imprese in perdita di liquidità sino ai nuclei sociali impelagati con i mutui), che non può che essere parte integrante della ragion d'essere e della legittimità di qualsiasi movimento di liberazione nazionale.

Ne consegue una prima notazione.
Il liberismo statalista, che è un'ideologia storicamente imposta da una potenza imperialista nella sua area di servitù (nell'Ottocento non a caso dall'Inghilterra), sa ben interagire, all'occorrenza, con politiche di tipo keynesiano. I fiumi di parole spesi dai liberisti contro gli aiuti e l'assistenzialismo di Stato, sul "libero" mercato, eccetera, si rivelano nient'altro che fumo ideologico di pura manipolazione delle coscienze per l'imposizione delle politiche anti-popolari e di classe che li connotano. Quella in atto, peraltro, è la peggiore forma di assistenzialismo, fornita ad oligarchie di speculatori parassitari che si ingrassano sul profitto di transazioni virtuali a danno del lavoro, delle aspirazioni di vita e della pelle stessa delle cittadinanze.

2. Chi da tempo ciancia di crisi degli Stati, del loro essere uno strumento in via di superamento, e perora evanescenti soggetti antagonisti globali in un malinteso ammodernamento del significato dell'internazionalismo, viene smentito dai fatti, dalla realtà. Per capire chi decide, per verificare chi goda dell'effettiva sovranità, bisogna osservare "chi decide in stato d'eccezione". Se gli Stati hanno ancora una valenza -eccome- bisogna interrogarsi sui rapporti interstatuali, sulle dinamiche geopolitiche, su una nozione che frettolosamente a "sinistra" e nel pluriverso "comunista" molti tendono a cancellare: quella di imperialismo. Se questa nozione ha ancora un senso, e gli effetti di questa crisi ce lo ricordano andando a colpire maggiormente quei paesi esposti ai vincoli di dipendenza oltre Atlantico e sostanzialmente non toccando quei paesi nelle cui Borse semmai hanno operato per lo più gruppi affaristici esteri che a Wall Street si collegavano e che dalla crisi sono stati colpiti, e se gli Stati, pur nella gerarchia interstatuale, hanno al loro livello ancora una funzione per i gruppi grande-imprenditoriali di riferimento, di 'casa propria', in quest'epoca (sostanzialmente ancora) monocentrica dal punto di vista imperialista e policentrica dal punto di vista dei capitalismi concorrenti, ad avere sensatezza ed un potenziale enorme d'incidenza è l'idea-forza di una liberazione collettiva che non sia vaga ed eterea, ma assuma i contorni di massa (nazionale) e di qualità (di classe).

3. I costi sociali vengono fatti pagare dai diversi esecutivi di Stato alle 'proprie' collettività, mostrando -se ancora ce ne fosse bisogno...- la divaricazione tra la forma di Stato funzionale alla logica capitalistica e la fonte reale del potere sostanzialmente esautorata di sé (la nazione, il popolo, come collettività politica 'fonte' del potere) che paga due volte: per le politiche capitaliste e per sanare le sue crisi. Ne consegue, ancora una volta, che un movimento anticapitalista è autenticamente tale se fa propria la rivendicazione della liberazione e dell'indipendenza nazionali, se assume la portata nazionale dello scontro intesa come lotta sia agli interessi delle classi dominanti di 'casa nostra', che alle direttrici 'internazionalizzatrici' dell'imperialismo di turno (oggi quello statunitense). Se gli attuali Stati dominanti sono funzionali alla logica capitalistica in senso lato e subdominanti rispetto al centro imperialistico, la scelta della liberazione della nazione (anti-colonialismo e/o anti-imperialismo) e nella nazione (rivoluzione dei rapporti di produzione e della formazione sociale) diventa una scelta rivoluzionaria e strategica.

4. I soggetti sociali di questo processo? Mi piace ricordare quel che scriveva F. Gaja: «...tutti coloro che senza certezze di alcun genere impegnano contemporaneamente, in Italia, il proprio lavoro e le proprie risorse economiche e si dibattono in balìa delle conseguenze delle costrizioni del sistema economico mondiale, del suo caos permanente, degli effetti della concorrenza senza regole, dell’incertezza degli sbocchi esterni, delle difficoltà di finanziamento, dell’enormità del costo del denaro, dell’altalena incontrollata delle monete, della dittatura del dollaro. Qui si materializza l’essenza costituzionale della patria, l’idea moderna di Nazione» (in «Urge una nuova definizione della nozione di "interesse nazionale"», in Maquis/dossier, n. 1).
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tadiottof



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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Dom Ott 19 2008, 21:06

kamo ha scritto:
Cifre del genere non sono mai state neanche lontanamente sognate per pensioni, sanità e altre necessità primarie dei cittadini. Per la spesa sociale i fondi non ci sono, recitano i governi di turno, ma per mandare soldati in giro per il mondo principalmente al servizio delle strategie imperiali USA o per salvare le banche private invece... Ma dove troveranno gli Stati le immense cifre necessarie a saldare il conto con le banche?
Mi ricordo una trasmissione TV dei primi anni 80, in cui si affermava che lo Stato, per sconfiggere le BR, spese 200 mila miliardi di lire, cioe' il 20% del PIL annuo di allora.
Non 1 lira per pensionati e famiglie.
D'altra parte i deputati dovevano difendere il loro stipendio.
I brigatisti, per avere successo, avrebbero dovuto compiere 200 mila rapine da 1 miliardo.
Impossibile: avrebbero dovuto smettere prima solo per questo motivo.
2000snlp
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simyzag



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MessaggioTitolo: Due piccole osservazioni.   Lun Ott 20 2008, 19:06

I Governi per trovare i soldi da dare al capitale finanziario, fanno una semplice operazione, li prendono in prestito!! Come??? Emettendo Bot e CCt ,obbligazioni, cioè aumentando il deficit dello stato e sarà sempre pantaleo a pagare, attraverso ,per rientrare dal deficit, ulteriori tagli alla scuola, ai servizi sociali, ecc ecc. I mutui subprime è solo un'apparenza del fenomeno, forse la più eclatante, ma insieme ai mutui, si sono inventati, tante formulette, per fare cassa e liquidità. E si badi , non perchè erano tutti truffatori o delinquenti!! Ma perchè è una necessità allo stato della situazione del capitalismo. Oggi , per ottenere lo stesso plusvalore, il capitalista deve immettere più quota di capitale fisso, e cioè ha bisogno di più liquidità. Come deve fare??? Ricorre agli istituti di credito siano essi istituti finanziari o banche. Ma alla sempre più richiesta di danaro non corrisponde una corrispondenza sul mercato, ed allora si vendono promesse di acquisto di merce nel futuro. Cioe in cambio di soldi ti vendo un pezzo di carta che oggi non vale niente , ma che varrà quando produrrò quella merce. Se l'industria fallisce ecco che il risparmiatore ha perso filippo con tutto il paniere.
Quindi non i cattivi capitalisti o i malfattori, hanno prodotto la crisi, ma è il sistema capitalista che deve trovare sempre più avanzati equilibri pur di continuare a sopravvivere. Non è con un regolamento, una leggina, un divieto quà ed uno là che si risolverà il problema, Questi serviranno per calmare solo gli animi della gente. E il grave che la sinistra , scimmiotta, miagola , balbetta, e non presenta nessun piano alternativo per uscire dalla crisi.
Non propone cioè
1)nazionalizzazione di tutte le banche in fallimento con sequestro di tutti i beni sia della banca che dei manager senza indennizzo
2) agevolazioni all'unione della banche in difficoltà per una autonoma capitalizzazione senza richiesta di aiuti di stato
3) agevolazion ai propietari di mutui in diffcoltà fissando un tasso fisso agevolato( come fu fatto per l'edilizia popolare negli anni '70-'80 legge 167) per un valore dell'immobile fissato agli attuali prezzi di mercato
4)Espropio degli immobili di propietà delle banche ed istituti finanziari, assicurazioni, caserme ed immobili dello stato e trasformazione in case sia per case degli studenti, sia per gente in difficoltà
5) Emissioni di Bot ed obbligazioni di stato per un piano di edilizia popolare massiccia ed intensiva
6) agevolazioni ed incentivi reali, non fittizi, per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, con un piano per incentivare la ricerca in campo di energie emergenti
e potrei conntinuare. Parole d'ordine semplici a portata di tutti , comprensibii a tutti, non certo rivoluzionari, ma capaci di mettere in moto energie e forze troppo a lungo sopite ed addormentati. Sarà capace la sinistra a farsi portavoce di una cultura egemone???

visita http://zincao.blogspot.com
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mar Ott 21 2008, 01:17

simyzag ha scritto:
I Governi per trovare i soldi da dare al capitale finanziario, fanno una semplice operazione, li prendono in prestito!! Come??? Emettendo Bot e CCt ,obbligazioni, cioè aumentando il deficit dello stato e sarà sempre pantaleo a pagare, attraverso ,per rientrare dal deficit, ulteriori tagli alla scuola, ai servizi sociali, ecc ecc. I mutui subprime è solo un'apparenza del fenomeno, forse la più eclatante, ma insieme ai mutui, si sono inventati, tante formulette, per fare cassa e liquidità. E si badi , non perchè erano tutti truffatori o delinquenti!! Ma perchè è una necessità allo stato della situazione del capitalismo. Oggi , per ottenere lo stesso plusvalore, il capitalista deve immettere più quota di capitale fisso, e cioè ha bisogno di più liquidità. Come deve fare??? Ricorre agli istituti di credito siano essi istituti finanziari o banche. Ma alla sempre più richiesta di danaro non corrisponde una corrispondenza sul mercato, ed allora si vendono promesse di acquisto di merce nel futuro. Cioe in cambio di soldi ti vendo un pezzo di carta che oggi non vale niente , ma che varrà quando produrrò quella merce. Se l'industria fallisce ecco che il risparmiatore ha perso filippo con tutto il paniere.
Quindi non i cattivi capitalisti o i malfattori, hanno prodotto la crisi, ma è il sistema capitalista che deve trovare sempre più avanzati equilibri pur di continuare a sopravvivere.
Intanto benvenuto al forum anche a te, simygaz. Sacrosanta la tua indignazione sulle regalìe alle grandi oligarchie finanziarie, quando allo stesso tempo si afferma che fondi per la spesa sociale non ce ne stanno.
Sulla dinamica della crisi, comunque, ho una valutazione diversa dalla tua. Non sono in grado al momento di farti un discorso molto dettagliato ed articolato, ritengo comunque che questa sia una crisi innanzitutto dalle origini e dalla dinamica interna al mondo del capitalismo finanziario USA, che tramite il meccanismo nefasto delle cartolarizzazioni si è allargata anche alle banche degli Stati europei. Detto per inciso, ciò apre più di un interrogativo sulle finalità del processo di concentrazione bancario infra-europeo. Nota che sono le grandi banche più “internazionalizzate” ad essere colpite dal fenomeno, non le piccole banche di credito cooperativo. Ricordo che Profumo anni fa, in un’intervista a L’Espresso, si vantava della “europeità” della sua banca asserendo che il 30% del capitale (se non ricordo male) era in mano a fondi d’investimento inglesi e statunitensi.

La crisi chiama in causa uno dei pilastri (il capitale finanziario) su cui si basa la strategia egemonica USA quantomeno degli ultimi 30-40 anni. Un’egemonia basata (anche) sulla forza politica del dollaro a livello mondiale ed una divisione internazionale del lavoro che ha visto gli Stati asiatici produrre a basso costo e gli Stati Uniti, a torto o a ragione il più grande mercato di riferimento economico, comprare merci pagando in dollari stampati ovviamente a Washington e ritornati sotto forma di acquisti di attività finanziarie, tra cui quelle sottostanti ai cosiddetti “mutui subprime” (una considerazione che andrebbe legata alle considerazioni che fa sopra Danilo). Negli Stati Uniti l’economia è trainata dai consumi, a loro volta basati sul sistematico ricorso al debito. Si è prodotta un’abbondanza di liquidità che, oltre a sostenere artificialmente l’espansione dei consumi, ha reso plausibile qualsiasi forma di speculazione e creazione fittizia di ricchezza come avvenne negli anni ’20.

Nel ’29, infatti, il sistema bancario sviluppò una politica di credito facile e di speculazioni legate alla borsa, attraverso acquisti diretti o acquisizioni, favorendo operazioni allo scoperto che provocarono il fallimento di molti privati cittadini o delle stesse industrie, ritirando improvvisamente le linee di credito. Il crollo di Wall Street provocò quindi una serie di fallimenti a catena, dai mercati ai privati ed alle industrie, quindi al commercio, ritornando inevitabilmente alle banche. Oggi buona parte degli utili delle banche statunitensi derivano dalla compravendita azionaria, obbligazionaria o nel settore delle materie prime con largo uso di derivati che hanno contribuito e contribuiscono tuttora alla finanza di tipo creativo (il caso Parmalat è la norma, non l’eccezione). L’imperativo della massimizzazione a breve termine del valore azionario delle società, oltre al continuo uso di cosiddette “finanze creative”, ha portato le stesse ad un ricorso eccessivo all’indebitamento e ad una spasmodica riduzione dei costi a scapito degli investimenti.

Il discorso meriterebbe maggior approfondimento, simygaz, questi considerali semplicemente quali spunti di riflessione.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mar Ott 21 2008, 02:04

simyzag ha scritto:
E il grave che la sinistra , scimmiotta, miagola , balbetta, e non presenta nessun piano alternativo per uscire dalla crisi.
Non propone cioè
1)nazionalizzazione di tutte le banche in fallimento con sequestro di tutti i beni sia della banca che dei manager senza indennizzo
2) agevolazioni all'unione della banche in difficoltà per una autonoma capitalizzazione senza richiesta di aiuti di stato
3) agevolazion ai propietari di mutui in diffcoltà fissando un tasso fisso agevolato( come fu fatto per l'edilizia popolare negli anni '70-'80 legge 167) per un valore dell'immobile fissato agli attuali prezzi di mercato
4)Espropio degli immobili di propietà delle banche ed istituti finanziari, assicurazioni, caserme ed immobili dello stato e trasformazione in case sia per case degli studenti, sia per gente in difficoltà
5) Emissioni di Bot ed obbligazioni di stato per un piano di edilizia popolare massiccia ed intensiva
6) agevolazioni ed incentivi reali, non fittizi, per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, con un piano per incentivare la ricerca in campo di energie emergenti
e potrei conntinuare. Parole d'ordine semplici a portata di tutti , comprensibii a tutti, non certo rivoluzionari, ma capaci di mettere in moto energie e forze troppo a lungo sopite ed addormentati. Sarà capace la sinistra a farsi portavoce di una cultura egemone???
Qualche considerazione sulla latitanza, che lamenti, della "sinistra". E' un po' come sparare sulla Croce Rossa, nel senso che il tracollo elettorale dell'aprile scorso è stata la conclusione (vedremo se provvisoria -e per quanto tempo- o definitiva) di un lento e progressivo esaurirsi di prospettiva e strategia. Il tutto lo si è coperto con l'anti-berlusconismo, ma i nodi sono venuti al pettine. Ciò detto, è necessario fare i conti con le ragioni di questa crisi che, al di là di un'etichetta ("sinistra") che può essere discussa e nella quale ormai c'è di tutto e di più, investe la credibilità di un progetto di fuoriuscita dal modello capitalistico e, per questo, l'individuazione di passaggi (politici e sociali), fattibili, per una transizione ad 'altro'.

Tu avanzi delle proposte. Sarebbero da discutere, anche se trovo interessante lo spirito di fondo che le anima, e cioè un ri-centramento degli interessi nazionali e un recupero della sovranità. Quanto proponi (ripeto, forse con qualche aggiustamento d'accento, ma questo è normale nella dialettica politica) significa legittimare e affermare istanze misconosicute a sinistra, significa interrogarsi a fondo sulle dinamiche della dipendenza politica, culturale, economica, finanziaria (anche) di questo paese, significa mettere in discussione l'Unione Europea e diversi altri organismi veicolo della dipendenza. Insomma, serve tutto un grosso lavoro in cui sensatamente inserire proposte tipo le tue. Ben vengano, quindi, e che siano anche discusse, ma bisogna essere consapevoli dei nodi che ti ponevo sopra, perché non restino -queste ed altre- affermazioni da forum o su carta.

Continua ad intervenire. Lo spirito del tuo intervento è quello che secondo noi serve e che, (anche) con questo forum, intendiamo concorrere a far crescere. E poi, chissà....
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tadiottof



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MessaggioTitolo: crisi strutturale   Mar Ott 21 2008, 15:40

La recessione e' una crisi strutturale, non congiunturale.
Se non si modifica la struttura economica, la crisi non verra' superata.
Non necessariamente si dovranno fare innovazioni: forse e' il momento di abbandonare i "motori dominanti" e di tornare ai "motori ausiliari" come suggerisce Ivan Illich.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: modifiche strutturali   Mar Ott 21 2008, 21:46

Dopo la maratona, nel 1999, a Pechino, ci fu qualche giorno di relax.
Un giorno fu dedicato alla visita della grande Muraglia a 80 km.
Era una bella giornata di sole e la visita molto piacevole.
Al ritorno in citta', nella campagna, mi accorsi che i campi di grano o di segale, per chilometri, in poche ore, dal mattino alla sera, erano stati mietuti a mano: c'erano i covoni come si vedono nei dipinti di Bruegel.
I Cinesi possono contare su una popolazione abbondante e non mi e' sembrato scandaloso l'uso delle braccia al posto dei motori.
Nel commento precedente ho ricordato l'osservazione di Ivan Illich sui motori dominanti; non dobbiamo essere schiavi dei motori.
2000snlp
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simyzag



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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mer Ott 22 2008, 13:54

Grazie per il benvenuto, e scusate se non ho salutato al mio primo apparire.
Un altro ringraziamento devo farlo per la benevolenza con cui avete accolto i miei pensieri e ne approfitto per abusarne un altro po. Le cause di questa ulteriore crisi del capitalismo, e non finirà qua, sono molteplici , ma a differenza di quella del '29 che era alla base sopratutto crisi di sovraproduzione, questa invece è crisi di caduta del saggio di profitto. Per un minor plusvalore oggi si richiede una massa di capitale fisso maggiore. Il capitale produttivo ha cercato di superare questo problema con l'aumento della flessibilità della forza lavoro, con salario più bassi e ore di lavoro maggiore, cioè maggiore sfruttamento. Ma la massa di liquidità richiesta è sempre maggiore. Il costo del lavoro sempre più basso da parte dei paesi emergenti prima fra tutti Cina, ha richiesto per i paesi più industrializzati , maggiore innovazione , maggiore tecnologia e quindi maggiore massa di capitale fisso. Il capitale finanziario è allora intervenuto in soccorso inventando forme di finanziamento scommettendo sulla futura produzione di merci e più alto era il rischio della scommessa più alto erano gli interessi più alto l'appettibiità dei bond. Ma siccome l'appettito vien mangiando , anche il capitale produttivo ha incominciato ha capire che il circolo D-M-D' ( cioè capitale investito produce merce che produce capitale da reinvestire maggiorato) non conveniva più e che era più semplice il circolo D-D' ( cioè capitale finanziario investito che produce capitale da reinvestire maggiorato) e come un circolo vizioso le forme di finanza creativa sono schizzate alle stelle alimentate da giovani creative menti finanziarie che ne inventavano una più del diavolo, da speculatori in mala fede ( cioè che violavano anche le pur blande leggi di regolamentazione del mercato) e da capitali che avevano bisogno di essere investiti per crescere il più velocemente possibile. Tutto questo ha creato un castello di carta enorme che avrebbe fatto innorridire anche il pur cinico Adam Smith con il suo " Siate egoisti e farete il bene dell'umanità" Cioè una delle regole del mercato e cioè la corrispondenza fra merci prodotti e capitale circolante è saltata. Ora qua non c'entra la nazione , ne il capitale nazionale. Il capitale è sempre stato internazionalista nei momenti di espansione e nazionalista nei momenti di crisi. La globalizzazione è solo uno stato più evoluto di un internazionalismo del capitale che è sempre stato. Il soldi non hanno mai avuto odore e il capitale non ha mai avuto confini.
E veniamo alle mie proposte, che proposte non sono, ma solo spunti per un ragionamento per poter uscire dalla crisi dal punto di vista dei lavoratori. Queste mie considerazioni vogliono anche essere, o hanno la pretesa di voler essere, un punto di partenza per incominciare a costruire una piattaforma in grado di riunificare dal basso le forze che si richiamano al proletariato. Io ritengo che solo partendo dal basso, solo partendo dai bisogni e dalle esigenze dei lavoratori si può costruire un percorso , perchè solo i bisogni e le esigenze sono di per sè unificanti. Allora due punti sono prerequisiti
1) Sapere chi è alleato , chi è nemico di classe, chi può essere compagno di viaggio
2) Costruire un programma di transizione comune basato sui i punti su esposti , o anche su altri, ma che abbiano la discriminante del punto di vista dei lavoratori e non della compatibilità del sistema e che siano credibili e percorribili in modo che si possano raggiungere anche obbiettivi minimi ma immediati ( la vittoria porta entusiasmo e l'entusiamo è nemica della depressione)

Avrei anche altri punti da discutere con voi. Ma per il momento voglio vedere cosa ne pensate di questi.
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casarossa



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MessaggioTitolo: Quale governo dell'economia?   Mer Ott 22 2008, 23:19

Quale governo dell'economia?

L'informazione negata :il caso del Manifesto e di Liberazione .

Governo ed economia sono due parole antitetiche :l'una riguarda la politica l'altra il mercato.L'una i valori dello stare insieme l'altra l'individualismo proprietario .....il noi e l'io.

Oggi molti si affannano a dimostrare la differenza tra l'economia reale e la finanza spericolata e speculativa ma ignorano che la grande industria e anche la media non ricorre al credito bancario ma appunto alla borsa con finanziarie, come Ifil Fiat ad esempio, che reperiscomo risorse quotando appunto il proprio titolo sul mercato finanziario.

Dunque tra borsa impresa e banche esiste un rapporto che non va mistificato,così come va indagato il nesso merce- danaro- merce in rapporto al lavoro e alla condizione dei lavoratori come ha fatto Marx nel 1800.

Una rappresentazione plastica del come l'economia poggi su una base mobile lo si poteva osservare ieri nelle sale alle grida delle borse ..................con quei volti paonazzi ,frenetici e stressati e oggi nel clic nevrotico degli squali della finanza che trasferiscono capitali finanziari da un capo all'altro del mondo e decidono della geografia della fame non solo nel terzo mondo;altro che governo consapevole dell'economia !

Smantellare la propietà pubblica e trasferire risorse non solo economiche ma decisonali al privato non è il deperimento dello stato auspicato da Marx ma l'uso di un meccanismo autoritario che comprime le libertà e la stessa democrazia.

Il terreno del consenso avviene anzitutto con il controllo dei media Ognuno può verificare come la grande e piccola industra tramite la pubblicità decide quale mezzo di comunicazione possa spravvivere tollerando al massimo voci marginali di dissenso .Oggi ci si accanisce anche contro queste voci ultraminoritarie come Il Manifesto o Liberazione .

Non è neppure il mercato a decidere ma la distorsione pubblicitaria .Pensate ad una competizione dove i giornali non fossero veicolo di pubblicità come aviene oggi -con quel rapporto tra propietà delle testate e direzione giornalistica ben noto- e dove la competizione vera tra testate giornalistiche fosse tra l'informazione ,la cultura e lo sguardo critico sulla realtà!

Infine non dimentichiamo che il predominio del capitale finanziario porta alla guerra come orizzonte costante nel passato recente e nel futuro prossimo.

Come diceva Brecht: la guerra peggiore non è l'ultima ..........ma quella che verrà.

rv
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mer Ott 29 2008, 02:58

simyzag ha scritto:
Le cause di questa ulteriore crisi del capitalismo, e non finirà qua, sono molteplici (...) questa è crisi di caduta del saggio di profitto. Per un minor plusvalore oggi si richiede una massa di capitale fisso maggiore. Il capitale produttivo ha cercato di superare questo problema con l'aumento della flessibilità della forza lavoro, con salario più bassi e ore di lavoro maggiore, cioè maggiore sfruttamento. Ma la massa di liquidità richiesta è sempre maggiore. Il costo del lavoro sempre più basso da parte dei paesi emergenti prima fra tutti Cina, ha richiesto per i paesi più industrializzati , maggiore innovazione , maggiore tecnologia e quindi maggiore massa di capitale fisso. Il capitale finanziario è allora intervenuto in soccorso inventando forme di finanziamento scommettendo sulla futura produzione di merci e più alto era il rischio della scommessa più alto erano gli interessi più alto l'appetibiità dei bond. Ma siccome l'appetito vien mangiando, anche il capitale produttivo ha incominciato ha capire che il circolo D-M-D' ( cioè capitale investito produce merce che produce capitale da reinvestire maggiorato) non conveniva più e che era più semplice il circolo D-D' ( cioè capitale finanziario investito che produce capitale da reinvestire maggiorato) e come un circolo vizioso le forme di finanza creativa sono schizzate alle stelle alimentate da giovani creative menti finanziarie che ne inventavano una più del diavolo, da speculatori in mala fede ( cioè che violavano anche le pur blande leggi di regolamentazione del mercato) e da capitali che avevano bisogno di essere investiti per crescere il più velocemente possibile
Ciao Symgaz,
innanzitutto ben ritrovato. È del tutto vero che ci troviamo soltanto all’inizio di una crisi finanziaria che purtroppo produrrà effetti devastanti anche sulla “economia reale”.
Mi appare invece fuorviante descrivere l’attuale crisi usando la categoria della “caduta del saggio di profitto”, che per il marxismo tradizionale annunciava l’imminente crollo di un capitalismo che ha mostrato nella storia ampie capacità di trarre alimento dalle sue stesse crisi. Non è una questione irrilevante individuare la dinamica della crisi, dato che alla diagnosi seguono corrispondenti rimedi. Interpretare la crisi in termini di “caduta del saggio di profitto” significa enfatizzare i fattori economici a scapito di quelli politici e prefigurare la fine del capitalismo. È anche la tesi del comunque interessante Immanuel Wallerstein (cfr Liberazione, 16 10 08, leggibile anche qui: http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&file=article&sid=3018), secondo cui «da almeno 30 anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalista, poiché questi non perviene più a “farsi sistema”, nel senso in cui lo intende la fisica e chimica Ilya Prigogine (1917-2003): cioè quando un sistema, biologico, chimico o sociale, devia troppo sovente dalla sua situazione di stabilità e non arriva più a ritrovare l'equilibrio».

In tutta franchezza, caro Symgaz, mi sembrano queste delle “grande narrazioni” che possono facilmente generare forti illusioni. Entrando più nel merito, a mio modesto avviso l’analisi dei fattori economici e finanziari è sicuramente importante, ma deve essere inserita in un contesto più ampio di analisi politica e geopolitica. Dietro agli indici economici vi sono dei rapporti sociali sia tra classi dominanti e dominate che interdominanti all’interno di un dato Stato, sia tra classi dominanti di vari Stati per l’egemonia globale. Altrimenti, che senso avrebbe prefigurare “rivoluzioni” per assetti sociali alternativi avendo di fronte un meccanismo economico che lo si vorrebbe funzionante secondo le leggi della fisica?

A mio modesto avviso, per iniziare a comprendere questa crisi bisogna partire dall’egemonia del dollaro a livello globale, dal suo status di valuta di riserva, frutto del potere politico e militare degli USA, un importante tassello della strategia imperialista di Washington di dominio sugli altri Stati e nazioni del globo. Poche volte si mette in evidenza il fatto che l’inizio dell’egemonia del dollaro, risalente alla conferenza di Bretton Woods (1944), non riflette tanto una preminenza economica-produttiva statunitense pur sussistente all’epoca, quanto una supremazia politica e militare. La controprova la si ebbe nel 1971 con la dichiarazione di Nixon sull'inconvertibilità del dollaro in oro, che inaugurò una forma di egemonia di questa moneta che l’economista Henry Liu ha sinteticamente definito «una condizione strutturale nel commercio e nella finanza mondiali, per la quale gli Stati Uniti producono dollari e il resto del mondo beni che i dollari possono comprare».

Da questo dato bisogna partire per comprendere gli eventi di questi giorni. È il potere politico e militare degli Stati Uniti che, dal punto di vista economico, ha reso Washington un caso a parte, un’eccezione a quei vincoli finanziari che tutti gli altri Stati sono invece chiamati a rispettare. Come afferma sempre Liu, l’egemonia del dollaro consente agli Stati Uniti di possedere indirettamente l’intera economia globale esigendo che le sue ricchezze (materie prime e fonti energetiche comprese) siano espresse e comprate in dollari che gli Stati Uniti possono stampare a piacimento. Il commercio mondiale è stato ridotto ad un gioco nel quale il resto del mondo produce beni e servizi che gli USA possono comprare a “prezzi di mercato” quotati in dollari. Si ha un bel dire che gli Stati Uniti siano dipendenti finanziariamente dai prestiti di Cina e Giappone! Le banche centrali di questi ed altri paesi comprano dollari nella forma di titoli del Tesoro ed obbligazioni di istituti finanziari USA perché altrimenti le loro valute aumenterebbero di valore rispetto al dollaro, penalizzando le loro esportazioni. Gli USA possono così stampare una quantità infinita di dollari per pagare le importazioni di beni dall’estero. Dollari che continuano ad aumentare esponenzialmente a cifre enormi nelle riserve valutarie degli altri Stati nel mondo, per i quali è vitale accedere nel più grande mercato mondiale. Il tutto mentre il “Washington Consensus”, le ricette di austerità dei bilanci pubblici, privatizzazioni e liberalizzazioni imposte da FMI, Banca Mondiale, WTO (e Banca e Commissione Europea nel nostro “continente”), produce altrove strette di bilancio, disoccupazioni, riduzione di consumi ed investimenti, con tali Stati che diventano sempre più dipendenti dagli aiuti esterni.

In questo sistema mondiale così strutturatosi, il debito e il deficit commerciale degli Stati Uniti non costituiscono un “problema”, ma la “soluzione”. Gli USA non concederebbero d’altro canto mai ai loro “creditori” di scambiare questi dollari vendendo i propri settori strategici. Questi, d’altro canto, non si sognerebbero mai di comprare azioni rilevanti di compagnie USA senza il loro consenso, per paura che questo venga considerato un atto di belligeranza. Al massimo, e qui andiamo ai nostri giorni, si possono acquisire quote di minoranza dei capitali delle imprese USA o investire nel mercato immobiliare. È comunque in questo scenario complessivo di dominio globale che va compreso il ruolo della finanza statunitense con le sue speculazioni e quel “castello di carta” basato su forme sempre più complesse di “contratti derivati” a cui fai riferimento. Non mi sembra però che il “capitale finanziario” sia venuto “in soccorso” di quello “produttivo”. Anzi, il principio della “creazione di valore per gli azionisti” imposta dai fondi d'investimento mi sembra abbia prodotto, in vari comparti produttivi anche negli USA, riduzioni non solo del costo del lavoro ma anche delle spese per ricerca ed innovazione.

Per il momento mi fermo qui. Alla prossima.
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simyzag



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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 03 2008, 18:36

sankara ha scritto:
Interpretare la crisi in termini di “caduta del saggio di profitto” significa enfatizzare i fattori economici a scapito di quelli politici e prefigurare la fine del capitalismo.
Scusate il ritardo, nel rispondere. Ho riportato una frase della tua risposta, che mi sembrava l'incipit di una analisi che fai che è tutta economica, frammista da implicazioni politiche. Allora il marxismo non ha annunciato la fine imminente del capitalismo, ma una delle possibilità/necessità della storia era appunto nella caduta del capitalismo, ed una delle ragioni della fine della spinta propulsiva del capitalismo sta appunto nella caduta tendenziale del saggio di profitto. Infatti se si fà una analisi macro economica ed non ideologica si nota appunto come ad una diminuzione del plusvalore corrisponde un sempre maggiore incremento del capitale fisso. Anche gli economisti borghesi ammettono questa tendenza, chiamandoli con nomi diversi, con termini anglosassoni, ma la "ciccia" è sempre questa. Questo assolutamente non vuol dire che la politica non c'entra. Il capitalismo è fatto prima di tutto di economia che si avvale e che condiziona, indirizza e guida il potere politico. Ed il potere politico e gli strumenti politici vengono utiizzati come la pelle di certi attributi maschili. Si allentano e si stringono a seconda delle crisi endemiche del capitalismo. Dopo una ubriacatura della fine dello statalismo, della fine della politica, per il primato del mercato e dell'economia, ecco ora apparire o riapparire, lo Stato e gli strumenti che per carità non si devono chiamare keynesiani, ma che significano iniezioni di sano e benefico statalismo in soccorso all'economia. Ed i rapporti umani, sociali, e quindi fra stati , le politiche nazionali ed infrastatali sono necessariamente influenzati, determinati, modificati dai rapporti di potere fra le classi e fra i rapporti di forza fra le forze produttive, dalla divisione internazionale del lavoro. Solo per fare un esempio. La cina ed il resto del mondo. Quando la cina è diventata un paese amico/nemico???, quando la sua economia ha invaso il mondo occidentale ed i suoi capitali hanno sostenuto e continuano a sostenere la crisi finanziaria degli USA, per poter continuare ad esportare merci e beni. Da paese in cui era conveniente esportare capitale per produrre merci e ricavare plusvalore ( la quota di capitale fisso in quel paese era basso in relazione al costo della manodopera e quindi alto plusvalore estratto) , la borghesia di questo paese con un salto di reni ( lo sviluppo ineguale e combinato) , ha preso in mano le redini ed in prima persona estrae e trae vantaggio del plusvalore nazionale. E di colpo la politica nazionale ed internazionale funzionale a detto compito si è aperta al mondo occidentale ed il paese è diventato partner/concorrente della borghesia internazionale.
Alla prossima
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 03 2008, 19:32

Sicuramente nella crisi ci sono fattori economici, ma ritengo che siano dominanti i fattori politici e l’organizzazione del potere.
Non fosse altro che per il fatto che la politica ha mancato di “sorvegliare” il mercato. I sub-prime, i derivati sono prodotti finanziari concessi ai soliti noti per far profitto sulla platea degli ignari(polli) investitori di borsa.
Chissà le risate quando verrà fuori l’indebitamento degli enti locali fatti appunto con strumenti “derivati”!!
Ma non era di questo che volevo parlare. Alcuni hanno fatto la giusta e notazione che sono stati stanziati fiumi di denaro per tenera a galla la finanza, mentre non c’è mai una lira per le pensioni, la sanità i salari.
Se leggiamo però le strategie del WTO vediamo che uno degli obiettivi principali del capitale è l’acquisizione dei mercati del welfare europeo. Ultimo grande bacino di profitti.
Una crisi del genere, mondiale, che impaurisce le persone, come le aveva impaurite il terrorismo globale facilità il compito dell’assalto ai diritti (sanità, pensioni, welfare in genere)
E pongo la questione. Siamo sicuri che dietro alla crisi non ci siano strategie di questo tipo?
Lo so può sembrare fantapolitica, si può pensare che sarebbe complicato dominare e dirigere cosi l’economia mondiale…eppure.

pino galluccio
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mar Nov 04 2008, 13:42

altrestorie ha scritto:
Sicuramente nella crisi ci sono fattori economici, ma ritengo che siano dominanti i fattori politici
Purtoppo no, caro amico mio. In una società basato sul mercato, sulla scambio di merci che sono fatti economici, è l'economia che domina su tutto. Questo è stata l'illusione dei revisionisti o socialisti riformisti che teorizzavano dapprima che la politica e la politica nazionale potesse contenere e controllare il capitale attraverso il controllo da parte del parlamento, e poi attraverso l'economista Keynes si teorizzò che il mercato si potesse drogare attraverso iniezioni di politica economica dominata dallo Stato. Questi sogni o pie intenzioni si sono poi scontrati con le realtà. Le multinazionali, l'internazionalizzazione dei capitali hanno spazzato via queste illusioni. Le politiche degli stati nazionali nulla possono contro il capitale internazionale. Questo ha comunque bisogno degli stati, perchè durante le crisi cicliche che il capitalismo attraversa ( e non sto qui a soffermarmi sulle ragioni di ciò), le borghesie nazionali hanno bisogno a sostegno delle politiche che possa sostenere, sorreggere e mantenere le economie ed i capitali. Poi non più. Trovati nuovi equilibri, trovate nuove strategie di sopravvivvenza , il capitale nega la validità dello Stato e della politica e lotta per avere le mani libere. La politica torna ad essere il pulcinella ed un teatrino per l'economia. Chi pensa che la crisi sia colpa della politica crede nelle favole che la crisi sia originata dalle malefatte di questo o di quel manager, di questa o di quella banca. Frottole!!!
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mer Nov 05 2008, 17:09

caro simyzag

Pure io da sognatore voglio credere che è possibile un argine “politico” alla supremazia dell’economia.
So benissimo che gli interessi economici sono quelli che muovono la baracca e so bene che l’analisi nell’ottica del materialismo ci dice questo.
Pure sono poi le scelte “politiche” che spianano la strada al capitale.
Se un parlamento abolisce il falso in bilancio, si da il via libera alla speculazione selvaggia ed alla riduzione in merce di qualunque cosa, compresi i rapporti sociali.
Si deve, e secondo me si può, arrivare ad una politica che pur non riuscendo a controllare il mercato, almeno sia capace di porre qualche paletto.
Ovviamente il capitale, i centri di potere, dispiegheranno tutta la loro forza affinchè attraverso azioni di lobby (leggi corruzione) spingano alla deregulation, come sta avvenendo in tutto il mondo occidentale.
Ma c’è anche qualcuno, che resiste alla corruzione , alle pressioni e cerca risposte politiche.
Se cancelliamo anche la speranza in un sovvertimento dei rapporti di forza tra economia e politica, ci resta solo di rassegnarci al dominio assoluto del mercato e vivere come se fossimo delle variabile dipendenti dal denaro.
Se stiamo qui a ragionare, discutere, è perché pensiamo che ci possa essere un momento, magari uno solo, in cui la politica prevale.
pino
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MessaggioTitolo: mercato ed economia di mercato   Gio Nov 06 2008, 09:38

altrestorie ha scritto:
caro simyzag
Si deve, e secondo me si può, arrivare ad una politica che pur non riuscendo a controllare il mercato, almeno sia capace di porre qualche paletto.
Non si deve confondere il mercato con l'economia di mercato o "libero mercato" che libero non e'; se fosse libero chiunque potrebbe andare al "mercato rionale" e vendere la sua merce senza chiedere la licenza all'Annona.
Il mercato rionale o anche il mercato in web e' un mercato naturale, dove si fa il prezzo in base alla domanda e all'offerta.
L'economia di mercato e' un'invenzione del capitalismo, per proteggere la ricchezza di una classe sociale (privilegi) o di qualche Stato sugli altri Stati.
2000snlp
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Ven Nov 07 2008, 14:50

altrestorie ha scritto:
caro simyzag
Si deve, e secondo me si può, arrivare ad una politica che pur non riuscendo a controllare il mercato, almeno sia capace di porre qualche paletto.
Certo i paletti la politica riesce a metterli, ma si devono creare due condizioni.

  1. Una forte spinta del movimento operaio che faccia da supporto alla politica e faccia mettere in difensiva la borghesia nazionale
  2. Una classe politica e sindacale tale da far da supporto e da sponda alle rivendicazioni del movimento. Questa condizione però è subordinata alla prima e comunque avviene in seconda battuta, e non necessariamente.
Allora e solo se le condizioni si verificano allora la politica riesce a mettere nell'angolo il capitale e la borghesia. Se però queste condizioni non trovano sbocco in un movimento rivoluzionario alla lunga il capitale riesce a ribaltare la situazione e a riprendere il controllo.
Queste sono le condizioni che la storia ci ha più volte ri-proposto e da queste bisogna trarre lezioni ed insegnamento.
Come ho già detto in altra post le misure, le leggi che la politica riesce a fare sono solo e soltanto dettate dal potere nella società. Il ceto politico non è autonomo di per sè, è sempre subordinato al rapporto di forze che in dato momento storico, in un dato contesto si stabilisce, ne registra il risultato e si mette a disposizione del più forte.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 10 2008, 23:19

tadiottof ha scritto:
Non si deve confondere il mercato con l'economia di mercato o "libero mercato" che libero non e'; se fosse libero chiunque potrebbe andare al "mercato rionale" e vendere la sua merce senza chiedere la licenza all'Annona.
Scusa tanto ma mi sembra una precisazione superflua, mi pare ovvio che ci si riferisce all'economia di mercato e non al mercatino rionale.
Se poi bisogna esser dettagliati al capello provvederò.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 10 2008, 23:30

In teoria concordo.
In pratica mi chiedo dove stanno gli operai. Intesi come classe che ha coscienza di sé e dove stanno i movimenti, rivoluzionari e non?
Sarò eretico ma io penso che la dialettica, per forza di cose, è tra multinazionali (potere vero) e consumatori.

Abbiamo più poteri come consumatori che come elettori.
Facciamo politica quando scegliamo al supermercato.
Tutti conosciamo le iniziative per boicottare il mercato del petrolio.
Se qualche milione di persone decidesse di non usare più la macchina ma i mezzi pubblici, il calo della domanda farebbe crollare i prezzi.
Se comprassimo solo auto a energia elettrica costringeremmo i petrolieri ad investire in energie alternative. Ovviamente prima che alcuno corregga, sto tagliando con l'accetta, tanto per capire il senso.
Il punto anche qui è come fare a che i consumatori prendano coscienza di essere una "classe" e di avere un potere enorme.

Non credo siano tempi di rivoluzioni. Perchè la storia ci ha anche insegnato che "l'assalto ai forni" si ha quando la gente ha realmente fame. Non è questa la condizione del mondo occidentale di cui facciamo parte. Dove la povertà è assolutamente relativa, rispetto a chi vive con un dollaro al giorno. Infatti solo lì assistiamo a movimenti in qualche modo "rivoluzionari".
Credo che bisognerebbe un attimo cambiare i punti di vista, il modo di fare analisi.
Per carità non pretendo di portare una verità, cerco di vedere la cosa da punti di vista diversi.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Ven Nov 14 2008, 21:33

altrestorie ha scritto:
In pratica mi chiedo dove stanno gli operai. Intesi come classe che ha coscienza
In realtà ho detto operai, ma intendevo dire lavoratori o meglio proletari, intesi come coloro che non hanno null'altro se non solo la forza lavoro da vendere. Ed inoltre la classe la intendevo in senso marxiano e non sociologico. Inoltre i proletari non nascono con la coscienza di classe, questa la si acquista solo con la lotta, durante la lotta, durante lo scontro che si capisce che il mio compagno di lavoro non è solo un altro da me, ma che con me sta perdendo il posto di lavoro, perde la dignità di uomo e che il nemico è il mio avversario di classe, il padrone, la multinazionale. L'essere consumatore è uno stato transiente, dell'uomo in una società consumistica, ma la mia controparte, colui che mi sfrutta non è il bottegaio o il commerciante o la catena di supermercati. Questi non sottraggono valore al mio lavoro, essi solo rientrano nel giro della spartizione di quel valore che già alla fonte, durante la fase di produzione, mi è stato sottratto.
Dire che oggi in Italia o nel mondo occidentale non esiste la povertà o non esiste la fame, è non vedere la realtà e soprattutto aspetta ancora un po', quando la crisi da finanziaria diventerà ancora più reale, quando saranno le fabbriche a chiudere e poi ne riparleremo.
Inoltre i sommovimenti o rivoluzioni sono fenomeni troppo complessi e soprattutto poco prevedibili per poter dire che non ce ne possono essere o che l'avremo nei prossimi giorni.
Io sono convinto, però, che o si cambia questo modo di produrre, il modello di sviluppo mettendo in discussione il rapporto fra lavoro e capitale, oppure andremo verso la barbarie, ancora più di quello che giornalmente vediamo, dall'aria che respiriamo, alla diossina che respiriamo, ai giovani senza futuro, ai pensionati ed ex middle-class che cercano cibo nelle pattumiere.....
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MessaggioTitolo: mercati   Sab Nov 15 2008, 09:23

altrestorie ha scritto:
tadiottof ha scritto:
Non si deve confondere il mercato con l'economia di mercato o "libero mercato" che libero non e'; se fosse libero chiunque potrebbe andare al "mercato rionale" e vendere la sua merce senza chiedere la licenza all'Annona.
Scusa tanto ma mi sembra una precisazione superflua, mi pare ovvio che ci si riferisce all'economia di mercato e non al mercatino rionale.
Se poi bisogna esser dettagliati al capello provvederò.
Intendevo distinguere il "mercato" dall' "economia di mercato".
Il mercato rionale, dove i prezzi si aggiustano per il confronto con gli altri espositori, esiste nell'economia di mercato (capitalista) come nell'economia pianificata (comunista), mentre nell'economia di mercato c'e' per speculare sui prezzi con vari mezzi: aggiotaggio, cartelli, monopoli, ecc.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 17 2008, 17:06

Alberto Burgio
Vladimiro Giacché (il manifesto)

In questi giorni è di gran moda tributare onori al vecchio Marx. La crisi del capitalismo incoraggia le palinodie. Ancora ieri era un reperto fossile, oggi è la mascotte di banchieri e economisti di radicata (e in realtà incrollabile) fede liberista. Lasciamo andare ogni considerazione sulla scarsa decenza di tanti improvvisi ripensamenti. Proviamo piuttosto a divertirci un po' immaginando lo spasso che procurerebbero a Marx tutti questi discorsi e quanto sta accadendo in queste turbolente settimane. A Marx e non soltanto a lui. C'è un altro grande vecchio, di cui nessuno parla, che si sta godendo una tardiva ma non imprevista rivincita. Un vecchio molto caro all'autore del Capitale.

Insomma, questa crisi è un momento di riscatto anche per Hegel, il grande maestro di Marx. Attenti a quei due.
La rappresentazione prevalente descrive un movimento che va dalla crisi finanziaria («originata - recita la vulgata - dalla caduta dei mutui subprime») all'economia reale.
Le implicazioni di questa narrazione ideologica sono principalmente due. La prima è che l'«economia reale» (in sostanza, il capitalismo) sarebbe di per sé sana; la seconda, che ne consegue, è che si tratta in definitiva di un problema di «assenza di regole e controlli» in grado di prevenire (e adeguatamente reprimere) i comportamenti «devianti» degli speculatori troppo ingordi.
Tale descrizione omette il dato essenziale. Prima del movimento descritto, ne opera uno opposto (dall'economia reale alla finanza) che si fa di tutto per occultare. Si capisce perché.
In realtà è il modo in cui funzionano la produzione e la riproduzione (cioè il rapporto capitale-lavoro) a decidere il ruolo della finanza e le forme concrete del suo funzionamento. Nella fattispecie, è l'ipersfruttamento del lavoro (a mezzo di precarizzazioni, delocalizzazioni, bassi salari e tagli del welfare) a far sì che all'indebitamento di massa sia affidato il ruolo di fondamentale volano della crescita. Non stupisce allora che su questo si cerchi di instaurare un tabù. Non si può dire chiaramente - pena l'esplicita delegittimazione del sistema - che all'origine della crisi è la crescente povertà imposta alle classi lavoratrici da trent'anni a questa parte.
Ma che c'entra Marx con questo e cosa c'entra soprattutto Hegel?
Proviamo a vederla così. Se è vero che l'economia reale è sia il luogo originario del processo di crisi, sia il terreno del suo compiuto dispiegarsi, allora si può dire che la produzione si serve della finanza per sopravvivere. Nel concreto, la speculazione finanziaria fondata sull'indebitamento è il mezzo che il capitale usa per svilupparsi in costanza del vincolo-base del neoliberismo: la deflazione salariale a tutela del saggio di profitto.
Ora, questo schema è identico a quello su cui riposa la critica marxiana della valorizzazione capitalistica. In base a tale schema, com'è noto, la quantità di valore aumenta passando attraverso la produzione di merce. La quale - dal punto di vista del capitale - non è che lo strumento necessario per riprodursi e svilupparsi.
Non si tratta di un'analogia formale né, tanto meno, accidentale. La finanza oggi svolge, in rapporto alla produzione capitalistica, una funzione identica a quella che, nel processo di riproduzione del capitale, è assolta dalla merce. La finanziarizzazione dell'economia, cuore del neoliberismo, affianca alla sequenza D-M-D1 (beninteso, l'unica nel contesto della quale si realizza un effettivo aumento di valore) la sequenza produzione-speculazione-produzione, funzionale a drenare cospicue masse di ricchezza dal lavoro al capitale: una sequenza nella quale si rispecchiano a un tempo il ruolo-chiave svolto dal denaro e la funzione decisiva assolta dalla povertà del lavoro.
A sua volta, questo schema è identico a quello che struttura l'analisi dialettica del reale nelle pagine di Hegel, in particolare nella Scienza della logica. Non tanto per la sua struttura triadica (a-b-a1: tesi-antitesi-sintesi), che ne costituisce la veste esteriore. Quanto per il nòcciolo teoretico che contiene, cioè l'idea che il passaggio da un ente a un altro (il negarsi a vantaggio dell'«altro da sé») sia in realtà (al di là di ciò che appare sul piano fenomenologico) un transito necessario al primo ente per conservarsi. In questo senso il primo ente è il protagonista dell'intero movimento, nella misura in cui trasforma se stesso e, trasformandosi, sopravvive.
Ce n'è già abbastanza, forse, per dire che la filosofia ogni tanto si prende delle grandi soddisfazioni. Sembra a prima vista un catalogo di criptiche astrazioni, si rivela invece una potente chiave per penetrare la realtà e decifrarne le dinamiche. L'astrazione coincide così col massimo di semplicità e di concretezza. Ma c'è dell'altro. Anzi, il bello viene proprio adesso.
La dialettica mostra che l'ente da cui il movimento prende avvio (la produzione capitalistica) è il protagonista della storia (della crisi). Ma mostra anche che la trasformazione dell'ente (necessaria alla sua sopravvivenza) implica quel passaggio (la finanziarizzazione), quel suo negarsi nell'altro. Mostra cioè che non vi è persistenza senza conflitto, senza duro contrasto, senza negazione di sé. Solo venendo meno, passando attraverso la propria morte, la cosa persiste e si sviluppa.
Questo è il punto, evidentemente gravido di conseguenze. La produzione capitalistica si rivolge alla finanza speculativa per una sua inderogabile esigenza (per realizzare la riproduzione allargata del capitale). Alla base opera la necessità di impoverire il lavoro, pena l'estinguersi dei margini di profitto, cioè del capitale stesso. Dopodiché la speculazione finanziaria torna sulla produzione in forma distruttiva. È indispensabile al capitale, ma è altresì incompatibile con la sua sopravvivenza. In altre parole, la produzione capitalistica si serve della speculazione per conservarsi ma, nel far ciò, è costretta anche - paradossalmente - a negare se stessa, a autodistruggersi a mezzo dell'onda d'urto della crisi finanziaria, che agisce come formidabile moltiplicatore economico degli effetti socialmente distruttivi dell'ipersfruttamento del lavoro vivo.
In cauda venenum. La filosofia è come un fascio di raggi X puntato sui processi reali e sulle loro rappresentazioni ideologiche. La dialettica è una potenza dinamitarda. Hegel e Marx, quei due «cani morti» che già in passato turbarono i sonni delle borghesie europee, ancora se la ridono.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Nov 17 2008, 23:23

simyzag ha scritto:
Dire che oggi in Italia o nel mondo occidentale non esiste la povertà o non esiste la fame, è non vedere la realtà e soprattutto aspetta ancora un po', quando la crisi da finanziaria diventerà ancora più reale, quando saranno le fabbriche a chiudere e poi ne riparleremo.
Inoltre i sommovimenti o rivoluzioni sono fenomeni troppo complessi e soprattutto poco prevedibili per poter dire che non ce ne possono essere o che l'avremo nei prossimi giorni.
Appunto la fame ora non c'è. Ci sarà magari, ma la povertà che si registra è un dato relativo rispetto alla fame di chi vive con un dollaro al giorno.
Qui povertà significa avere difficoltà ad arrivare a fine mese, avere difficoltà a mandare i figli a scuola...ma non sono cose che ti spingono ad imbracciare un fucile...non ancora per il momento.
O comunque la categoria delle persone che è alla fame è relativamente poca.
Certo una rivoluzione, la sua genesi sono movimenti terribilmente complessi. Perciò citavo un dato storico: le rivoluzioni si fanno quando la pancia è vuota e si assaltano i forni o quando esistono tensioni ideali fortissime. Cose che mancano. Forse verranno, forse si stanno formando, ma al momento non ci sono. Negare questo credo sia impossibile.

Certo che la coscienza di classe, di sé, del contesto, si forma con la lotta, con la battaglia quotidiana...
Ma la si può formare anche nella lotta boicottando i consumi, scegliendo forme alternative di consumo, praticando la disobbedienza civile...
E la condizione di consumatore oggi non è transitoria, è la realtà, ovunque portata dalla globalizzazione che riduce tutto a merce, mercato, consumo, profitto.
Credo che tra multinazionali (che sono il vero potere, quello che determina il modello di sviluppo) esiste lo stesso rapporto che esisteva
(ed esiste ancora) tra capitale e lavoro. Cioè tra sfruttatori e sfruttati.
La coscienza è stata sbriciolata dall'imposizione che siamo quello che consumiamo.
La consapevolezza che potremmo vivere consumando di meno, consumando diversamente, imponendo il tipo di consumi e quindi il modello di sviluppo, che in quanto consumatori avremmo il potere di farlo equivale a prendere coscienza della condizione di sfruttati.
Esattamente come avvenne per la condizione operai in un mondo dove era l'industria a farla da padrona.
Sbaglierò ma credo sia più produttivo muoversi in questa direttrice.
Non negando le analisi marxiste ma applicandole alla realtà attuale.
pino
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simyzag



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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Mer Nov 19 2008, 17:03

altrestorie ha scritto:
Appunto la fame ora non c'è. Ci sarà magari, ma la povertà che si registra è un dato relativo rispetto alla fame di chi vive con un dollaro al giorno.
Qui povertà significa avere difficoltà ad arrivare a fine mese, avere difficoltà a mandare i figli a scuola...ma non sono cose che ti spingono ad imbracciare un fucile...non ancora per il momento.
Ma sai la fame o piuttosto il livello di insopportabilità della fame è un concetto e come tale varia al variare delle condizioni oggettive. Cosa ha fatto secondo te muovere migliaia di giovani della scuola, e non solo in Italia, ma l'Onda si sta muovendo anche in tutta Europa??? La fame!! La fame o la prospettiva di morir di fame, fame di cultura, ma soprattutto fame del domani e di una sicurezza del futuro. Quando si parla di rivoluzione si pensa sempre, nell'immaginario collettivo, alla guerra, ai fucili, le strade piene di sangue, i carri armati e l'assalto al palazzo d'Inverno. Può darsi!!!, ma può darsi anche di no. Può darsi che la scintilla possa essere lo sciopero dei consumi, la rivolta dei supermercati, ma solo come scintilla, come casus belli, avendo però la consapevolezza che il vero nemico non sono i supermercati, come sanno benissimo i giovani dell'Onda che il loro nemico non è la Gelmini o la legge 133. Questi sono sono il velo, la maschera che nasconde il nemico di classe. Ma prima dello sciopero dei consumi, prima della lotta contro la legge 133 si deve avere la consapevolezza che "la crisi non deve essere pagata da noi!!!". Deve essere chiaro chi è il nemico, dove si nasconde, chi sono i loro alleati e chi i nostri compagni di strada. E questo si chiama anche coscienza di classe. Senza di questo, anche la rivolta dell'Onda, si infrangerà sulla risacca. Anche lo sciopero dei consumi si potrebbe risolvere in un pluff se non si ha la coscienza di classe di lavoratori e non solo di consumatori. Consumatori si è tutti, non tutti sono lavoratori !!!!
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tadiottof



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MessaggioTitolo: da prima, seconda, terza rivoluzione in "cultura e costume"   Lun Nov 24 2008, 09:30

Oggetto: conclusione Mar Nov 18 2008, 07:01

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Senza una rivoluzione sociale, ai giovani non resterà che cercare lavori parassitari: polizia (quelli che elevano contravvenzioni per divieto di sosta), politica (tutti, dal Presidente ai membri dei consigli di amministrazione dei vari Enti), magistratura (quando trascina i processi civili e penali per anni), spettacolo (soprattutto TV), sport (circo bianco e altri circhi) e chi primeggia, secondo l'attuale organizzazione sociale, si arricchisce.
Esiste anche la scuola (l'insegnamento), ma la materia prima, gli studenti, per il fatto che non vogliono studiare per imparare, scarseggiano.
2000snlp

La rivoluzione industriale è appunto un esempio di cambiamento radicale del "modo di produzione" che si è realizzato senza armi.
In verità le armi sono sono servite dopo ad asservire popolazioni con diversa organizzazione statale (dello Stato), per reperire materie prime a basso prezzo o gratuitamente.
A me sembra che questa crisi sia strutturale, dunque bisogna cambiare il mondo (rivoluzione totale): non saprei se per noi, occidentali benestanti, sarà conveniente.
Ma sarà ineluttabile.
Forse non avverrà purtroppo, nonostante la rivoluzione, l'avvento di governanti onesti e saggi.
Rita Levi Montalcini, sabato, nella trasmissione di Fabio Fazio, ha sostenuto che l'uomo è "gregario": non sarebbe "cattivo", ma lo diventa se i capi sono malfattori malavitosi.
2000snlp
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padegre



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MessaggioTitolo: avvisi ai naviganti (2)   Lun Dic 01 2008, 19:47

- avvisi ai naviganti (2) -
a cura di Paolo De Gregorio, 30 novembre 2008

Non credo faccia male ogni tanto cercare di fare il punto e capire in che situazione ci troviamo, perché alcuni nodi sono arrivati al pettine e i tradizionali metodi di giudicare le cose non servono più.
Per prima cosa bisogna cancellare la credibilità di tutti quei grandi esperti di economia che non sono stati in grado di individuare le cause della crisi finanziaria e prendere per tempo le contromisure, e ci hanno ripetuto fino all’altro ieri che il Dio Mercato avrebbe risolto tutto.
Ora invece il capitalismo è fallito e gli stessi invocano aiuti di Stato, che altro non sono che i soldi dei cittadini, sottratti ai sevizi sociali, e destinati a sostenere un altro ciclo capitalistico di truffe e imbrogli (socializzare le perdite, privatizzare i profitti).
Quando fallì l’Unione sovietica, che aveva gli arsenali militari pieni, ma i supermercati vuoti, si considerò giustamente che fosse una crisi di “sistema”, nessun sostegno di Stato fu invocato, e i primi provvedimenti che furono presi per uscire dalla crisi riguardarono proprio il taglio delle enormi spese militari.
Gli Usa, che sono all’origine della crisi, sono il paese più indebitato del mondo, vivono al di sopra delle proprie possibilità (sono il 5% della popolazione mondiale e bruciano il 40% di tutte le risorse), hanno spese militari stratosferiche (600 miliardi di dollari l’anno per la gestione ordinaria, e 3.000 miliardi di dollari spesi in 5 anni di guerra all’Iraq), hanno cercato ogni modo per uscire da questa situazione vendendo all’estero i propri “titoli tossici”, che altro non sono che una truffa premeditata.
Criminali di guerra e criminali economici, questo sono i nostri cari alleati, da cui prendiamo ordini e che occupano militarmente l’Europa per impedire l’integrazione politica ed economica con i nostri vicini.
La deliberazione più ovvia che avrebbe dovuto decidere la UE, dopo essere stata così pesantemente truffata dagli amici di oltre oceano, e dopo aver visto la politica aggressiva della Nato nei paesi ex-sovietici con il conseguente irrigidimento di Mosca e la certezza di una nuova, inutile, “guerra fredda”, sarebbe dovuta essere di prendere le distanze dall’ingombrante alleato, revocare il permesso a tutte le basi Usa e Nato, e pensare ad una politica estera di PACE e buon vicinato con la Russia, da cui peraltro dipendiamo per i rifornimenti di gas. Se queste decisioni non sono state prese è per puro masochismo o vigliaccheria di chi si sente pesantemente minacciato e non può fare scelte ovvie di libertà e autonomia.
Altro che rapporti tra paesi democratici, gli Usa, ancora oggi, fanno politica con la pistola sul tavolo ed elaborano le proprie strategie al Pentagono e non al Congresso.
Obama, se vuole campare, si adeguerà e sembra già su quella strada, almeno dalle scelte dei suoi collaboratori.
Un altro punto che dobbiamo avere ben chiaro, oltre la crisi finanziaria, è la crisi ambientale, che è generata ed accelerata dal modello capitalista della globalizzazione, che sempre in nome del Dio Mercato, fa produrre merci che arrivano solo dove ci sono i soldi per pagarle, e in definitiva agli obesi e ai ricchi, dopo averle fatte viaggiare su e giù per il mondo, con danni letali per l’ecosistema.
Anche qui la via di uscita ovvia sarebbe che ogni nazione producesse principalmente per il proprio mercato interno e che l’obiettivo fosse quello della autosufficienza alimentare ed energetica con le rinnovabili.
Il mondo non ha futuro se non la smette con la globalizzazione capitalista. Le merci, i viveri in particolare, devono essere a km zero e consumati dove sono prodotti e ciascun paese deve essere responsabile di questo.
La terza crisi è quella della sovrappopolazione, e qui assistiamo alla granitica alleanza fra capitalismo e religioni, che non possono concepire un mondo basato sulla sostenibilità, sulla decrescita attraverso l’uso della contraccezione, fino ad ottenere un numero di abitanti che la propria nazione possa nutrire e alloggiare confortevolmente (per capirci in Italia la quota sostenibile di abitanti non dovrebbe superare i 30 milioni di persone, come agli inizi del 1900).
Il mito capitalistico dell’eterno “sviluppo”, sommato alla esigenza delle Chiese di avere masse di ignoranti e disperati da strumentalizzare e manovrare, fanno sì che, pur con 800 milioni di persone che crepano di fame (dati FAO), si parla di aiuti di Stato alle famiglie numerose, si creano le condizioni di sempre più grandi emigrazioni che stanno rendendo invivibili le nostre città.
Dobbiamo riconoscere l’elementare verità che le tre grandi crisi, FINANZIARIA, AMBIENTALE, SOVRAPPOPOLAZIONE, sono generate dal capitalismo oggi al potere nel mondo e dalla alleanza con le religioni, sono crisi di “sistema” e non possono essere corrette, ma bisogna andare a sostituire logiche chiaramente distruttive e fallite con nuovi valori e nuovi poteri.
La cattiva notizia è che non vi è ancora una diffusa consapevolezza di come stanno le cose, perché finora gli scienziati e i pochi consapevoli sono stati etichettati da catasrofisti porta jella, mentre le grandi menti, tipo Berlusconi, affermano applauditissimi, che per uscire dalle crisi ci vuole ottimismo!
Paolo De Gregorio
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MessaggioTitolo: Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale   Lun Gen 05 2009, 18:21

Un invito ad intervenire sull'editoriale del n. 25 di "Indipendenza" (novembre/dicembre 2008)

CRISI FINANZIARIA, STATI E DOMINANZA IMPERIALE
Ci troviamo soltanto all’inizio di una crisi finanziaria, di cui il tracollo dei mutui ipotecari "subprime" costituisce unicamente il detonatore (tanti altri, dalle carte di credito ai credit default swaps, sono pronti ad esplodere) che produrrà effetti devastanti anche sulla "economia reale", sia che sfoci nello spettro della deflazione – depressione, sia in un’altrettanto rovinosa iperinflazione. Una crisi generatasi negli USA, complice la politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse condotta negli ultimi decenni dalla Federal Reserve e la deregolamentazione dei mercati finanziari, fonti di speculazioni e creazione di "castelli di carta" finanziari –come avvenne prima della crisi del ’29– tanto che oggi buona parte degli utili delle banche statunitensi derivano dalla compravendita azionaria, obbligazionaria o nel settore delle materie prime con ricorso a forme sempre più complesse di "contratti derivati" dai valori inestinguibili per "l’economia reale". Tramite il meccanismo nefasto delle cartolarizzazioni, le insolvenze dei mutui statunitensi sono giunte a coinvolgere anche le banche degli Stati europei, proprio quelle più "internazionalizzate". Il che non solo apre più di un interrogativo sulle finalità del processo di concentrazione bancario infra europeo, ma rivela come l’analisi dei fattori economico-finanziari, essendo quest’ultimi condizionati e riflesso dei rapporti sociali sia tra classi dominanti e dominate che inter-dominanti all’interno di un dato Stato, sia tra classi dominanti di vari Stati per l’egemonia globale, necessita di essere inquadrata in un contesto più ampio di analisi politica e geopolitica...

(continua su www.rivistaindipendenza.org . Vedi sulla prima pagina del sito o in "novità": "Crisi finanziaria, Stati e dominanza imperiale")
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