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 Conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale

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alekos18

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MessaggioTitolo: Conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale   Gio Nov 15 2007, 01:54

Rodolfo Loffredo ha scritto:
Ok, nice, my friend Alekos 18! Non so dissentire. /Un particolare. Non ho difficoltà ad individuare il mio nemico, ed a chiamarlo nemico. Guarda caso "nemico di classe", se sei d'accordo.
Mmmmhhh, ti dirò... "nemico di classe". Me lo chiedi e ti rispondo. Non mi entuasiasma l'espressione. Mo' non surriscaldare la tastiera digitando "pugno chiuso in alto" e apostrofandomi come revisionista, traditore, di non saprei bene cosa. Vedi, "nemico di classe" mi ricorda i cattivi ed i buoni della lavagna alla scuola elementare (sai, riga verticale al centro, a destra gli uni e a sinistra gli altri... poteva mutare l'ordine, il risultato u-morale non cambiava). Tradotto in certi linguaggi: "borghesia / classe operaia", da taluni reimpostata -a voler parlare al popolo non per frasi astratte e (s)fatte- nella dicotomia "borghesia / proletariato". Quest'ultima meglio dell'altra, ma solo di una spanna. Non ti nascondo che probabilmente in certe realtà, latinoamericane per esempio, certe righe si tracciano ancora facilmente (anche lì presterei attenzione, comunque). Ma nei paesi a capitalismo avanzato, per dirla con espressione felicemente descrittiva, se proprio vogliamo la lavagna e sentiamo nostalgia delle righe verticali/divisorie/distintive/contrappositive, bisogna scrivere diversamente. Tengo a precisare: secondo me (lo stacco dal resto, questo "secondo me", per invitarti/vi davvero a un "secondo te/voi").

Esempio: gli avvocati, gli insegnanti, i commercialisti, i panettieri, i "lavoratori autonomi", ecc. ecc., sono "borghesia" o "proletariato"? Chi ha partita IVA è "borghesia" o "proletariato"? Gli operai sono "borghesia" o "proletariato"? Sì, d'accordo, ci sono operai e operai, avvocati e avvocati, e via sciorinando. Ma la loro "funzione sociale" qual è? E' individuale o è collettiva come parte di una categoria e/o di una classe? Quali rapporti sociali attivano non astrattamente, ma nel sistema capitalistico ad esempio di questo paese? Il loro "essere sociale" cosa concreta, dove va, cosa prefigura? In certe situazioni sento come te: anch'io "non ho difficoltà ad individuare il mio nemico, ed a chiamarlo nemico". In certe situazioni, bada. Ma se mi dici "nemico di classe" (ed esiste, eccome, un problema di lotta di classi -non solo o forse non più le canoniche due: "borghesia" / "proletariato") io resto basito. La "classe" qual è, dov'è? Quella idealizzata in certi libri? E poi: "nemico" di chi? C'è della "classe operaia" nelle retrovie (e anche nei fronti) delle guerre imperialiste, sì o no? Quanto "lavoro operaio" c'è nelle bombe imperialiste sganciate dagli aerei o vomitate dalle artiglierie sui villaggi afghani o sulle resistenze armate di popoli e di nazioni insorgenti contro l'oppressione? Qual è il mio "nemico"? In certe situazioni lo vedo, e lo vedo bene, ma se mi parli "di classe" certe volte vedo nitido, ma non di rado mi s'annebbia la vista. O forse annebbiato è l'oggetto della mia vista. La questione degli OGM (organismi geneticamente modificati), nei campi e non, ha un "nemico di classe"? Chi è? Quando l'Organizzazione Mondiale del Commercio illo tempore pone il nodo delle riforme nei sistemi scolastici dei paesi a capitalismo avanzato, cioè mette le mani, per interposta servitù locale (statuale), sulle e poi anche nelle stesse discipline d'insegnamento, chi è il "nemico di classe"? L'ambiente è un Bene Comune, collettivo, si sente dire. Bene. Quante storie di lotte anche -e talvolta soprattutto- tra chi difendeva il posto di lavoro e chi (sbrigativamente liquidato come ambientalista) ti diceva che facevi un lavoro di merda, inquinante, socialmente e collettivamente nocivo (le lotte contro le centrali nucleari sono a mo' di ricordo). Lotte di classi nel Capitale, direbbe qualcuno. Forse non è tutto, altro va detto. Ma è un inizio. La classe non è acqua, dicono, ma socialmente, capitalisticamente, in (gran?) parte fa acqua. Esistono, esisteranno sempre le classi, anche nelle religiosissime "società senza classi", terrificantemente "comunitarie". Restringere la forbice, di molto, di tanto, si deve e si può. C'è il tema della libertà / liberazione dentro tutto questo, ma si tratta di materiale per un prossimo sfornato. Adesso...

Adesso... Il punto resta. Arguisci oltre la sintesi estrema? Noi ce la vogliamo giocare così. Prima l'oggettivo e poi il soggettivo. Per dirla ancora meglio, è l'oggettivo che delinea il soggettivo, e traccia linee (dritte per un po', poi incurvate, poi con rientranze, e poi bla bla bla). Un tempo si spaccava il capello con il "soggetto di classe". Non eri credibile se non declinavi e coniugavi in tal senso. E si procedeva a fisarmonica: chi allargava e chi stringeva il "soggetto di classe". I contadini "no" perché puzzano o "sì"? I professori? "Ni", perché sono piccolo-borghesi. E per i creativi della rete o gli attivi nei servizi, che facciamo? Bada, nessun disprezzo e nessuna magnificazione per nessuno. Allo stesso tempo, nessuna idea astorica dell'uomo come "ente naturale generico" e tanto meno nessuna celebrazione dell'astratta e ancor più generica "comunità umana mondiale" (Gemeinwesen). Importa moltissimo l'uomo immerso nei rapporti sociali. Ma proviamo a rovesciare l'ordine dei fattori, a tracciare gli assi di una lotta di liberazione. Cominciamo a porre innanzitutto nodi, a maglia anche larga, come sovranità, indipendenza, autodeterminazione; ergo interessi nazionali e non settorial/privatistici. Cominciamo a leggere i conflitti di classe, e le problematiche ambientali, e le stesse battaglie civili, come aspetti di un più complessivo e necessario cammino di liberazione nazionale. Facciamo entrare queste cose in termini di sovranità e di indipendenza. Per i puritani "della classe", non andrà bene, ma è la strada perché ognuno (soggetto individuale e/o di classe) si posizioni per "interessi di classe" contro il Capitale e l'imperialismo. Altrimenti sarà ancora un susseguirsi di lotte di classe dentro il Capitale, comprensibili, certo, per migliorare le proprie condizioni di reddito, per star meglio dentro le relazioni di produzione e di consumo del sistema dominante, ma sempre dentro e fondamentalmente ingiuste. La lotta delle (soggettività delle) classi al Capitale acquisiscono direzione di senso solo in una riscrittura complessiva degli assetti di società, ergo, come piace dire a noi, liberazione nazionale come snodo per la liberazione sociale (ambientale, animale, di genere, ecc.).
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale   Gio Nov 15 2007, 02:18

In effetti l'approccio nazionalitario può diventare un ottimo terreno di verifica di una consequenzialità effettiva della "lotta di classe". Queste potrebbero avere un peso ben diverso dalla sola, anche se comprensibile e legittima, rivendicazione salariale. In effetti è un tema, quello del rapporto tra lotte di liberazione e lotte di classe, che meriterebbe ulteriori contributi di riflessione.
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IndividuoLiberato



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MessaggioTitolo: Lotta di classe/nazionalitaria?   Gio Nov 15 2007, 18:01

Pensiamo al caso dell'ETA e di Batasuna...è una lotta nazionalitaria?
E' una lotta di classe?
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale   Ven Nov 16 2007, 00:40

IndividuoLiberato ha scritto:
Pensiamo al caso dell'ETA e di Batasuna...è una lotta nazionalitaria?
E' una lotta di classe?
Quella basca è una lotta di liberazione nazionale che incorpora e veicola istanze radicali di classe, di liberazione sociale. Pensiamo alle rivendicazioni congiunturali, di fase e strategiche del sindacato patriottico (Langile Abertzaleen Batzordeak, LAB, Commissioni dei Patrioti Operai) che riunisce e raccorda una pluralità di organismi categoriali. Nel mondo del lavoro basco, LAB conta tantissimo, anche per i consensi che ha sia nelle medio-grandi, sia nelle piccole imprese. Pensiamo alle lotte ambientaliste (i No Tav baschi, ad esempio, sono molto agguerriti e non sono i soli. Mitiche le lotte antinucleariste basche), a quelle animaliste, culturali, sociali, di genere. Basta già solo girare sulla rete per rendersene conto sulla base, tanto per cominciare appunto, di una valanga di documenti.

Una lotta di liberazione nazionale senza istanze sociali radicali, indifferente cioè ad istanze che vanno alla radice dei problemi e puntano a risolverli, a dare risposte avanzate di giustizia sociale, finisce con l'essere solo una lotta per l'affermazione di classe di una componente (dominante in quella data società) che mira a sfruttare a proprio vantaggio una contraddizione conflittuale evidentemente reale, esistente, e ad accrescere, allargare, i propri interessi/privilegi. Rivendicare piena e completa indipendenza nazionale non è cosa che si esaurisca negli aspetti formali delle istituzioni politiche, ma deve incidere su piani sostanziali: dai rapporti sociali e dal modo di produzione, al tipo di società che si prefigura, alla stessa natura dei rapporti inter-nazionali che si intendono instaurare. Ogni prospettiva 'nazionale', di liberazione, può infatti risultare parzialmente efficace se non ha incisività su uno dei versanti strutturali del capitalismo, quello dello sfruttamento di classe. Ogni liberazione nazionale degna di questo nome è tale solo come conditio sine qua non del rivoluzionamento possibile dei rapporti sociali e del modo di produzione. In estrema sintesi, e a ben leggere le "lezioni" della Storia, nessuna rivoluzione sociale sarà mai possibile senza libertà nazionale. Quando, Individuoliberato, scrivi "Pensiamo al caso dell'ETA e di Batasuna...è una lotta nazionalitaria? E' una lotta di classe?", ti rispondo quindi che quello basco è uno dei riferimenti nazionalitari che abbiamo tra altri (analoghi nel mondo, pur nelle loro specifiche diversità) proprio perché è la concretazione non di un'alterità, ma dell'incontro. Dall'incontro delle due diverse prospettive (l'indipendenza, l'autodeterminazione e la sovranità nazionale con quella dell'emancipazione e del rivoluzionamento sociale dei rapporti e del modo di produzione capitalistico) può scaturire il massimo dell’efficienza politica per la lotta al sistema capitalistico e alla sua trascrescenza colonialista ed imperialista. Un incontro, un’alleanza, che peraltro è quanto mai attuale e naturale, non ti pare?

Chiudo queste righe di riflessione con un ultimo punto che è a mio avviso decisivo acquisire: la riconquista dell'indipendenza e della sovranità nazionali (come unico modo -e unico senso- possibile per giungere concretamente alla riconquista di una "possibilità di socialismo") è un qualcosa che coinvolge anche paesi come l'Italia, che formalmente si ritiene sia un paese "indipendente" e "sovrano". Qui chiudo, provvisoriamente. Il discorso in realtà continua.
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sankara

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MessaggioTitolo: conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale   Lun Nov 24 2008, 03:58

Il tema della lotta di classe, del conflitto capitale/lavoro, è un versante ineludibile di ogni processo sociale di emancipazione ed è senz'altro decisivo (insieme ad altri) in vista di una più complessiva e possibile liberazione verso cui tendere. Direi che ne è (e ne sarà sempre) una sorta di cartina di tornasole. Per quella prospettiva, però, mi pare sia necessario chiedersi, osservando la realtà, se assumere come centrale quel conflitto, tarare in tal senso e conseguentemente la tattica e la strategia della lotta politica, posponendo o addirittura rimuovendo il nodo della sovranità politica nazionale, sia un modo anche inconsapevole per condannare le lotte di classe emancipative alla loro sconfitta. Se quello spazio politico decisivo, chiamato Stato, è effettivamente soggetto a vincoli di sudditanza e di subalternità esterna, vincoli per giunta rafforzati da una connivenza d'interessi strategica di forze e di poteri dello stesso Stato in questione, come sarà mai possibile mutare assetti sociali innanzitutto interni a questo Stato se l'accesso al governo sarà sempre contraddistinto da condizioni di (ad essere eufemistici) molto limitata agibilità politica? Non sarà il caso di assumere importanza e decisività di questo passaggio e quindi porre con forza, con continuità e con incisività questo nodo della sovranità da conquistare? Per questo ripropongo qui, alla discussione, due interventi tratti in questo forum da differenti voci di discussione. Il collegamento del primo è: http://indipendenza.lightbb.com/politica-italiana-f2/crisi-finanziaria-ed-effetti-in-italia-t211.htm . Il collegamento del secondo è: http://indipendenza.lightbb.com/politica-italiana-f2/crisi-finanziaria-e-tagli-alla-scuola-t217.htm#823

simyzag ha scritto:
In realtà ho detto operai, ma intendevo dire lavoratori o meglio proletari, intesi come coloro che non hanno null'altro se non solo la forza lavoro da vendere. Ed inoltre la classe la intendevo in senso marxiano e non sociologico. Inoltre i proletari non nascono con la coscienza di classe, questa la si acquista solo con la lotta, durante la lotta, durante lo scontro che si capisce che il mio compagno di lavoro non è solo un altro da me, ma che con me sta perdendo il posto di lavoro, perde la dignità di uomo e che il nemico è il mio avversario di classe, il padrone, la multinazionale. L'essere consumatore è uno stato transiente, dell'uomo in una società consumistica, ma la mia controparte, colui che mi sfrutta non è il bottegaio o il commerciante o la catena di supermercati. Questi non sottraggono valore al mio lavoro, essi solo rientrano nel giro della spartizione di quel valore che già alla fonte, durante la fase di produzione, mi è stato sottratto.
Dire che oggi in Italia o nel mondo occidentale non esiste la povertà o non esiste la fame, è non vedere la realtà e soprattutto aspetta ancora un po', quando la crisi da finanziaria diventerà ancora più reale, quando saranno le fabbriche a chiudere e poi ne riparleremo.
Inoltre i sommovimenti o rivoluzioni sono fenomeni troppo complessi e soprattutto poco prevedibili per poter dire che non ce ne possono essere o che l'avremo nei prossimi giorni.
Io sono convinto, però, che o si cambia questo modo di produrre, il modello di sviluppo mettendo in discussione il rapporto fra lavoro e capitale, oppure andremo verso la barbarie, ancora più di quello che giornalmente vediamo, dall'aria che respiriamo, alla diossina che respiriamo, ai giovani senza futuro, ai pensionati ed ex middle-class che cercano cibo nelle pattumiere.....
alekos18 ha scritto:
(...) avverto dirimente quel punto, che mi sembra riproponga l'idea della contraddizione "capitale/lavoro" come la contraddizione principale, centrale, valida sempre e ovunque.

Ecco, qui è il punto. A nostro modo di vedere quella di capitale/lavoro non è che una delle contraddizioni esistenti; basti pensare alla contraddizione uomo/donna posta dal femminismo (che non è riducibile semplicemente ad una sottocategoria della 'contraddizione fondamentale', perché si manifesta al di fuori e contro di essa) od alla contraddizione uomo/ambiente (ancor meno riducibile, ed in modo più evidente, alla sottocategoria capitale/ambiente, ma tutt'al più definibile come ambiente/industrialismo –che è altra cosa dal capitalismo, anche se la loro storia è intrecciata). Secondo aspetto. Bisogna interrogarsi su una evidenza dei fatti e cioè che ovunque, nel mondo, i conflitti di classe sono quelli a minore intensità e minore capacità di espansione e durata: laddove i conflitti raggiungono e mantengono un elevato livello di scontro, laddove si estendono in maniera decisiva in ambito nazionale e talvolta anche oltre, laddove mantengono tali caratteristiche nel tempo, si manifestano –esclusivamente o principalmente– come conflitti non di classe o non principalmente di classe, ma nazionali, culturali, religiosi. Non solo. Molto spesso, troppo spesso, questi conflitti di classe risultano essere conflitti non contro il Capitale, ma all'interno del Capitale, interni cioè alla sua formazione sociale, senza volontà di metterne in discussione le fondamenta e men che meno ponendo alcuna alternativa di sistema. In quest'ottica, anche il concetto di "comunismo" è sempre più declinato in termini di richiesta/rivendicazione occupazionale e di salario/stipendio, nel senso di un miglior posizionamento nel sistema attraverso una redistribuzione verso il proprio reddito di parte del plus-valore estorto dal 'padronato' (questo con buona pace, ad esempio, delle relazioni di sfruttamento nord/sud). Se tale richiesta di incremento della propria disponibilità di reddito per il consumo (di merci capitalistiche) è comprensibile, legittima, 'umana', come non vedere che conflittualità di questo tipo di per sé non sposteranno mai, e non a caso mai hanno spostato nella Storia, gli assetti complessivi e fondanti di un sistema politico ed economico?

Attribuire un ruolo principale, nella dinamica storico/politica, al conflitto di classe, significa inoltre predisporsi ad una lettura economicistica della realtà (pertanto predeterminata nei suoi assiomi) spesso operando delle forzature e restando culturalmente, mentalmente, fattivamente subalterni al sistema di dominio esistente. Se ci si rapporta alla realtà invece –lo dico come inciso– con una pluralità di strumenti analitici, utilizzandoli in virtù del solo valore d'uso (cioè per la capacità di comprendere e spiegare compiutamente i fenomeni) si può cogliere ogni elemento nel peso reale che, nella determinata circostanza, ha. Tutto ciò non significa affatto che "Indipendenza" neghi l'esistenza delle classi, dei conflitti di classe od il suo appoggio alle classi sfruttate e subalterne nelle loro lotte o la prospettiva strategica (anche nostra) di una emancipazione delle classi subalterne. Vi sono tempi e modi in cui si manifesta, anche in modo 'forte', una conflittualità di classe: che sia la sola, la principale, od anche soltanto una delle conflittualità esistenti in quella determinata situazione storico/geografica, noi siamo e saremo sempre schierati dalla parte degli sfruttati. Ma le lotte di classe, senza l'assunzione della rivendicazione della sovranità e liberazione nazionale che le possano rendere strategicamente vincenti, sono di per sé sconfitte proprio in una visuale strategica, al di là di possibili vittorie congiunturali (di Pirro). (...).
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MessaggioTitolo: Re: Conflitto capitale/lavoro e liberazione nazionale   Ven Set 11 2009, 15:40

Vincenzo Zamboni
Gli Stati nazionali e le confederazioni sono una espressione geografica: il proletariato non ha nazione, è internazionale (del resto, anche la produzione lo è).
 
Alfonso Messina
Gli Stati nazionali sono una espressione anche sociale e politica. Il proletariato senza nazione è una bella frase romantica, ma la realtà è molto diversa.
 
Vincenzo Zamboni
Per Alfonso Messina. Sono d'accordo come descrizione, ma non come costrizione; in realtà, cosa sia il proletariato dipende solo ed esclusivamente da che cosa fa e come si organizza. La produzione è davvero internazionale (basta guardare qualunque prodotto si trovi nelle nostre case) e il padronato spende molte energìe per organizzarsi internazionalmente. Avrà buon gioco finché non lo farà anche la sua classe antagonista. nella vita umana, anche collettiva, non c'è niente di stabilito automaticamente: c'è quello che facciamo. Una organizzazione internazionale dei proletari è necessaria e fattibile. L'alternativa è continuare a subire.
 
Alfonso Messina
Io penso che lo Stato nazionale non sia ancora stato superato, in quanto svolge ancora un ruolo essenziale. Penso che il capitalismo non potrebbe neanche esistere senza di esso. Un suo superamento è auspicabile ma lo vedo piuttosto lontano nel tempo. Per il momento non vedo come organizzare una resistenza effettiva al capitale abbandonando la dimensione nazionale.
 
Sandro Pescopagano
Condivido quanto detto dal comagno Alfonso Messina, il resto è solo retorica ottocentesca, fallita nei fatti purtroppo. I veri internazionalisti senza confini, senza radici, cosmopoliti sono loro: i padroni, i massoni, i "grandi fratelli" della speculazione bancaria e dello sfruttamento dei popoli. Il capitalismo è cosa loro....

Vincenzo Zamboni
Per Messina e Pescopagano. L'unico motivo, per il quale i veri internazionalisti sono attualmente i padroni, è la rinuncia dei lavoratori ad organizzarsi sindacalmente e politicamente in modo internazionale, realizzando esattamente il progetto "ottocentesco" marxista, sempre attuale, preciso e valido. Diversamente, si lasciano i lavoratori in balìa delle iniziative reazionarie. La produzione delle merci è effettivamente internazionale, e solo su quello stesso terreno i lavoratori possono difendere i propri diritti e imporsi. Uniti si vince, divisi no.

Rivista Indipendenza
Vincenzo, la tendenza al superamento delle 'barriere' nazionali tradizionali è connaturata al capitalismo. È cosa palese, che sappiamo. Ma la risposta adeguata non mi sembra quella di inseguirlo sulla sua strada. Chiediti perché non esista niente di significativo (nel senso di incisivo, di efficace, anche solo a livello di comparto, di 'scheggia' produttiva di comparto) in termini di organizzazione internazionale del proletariato. Tu parli di "rinuncia dei lavoratori ad organizzarsi sindacalmente e politicamente in modo internazionale". Ma questa "rinuncia" non è una scelta ideologica, aprioristica. Nasce dalla consapevolezza di una fattiva impraticabilità. Se la lotta anticapitalistica la si basa su una dimensione astrattamente internazionalista della lotta di classe, questa si rivela perdente proprio per la sua non concretezza ed impraticabilità.

Rivista Indipendenza
È la rivendicazione 'nazionale' la risposta più efficace a contrastare le tendenze cosmopolite del capitalismo e a metterne in discussione le sue stesse basi attuali. È d’altra parte vero che la prospettiva 'nazionale', di per sé, può risultare parzialmente efficace, se priva di incisività su un altro versante strutturale del capitalismo, e cioè lo sfruttamento di classe. Ne consegue che dall’intreccio strategico delle due diverse prospettive (liberazione nazionale e socialismo rivoluzionario) può scaturire il massimo dell’efficienza politica per la lotta al sistema capitalistico. Il che mi sembra quanto mai attuale e necessario. Ed è da qui che acquisisce senso una prospettiva inter-nazionalista non più relegata in empiree sfere elucubrative, ma concretamente perseguita e costruita. Come del resto emerge dalla Storia e, in alcune aree del mondo, dalla geopolitica dei nostri giorni.
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