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 Crisi finanziaria e tagli alla scuola

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kamo

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Numero di messaggi : 271
Data d'iscrizione : 10.05.07

MessaggioTitolo: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Ott 30 2008, 00:47

Che ne pensate delle proteste studentesche contro il decreto Gelmini? Oggi a Roma provocazioni e scontri che ricordano vecchi copioni... Che sta succedendo, secondo voi?
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sankara

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Numero di messaggi : 416
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Ott 30 2008, 00:54

kamo ha scritto:
Che ne pensate delle proteste studentesche contro il decreto Gelmini? Oggi a Roma provocazioni e scontri che ricordano vecchi copioni... Che sta succedendo, secondo voi?
Ciao Kamo, mi hai anticipato di pochissimo. Stavo per postare qualcosa al riguardo...

http://www.youtube.com/watch?v=Q7WvLwmgqn4
Cossiga: "Massacrare i manifestanti senza pietà!"

Altre riflessioni più avanti.
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gian



Numero di messaggi : 41
Data d'iscrizione : 29.12.07

MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Ott 30 2008, 03:01

Da quel che passa sulle tv e da quel che scrivono i giornali, mi sembra che nulla di nuovo stia nascendo in questo movimento studentesco, mi sembra di vedere solamente un “difendiamo quello che c’è”.
Inoltre vedo sì, come dice Kamo, vecchi copioni, alla Kossiga.

Proviamo ad inserire sinteticamente un paio di questioni.

Mi sembra che uno dei problemi di questo movimento, sia la difficoltà ad essere autonomo, e propositivo.

Non ho visto contestazioni contro i baroni delle università, quindi se ne difendono i privilegi.

Non intravedo nessuna critica contro gli accademici e la loro autoreferenzialità.

Non ho letto da nessuna parte un punto di vista del movimento studentesco su come bisognerebbe fare una riforma dell'istruzione, magari in un periodo di crisi come questo che stiamo vivendo, e mi sembra che si confondi spesso sforbiciate contabili con "attacchi alla cultura".

Ci si lamenta in piazza che non si può fare ricerca scientifica, ma non la si collega al problema della sovranità politica dell'Italia, e su questa cosa non si riesce a dire niente.

E non si riesce a dire in nessuna piazza o assemblea che, stando in una posizione di limitata sovranità politico-economica, aggiungiamo pure culturale, come si trova il nostro paese, la ricerca scientifica in Italia non è incentivata e ce la possiamo scordare.

Saluti
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Ott 30 2008, 04:29

kamo ha scritto:
Che ne pensate delle proteste studentesche contro il decreto Gelmini? Oggi a Roma provocazioni e scontri che ricordano vecchi copioni... Che sta succedendo, secondo voi?
Il decreto Gelmini si inscrive in un processo di smantellamento della scuola pubblica che il governo Berlusconi non ha certo iniziato, ma che sta con decisione proseguendo. Sotto attacco è un bene comune pubblico, nazionale, qual è il sistema scolastico. Il decreto prevede sostanzialmente tagli e la trasformazione delle scuole in Fondazioni che dovranno reperire le risorse per andare avanti. Va da sé, Kamo, che chi le fornirà, condizionerà indirizzi e formazione.

Chi mira a spaccare il movimento studentesco, a depotenziarlo, a marginalizzarlo, serve (in modo consapevole o meno) quegli interessi. Possiamo in altro momento discutere dei limiti di questo movimento e certamente c'è la necessità di contrastare chi, come il Partito Democratico (PD), sta strumentalizzando queste lotte per riguadagnare terreno nella competizione (tutta interna al campo neoliberista, peraltro) con i berluscones. Un terreno strumentale, questo, e per il PD all'opposizione (formale) lo è, nella pluridecennale guerra tra bande-frazioni (servili) di questo paese, che mirano ad una gestione del (sub)potere di questa "provincia", contoterzisti del dominante a stelle e strisce che conta. Tutto questo c'è e non è irrilevante, ma adesso è importante sviluppare il massimo possibile di energie per (tentare di) fermare questo decreto, anche ora che è stato approvato. Forse non lo si fermerà perché è troppo impari il rapporto di forze, ma intanto ci sono generazioni di giovani che, attraverso questa lotta, si stanno affacciando nel mondo dell'impegno sociale e politico, il che non è poco.

La regìa ispiratrice di questo decreto ha un preciso marchio di fabbrica, made in Unione Europea. Tremonti, nella sua finanziaria triennale, non ha fatto altro che adeguarsi e recepire lo spirito delle direttive di Bruxelles, snodo –nell'essenziale– di quanto viene stabilito a Washington.
L'interessante di questa vicenda del decreto Gelmini è che si inserisce in una fase particolare. E' questo un punto che non bisogna mai stancarsi di evidenziare laddove portiamo la nostra voce e che, nella sua essenza, consente di comunicare una pur pallida idea della filiera di nodi del sistema di dominio e di dipendenza di questo paese: nelle scorse settimane Mario Draghi, governatore di Banca d'Italia, a fronte della crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti (nel cuore dell'Impero) e che si sta ripercuotendo in tutto il suo sistema piramidale di colonie e semi-colonie, ha detto che le banche italiane potranno disporre di 40 miliardi di euro di garanzie per rifinanziarsi presso la Banca Centrale Europea. Ha aggiunto che per le banche sarà più facile disfarsi di titoli "di qualità inferiore a quelli accettati attualmente dall'eurosistema", giacché lo Stato si farà garante "di operazioni di prestito titoli stipulate da banche italiane con soggetti privati anche non bancari" oltre che "delle nuove passività delle banche italiane con durata fino a cinque anni emesse entro il 31 dicembre 2009". Questo per sostenere l'economia reale, si dice, nel mentre però -e solo per dirne una- aumenti tariffari e tagli sociali sono da tempo sotto gli occhi di tutti.

Ora, e questa fase è paradigmatica in tal senso, da un lato si tagliano fondi colpendo (anche) quello che è un bene primario di ogni nazione, cioè il proprio sistema educativo, scolastico, dall'altro si scaricano sulla collettività i costi delle speculazioni di banche d'affari e gruppi in stretta simbiosi, a diverso grado, con gli stessi apparati statali. I tagli (anche) sulla scuola si inscrivono in questa operazione di sostegno a gruppi affaristici a scapito degli interessi collettivi, nazionali. E' questa confliggenza, talmente evidente ed irritante, che di per sé legittima sia la sensatezza del nodo che poniamo della questione nazionale (anche) italiana, sia la necessità di un movimento di liberazione nazionale che sappia divenire vettore di istanze sociali più che soltanto rivendicative. La partita, anche per i destini del sistema nazionale della pubblica istruzione, si gioca tutta qui.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Ott 30 2008, 04:36

gian ha scritto:
Da quel che passa sulle tv e da quel che scrivono i giornali, mi sembra che nulla di nuovo stia nascendo in questo movimento studentesco, mi sembra di vedere solamente un “difendiamo quello che c’è”.
Inoltre vedo sì, come dice Kamo, vecchi copioni, alla Kossiga.

Proviamo ad inserire sinteticamente un paio di questioni.

Mi sembra che uno dei problemi di questo movimento, sia la difficoltà ad essere autonomo, e propositivo.

Non ho visto contestazioni contro i baroni delle università, quindi se ne difendono i privilegi.

Non intravedo nessuna critica contro gli accademici e la loro autoreferenzialità.

Non ho letto da nessuna parte un punto di vista del movimento studentesco su come bisognerebbe fare una riforma dell'istruzione, magari in un periodo di crisi come questo che stiamo vivendo, e mi sembra che si confondi spesso sforbiciate contabili con "attacchi alla cultura".

Ci si lamenta in piazza che non si può fare ricerca scientifica, ma non la si collega al problema della sovranità politica dell'Italia, e su questa cosa non si riesce a dire niente.

E non si riesce a dire in nessuna piazza o assemblea che, stando in una posizione di limitata sovranità politico-economica, aggiungiamo pure culturale, come si trova il nostro paese, la ricerca scientifica in Italia non è incentivata e ce la possiamo scordare.

Saluti
Sulle critiche che muovi, Gian, è possibile senz'altro convenire (forse rivedrei quella sulle baronie...), però non esagererei nel pretendere da questo movimento (nato per una spinta reattiva, di ampie dimensioni, all'emanazione di un decreto) che riempia il vuoto politico-culturale che hanno trovato e che ha ben altri responsabili. Ti dico, per esperienza diretta, che se ti trovi a parlare con questi ragazzi (14-18 anni) del decreto Gelmini e in una filiera di "perché" lo raccordi con una serie di questioni che ad esempio passano per l'Unione Europea, investono l'attuale crisi finanziaria e rimandano in definitiva al problema della sostanziale assenza di sovranità politica in Italia, ai condizionamenti e alle interferenze continue e a tutto campo che i nostri occhi ormai allenati vedono, i loro, stralunati e spaesati all'inizio come se fosse una questione marziana, non sono occhi spenti. Probabilmente il mio osservatorio è parziale, e forse sopravvaluto certe ricezioni, ma ho l'intima convinzione che una diffusa voce sovranista, indipendentista, nazionalitaria, che si riuscisse a rendere più forte nella società, determinerebbe ben diversa qualità alle lotte e alle prospettive.

Ciò ci responsabilizza, Gian, perché sta a noi infonderle forza, sta a noi raccordare energie e migliorare la nostra qualità d'intervento. Non c'è nessun altro che nel paese sostenga apertamente e a tutto campo queste istanze. Eppure sono molteplici le lotte che, nel paese, riflettono ed avanzano rivendicazioni di tipo nazionalitario, magari inconsapevolmente, magari come semplice reazione ad una base USA che non si vuole, ad un bene comune (come l'acqua) che non si vuole che sia privatizzato, magari che non si finisca di smantellare il sistema nazionale della pubblica istruzione. Si tratta di far emergere la portata di liberazione nazionale di queste e di tante altre lotte, e la necessità di un loro raccordo su quel terreno. Sarebbe solo un primo passo...
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maurizio aversa



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MessaggioTitolo: crisi finanziaria e scuola   Gio Ott 30 2008, 19:59

credo di comprendere il taglio di lettura e di proposta di occhiali con cui leggere le nostre vicende, a cominciare dalla scuola, rispetto alla nazionalitarietà. Tuttavia, non mi convince appieno perchè la reputo, così come la leggo, capace in maniera minore che in altri più pregnanti modi. Di analisi e di proposta e di lotta. Ad esempio, la vicenda che la scuola stia subendo dei tagli rapportabili alla vicenda delle finanze statali e che queste interagiscano (subiscano) le catastrofi finanziarie di queste settimane, non è esattamente una "roba" contro la quali difendersi in una sorta di autarchia positiva di propositi, difese economiche e circoli virtuosi già pronti in nome della nazionalitarietà. Al contrario, una delle letture possibili, per quanto "classica" (ma tranne che "fregnacce e bucie" non è che siamo stati edotti in altro ritrovato d'analisi) è quella che una società capitalistica, specializzatasi e raffinatasi nell'economia capitalistica di carta, ha posticipato tempi e soggetti che depredano e che dovranno pagare per il maltolto. E questo è l'inizio della fine. Per carità, non nel senso che "solo" tra qualche secolo di autodebelleranno le società capitalistiche, quanto per il fatto che la battaglia di oligarchie di potere (finanziario) ha già lasciato sul campo alcune vittime. Per chiarezza non sono quei quattro servi sciocchi chiusi nei box finanziari a giocare a comprare e vendere il mondo e scatenere le guerre per conto terzi, illudendosi, loro, poveri lacchè dei numeri che hanno dimostrato alla fine di avere più anima di loro stessi, di star lì a decidere e gestire. No, le vittime sono "già" una parte consistente dei gestori dell'economia di carta che ha devoluto in favore dell'economia reale (chi produce non transazioni, ma bulloni e polli) milioni di miliardi (di euro, di dollari, di sterline e di yen). Questo ha trasformato immediatamente il paradigma, che era già globalizzato solo invirtù degli scambi commerciali, mettendo al centro di nuovo non un indistinto socio finanziario, ma un padrone (o una società di padroni) che dovrà rispondere immediatamente delle richieste dei lavoratori. In merito a che? Al lavoro, alle tutele, alla società che è al di fuori dei luoghi di lavoro, ma che al contempo è lì dentro grazie proprio a quei lavoratori....e così il conflitto ( se volete lo chiamiamo di classe, se non vi piace, dite come volete voi, ma sempre vedrà di fronte chi ha troppo e chi non ha ma contribuisce a costruire quel troppo che ha quello di cui cui sopra) si estende da luogo di lavoro a società come scuola, a società come funzionamento dei servizi, a società come qualità della vita, aspettative per il futuro da parte dei govani....e tutto questo conflitto, prima che politico - passaggio successivo necessario per rispondere in modo organizzato alle necessità dei deboli per non essere trasformati in moderni schiavi - è sociale e quindi, ed è qui che si consuma il mio non convincimento con la proposta di Indipendenza, pressochè uguale ad ogni latitudine e longitudine terrestre, con le specificità del caso, ma non esclusivistiche in quanto teoria, ma solo in quanto determinazione di stati di fatto storici che già o ci sono o non possono essere evocati in modo artificiale e artificioso (d'altronde l'esempio in tal senso è la Lega che si propone portatrice di qualcosa infiocchettata a tavolino per nascondere ben noti e differenti interessi di piccoli e grandi ceti locali e nazionali, alto che vocazione identitaria alla nazione padana). Questo in buona sostanza il mio pensiero di merito sul messaggio della rivista.
maurizio aversa @
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Ven Ott 31 2008, 03:08

maurizio aversa ha scritto:
credo di comprendere il taglio di lettura e di proposta di occhiali con cui leggere le nostre vicende, a cominciare dalla scuola, rispetto alla nazionalitarietà. Tuttavia, non mi convince appieno perchè la reputo, così come la leggo, capace in maniera minore che in altri più pregnanti modi. Di analisi e di proposta e di lotta. Ad esempio, la vicenda che la scuola stia subendo dei tagli rapportabili alla vicenda delle finanze statali e che queste interagiscano (subiscano) le catastrofi finanziarie di queste settimane, non è esattamente una "roba" contro la quali difendersi in una sorta di autarchia positiva di propositi, difese economiche e circoli virtuosi già pronti in nome della nazionalitarietà. Al contrario, una delle letture possibili, per quanto "classica" (ma tranne che "fregnacce e bucie" non è che siamo stati edotti in altro ritrovato d'analisi) è quella che una società capitalistica, specializzatasi e raffinatasi nell'economia capitalistica di carta, ha posticipato tempi e soggetti che depredano e che dovranno pagare per il maltolto. E questo è l'inizio della fine. Per carità, non nel senso che "solo" tra qualche secolo di autodebelleranno le società capitalistiche, quanto per il fatto che la battaglia di oligarchie di potere (finanziario) ha già lasciato sul campo alcune vittime. Per chiarezza non sono quei quattro servi sciocchi chiusi nei box finanziari a giocare a comprare e vendere il mondo e scatenere le guerre per conto terzi, illudendosi, loro, poveri lacchè dei numeri che hanno dimostrato alla fine di avere più anima di loro stessi, di star lì a decidere e gestire. No, le vittime sono "già" una parte consistente dei gestori dell'economia di carta che ha devoluto in favore dell'economia reale (chi produce non transazioni, ma bulloni e polli) milioni di miliardi (di euro, di dollari, di sterline e di yen). Questo ha trasformato immediatamente il paradigma, che era già globalizzato solo invirtù degli scambi commerciali, mettendo al centro di nuovo non un indistinto socio finanziario, ma un padrone (o una società di padroni) che dovrà rispondere immediatamente delle richieste dei lavoratori. In merito a che? Al lavoro, alle tutele, alla società che è al di fuori dei luoghi di lavoro, ma che al contempo è lì dentro grazie proprio a quei lavoratori....e così il conflitto ( se volete lo chiamiamo di classe, se non vi piace, dite come volete voi, ma sempre vedrà di fronte chi ha troppo e chi non ha ma contribuisce a costruire quel troppo che ha quello di cui cui sopra) si estende da luogo di lavoro a società come scuola, a società come funzionamento dei servizi, a società come qualità della vita, aspettative per il futuro da parte dei govani....e tutto questo conflitto, prima che politico - passaggio successivo necessario per rispondere in modo organizzato alle necessità dei deboli per non essere trasformati in moderni schiavi - è sociale e quindi, ed è qui che si consuma il mio non convincimento con la proposta di Indipendenza, pressochè uguale ad ogni latitudine e longitudine terrestre, con le specificità del caso, ma non esclusivistiche in quanto teoria, ma solo in quanto determinazione di stati di fatto storici che già o ci sono o non possono essere evocati in modo artificiale e artificioso (d'altronde l'esempio in tal senso è la Lega che si propone portatrice di qualcosa infiocchettata a tavolino per nascondere ben noti e differenti interessi di piccoli e grandi ceti locali e nazionali, alto che vocazione identitaria alla nazione padana). Questo in buona sostanza il mio pensiero di merito sul messaggio della rivista.
maurizio aversa @
Salute a te. Forse mi sbaglio, Maurizio, ma dal tuo postato mi sembra emerga un fraintendimento delle tesi di “Indipendenza” (concetto che non è sinonimo di “autarchia”). Questione nazionale e questione sociale (o di classe, se preferisci…) sono due facce della stessa medaglia, e come affermato anche in questo forum in altre voci, la valorizzazione della questione sociale (con la costruzione di un assetto sociale “più giusto” in cui, anche nell’esistenza delle classi, ci siano forme di tutela degli strati sociali più svantaggiati e dei cosiddetti “beni comuni”) costituisce il vero compimento della questione nazionale.

Le tue riflessioni sulla crisi non mi sembrano poi che tolgano valore alle tesi “nazionalitarie”. Intanto bisogna rilevare che quell’economia capitalistica di carta, di cui parli, ha ipocentro negli Stati Uniti (sarebbe da aprire una riflessione storico-teorica sul perché nascano proprio lì crisi devastanti stile 1929). Il fatto, poi, che i contraccolpi, conseguenza di una dipendenza che (non solo) nel nostro paese attiene la sfera finanziaria, si rilevino non solo in Italia, dà la portata della pervasività del capitalismo finanziario USA.

Ribadisco il concetto già sollevato in altri parti di questo forum: se non si parte dal nodo della questione nazionale, attorno a cui costruire un programma conseguente di liberazione sociale che leghi le varie lotte d'emancipazione, di tutela del terriotrio, di diritti non solo civili, ecc., presenti nel nostro Paese, non si avrà alcuna soluzione della questione sociale.
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noname

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Ven Ott 31 2008, 16:10

Ciao a tutti,Io propongo la mia visione,la prima cosa importante è il capire e definire la differenza che c'è tra la crisi finanziaria e i tagli alla scuola,in altre parole secondo me quindi mi avvio nell' affermare che sono due cose completamente distinte.
Completamente distinte perche la vera riforma scolastica è etica e morale,il bisogno di riforma della scuola che è ben diverso dai tagli, nasce e matura da questa esigenza. Riforma scolastica che per l'appunto non si differenzia da tutte le altre tematiche riformiste del Governo attuale.
Il Governo attuale fondamentalmente sta cercando di cambiare l'Italia etica e morale,l'attacco alla scuola quindi che è uno dei più incisivi che può essere portato ad un individuo perche appunto parliamo di materne ed elementari,quindi bambini,giovani e giovanissimi.
La riforma Gelmini mira chiaramente all'esaltazioni di alcune qualità dell'individuo a discapito di altre.
Il movimento quindi ormai moralizzato,crede che l'essere in grado di capire calcoli empirici economici sia la giusta via per dibbattere e combattere.
Il potere invece porta i nemici nel combattere sempre fuori dai suoi veri interessi primari,la moralizzazione,la responsabilizzazione,lo Stato siamo noi, ci ha portato nel crederci davvero essere in Democrazia e credere che tutti possano parlare di tutto con valore ma cosi non è,ecco quindi che il movimento non solo si ripete ma è sempre più strumentalizzato.
Io vi affermo di nuovo una mia fermezza, io vorrei distruggere tutto e ricominciare da capo ma non è possibile, prima cosa perche sono un pacifista antiviolento e non potrei far del male,uccidere o far vera violenza ad alcun che,seconda poi perche sarebbe impossibile da realizzare,utopico.
Ecco allora che è da tempo lunghissimo che ho deciso di non curarmi di chi si cura dei soldi ma preoccuparmi seriamente dell'aria che respiro e per aria che respiro intendo il "feeling" e non l'ossigeno che respiriamo .
Ed è questo che il movimento dovrebbe riscoprire,io sono perfettamente d'accordo su mille ed altre cose che si dicono nel movimento o quì in questo forum,sono d'accordo sull'egemonia ossessiva degli Stati Uniti,sono d'accordo, sono d'accordo,ma nulla si cambia se non si inizia nel pretendere che sia rispettato il "Feeling" di ogni individuo,qualsiasi legge deve rispettare la libertà di sentire di ogni individuo.
Perche è questa l'unica cosa ossessiva che sta accadendo in Italia e non solo,c'è un qualcuno che ha stabilito quale sia il giusto "sentire" e lo impone con mille regolette che non rendono la chiarezza degl'intenti ma realizzano alla fine il quadro voluto .
Non mi interessa chi mi da i soldi ma cosa mi impone moralmente ed eticamente il ricevere soldi.
La riforma Gelmini quindi come un Cavallo di Troia somigliante a tagli finanziari,in realtà a notte fonda lascia uscire dal suo ventre l'imposizione di essere in un modo,di accettare un sentire specifico,rispettare all'inverosimile il volere, il sapere dello Stato .
Saluti
noname
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Lun Nov 03 2008, 16:56

Innanzitutto benvenuto e grazie per il tuo intervento, Maurizio. Qualche considerazione su quel che scrivi. E' ovvio che nella competizione inter-capitalistica, come nelle crisi che questo sistema registra e che sinora ha mostrato di saper anche metabolizzare, le "vittime" possano essere pure illustri. Il fallimento, settimane fa, di Lehman Brothers, colosso bancario statunitense (la bancarotta più grande che si sia registrata nella storia), da un lato conferma che il sistema capitalistico (plurale e conflittuale al suo interno), è fondamentalmente un processo senza soggetto, quindi con soggetti (anche illustri) sacrificabili, dall'altro riflette il peso decisivo della direzione politica degli Stati, perché quel fallimento è conseguenza della scelta dell'amministrazione statunitense di aver voluto salvare altre banche ma non la Lehman. Ora, il policentrico sistema capitalistico ha avuto un inizio e avrà una sua fine, ma non investirei aspettative di "inizio della [sua] fine" pur in crisi di portata straordinaria come l'attuale. Nelle crisi, e anche nei vuoti che eventualmente seguono, bisogna saper intervenire con una prospettiva politica (e teorica) di alternativa strategica di sistema che allo stato non si vede. Sulle ragioni di questa incapacità, a mio avviso non ci si interroga seriamente, se non in luoghi molto ristretti...

Sulla vicenda che richiami dei tagli al sistema nazionale della pubblica istruzione, prima ancora di "difendersi", e direi proprio per attrezzarsi adeguatamente a "difendersi", è necessario capire ragioni e contesto. Leggendoti, non mi sono ritrovato in quella prospettiva nazionalitaria che sbrigativamente attribuisci ad "Indipendenza". Aggiungo qualcosa a quel che scrive Sankara. Non parliamo ad esempio di autarchia, che è peraltro concetto ambiguo e fuorviante, perché la realtà di svariati decenni a questa parte ci parla di un paese –l'Italia– colonizzato e servile. Ed anche in una prospettiva liberata ritengo che quel concetto sia improprio e molto parzialmente praticabile per la struttura geoeconomica di questo paese. Preferiamo esprimerci altrimenti, riferirci ad altro. Di più significativo. Parliamo di "indipendenza", cioè di "non-dipendenza". Diciamo altro –ed altro di più decisivo poniamo come nodo da sciogliere– quando sosteniamo che, in assenza di una piena sovranità in questo paese, non c'è modificazione alcuna, riformista e/o radicale, del quadro sociale ed economico che possa andare in direzione contraria alle direttrici del sistema dominante. Questo apre considerazioni che nemmeno accenno, perché mi interessa evidenziare e discutere uno dei punti che emerge dal tuo discorso, secondo me decisivo perché pone di fronte ad un bivio, in termini di operatività politica e con effetti sulla concretabilità o meno di una prospettiva 'altra' di sistema e di formazione sociale. Sostieni, se ben colgo il senso delle tue parole, che il conflitto, prima che politico, è sociale, che "un padrone (o una società di padroni) ... dovrà rispondere immediatamente alle richieste dei lavoratori". Non mi è granché chiaro il seguente tuo passaggio

maurizio aversa ha scritto:
la proposta di Indipendenza, pressochè uguale ad ogni latitudine e longitudine terrestre, con le specificità del caso, ma non esclusivistiche in quanto teoria, ma solo in quanto determinazione di stati di fatto storici che già o ci sono o non possono essere evocati in modo artificiale e artificioso
e ti invito a chiarirlo, se vuoi, ma avverto dirimente quel punto, che mi sembra riproponga l'idea della contraddizione "capitale/lavoro" come la contraddizione principale, centrale, valida sempre e ovunque.

Ecco, qui è il punto. A nostro modo di vedere quella di capitale/lavoro non è che una delle contraddizioni esistenti; basti pensare alla contraddizione uomo/donna posta dal femminismo (che non è riducibile semplicemente ad una sottocategoria della 'contraddizione fondamentale', perché si manifesta al di fuori e contro di essa) od alla contraddizione uomo/ambiente (ancor meno riducibile, ed in modo più evidente, alla sottocategoria capitale/ambiente, ma tutt'al più definibile come ambiente/industrialismo –che è altra cosa dal capitalismo, anche se la loro storia è intrecciata). Secondo aspetto. Bisogna interrogarsi su una evidenza dei fatti e cioè che ovunque, nel mondo, i conflitti di classe sono quelli a minore intensità e minore capacità di espansione e durata: laddove i conflitti raggiungono e mantengono un elevato livello di scontro, laddove si estendono in maniera decisiva in ambito nazionale e talvolta anche oltre, laddove mantengono tali caratteristiche nel tempo, si manifestano –esclusivamente o principalmente– come conflitti non di classe o non principalmente di classe, ma nazionali, culturali, religiosi. Non solo. Molto spesso, troppo spesso, questi conflitti di classe risultano essere conflitti non contro il Capitale, ma all'interno del Capitale, interni cioè alla sua formazione sociale, senza volontà di metterne in discussione le fondamenta e men che meno ponendo alcuna alternativa di sistema. In quest'ottica, anche il concetto di "comunismo" è sempre più declinato in termini di richiesta/rivendicazione occupazionale e di salario/stipendio, nel senso di un miglior posizionamento nel sistema attraverso una redistribuzione verso il proprio reddito di parte del plus-valore estorto dal 'padronato' (questo con buona pace, ad esempio, delle relazioni di sfruttamento nord/sud). Se tale richiesta di incremento della propria disponibilità di reddito per il consumo (di merci capitalistiche) è comprensibile, legittima, 'umana', come non vedere che conflittualità di questo tipo di per sé non sposteranno mai, e non a caso mai hanno spostato nella Storia, gli assetti complessivi e fondanti di un sistema politico ed economico?

Attribuire un ruolo principale, nella dinamica storico/politica, al conflitto di classe, significa inoltre predisporsi ad una lettura economicistica della realtà (pertanto predeterminata nei suoi assiomi) spesso operando delle forzature e restando culturalmente, mentalmente, fattivamente subalterni al sistema di dominio esistente. Se ci si rapporta alla realtà invece –lo dico come inciso– con una pluralità di strumenti analitici, utilizzandoli in virtù del solo valore d'uso (cioè per la capacità di comprendere e spiegare compiutamente i fenomeni) si può cogliere ogni elemento nel peso reale che, nella determinata circostanza, ha. Tutto ciò non significa affatto che "Indipendenza" neghi l'esistenza delle classi, dei conflitti di classe od il suo appoggio alle classi sfruttate e subalterne nelle loro lotte o la prospettiva strategica (anche nostra) di una emancipazione delle classi subalterne. Vi sono tempi e modi in cui si manifesta, anche in modo 'forte', una conflittualità di classe: che sia la sola, la principale, od anche soltanto una delle conflittualità esistenti in quella determinata situazione storico/geografica, noi siamo e saremo sempre schierati dalla parte degli sfruttati. Ma le lotte di classe, senza l'assunzione della rivendicazione della sovranità e liberazione nazionale che le possano rendere strategicamente vincenti, sono di per sé sconfitte proprio in una visuale strategica, al di là di possibili vittorie congiunturali (di Pirro).

Tiro le fila di questo ragionamento –ultra telegrafico pur nella sua densità di punti e molteplici conseguenze a tutto campo– richiamando un passaggio di quanto scrive sopra Sankara

sankara ha scritto:
Ribadisco il concetto già sollevato in altri parti di questo forum: se non si parte dal nodo della questione nazionale, attorno a cui costruire un programma conseguente di liberazione sociale che leghi le varie lotte d'emancipazione, di tutela del territorio, di diritti non solo civili, ecc., presenti nel nostro Paese, non si avrà alcuna soluzione della questione sociale.
La scelta strategica di "Indipendenza" della lotta di liberazione nazionale nasce dal presupposto di una lettura della realtà nazionale e mondiale, non schiacciata sulla esclusiva dimensione della fabbrica, e dalla consapevolezza delle potenzialità liberatorie che quel tipo di lotta comporta. L'invito che rivolgo a te, e a tutti, è quello di condividere e mantenere aperto un terreno dialettico su queste questioni, di non accettare sbrigative e superficiali letture –con relative liquidazioni– del fatto nazionale, di prendere sul serio quel sogno di liberazione e di giustizia sociale che poniamo a fondamento ed anima del nostro impegno.
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pinodeluca



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MessaggioTitolo: La manifestazione del 30 ottobre io l'ho vissuta così   Lun Nov 03 2008, 18:26

Stanchi, stanchissimi torniamo dalla manifestazione di Roma. Il ballo delle cifre è ormai come i sondaggi. Entrambi assolutamente falsi, e su quei falsi si aggrovigliano discorsi qualunque e comunque veri, poiché da una premessa falsa tutto ciò che si deriva è sempre vero, come insegna ogni manuale di logica che si rispetti.
Il nostro paese ha una sostanziale idiosincrasia verso la verità preferendo il mondo rappresentato a quello realmente esistente. Una delle poche volte in cui il massimo edificatore di bugie che sia mai comparso sull'italico suolo ebbe ad affermare un concetto reale fu nella preparazione del G8 di Genova. Così sentenziò: La “fiction” è sempre migliore della realtà!!!
Non sarò quindi io ad aggiungere altre dichiarazioni di presenze e/o smentite e/o conferme. Io racconto solo quello che hanno percepito i miei sensi.
La sera del 29, a Brindisi, vicino alla CGIL abbiamo preso il pullman. Ho incontrato tanti volti nuovi ma anche tanti altri noti, dai quali le vicende personali ci hanno divisi da anni. Preso posto con la mia compagna abbiamo optato per un po' di conversazione collettiva e tanto riposo data la non più giovanissima età. La pioggia ci ha accompagnato per quasi tutto il viaggio, inframezzato dalle soste di rito per cambio acqua e assunzione di nicotina per chi ancora ne è rimasto fedele.
Nel nostro pullman c'erano tre componenti: scuole elementari, scuola media e scuola superiore. Maestre, professori e presidi e anche un alunno, Stefano, figlio di Mina e Totò, con i quali fummo “compagni” prima della frantumazione. Ci ritroviamo qui, di nuovo come un tempo, non più per noi ma per i nostri figli. C'è Tina, che rammento quando era piccola ed ora è maestra. C'è Annina, maestra anche lei e amica di infanzia, e Mirella amica di sempre. C'è Dora e Valentina, Giovanni e Maria Antonietta e tanti altri, siamo cinquantadue, dagli otto ai sessantanni.
Di questi pullman la CGIL di Brindisi ne ha organizzati dodici, per noi che abbiamo studiato le tabelline, fa seicentoventiquattro persone dalla CGIL di Brindisi solo con i pullman.
Sosta. Puro caso, incontro un pullman di Lecce dello SNALS è colmo. Arriviamo a Roma. Eur Palasport. Metropolitana fino a Termini. Viaggiamo come sardine. Non so quante centinaia di pullman sono in quell'area di sosta. Finalmente a Termini. Proviamo a recarci al punto di incontro: Piazza della Repubblica. Non ci arriviamo né ci arriveremo mai come gruppo. È tutto pieno e sono le ottoetrenta. Decidiamo, in cinque coraggiosi: io e mia moglie, Maria Antonietta e Giovanni, Valentina, di muoverci autonomamente nella segreta speranza di incontrare Giorgia (mia figlia) e Matteo (figlio di Giovanni). Ovviamente non accade, ma riusciamo faticosamente a raggiungere il Tritone. Vogliamo arrivare a Piazza del Popolo, il corteo è denso, immobile, operiamo una scelta anarchica e decidiamo di lasciare il corteo e avviarci sulla via due Macelli, originalissimi ci sentiamo e astuti. Ovviamente anche li si è creato un altro corteo che cammina un po' più veloce. Finalmente piazza di Spagna. Ingorgo di manifestanti, qualche viuzza e arriviamo a Piazza del Popolo già stracolma. È evidente l'errore degli organizzatori, hanno clamorosamente sbagliato la stima. Sono le undici e trenta, abbiamo impiegato tre ore per raggiungere Piazza del Popolo e i nostri amici di pullman sono ancora li, a piazza della Repubblica, in attesa di muoversi.
Prendo in mano la situazione, dobbiamo riposare, occupiamo tre tavolini da Canova, ordiniamo tre squisiti aperitivi e ci godiamo la manifestazione. Si, mi posso permettere di offrire cinque aperitivi al Canova, e lo faccio con piacere, e lo racconto perché so che un sacco di gente per questo si indigna. Lo fanno i pauperisti, quelli che “i comunisti devono essere poveri”, i semplici invidiosi. Sono sempre stato dalla parte di chi combatte la povertà, per l'uguaglianza verso l'alto. Voglio un mondo nel quale i professori, tutti i professori si possono permettere l'aperitivo al Canova e anche una cena da Ricci. Non mi sembra troppo per chi costruisce futuro.
Alle quindici abbiamo appuntamento al pullman per il ritorno. Alle dodici e trenta partiamo da Piazza del Popolo con l'idea di percorrere il tragitto inverso, volevamo farlo in metropolitana. Ma le hanno chiuse, credo, malignamente, per rappresaglia. Ripercorriamo il tragitto fino a Termini osservando il corteo all'incontrario, un corteo che continua, denso, a dirigersi a Piazza del Popolo anche se i comizi sono finiti. Alle sedici si scatena la pioggia ma la manifestazione è finita, siamo in attesa degli ultimi due passeggeri, un Dirigente Scolastico e le sua signora, coinvolti nel “corteo di ritorno” e attardatisi per una città impreparata ad accogliere tuta questa gente.
Stanco ma felice, prendo posto e rifletto. Credo che bisogna ringraziare molti: sicuramente Maria Stella Gelmini, Ministro che ha saputo ricondurre all'unità verticale e orizzontale l'intero corpo della istruzione italiana. Tutte le scuole di ogni ordine e grado in ogni componente, e tutti i sindacati, dal più grande al più corporativo concordano sulla sua assoluta incapacità a occupare il posto che il patron le ha regalato.
Poi il Senatore Cossiga, il quale con la sua esternazione tra l'aterosclerosi e l'inconfessabile verità, ha sputtanato ogni intento provocatorio.
Poi bisogna ringraziare Giove Pluvio, il quale ha martellato Roma con le sue valanghe d'acqua prima e dopo la manifestazione, ma non durante.
Poi bisogna ringraziare il Prefetto di Roma, Dr. Mosca, per aver immediatamente disposto di autorizzare altri due cortei vista l'ampia partecipazione.
E umana comprensione va data al Questore Caruso, costretto, immagino, a dire sciocchezze gigantesche (centomila partecipanti) per le quali, spero, si guadagni almeno un aumento di stipendio. L'elicottero della Polizia ha volteggiato spessissimo sulle nostre teste e lo abbiamo salutato tutti, basta contare le mani e, se proprio si vuole essere taccagni, dividere per due.
Io a casa ho portato tante cose oltre alle foto: gli occhi abbagliati dal giovane sorriso di Tina, maestra alla quale i bimbi hanno scritto una bellissima lettera; le orecchie deliziate dalla creatività musicale di tanti ragazzi per la strada, il cuore colpito della serietà di Stefano: la signora Gelmini non fa bene ai bambini; e, sono sempre un popolano, diciamolo: lo stomaco gratificato da un ottimo pezzo di focaccia di Annina. Mi tocca anche riportarmi i didimi ipertrofici per le puttanate che mentitori di professione e leccapiedi televisivi hanno esternato.
Ma siamo gente avvezza ai martellatori gonadici, abbiamo palle di acciaio e non ci lasciamo certo intimidire, nemmeno da cento squadracce, nemmeno dalle minacce palesi o velate di alcuni pluri pregiudicati diventati parlamentari che invocano legalità, nemmeno dai giornali di Feltri e similari, nemmeno dalla televisione che, insoddisfatta delle leccate di Fede, chiama Licio Gelli a fare la voce narrante. Le altalene compiranno il loro ciclo.
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MessaggioTitolo: Lettera aperta sulla 133, proposta per il referendum   Lun Nov 03 2008, 19:36

Ancora una volta ci troviamo dinanzi ai fatti compiuti di un governo sordo, arrogante e indifferente...

Non si può prescindere dalle migliaia di voci che si stanno alzando in questi giorni per le strade, nelle piazze, nelle scuole...
Il 29 ottobre 2008 il Senato della Repubblica ha approvato il decreto legge sulla riforma della scuola, un provvedimento preso senza consultare minimamente coloro che quotidianamente vivono la scuola.
Senza contare che il ministro Gelmini - dottore in legge - dovrebbe ricordarsi che il decreto legge è stato pensato solo per i casi di estrema urgenza (non per aggirare gli iter legislativi) e non ci sembra questo il caso…

Le proteste, nonostante l’approvazione parlamentare, non si fermeranno in quanto forte è la volontà di difendere il nostro sapere.
Sono contestazioni, le nostre, che non nascono certo dalla voglia di disertare le lezioni, ma dalla volontà di salvare l'istruzione. Lo dimostrano le lezioni all aperto, le relazioni stese a riguardo, le tante assemblee tenute...anche durante le ore pomeridiane! Scuole e università si stanno mobilitando per chiedere centralità, la consapevolezza che il sapere è il principale motore per il miglioramento delle nostre condizioni sociali.

Le accuse di strumentalizzazione partitica della protesta sono smentite da una partecipazione che va ben oltre le capacità di qualunque partito.
Addirittura spesso sono gli stessi sostenitori della legge a dichiarare di non partecipare alla protesta per ordine del loro partito...
Il nostro non è un movimento qualunquista, ma un insieme di studenti e lavoratori che, aldilà dell’appartenenza partitica, reclamano il diritto di essere considerati parte attiva delle decisioni che lo riguardano.

L’Unione Degli Studenti (organizzazione studentesca di tipo sindacale) in un suo intervento dice: “ E' nato un movimento plurale nelle sue diversità. Un movimento assolutamente pacifico, reale, partecipativo, democratico, un movimento che nasce per rivendicare più scuola e più sapere, che vuole una conoscenza capace di eliminare le tante ingiustizie sociali che pervadono il nostro tempo. non siamo per il mantenimento dello status quo, ma chiediamo invece vero cambiamento, scuole e università al passo con l'Europa, una ricerca al servizio della collettività, la possibilità di raggiungere i livelli più alti dell'istruzione anche se non sei il figlio di un grande industriale. Questo è un movimento propositivo, dinamico che vuole studiare di più e si oppone ad un governo che ci vuole far studiare di meno e che si rifiuta di affrontare la vera emergenza educativa del nostro paese, pensando che con un grembiulino o un voto di condotta si possano risolvere la fatiscenza dei nostri istituti scolastici, la mancanza di strumenti didattici, la bassezza della qualità delle risorse, il problema di un fenomeno sociale come il bullismo e l'arretratezza dei nostri sistemi formativi rispetto a quelli del resto del mondo.”

Le forze politiche dell'opposizione, sia parlamentare che extraparlamentare, hanno lanciato la proposta del referendum abrogativo. Tuttavia, riteniamo che questa misura debba essere accompagnata da una serie di referendum interni a ogni scuola, per dare diritto anche agli studenti che non hanno raggiunto la maggiore età di esprimere il loro parere su una legge che li riguarda direttamente per evitare che il destino dei giovani sia deciso esclusivamente da categorie differenti. Gli studenti in effetti sono coloro che più di tutti si sono mobilitati in difesa del sapere pubblico, prendendo da subito una posizione forte e organizzando nell’intero Paese l'opposizione a questo folle provvedimento, riteniamo quindi giusto che una tale presa di responsabilità trovi compimento nell'esercizio di democrazia diretta e trasparente da affiancarsi ad un comunque necessario referendum abrogativo.

Auspichiamo che la società comprenda come la vera democrazia consista nella presa di decisione diretta, popolare, perché le decisioni dall'alto specialmente se prese in nome del bilancio statale che in nome del bene del paese possono solo portare al crollo del sistema partecipativo.
Crediamo, quindi che l'unica via d'uscita, l'unico strumento in grado di riportare democrazia in questo paese e dignità alla scuola passi per l' accostamento del referendum abrogativo già proposto dalle forze politiche con un referendum interno e trasparente in ogni istituto.
Speriamo che questo nostro grido, questa nostra richiesta non siano ancora una volta inascoltati e che una proposta partita da due studenti non sia sminuita rispetto alle tante assurdità che siamo costretti a tollerare ogni giorno in tv e sui giornali da parte di politici e ministri…
Crediamo fermamente di essere non solo il futuro di questa società ma di rappresentarne soprattutto il presente…pretendiamo risposte costruttive e pertinenti e non attacchi gratuiti. Vogliamo fatti e non finti incontri tardivi…
La democrazia non è in effetti il potere del popolo?

Stefano Rognoni – GC Como
Giulia Panna – UDS Brindisi
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Danilo Di Mambro



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MessaggioTitolo: La protesta degli studenti   Lun Nov 03 2008, 21:39

Credo che quello che sta succedendo agli studenti sia analogo a quello che succede a chi deve stare "al chiodo" per gudagnarsi da vivere e si rende conto di farlo con sempre meno successo. Si è cioè pervasi da quel senso di impotenza che deve aver acceso le rivoluzioni quando ha superato i limiti della sopportabilità. Penso che l'illusione di passare dall'altra parte cioè tra quelli che contano e che si godono la vita senza tanti problemi economici è sufficiente a conciliare la mansuetudine se la realtà è sopportabile, perchè se non lo è, si capisce al volo che a fare le veline possono andare in poche, come a diventare calciatori strapagati o essere i "Gaucci" che dal nulla mettono su un impero (e comunque spesso finiscono male, guarda caso). Se la realtà è insopportabile e lo sta diventando, ci si rende conto che i "mejo posti" in società sono già occupati da generazioni e non si liberano, che non è vero che il figlio dell'operaio che si laurea ha le stesse chances del figlio del "barone", che se analizziamo i posti di responsabilità sia nelle strutture pubbliche sia in quelle private la storia è quasi sempre la stessa: riservati. Forse i sindacalisti sono riusciti a penetrare nel fortino e sicuramente i colletti bianchi della criminalità organizzata per il resto si tratta di territori off limits per la stragrande maggioranza. E allora che devono fare 'sti ragazzi se non protestare, magari pure per il motivo non esattamente più importante?
Cordiali saluti.
Danilo Di Mambro
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   Gio Giu 18 2009, 13:29

Scuola. Nuovo attacco, agli interessi nazionali, delle destre.

Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, annuncia in un'intervista al Corriere della Sera il suo prossimo obiettivo: un "bonus" pubblico, cioè soldi della collettività, per studenti che scegliessero le scuole private.

La Gelmini dice che ''Costituzione alla mano, voglio che tutti abbiano il diritto di scegliere se andare alla scuola pubblica o alla scuola paritaria. Quindi, siccome le scuole paritarie costano, sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarle. Un po' come già succede in Lombardia''.
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MessaggioTitolo: Re: Crisi finanziaria e tagli alla scuola   

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Crisi finanziaria e tagli alla scuola
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