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 Esiste ancora l'internazionalismo?

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AutoreMessaggio
pinodeluca



Numero di messaggi : 5
Età : 59
Data d'iscrizione : 17.08.08

MessaggioTitolo: Esiste ancora l'internazionalismo?   Dom Ago 17 2008, 20:31

Leggere al fresco di un grande fico è un buon modo per cominciare un caldo ferragosto.
Non so chi, come me, ha un grande albero di fico e/o ha voglia di leggere, ma io scrivo ugualmente.
In Italia, paese non scevro dalle inquietudini che attraversano ogni parte del pianeta, si è aperto da anni il dibattito sul “federalismo”. Il Prof. Miglio, paraisu! ci nci caccia, e il Senatùr Bossi, che il paradiso lo ha evitato per un soffio, da vent'anni hanno aperto questa discussione. Dapprima in solitudine e poi facendo proseliti prima nella società e poi nella politica. Oggi tutti, tranne qualche residuo come il sottoscritto, si dichiarano in qualche modo “federalisti”. Poi ciascuno aggiunge aggettivi di convenienza, il target di ciascuno però rimane uguale: “socializziamo le difficoltà e privatizziamo i vantaggi.”
Il punto filosofico dal quale parte il “federalismo”, come tutte le pulsioni profonde che comportano separazione e differenziazione, è sempre il medesimo: l'appartenenza geografica.
È del tutto evidente che l'essere vissuto in un contesto sociale spazialmente e temporalmente definito comporta che ciascuno di noi acquisisca usi, costumi, valori, lingua e modus vivendi che a quel contesto sono funzionale e da quel contesto sono in larga parte determinati.
Ma è altrettanto evidente che ciascuno di noi è definito da una combinazione cromosomica che ci rende specifici e sostanzialmente unici come individui ma anche inesorabilmente appartenenti al genere umano, qualunque sia il posto nel quale lasciamo la respirazione acquatica e, con il primo vagito, passiamo alla respirazione aerea.
La considerazione dell'Uomo, in quanto animale sociale, in relazione al suo gruppo di appartenenza è facilmente rappresentabile ricorrendo al concetto di Matrioska.
Se ciascuno di noi dovesse scrivere il proprio indirizzo completo si troverebbe nella seguente situazione: cognome e nome (appartenenza ad un gruppo sociale che chiamiamo famiglia), indirizzo (appartenenza ad un ambito territoriale che chiamiamo quartiere), città, provincia, [regione], stato, continente, pianeta, sistema, galassia, universo.
Gli elementi non specificati sono entità geografiche di varia scala, ciascuna con le sue regole e le sue identificazioni. Tra parentesi quadre vi è il concetto di [regione] il quale, giustamente, non compare nell'indirizzo ma dovrebbe esserci considerato che il “federalismo” è, per l'appunto, una estremizzazione del “regionalismo”.
Chi, come, quando e perché sono stati definiti i confini di una regione è questione semplice per Sicilia e Sardegna, ma a me risulta assai ostico comprendere come abbiano fatto Emilia e Romagna a diventare Emilia-Romagna, “Abruzzi e Molise” a diventare “Abruzzo” e “Molise”, ma soprattutto “le Puglie” a diventare “la Puglia”!!!
L'appartenenza geografica non solo è fenomeno casuale, ma essa è anche variabile per parametri politici e personali. Quando arriva una donna incinta su una barca di clandestini e partorisce nell'ospedale di Brindisi si può dichiarare l'appartenenza di quel bimbo alla comunità brindisina?
Chi nacque a l'Aquila ai tempi di Abruzzi e Molise e crebbe a Campobasso dopo la scissione è Abruzzese o Molisano?
Ben si comprende come questa estremizzazione identitaria possa essere rovesciata nella Matrioska a qualunque livello, scatenando, in assenza del riconoscimento della comune appartenenza al genere umano, una processo conflittuale che viene bene espresso dalla “sindrome del beduino”: io contro mio fratello, io e mio fratello contro i miei cugini, io e la mia famiglia contro le altre famiglie della tribù, io e la mia tribù contro le altre tribù e così via per popoli e pianeti, in un conflitto perenne e senza soluzione di continuità, se non quella dell'Uomo Forte che riesce a dominare queste pulsioni.
Felice Besostri, nel suo articolo sulla attualità della questione caucasica, (http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8791) pone quindi il problema della “autodeterminazione dei popoli” ma, come spesso succede, cominciando dalla metà. Quando si parla di “autodeterminazione dei popoli” si deve essere molto attenti, condivido la riflessione e la necessità di pensare dialetticamente. E la dialettica va usata nello spazio e nel tempo. E infatti mi vien di pensare: i popoli sono forse solo quelli del Caucaso? E l'Iraq? E l'Afghanistan? E la Palestina? E forse i Sioux e i Puebla, gli Algonchini e i Piutes sono stati lasciati liberi di autodeterminarsi?
E in Italia come la mettiamo con l'autodeterminazione dei popoli? E in Spagna? E in Irlanda? E in Tibet? E nello Sri Lanka? E a Timor Est? E gli Inuit? E i popoli dell'Amazzonia? E quelli del delta del Niger?
Se dovessimo fare una disamina delle “questioni etniche” e delle “questioni religiose” presenti sulla terra secondo i parametri di appartenenza sarebbe difficile uscire dalla logica degli “amici” e dei “nemici” a geometria variabile, ovvero misurati secondo l'interesse del momento.
La mia opinione è che queste argomentazioni così estremizzate non siano prive di interessi più biechi e inconfessabili. È molto più semplice “controllare” staterelli piccoli e poveri piuttosto che aggregazioni ampie e organizzate. E questo controllo non ha certo l'obiettivo di difendere usi e costumi o religioni e credi, molto più semplicemente ha l'obiettivo di assicurarsi i giacimenti di materie prime e di estendere mercati di consumo. Trovo infatti molto strano che le etnie e le religioni insorgano nelle aree geografiche di importanza strategica in un particolare periodo di tempo.
Certo che a Ferragosto si ha poca voglia di pensare a questo ma, per fortuna, queste riflessioni non hanno scadenza.
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AgrimensoreK



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MessaggioTitolo: Re: Esiste ancora l'internazionalismo?   Lun Set 01 2008, 11:45

alekos18 ha scritto:
AgrimensoreK ha scritto:
Ritengo infine che questione nazionale e decolonizzazione culturale siano inscindibili, ma qui sono io a girarti la domanda perché ci sono aspetti in merito ai quali mi interessa la tua opinione. Il primo - essendo io una mente semplice - è pragmaticamente geografico. Dovresti dirmi e motivare se per te ‘nazione’ è - per esempio - una di queste entità:
- L’enclave valdese delle valli Germanasca e Chisone;
- l’insieme delle valli occitane, come vorrebbe un mio amico;
- il Piemonte, magari con annessa Sardegna;
- la Padania, come vorrebbe il Senatur;
- l’Italia, come scontato (ma con gli attuali confini?);
- l’Europa, come vorrebbero alcuni socialisti;
- l’Eurasia, come volevano alcuni altri nazionalitari, prima di cambiare idea
Ti risponderò in un altro postato, per non dilungarmi qui. Includerò anche quanto scrive e chiede Pino De Luca in "Esiste ancora l'internazionalismo?". Mi sembra che l'ambito di pertinenza sia lo stesso.
Caro Alekos mi era parso tu avessi trovato passibile di replica questo mio modesto quesito.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Esiste ancora l'internazionalismo?   Sab Set 06 2008, 12:31

AgrimensoreK ha scritto:
alekos18 ha scritto:
AgrimensoreK ha scritto:
Ritengo infine che questione nazionale e decolonizzazione culturale siano inscindibili, ma qui sono io a girarti la domanda perché ci sono aspetti in merito ai quali mi interessa la tua opinione. Il primo - essendo io una mente semplice - è pragmaticamente geografico. Dovresti dirmi e motivare se per te ‘nazione’ è - per esempio - una di queste entità:
- L’enclave valdese delle valli Germanasca e Chisone;
- l’insieme delle valli occitane, come vorrebbe un mio amico;
- il Piemonte, magari con annessa Sardegna;
- la Padania, come vorrebbe il Senatur;
- l’Italia, come scontato (ma con gli attuali confini?);
- l’Europa, come vorrebbero alcuni socialisti;
- l’Eurasia, come volevano alcuni altri nazionalitari, prima di cambiare idea
Ti risponderò in un altro postato, per non dilungarmi qui. Includerò anche quanto scrive e chiede Pino De Luca in "Esiste ancora l'internazionalismo?". Mi sembra che l'ambito di pertinenza sia lo stesso.
Caro Alekos mi era parso tu avessi trovato passibile di replica questo mio modesto quesito.
Ti ho risposto all'argomento "Indipendenza e sovranità. Il PdCI, i comunisti, noi". Ciao
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Esiste ancora l'internazionalismo?   Mar Set 23 2008, 20:23

pinodeluca ha scritto:
(...) Oggi tutti, tranne qualche residuo come il sottoscritto, si dichiarano in qualche modo “federalisti”. Poi ciascuno aggiunge aggettivi di convenienza, il target di ciascuno però rimane uguale: “socializziamo le difficoltà e privatizziamo i vantaggi.”
Non esagerare con quel "tutti"! Nel paese reale è infatti tutto da verificare il seguito effettivo e consapevole dell'idea federalista, anche nel nord tanto sbrigativamente arruolato a suo paladino. Con buona pace quindi della geografia. Al riguardo presterei attenzione a stabilire nessi "culturali" tra federalismo e appartenenza geografica. Proprio quanto rilevi -e che mi trova concorde- sul federalismo declinato (anche) nel nostro paese in termini di socializzazione delle difficoltà e di privatizzazione dei vantaggi, è evidente che di per sé identifica i suoi sponsor, e non rimanda certo ad usi e costumi di natura regionale o nazionale.

Federalismo viene dal latino foedus e vuol dire patto. Sarebbe culturalmente interessante soffermarsi sulla natura politica di quei "patti" al tempo dell'antica Roma. Resta la continuità del fatto che, con questo termine di natura politico/giuridico, si copre principalmente una volontà di affermazione di interessi materiali e che vede oggi diversi soggetti -interni ed esterni a questo paese- interessati ad un'evoluzione in senso federale della forma Stato, e non per ragioni da ricercare nell'esclusiva chiave capitalistica della competitività inter-imprenditoriale su scala mondiale o quantomeno regional/europea. E' necessario quindi capire la natura sociale e (geo)politica di questi soggetti. Quel che dicevi sopra, pinodeluca, resta comunque un rilievo indiscutibile, sicuramente in prima battuta, che può cioè essere percepito e compreso a livello immediato. Da un lato, in nome del federalismo, ci si adegua al mutamento del contesto geopolitico e agli effetti che si stanno determinando anche in campo Atlantico (cioè a dominanza USA), nel quadro di quell'area capitalistica transatlantica che è l'Unione Europea. In questo contesto, l'Italia si sta caratterizzando come il paese tra i più investiti da questa "evoluzione" e sulle ragioni di ciò trovo che sarebbe importante interrogarsi. Di fronte all'obbligo, alla coazione, delle dinamiche neoliberiste rilanciate da Bruxelles, ci si attrezza per competere nelle migliori condizioni possibili quantomeno nell'agone capitalistico macroregionale cosiddetto europeo. Dall'altro lato vi sono interessi esteri, di natura strategica innanzitutto geopolitica, che mirano a svuotare la sovranità di Stati-nazione (anche già asserviti come l'Italia) e favorire la formazione di macro-aggregati (all'interno del macro-aggregato più grande che è appunto l'Unione Europea) maggiormente in consonanza con gli input d'oltre Oceano. Se questa dimensione è molto poco, se non affatto, considerata -come pure dovrebbe-, resta l'evidenza di spinte imprenditoriali diversificate per aree che cercano le migliori condizioni possibili nell'agone competitivo e che capitalisticamente non trovano copertura e sostegno adeguato da parte dello Stato centrale che pure storicamente le ha foraggiate e a cui comunque ci si continua a rivolgere all'occorrenza, alla bisogna, coma da Storia: le grandi imprese, del Nord, hanno munto le casse centrali (e non solo) di Roma a proprio uso e consumo già dall'Unità d'Italia.
All'interno di questo scenario come effetto derivato si produce una competizione tra aree territoriali, a cui si collegano talune oligarchie imprenditorial/finanziarie, per l'accaparramento di risorse che sono sempre più esigue, ed anche in vista dell’esercizio di un peso politico da far valere nell’interlocuzione a sostegno delle proprie spinte ed ambizioni competitivo-imprenditoriali. In questo discorso un anche vago e fantasioso richiamo ad archetipi culturali (non parlerei di geografia perché comporta quantomeno delle discutibilità...) può pure servire da clava, ma alla lunga mostra quantomeno la sua infondatezza e strumentalità...

Sull'autodeterminazione dei popoli ed il rischio, che paventi, che la rivendicazione nazionale possa divenire un processo di impazzimento più o meno popolare, sorta di scatole cinesi senza fine, o anche un'interessata partita a scacchi, strumentale, ad opera di Grandi Potenze, ritengo che la bussola d'orientamento sia proprio nel capire se parliamo di una identità nazionale, o di un'identità regionale, o di municipalismi, e di cosa intendiamo per nazione, per regionalismo o altro, e quindi la valenza politica e sociale che, in termini di effettiva democrazia, hanno concetti come autodeterminazione, e quindi sovranità ed in(ter)dipendenza nazionali.
Dici: "ciascuno di noi è definito da una combinazione cromosomica che ci rende specifici e sostanzialmente unici come individui ma anche inesorabilmente appartenenti al genere umano, qualunque sia il posto nel quale lasciamo la respirazione acquatica e, con il primo vagito, passiamo alla respirazione aerea". Certo, ma resta il dato di fatto, già solo empiricamente rilevabile, che il modo di essere parte del genere umano avviene sulla base di un sentirsi parte (soggettivo ed oggettivo) di un vissuto e di un vivente culturale collettivo che è la nazionalità d'appartenenza e d'elezione. Il punto sarà necessario riprenderlo.
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iskra

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MessaggioTitolo: Re: Esiste ancora l'internazionalismo?   Dom Gen 16 2011, 15:55

alekos18 ha scritto:
Sull'autodeterminazione dei popoli ed il rischio, che paventi, che la rivendicazione nazionale possa divenire un processo di impazzimento più o meno popolare, sorta di scatole cinesi senza fine, o anche un'interessata partita a scacchi, strumentale, ad opera di Grandi Potenze, ritengo che la bussola d'orientamento sia proprio nel capire se parliamo di una identità nazionale, o di un'identità regionale, o di municipalismi, e di cosa intendiamo per nazione, per regionalismo o altro, e quindi la valenza politica e sociale che, in termini di effettiva democrazia, hanno concetti come autodeterminazione, e quindi sovranità ed in(ter)dipendenza nazionali.
Dici: "ciascuno di noi è definito da una combinazione cromosomica che ci rende specifici e sostanzialmente unici come individui ma anche inesorabilmente appartenenti al genere umano, qualunque sia il posto nel quale lasciamo la respirazione acquatica e, con il primo vagito, passiamo alla respirazione aerea". Certo, ma resta il dato di fatto, già solo empiricamente rilevabile, che il modo di essere parte del genere umano avviene sulla base di un sentirsi parte (soggettivo ed oggettivo) di un vissuto e di un vivente culturale collettivo che è la nazionalità d'appartenenza e d'elezione. Il punto sarà necessario riprenderlo.
Lo rilancio io, Alekos18, perché secondo me è molto importante. Cultura e politica vanno a braccetto, vero?
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