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 Tesi di "Indipendenza" sull'emigrazione / immigrazione

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alekos18

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MessaggioTitolo: Tesi di "Indipendenza" sull'emigrazione / immigrazione   Mar Set 26 2017, 23:11

Tesi di “Indipendenza”
sull'emigrazione / immigrazione
(V^ assemblea, Roma, 16 settembre 2017)

1) Le emigrazioni di massa, lungi dall’essere fenomeni ‘naturali’ e/o ‘spontanei’, presuppongono sempre, 'a monte', delle catastrofi politiche e delle tragedie sociali. Nella modernità, sono l'effetto di ritorno strutturale dello 'sviluppo' capitalistico, delle sue modalità di funzionamento, delle sue devastazioni ambientali, degli enormi divari e miserie che determina, della subalternità anche culturale di vaste aree del pianeta nei confronti dell’Occidente, delle tante guerre imperialistiche e di quelle indotte / alimentate internamente, nonché delle connivenze di governi locali compiacenti e servili. Comprendere a fondo le cause non è irrilevante in vista delle soluzioni.

2) Anche le parole sono importanti. L’utilizzo del termine migrante è concettualmente scorretto e mistificante. La stragrande maggioranza delle persone, potendo scegliere, decide di costruire la propria vita nel proprio paese, nel proprio contesto culturale, vicino ai propri affetti. La quasi totalità di coloro che emigrano lo fa per necessità, non per scelta. Certo, esistono delle eccezioni, ma se fosse solo per queste si tratterebbe di un fenomeno a “impatto zero”. Insistere su concetti quali il “nomadismo culturale” o la “naturalità” dei fenomeni migratori risponde a un preciso scopo: distogliere l’attenzione dalle cause e quindi dalla natura indotta e non spontanea delle emigrazioni. I fenomeni “migratori” –è vero– ci sono sempre stati nell’arco della storia dell’uomo, non in quanto “naturali”, bensì perché ciclicamente si sono riproposte le cause all’origine degli stessi.

3) Se il fenomeno non è inedito, sono però inedite le proporzioni di quanti si riversano nei Paesi a capitalismo avanzato o comunque con moneta forte (come l'euro) che garantisce alto valore alle rimesse in Patria. A essere coinvolti non sono solo determinati Paesi, ma un po’ tutto il globo. Sono da considerare anche gli esodi interni, ad esempio dalle aree rurali a quelle metropolitane, che nei paesi cosiddetti in via di sviluppo assumono proporzioni molto rilevanti, dando vita a megalopoli invivibili e allo spopolamento di aree vastissime. Nella stessa Italia è ripresa l’emigrazione dal Mezzogiorno verso il Nord, ma da tempo è anche in atto un progressivo spopolamento delle aree montane, per tacere della ripresa dell’emigrazione verso l’estero. Chissà perché, poi, è grandemente trascurata quella interna all'Unione Europea (UE), in particolare dai paesi dell'Est, con numeri significativi d'ingresso (anche) in Italia.

4) Quali sono le cause? Ribadiamolo: guerre imperialiste, neocolonialismo, dinamiche neoliberiste e la resa della politica alle logiche del mercato. In sintesi: il capitalismo. Si tratta quindi di un effetto di sistema che, dal punto di vista dell'Italia, si configura nel combinato di dominio UE-USA.

5) La distinzione politica mainstream tra “rifugiati politici” e “migranti economici” è un ulteriore espediente espressivo capzioso e funzionale a distogliere gli intrecci delle cause su indicate e a gestire per convenienze molteplici il fenomeno immigratorio.

6) Da qui la coabitazione di una duplicità d'approccio:
a) da un lato paura e odio veicolati in dosi massicce nei confronti degli immigrati, particolarmente per il tramite della grancassa massmediatica mainstream (e spesso anche “alternativa”) quanto a modi e contenuti dell'informazione al riguardo: a prevalere l'idea dell'invasione (pianificata, per certa vulgata) volta a 'sostituire' la popolazione autoctona, disarticolare le sovranità nazionali / statuali, creare un 'esercito industriale di riserva' (con evidente forzatura del concetto marxiano originale) a detrimento di diritti e condizioni salariali dei lavoratori autoctoni, con in più l'idea di un tasso di criminalità crescente.
b) Dall'altro un atteggiamento caritatevole di accoglienza, apprezzabile se genuino, spesso però silenzioso sulle condizioni di abbandono e di schiavismo a seguire. Emblematica in tal senso la litania ipocrita e anche velatamente razzista sui lavori che gli italiani non vorrebbero più fare, per i quali sarebbe quindi necessaria la manodopera immigrata (omettendo peraltro il fatto che non sono determinati lavori ma determinate condizioni di lavoro ciò che solo gli immigrati sono disposti ad accettare). Un fenomeno che peraltro diminuisce in proporzione al grado di integrazione e stabilità raggiunta. Tale atteggiamento per lo più assume il fenomeno quasi come un 'dato di natura', ineluttabile, non contrastando le dinamiche 'a monte' di cui sopra e non traendo quindi un conseguente posizionamento politico in termini di sovranità, indipendenza, liberazione (anche) nel nostro Paese.  
Questi approcci, con varianti interne, lasciano entrambi insolubile il problema nel suo insieme.

7) Alla luce delle proporzioni e delle cause dello stesso, il fenomeno dell’emigrazione assume connotati drammatici: le notizie di morti in mare sono la punta dell’iceberg di una tragedia epocale che colpisce paesi interi e milioni di esseri umani. È scontato precisare che le principali vittime del dramma sono gli immigrati e i rispettivi paesi (o aree) di provenienza.

8 ) Per questa ragione va rigettata la retorica di coloro i quali vedono nel fenomeno una grande opportunità. Stiamo parlando di una tragedia, ragion per cui l’obiettivo deve essere quello di eradicare il fenomeno o quantomeno di limitarlo fortemente, non certo di promuoverlo.

9) Per fare questo occorre concentrarsi sulle cause per arrivare agli effetti:
a) Astenersi dal promuovere o sostenere politiche imperialistiche, guerrafondaie, neocoloniali e ritirare i relativi contingenti militari all'estero devono essere parte di una prospettiva politica ed un imperativo per un governo realmente patriottico. Nel caso concreto dell’Italia una simile dottrina in politica estera sarebbe impossibile da perseguire senza una grande inversione di rotta, una radicale svolta politica, un ri-orientamento della collocazione geopolitica del nostro paese.
b) Porre fine al rapporto di sfruttamento economico con i paesi da cui provengono i flussi migratori (furto di risorse e sfruttamento in loco della manodopera locale) e con quelle forme di ‘aiuti’ e ‘cooperazione’ che, lungi dal favorire un autonomo processo di sviluppo, finiscono col creare nuove modalità di dipendenza.
c) Promuovere, con i Paesi di emigrazione, oculati interventi politici, di cooperazione e accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi su basi il più possibile paritarie. L'Italia potrebbe caratterizzare il suo intervento con forniture di tecnologia, formazione di tecnici e quadri, creazione di strutture e infrastrutture, servizi sociali, eccetera. Una politica simile, peraltro, l'Italia l'ha conosciuta con il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, poi assassinato nel 1962 anche grazie all'acquiescenza delle classe dirigenti politiche dell'epoca. Un indirizzo di questa natura, in relazione all'immigrazione, farebbe la sua parte nella creazione delle condizioni sociali per il rimpatrio, erodendo così le ragioni di fondo sino ad un suo rientro in una dimensione fisiologica e gestibile.
d) Opporsi in sede diplomatica agli accordi per le liberalizzazioni dei mercati preferendo piuttosto relazioni commerciali improntate a criteri paritetici e di cooperazione effettivamente mutualistica.

10) Come si gestisce nel frattempo l’emergenza? Solo uno Stato realmente dotato di capacità di intervento politico ed economico pieno e a tutto campo può gestire un fenomeno così complesso. Occorrerebbe –tra le altre cose– aumentare le spese sociali (per tutti, non solo per gli immigrati) e distribuire con equilibrio i nuovi arrivi su tutto il territorio e in tutti i comuni, evitando così le concentrazioni e la formazione di ghetti, in relazione alle enormi necessità di intervento lavorativo di cui necessita il Paese. Per far questo è necessario preliminarmente sganciarsi dai vincoli neo-liberisti imposti dall’Unione Europea.

11) Centrale il ruolo dello Stato –con ben diversi orientamenti e orizzonti da quelli che contrassegnano da decenni l'Italia– nel gestire direttamente il controllo delle frontiere e dei mari e le connesse operazioni di controllo e salvataggio (senza ‘appaltare’ di fatto tali attività a soggetti terzi), così come nell'organizzare e gestire le strutture di accoglienza, in vista di un inserimento sociale permanente (integrazione) o temporaneo (rimpatrio o transito).

12) Distinguere tra diritti sociali e civili (da dare immediatamente a tutti) e, laddove ci sia una richiesta di integrazione, diritti politici, vale a dire la cittadinanza, da concedere al termine di un percorso che contempli una almeno buona conoscenza della lingua e della cultura italiana, un accompagnamento con verifica all'inserimento sociale e una permanenza sufficientemente lunga. Dovrebbe essere poi proibita la doppia cittadinanza: in questo modo si eviterebbe di concedere il diritto al voto a persone non disposte ad una effettiva integrazione (magari intenzionate a ritornare nel paese d’origine non appena possibile) o a “italiani all’estero”, magari figli o nipoti di persone nate in Italia, che in Italia non hanno mai messo piede.

13) Le culture nazionali sono sotto attacco non degli immigrati, ma del degrado normativo di leggi e direttive atlantiche, anche per il tramite della UE, che da decenni stanno scientemente disarticolando i sistemi nazionali scolastici ed universitari, impoverendo la formazione e sostituendola con pratiche di obbedienza e di addestramento funzionali all'inserimento nella mentalità e negli ingranaggi di funzionamento della società neoliberista. Le culture nazionali sono sotto attacco anche per via dell'inculturazione e del degrado incorporati nei programmi dell'info-entertainment principalmente televisivo della grancassa massmediatica dominante e di tutta la filiera dello spettacolo ad essa collegata. Un ruolo non trascurabile è rivestito anche dalla diffusione di costumi alimentari alieni alla nostra tradizione culinaria, oltre che dannosi per la salute (catene di fast food, ad esempio).

14) Sfatiamo poi un luogo comune: l'immigrazione non è la causa dei nostri problemi di disoccupazione e deflazione salariale, se non in minima parte e solo in certi settori.

15) Da equiparare le condizioni e le retribuzioni del lavoro tra lavoratori immigrati e lavoratori autoctoni, con ripristino delle contrattazioni collettive e della versione originaria dello Statuto dei Lavoratori, il che passa per la cancellazione delle deregolamentazioni made in UE del pacchetto Treu (1997, lavoro interinale), della legge Biagi (2003, proliferazione di forme contrattuali flessibili e precarie), della legge Fornero (2012, facilitazioni dei licenziamenti individuali per motivi economici) e del Jobs Act (2014, fase finale dello smantellamento delle garanzie collettive nei rapporti di lavoro).

16) La deregolamentazione del lavoro non proviene dalle «orde» emigratorie suppostamente eterodirette, ma è imposta dalle direttive, dai vincoli e dagli obblighi euroatlantici, dallo smantellamento delle sovranità nazionali e delle forme di protezionismo sociale statuale, dalle deregolamentazioni, dalle delocalizzazioni, dallo spostamento dei capitali e delle merci, dagli adeguamenti normativi per lo smantellamento dei diritti e delle contrattazioni nazionali (oggi siamo ai voucher, ai buoni di lavoro!). Per restare in Italia, dal pacchetto Treu (1997, governo Prodi) al Jobs Act (2014, governo Renzi), sono vent'anni di imposizioni europee e di compiacenze padronali interne (per competere sul mercato globale con esiti peraltro disastrosi…) ad aver accresciuto enormemente tra cittadini di uno stesso Stato, di ogni singolo Stato sul continente europeo, «eserciti industriali autoctoni di riserva». È questo sistema invasivo sotto ogni profilo (politico, economico, culturale, ideologico) il vero nemico della nostra identità e sovranità. Gli immigrati sono 'estranei' e 'a valle' di tutto ciò.

17)  Stante le enormi possibilità di lavoro in un'Italia ritornata sovrana e la necessità di far ripartire l'economia risollevando le condizioni sociali di coloro che l'abitano nel minor numero di anni possibile, lo Stato potrebbe (e dovrebbe) assumere il controllo d'indirizzo del lavoro nei settori strategici: rimessa in sesto del territorio (agricoltura, rimboschimento, pulizia del letto dei fiumi, bonifica dei territori dai rifiuti industriali, reti idriche, ecc.), edilizia antisismica, ristrutturazione dei piccoli e grandi centri abitativi senza nuovo consumo di suolo, rifacimento e manutenzione delle reti di comunicazione stradale (dentro e fuori le città), ferroviaria e marittima, interventi finalizzati alla messa in essere di un piano energetico per l'indipendenza nazionale alternativo all'utilizzo dei combustibili fossili, smantellamento delle fabbriche abbandonate non recuperabili, mappatura delle necessità locali, eccetera.

18) A fronte delle enormi opportunità e necessità di lavoro che si avrebbero in uno scenario di (ri)conquistata sovranità, richiamare l'emigrazione italiana, certamente quella degli ultimi anni disposta al rientro a fronte delle precarie condizioni di vita all'estero. L'ausilio di immigrati sarà necessario, quantunque il ritorno ad una moneta sovrana, non forte come l'euro ma non per questo nociva agli interessi italiani, scoraggerà chi cerca valuta forte per le rimesse in Patria.

19) Lo ribadiamo, quindi: chi elude il fenomeno (l'immigrazione), comprensivo di cause, responsabili e conseguenze, e punta l'indice sui soggetti (gli immigrati), si pone dalla parte del problema, il sistema neocoloniale globalista euroatlantico dominante. Questo è ben interessato nei Paesi europei a servirsene anche come canale di sfogo sociale su cui scaricare problematiche che investono i residenti autoctoni, un grande diversivo rispetto alle effettive cause e dinamiche delle crisi strategicamente indotte e funzionali che assicurano il prosieguo incontrastato delle devastanti politiche euroatlantiche.

20) Agire sulle cause in maniera efficace comporta tempi medio-lunghi e l'Italia potrebbe svolgere un ruolo molto importante, in virtù anche della sua collocazione geografica, solo assumendo la piena sovranità e con un indirizzo di governo ben diverso da quello assunto dai ceti politici asserviti da tanti e tanti decenni.

21) In questo contesto, alla base del costituendo Esercito Europeo reiterato il 25 marzo a Roma nel sessantennale dei Trattati, non casualmente è posto –tra le motivazioni su cui aggregare consenso– il contrasto all'immigrazione cosiddetta clandestina e possibili interventi militari 'europei' fuori area, in sintonia con la NATO.

22) Geopolitica, quindi, ma anche una dimensione umanitaria ed etica. È nostro convincimento che vi sia un utilizzo anche in termini politici del fenomeno immigratorio, un interesse a configurare l'opposizione all'Unione Europea –quindi il sovranismo contro la 'globalizzata' UE– su un terreno di destra. Deviare dalle cause di fondo e dalla responsabilità dei soggetti (UE e NATO / USA, multinazionali...) e svuotare di senso la rivendicazione di sovranità e di indipendenza in una spirale senza uscita di un conflitto permanente tra poveri, tra chi è in via di impoverimento o è già povero e i poveri in arrivo da fuori (sul piano sociale) e tra supposto 'fascismo' e antifascismo (sul piano politico). Il sovranismo di destra, peraltro, introietta una mentalità competitiva / concorrenziale atomistico/individuale propri del modello neoliberista.

23) Come “Indipendenza” ne siamo convinti: sulla questione immigrazione, la posizione politica che si assume ha a che fare con la “qualità” di qualsiasi movimento, a maggior ragione se si batte per una prospettiva di sovranità, di indipendenza, di liberazione nazionale. Quella, se ben analizzata, funge da formidabile filtro non solo per capire le cause delle “crisi” e delle oppressioni dell'oggi, ma anche per concorrere a delineare quella società 'altra' che si dice di voler costruire.

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