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 Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni

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Guidofi



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MessaggioTitolo: Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni   Sab Mag 12 2007, 00:16

Saluti a tutti
Vorrei esprimere la mia profonda frustrazione per l'insensatezza, la povertà e la sostanziale nocività per la sanità mentale degli italiani del dibattito-senza-fine tra "orgoglio laico" e mondo cattolico. Sono studente universitario da poco tempo e ho dovuto constatare con reale amarezza che anche il "confronto" accademico di filosofi, scienziati ecc.. al riguardo non si distanzia in nessun modo dall'opprimente cappa mediatica di volgarità quotidiane su famiglia, DICO, valori e relativismo. Assolutamente illuminante in proposito la fiera del libro di Torino, dove a Ruini che salmodia rispondono i vari Vattimo, Ferraris, Rusconi e altri postmoderni deboli e ipocritamente pluralisti, ed i rispettivi stands distribuiscono adesivi, magliette e berretti. Questo dà la misura del confronto. Si tratta di un offerta di mercato; intendo cioè un'imposizione dall'alto, articolata in popolare e colta, di convinzioni e idee preconfezionate, che si tratta solo di scegliere secondo il proprio gusto soggettivo.
Ma così il problema passa completamente a lato; e penso che il problema sia esattamente l'esproprio della nostra sovranità e indipendenza fatto dal mercato capitalistico, secondo le direttive di USA e Unione Europea. Il mercato deve regnare; in questo modo non c'è spazio nè per valori cattolici (o religiosi in generale) strutturanti la vita sociale nè per un'autoregolazione della società secondo principi fondanti (immanenti o solo consensuali che siano). L'intero confronto è dunque mal posto e sterile.
Sinceramente, sono molto, forse fin troppo scoraggiato, anche per un altro fatto: io penso che ANCHE i temi della famiglia e quant'altro siano più che importanti; sento la necessità di riflettervi, di discuterne con i compagni di università, con voi di Indipendenza ecc... perchè penso che debbano far parte della mia formazione etica; soltanto, sono talmente saccheggiati, depredati e concettualmente degradati da questo scempio culturale, che stabilire un dialogo costruttivo e libero da pregiudizi con chi mi circonda è stato finora impossibile.
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni   Dom Mag 13 2007, 02:06

Su quanto scrivi concordo pienamente. Nel parlare di temi importanti come la famiglia bisogna innanzitutto uscire dall’opposizione fuorviante tra “laici” e “religiosi”, e subito dopo provare a ragionare su come l’attuale fase del capitalismo imponga riforme anche in relazione alla famiglia e al connesso portato valoriale. La Chiesa, a parole, sostiene di voler salvaguardare l’integrità della famiglia, ma in realtà non ha alcuna denuncia (anzi, semmai addirittura approvazione…) da muovere contro le leggi sulla flessibilità del lavoro, l’esorbitante aumento del costo della vita, eccetera, che producono gravi ripercussioni anche sull’idea di famiglia. Aggiungerei che a ben vedere anche le modificazioni del costume costituiscono un aspetto dell’“esproprio della nostra sovranità e indipendenza fatto dal mercato capitalistico, secondo le direttive di USA e Unione Europea” che tu giustamente metti in primo piano. Rimanendo comunque in ambito famiglia, ci sono altre considerazioni o aspetti che metteresti in evidenza?
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Guidofi



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MessaggioTitolo: famiglia   Ven Mag 18 2007, 19:51

Per qualche idea per una discussione costruttiva ritengo indispensabile il sempre freschissimo "Rifugio in un mondo senza cuore" di C.Lasch, Bompiani 1982. Io credo che una considerazione complessiva del problema della famiglia significhi avere a che fare con la maggior parte delle questioni sociali e dei cambiamenti storici degli ultimi due secoli. Il motivo è questo: fin dagli albori del capitalismo l'ideologia borghese esaltava le possibilità del capitalismo stesso di garantire una migliore vita privata e familiare, che compensasse l'impoverimento della vita civile e la ripetitività del lavoro. Il cambiamento dell'idea di famiglia è uno dei tratti specifici della modernità e di tutti i suoi sviluppi.
Una sorta di nido alla Pascoli, insomma: si capisce che è decisivo per l'ideologia capitalista stessa collocare in una dimensione privata e accogliente quei valori che evidentemente non hanno più posto in pubblico, e che vengono condensati nella prossimità rassicurante dell'amore materno.
Dobbiamo quindi chiederci: la famiglia ha assolto questo compito gravoso? Ha un'esistenza separata rispetto agli sconvolgimenti sociali e politici? Ovviamente no. Basta notare che i due fattori che ho menzionato (impoverimento della vita civile e del lavoro), nel capitalismo, vanno di pari passo con una penetrazione sempre più profonda del sistema nella vita privata del singolo, come giustamente scrivi nel tuo post.
Dunque, qual è l'idea di famiglia che va protetta e auspicata? Non esiste, infatti, una "famiglia tradizionale" da riprendere: la fine dell'autoritarismo paterno, dell'amore come possesso eccetera è certamente una conquista. Ma il risultato oggi è la freddezza e la "serializzazione" dei rapporti affettivi e dell'intimità. Come è innegabile, del resto, che anche famiglie "integre" o "naturali" non "producono" individui equilibrati e saldi (credo infatti che la grande influenza dell' "edonismo" consumistico comporti una preferenza da parte del genitore per il rinvio della punizione del figlio, che è esattamente il meccanismo di controllo sociale, alimentante la minaccia e il ricatto, come nota Lasch).
Conclusione: la famiglia non può essere pensata in quanto tale, ma in relazione all'inumanità del sistema economico. Una migliore famiglia non può non passare per un cambiamento di questo. Certo, questo è abbastanza scontato; quello di cui dobbiamo divenire consapevoli è che se i "laici", schermandosi dietro giuste conquiste individuali, accelerano la devastazione del privato, anche un culto dell'intimità, della purezza della famiglia, dissimula la "colonizzazione" del privato stesso.
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sankara

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MessaggioTitolo: A proposito della famiglia...   Dom Mag 20 2007, 04:21

Le tue considerazioni mi danno lo spunto per qualche chiosa. Tempo fa Massimo Bontempelli ha scritto in un suo articolo che la famiglia attuale è un’istituzione che ha poco più di un millennio di vita, costituitasi nell’Alto medioevo secondo i principi organizzativi della società feudale: gli obblighi reciproci tra marito e moglie, genitori e figli, fratello e sorella, giovani e anziani, non sono infatti di natura contrattuale e mercificata come quelli capitalistici, né di natura dispotica e patrimoniale come quelli schiavistici (difatti la familia romana e la fratria greca sono altra cosa), ma derivano da ruoli personali fissati dalle tradizioni, e si confondono con i doveri morali, alla stessa maniera degli obblighi sociali dell’epoca feudale. Durante la transizione storica dal feudalesimo al capitalismo, la famiglia ha perduto l’originario carattere feudale di luogo di produzione inseparabilmente connesso a determinati mezzi di produzione, ed è stata ristrutturata dalla borghesia come luogo di distribuzione, consumo e risparmio dei beni prodotti. La famiglia borghese, ben presto divenuta il modello di famiglia di tutti gli altri ceti sociali, è stata costruita come il luogo del privato separato dalla sfera pubblica della politica, ma anche dalla sfera dell’economia. Ecco che qui si inseriscono le considerazioni espresse dal Lasch: la famiglia borghese si è separata dall’economia come luogo domestico del privato interpersonale, etico, cooperativo. Il borghese che si tuffava nella società capitalistica per competere per il profitto si rifugiava poi nella famiglia per coltivare valori non economici. Ciò era possibile in quanto il privato della famiglia era sottratto alla diretta determinazione dell’accumulazione capitalistica dall’aggancio della sua organizzazione al principio feudale dell’inerenza dei diritti e dei doveri ai ruoli personali.

Preso atto che la famiglia come istituzione è l’originario nucleo domestico feudale diventato il privato borghese, separata dal capitalismo promosso dalla borghesia in virtù di principi organizzativi interni ancora feudali, si capisce perché la famiglia è sotto attacco dall’estensione pervasiva del “capitalismo senza borghesia” anche nella sfera del “costume”. In tal senso (ma forse questo passaggio non rende bene il tuo pensiero, considerata la lettura del resto), non concordo quando scrivi che «è decisivo per l’ideologia capitalista stessa collocare in una dimensione privata e accogliente quei valori che evidentemente non hanno più posto in pubblico». Lo era sicuramente per l’ideologia borghese, che ha accentuato il peso della famiglia nella formazione della personalità individuale (in tale contesto nasce infatti la psicoanalisi), non per l’attuale “capitalismo senza borghesia”. La fase capitalistica, apertasi diciamo a partire dalla fine degli anni ’60 – inizio anni ’70, in realtà intende ulteriormente inquadrare in una logica ed in uno scenario mercificato e flessibile anche i rapporti interpersonali, tra cui appunto l’istituzione della famiglia. Certo, anche da parte nostra non c’è assolutamente il rimpianto per certi aspetti patriarcali ed oppressivi della “famiglia tradizionale” di stampo borghese. Non perdere però di vista il nucleo essenziale dei valori relazionali ed affettivi, del senso della vita e della fragilità umana (nella malattia, nella vecchiaia, eccetera). Aspetti non certo tutelati dal capitalismo, e che nella famiglia hanno indubbiamente trovato uno spazio di espressione e garanzia che noi, auspicando una società altra, non vorremmo comunque esclusivo, proprio ai fini del loro potenziamento.

Allo stato mi sembra un dato sociale, sotto gli occhi di tutti, il fatto che anche la famiglia è investita da quel processo di disgregazione e conseguente atomizzazione sociale che mi sembra il passaggio perseguito dal capitalismo attuale per determinare vuoto di senso negli individui per riempirlo quindi con il consumo, divenuto il perimetro di senso della vita. Un consumo che non limiterei solo all’ambito delle merci materiali, ma estenderei anche ad ambiti un tempo immercificabili in senso lato, come gli affetti, le relazioni, eccetera. L’obsolescenza non è più incorporata solo nelle merci di massa a fini di riproduzione e consumo, ma sta investendo sempre più, come tendenza di massima, la sfera relazionale dei rapporti, come spia d’accompagno, peraltro, alla crescente fragilità psichico/emotiva dell’individuo (quantomeno quello ‘occidentalizzato’). Questa obsolescenza si contrappone alla durata, al radicamento, alla profondità. Per dirla banalmente, anche gli affetti stanno sempre più rientrando in una dimensione consumistica rapida e, alla fin fine, deludente. Dato che la famiglia non è inscritta in un vuoto pneumatico, là dove il denaro ed il consumo sono percepiti come i principali fini da perseguire cui subordinare tutto il resto, le stesse relazioni familiari stanno scivolando verso una logica grettamente egoistica ed estrensicamente strumentale. Ad investire anche quei nuclei che ritengono di tenere valorialmente, mentre subiscono, non senza effetti, le sempre più stressanti condizioni di vita di fatto imposte dal sistema...
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Guidofi



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MessaggioTitolo: famiglia   Dom Mag 20 2007, 17:08

In effetti in quel passaggio mi riferivo all'ideologia borghese-capitalistica, non al capitalismo post-borghese. Sulla ricostruzione storica concordo in pieno; anche nell'ultimo passaggio esprimi bene ciò che non ho detto, cioè l'importanza di una dimensione profonda dei rapporti interpersonali, che sappia essere, nella densità della sua qualità, del suo significato, della sua durata, un perno per il senso dello sviluppo della persona. Questa sfera "intangibile" è invece investita dalla nientificazione del profitto. Quello che la famiglia è stata non va dimenticato ed è certamente da valorizzare; tant'è che il contesto degli affetti e delle relazioni che riusciva a garantire (seppur "come luogo di distribuzione, consumo e risparmio dei beni prodotti") lo utilizziamo come metro di giudizio di ciò che oggi non viene garantito.
Quello che mi riesce un po' più difficoltoso è chiarirmi dove inizia "il fatto che anche la famiglia è investita da quel processo di disgregazione e conseguente atomizzazione sociale che mi sembra il passaggio perseguito dal capitalismo attuale per determinare vuoto di senso negli individui per riempirlo quindi con il consumo" (su cui concordo), e dove invece finisce la conquista borghese-liberale del diritto del singolo, ad esempio, ad estromettersi dalla rete di rapporti parentali e sovraparentali che nel feudalesimo riproducevano in piccolo e simbolicamente la pratica degli obblighi sociali. Tento di spiegarmi meglio: la "flessibilità" della famiglia odierna mi sembra da ascrivere sia all'atomizzazione consumistica del capitalismo a partire dagli anni '60-70, sia ad un progresso della libertà individuale iniziato dalla borghesia; e infatti la rarefazione e la serializzazione dei rapporti affettivi vengono descritti quotidianamente con il linguaggio neutro dello "scontato" procedere dei diritti liberali. Una soluzione (probabilmente sbaglio, o probabilmente questo stesso problema è male impostato) potrebbe essere questa: i diritti liberali sono la copertura ideologica dell'invasione della mentalità del profitto nella vita privata. Allora questi diritti (divorzio, coppie di fatto) sono in realtà da mettere in secondo piano, in quanto la loro presenza o assenza è inessenziale per uno spazio familiare costruttivo? Cosa ne pensi?
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sankara

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MessaggioTitolo: A proposito della famiglia...   Mar Mag 22 2007, 01:33

I diritti liberali, separati da quelli economici e sociali, sono vuoti simulacri. Secondo me il liberalismo, o per dir meglio i diritti liberali di espressione, eccetera, vanno concretati sul terreno economico-sociale. È il liberismo ad essere essenzialmente anti-liberale, a negare di fatto quei diritti anche se ideologicamente si presenta come il sostenitore della libertà individuale. Una distinzione, detto per inciso, rimossa da vari gruppi dell’“estrema destra”, il cui loro anti-liberalismo sovente nasconde l’intento di tornare a società gerarchiche di stampo medievale o comunque organicistico.

Provo a spiegarmi meglio entrando nel merito di quello che mi chiedi. La dicotomia “famiglia tradizionale” – “famiglia di fatto”, con tutto quel correlato di diritti che richiami nel tuo intervento, è per me una falsa opposizione coltivata dal sistema dominante. A mio avviso si assiste ad uno scontro su dei vuoti simulacri: un’idea astratta di famiglia tradizionale o di famiglia di fatto (che non riguarda soltanto le coppie omosessuali, teniamolo presente) per garantire certi diritti, che in realtà potrebbero essere già tutelati dal diritto esistente. La “famiglia di fatto” può infatti incontrare difficoltà nella tutela di certi diritti (usufruire dell’eredità o subentrare nell’affitto quando muore il convivente, eccetera), difficoltà essenzialmente di tipo economico (bisogna andare dal notaio) che possono certo essere rimosse.

Ciò nonostante, questo scontro, questo muro contro muro tra “famiglia tradizionale” e “famiglia di fatto” mi sembra sia una contrapposizione costruita artatamente. Si utilizza l’idea della “famiglia (o coppia) di fatto” per reclamare provvedimenti economici-sociali che possano far migliorare certe condizioni di vita. Stante così le cose, giacché avverto debole, alla luce delle tesi che sento dei sostenitori dei due fronti, il riferirsi ad un piano di valori e principi, mi chiedo: se i fautori delle coppie di fatto adducono, come richiesta di equiparazione, la difficoltà nel far fronte a risvolti di natura economica, e dall'altra parte si lamenta la mancanza di attenzioni per i disagi economici in cui versano le famiglie, perché si mettono in contrapposizione situazioni che dovrebbero essere accomunate da un’unica rivendicazione: una società più giusta dove ci sia ben più che una migliore redistribuzione delle ricchezze? Ieri, un recente ieri storico, pur in un quadro capitalista, keynesiano per così dire, il massimo che venisse da sinistra era una richiesta di redistribuzione delle ricchezze. L'idea appunto di un capitalismo da aggiustare, ritoccare, sul piano sociale di una qualcerta ridistribuzione di una parte del surplus di ricchezza capitalisticamente prodotto. Oggi non si è più nemmeno in questo orizzonte di idee, in questa fase capitalistica detta liberista. Non ti sembra un paradosso?

Nessuna delle due parti ha ragioni di scagliarsi contro l’altro: l’esistenza delle famiglie tradizionali non nega le coppie di fatto e viceversa. Sono ambedue scelte tra individui. Ma allora perché metterle in contrapposizione? Si sente di continuo dire che due giovani non possono sposarsi, e tantomeno pensare di mettere al mondo figli, per il lavoro precario, per il costo della vita, eccetera. Sono queste condizioni economico-sociali che incentivano la formazione di “famiglie di fatto”: si diventa famiglie di fatto anche come inevitabile arrangiarsi, e non si mettono al mondo figli. Anche chi difende la “famiglia tradizionale” reclama un diritto vuoto: le famiglie si sfasciano per le stesse ragioni per cui non si costituiscono. I sostenitori della “famiglia tradizionale”, prima di scagliarsi contro le coppie di fatto, dovrebbero attaccare le condizioni che di fatto la stanno facendo sgretolare. Invece si rivendica un vuoto simulacro di famiglia da salvare, tacendo sulle concrete condizioni di vita. Esemplificativo il comportamento retorico ed ipocrita della Chiesa, che accetta tutte le richieste fondamentali del sistema capitalistico a guida USA. E, ripeto, non sto investigando una sfera di valori, di significati di vita, la cui insignificanza -nella logica capitalistica- è all'origine del vuoto che investe già solo la sfera individuale.

Occorre spezzare questa logica separatistica, convergere su una critica sociale ed alle condizioni di vita ed aprire un dibattito sui valori, sul senso della vita, sulla mentalità, sul tipo di società. Il collante è rivendicare un nuovo modello economico sociale, porre dei paletti all’estensione della logica del profitto nelle condizioni di lavoro, nelle privatizzazioni dei servizi pubblici, eccetera, perché il capitalismo colpisce tanto le “famiglie tradizionali” che quelle di fatto. Farlo presuppone un approccio comune, quel che potremmo dire "interesse nazionale". Ne convieni?
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Guidofi



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MessaggioTitolo: famiglia   Mar Mag 22 2007, 18:11

Ti ringrazio per i chiarimenti. Sottoscrivo e provo a trarre le fila del discorso: le cause del disgregamento del nucleo familiare "istituzionalizzato" sono le stesse per cui esso non si ricrea come tale; la presunta inconciliabilità tra le due posizioni è da una parte agitata come un progresso "laico" della scelta individuale, che trasfigura in diritto liberale quello che in realtà è quasi una scelta forzata, e dall'altra la vuotezza proselitistica del valore della "famiglia tradizionale". Ne segue che il non prendere atto dell'insensatezza di questa opposizione è un accecamento favorito per dare in pasto all'opinione pubblica un terreno di divisione identitaria, impedendo la collocazione del problema della famiglia nel tutto sociale, e cioè nella devastazione economica e sociale che si riverbera come costume e mentalità anche nella vita privata.
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Razumichin

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MessaggioTitolo: diritti   Mer Mag 23 2007, 01:37

Questo confronto, davvero interessante, mi dà lo spunto per una breve riflessione. Premetto che concordo senza eccezioni con l'analisi di Sankara, ma la frase che apre il suo ultimo intervento: "i diritti liberali, separati da quelli economici e sociali, sono vuoti simulacri", giusta nella sostanza, merita qualche precisazione.

Il divorzio, ad esempio, è un diritto acquisito, fortemente voluto al di là di errori nell'applicazione che non ne pregiudicano il principio. Consideriamo però l'eutanasia. E' storia recentissima il dramma di Welby; un uomo, la cui vita è solo forte, inutile ed insostenibile strazio, che decide coscientemente di morire con dignità, ha il diritto legale di essere aiutato? Il tono retorico della domanda lascia chiaramente capire la mia opinione.

L'eutanasia è un diritto che non investe, ovviamente, il piano economico e sociale ed è compatibile con il sistema capitalista. Sono tuttavia convinto che risponda ad un criterio di giustizia nei confronti di quelle persone che, per motivi incontrovertibili di dolore insostenibile, stabiliscono che non possono andare oltre, o di parenti che assistono al prolungarsi di una vita vegetale senza speranza di guarigione di un loro familiare, con il dubbio angoscioso che stia anche soffrendo.

Ribadisco, l'eutanasia non cambia il sistema e non influisce, in modo strutturale, sulla vita complessiva della nostra nazione ma, come per il divorzio, chiamato a rispondere sulla questione, non rimarrei neutrale e mi schiererei decisamente a favore.
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sankara

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MessaggioTitolo: Su famiglia ed eutanasia   Dom Mag 27 2007, 04:04

Salve a tutti. Replico al dunque dei vari interessantissimi interventi.

Per Guidofi: va rilevato che ci sono anche scelte individuali, favorite dal contesto socio-culturale odierno, che favoriscono la formazione di "famiglie di fatto". A mio parere, quando assunte in piena coscienza da ambo le parti, si tratta di scelte pienamente legittime. Il mio ragionamento voleva più che altro una riflessione a partire dal cosiddetto "family day" (anche il nome assegnato a certe manifestazioni dà il segno dell' "americanizzazione linguistica" in questo povero paese) ed un invito a riflettere sullo scenario economico-sociale colonizzato che inevitabilmente fa da sfondo e condiziona le scelte individuali. Queste, a ben vedere, nonostante certa retorica liberista –che ritengo non vada con/fusa con il termine liberale– sono spesso non proprio libere. Basti pensare alla ricerca del "posto di lavoro": senza entrare nel merito del concetto di "lavoro", voglio ricordare il dramma di quanti, in questa nazione, debbono emigrare (approfitto dell’occasione per esprimere il mio rifiuto dell’idea sradicata di migrante) per trovare occupazioni più o meno rispondenti alle proprie aspirazioni di vita (alcune certo anche discutibili). In ogni caso, e concludo qui riprendendo le parole di Guidofi, va respinta questa alimentata e fuorviante opposizione "famiglie tradizionali" – "famiglie di fatto" per prendere atto, come detto in precedenza, che gli effetti sistemici della struttura capitalistico-imperialistica made in USA, veicolata dall’Unione Europea e ratificata dalle classi (semi)dominanti politiche ed economiche di questo Paese, colpisce tanto le "famiglie tradizionali" che quelle di fatto.

Per Razumichin: le questioni che poni sono indubbiamente interessanti. Personalmente sono un assertore della libera individualità (con cui, a scanso di equivoci, non intendo affatto l’individualismo proprietario e consumistico –e a ben vedere anche solitario–, base ideologica della pervasività capitalistica). Ritengo che appartenga alla libera individualità di ciascuno scegliere se vivere o morire. Certo, occorre poi entrare nel merito del caso specifico: certi suicidi possono dunque essere piuttosto discutibili, anche moralmente sbagliati se non addirittura vili. È comunque un diritto che abbiamo tutti, ed anzi sottolineo che nella storia si è dato e si dà sovente il caso per cui il sacrificio della propria vita diventa un mezzo per riaffermare valori universali di dignità e libertà. Mi vengono in mente due nomi: Pietro Micca, il patriota piemontese che nell’agosto 1706 decide di far scoppiare un barilotto di polvere da sparo allo scopo di provocare il crollo di una galleria e non consentire l’accesso delle truppe francesi nemiche nella Torino assediata, e Bobby Sands, uno dei dieci patrioti irlandesi morti tra il maggio e l’agosto 1981 per uno sciopero della fame nei famigerati Blocchi H del carcere di Maze, per cercare di riottenere lo status di prigionieri politici che gli inglesi avevano abolito.

Detto questo, Razumichin, va però aperto un ragionamento sul legame tra taluni diritti e le evoluzioni del sistema capitalistico. Io ritengo che il sistema capitalistico, inteso come sistema classistico di potere e di dominio, non sia così dissimile, sotto questo punto di vista, dagli altri modi di produzione che si sono generati nella storia. Se certi diritti vengono concessi dal sistema dominante, c’è sempre un perché. Prendiamo il divorzio. Sia chiaro: concordo con quanto tu affermi nel merito. Ed aggiungo che il sistema democristiano di allora era veramente bigotto ed asfissiante. Quantunque l’istituzione del divorzio lo giudichi un fatto positivo, credi che sia nata più da un’esigenza di libertà individuale? O piuttosto, per usare espressioni di Pasolini, sia stato un effetto della fase di trasformazione del capitalismo intervenuta alla fine degli anni Sessanta - inizio anni Settanta, con passaggio ad un capitalismo post-borghese ed alla società dei consumi di massa e conseguente modifica nei valori dei ceti popolari, «antropologicamente mutati in quelli dell’edonè e del consumo, in base all’influenza dei mass-media e della moda»? In altri termini, penso che il carattere sempre più pervasivo e totalizzante delle dinamiche di funzionamento del sistema capitalistico abbiano investito –ed il processo è ancora in corso– direttamente e indirettamente la sfera delle relazioni privatistiche.

Andiamo ad esaminare ora il dramma di Welby da te richiamato. Concordo in pieno quando affermi che «un uomo, la cui vita è solo forte, inutile ed insostenibile strazio, che decide coscientemente di morire con dignità, ha il diritto legale di essere aiutato». Non credo però che una legge sull’eutanasia costituisca la giusta soluzione. A questo aggiungi che quando il sistema massmediatico si attiva su un dato tema, sino a suscitare mobilitazione, sovente non è mai a caso. Non è la prima volta che per far passare determinate misure si fa leva, come battistrada, su casi estremi. Non ti colpisce questo paradosso? Mentre c’è chi invoca lo Stato per legalizzare il “diritto individuale alla morte”, ci sono malati gravi che lamentano l’abbandono –da parte dello Stato– al proprio destino e la mancata tutela del “diritto individuale alla vita”. In questo contesto neoliberista sta cioè passando sotto traccia una sorta di eutanasia legalizzata che, attraverso la riduzione delle spese sociali, tra cui quelle pensionistiche e sanitarie, condanna di fatto anziani e malati ad essere trattati come scarti, come soggetti di fatto da eutanasizzare ignorandoli (o quasi). Rilevo inoltre che in Olanda, il primo paese al mondo che dal 2002 si è dotato di una legge che regola le procedure per condurre l’eutanasia su malati terminali; dai dati di una ricerca pubblicata (2005) sugli Archives of Internal Medicine è emerso sorprendentemente che i malati spesso chiedono la “dolce morte” spinti da ragioni che hanno poco a che vedere con la medicina, bensì con stati depressivi, per disperazione o la volontà di non essere un peso per la famiglia. La dottoressa Wolf ha commentato i risultati della ricerca asserendo che l’eutanasia per i malati terminali può rappresentare il primo passo verso la concessione della morte anche per altri motivi esistenziali, che certo lasciano più di un dubbio sulla "qualità della vita" nelle società a capitalismo avanzato.

Per concludere: assieme a te, Razumichin, condivido la necessità che sia imprescindibile affermare innanzitutto il diritto alla vita, il diritto a vivere una vita dignitosa. Anche in considerazione del caso Welby, ritengo che non occorra una legge sull’eutanasia (“dolce morte”). Esistono vivi che decidono di suicidarsi, esistono vivi che rinunciano ad una cura, esistono morti (cerebralmente) che respirano grazie a delle macchine, ma non esiste una “dolce morte” da assecondare. Casomai serve una depenalizzazione per il suicidio assistito, in modo che chi aiuta persone come Welby a suicidarsi non venga condannato.
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Razumichin

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MessaggioTitolo: sulla libertà individuale   Mar Ago 14 2007, 00:34

Noi siamo, Sankara, sulla stessa 'lunghezza d'onda' sia quando scrivi: "Ritengo che appartenga alla libera individualità di ciascuno scegliere se vivere o morire", sia quando metti in guardia "sul legame tra taluni diritti e le evoluzioni del sistema capitalistico".
Rimango solo perplesso sull'affermazione della dottoressa Wolf che asserisce come l’eutanasia per i malati terminali può rappresentare il primo passo verso la concessione della morte anche per altri motivi esistenziali. Mi sembra che questo tipo di ragionare, sulla falsariga di chi afferma che lo spinello porta all'assunzione delle droghe pesanti, sia scorretto perché critica un diritto (principio o rivendicazione) non per quello che è e per le ripercussioni che avrebbe nella società se fosse riconosciuto, ma per supposte ed indimostrabili conseguenze, elaborate, sostanzialmente, sulla base del pregiudizio e dell'avversione.

Mi sono tornati in mente, qualche giorno or sono, un paio di interessanti passi del romanzo L'idiota, uno dei capolavori del grande Dostoevskij, i quali, come si leggerà, non attengono soltanto "alla libera individualità di ciascuno scegliere se vivere o morire". Chi parla, riportando quanto ha scritto di proprio pugno, è Ippolit, un diciottenne malato terminale di tisi che sa di avere solo poche settimane ancora di vita:

"Ecco, innanzi tutto, una strana idea: a chi, in nome di qual movente, potrebbe ora venire in testa di contestarmi il mio diritto sopra questo termine di due o tre settimane? Che tribunale ci ha che vedere? Chi ha bisogno che io, oltre ad essere condannato, osservi anche, da persona ben costumata, la scadenza della mia condanna? E' mai possibile infatti che qualcuno ne abbia bisogno? Forse nell'interesse della moralità? Se io, trovandomi nel fiore delle forze e della salute, attentassi alla mia vita, che 'potrebbe essere utile al prossimo', e via dicendo, capirei ancora che la morale mi potesse rimproverare, secondo il vecchio andazzo, di aver disposto della mia vita arbitrariamente, e di non so che altro. Ma adesso, adesso che già mi è stata comunicata la scadenza della condanna? Che morale può esigere, oltre alla vostra vita, anche il rantolo estremo, in cui esalerete l'estremo atomo di vita (...). La religione! La vita eterna io l'ammetto e, forse, l'ho sempre ammessa. Che la coscienza si sia accesa in noi per la volontà di una forza superiore, abbia gettato uno sguardo al mondo circostante ed abbia detto: 'io sono', e che poi tutt'a un tratto quella stessa forza suprema le ordini di annientarsi, perché così è necessario lassù per qualche scopo, -e anche senza spiegare per quale- tutto questo io l'ammetto, ma ecco di nuovo l'eterna domanda: che bisogno c'è, per giunta, della mia rassegnazione? Non mi si può divorare semplicemente, senza pretendere da me delle lodi a ciò che mi divora? Possibile che lassù qualcuno si senta veramente offeso perché io non voglio pazientare quindici giorni? (...) Eppure, nonostante tutto il mio desiderio, non mi son mai potuto immaginare che non ci sia vita futura né Provvidenza. La cosa più probabile è che tutto esista, ma che noi nulla possiamo capire della vita futura e delle sue leggi. Ma se tutto ciò è cosi difficile, anzi assolutamente impossibile a capirsi, sarò forse responsabile di non essere in grado d'intendere quello che è incomprensibile? Dicono, è vero (...) che qui appunto ci vuole sottomissione, che bisogna inchinarsi senza tanti ragionamenti, in ossequio ai buoni costumi, e che della propria docilità uno è certamente ricompensato nel mondo di là. Noi abbassiamo troppo la Provvidenza attribuendole le nostre idee, per il dispetto di non riuscire a capirla. Ma, ancora una volta, se capirla è impossibile, non è logico, ripeto, che si risponda di ciò che l'uomo non può intendere? E se è così, come si potrà giudicare me, perché non ho capito la vera volontà e le leggi della provvidenza? ma è meglio che lasciamo la religione (...).
Se fosse stato in poter mio di non nascere, certo non avrei accettato l'esistenza a condizioni tanto derisorie. Ma è ancora in mio potere di morire, sebbene io restituisca dei giorni ormai contati. Non è un gran potere e anche la rivolta non è grande. Un'ultima spiegazione: non muoio già perché mi manchi la forza di sopportare questi venti giorni; oh! di forza ne avrei a sufficienza, e se lo volessi, sarei consolato abbastanza dalla consapevolezza del torto fattomi; ma io non sono un poeta francese e non voglio queste consolazioni. Infine, questo mi tenta: la natura ha talmente limitato la mia attività col suo termine di venti giorni, che il suicidio è forse l'unico atto che io possa cominciare e finire di mia volontà. E se io volessi approfittare della mia ultima possibilità di
agire? La protesta, a volte, non è poca cosa...".

Tratto da L'Idiota di Fedor Dostoevskij, ed. Einaudi.
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MessaggioTitolo: Re: Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni   Sab Apr 23 2011, 12:27

sankara ha scritto:
Io ritengo che il sistema capitalistico, inteso come sistema classistico di potere e di dominio, non sia così dissimile, sotto questo punto di vista, dagli altri modi di produzione che si sono generati nella storia. Se certi diritti vengono concessi dal sistema dominante, c’è sempre un perché. Prendiamo il divorzio. [...] il sistema democristiano [...] era veramente bigotto ed asfissiante. Quantunque l’istituzione del divorzio lo giudichi un fatto positivo, credi che sia nata più da un’esigenza di libertà individuale? O piuttosto, per usare espressioni di Pasolini, sia stato un effetto della fase di trasformazione del capitalismo intervenuta alla fine degli anni Sessanta - inizio anni Settanta, con passaggio ad un capitalismo post-borghese ed alla società dei consumi di massa e conseguente modifica nei valori dei ceti popolari, «antropologicamente mutati in quelli dell’edonè e del consumo, in base all’influenza dei mass-media e della moda»? In altri termini, penso che il carattere sempre più pervasivo e totalizzante delle dinamiche di funzionamento del sistema capitalistico abbiano investito –ed il processo è ancora in corso– direttamente e indirettamente la sfera delle relazioni privatistiche.
Il controllo sulla famiglia, attraverso <dinamiche di funzionamento del sistema capitalistico> apparentemente esterne e dai piu' assunte come inevitabili, passa anche attraverso il controllo del corpo e della mente della donna, importante per controllare l'<educazione> anche dei figli. E' per me un punto da inserire in questa discussione...
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MessaggioTitolo: Re: Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni   

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Famiglia, diritti civili, eutanasia. Alcune riflessioni
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