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 Nazionalismo e nazionalitarismo

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alekos18

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MessaggioTitolo: Nazionalismo e nazionalitarismo   Ven Mag 11 2007, 14:04

KAMO scriveva (in "politica intern.le": "Libano e... un saluto"): Salute a "tutti". Per quanto sia un tipo a cui piaccia più leggere e ascoltare che intervenire in prima persona, per una volta voglio fare uno strappo alla regola. A differenza di Razumichin, conosco il sito della "rivistaindipendenza" da alcuni mesi attraverso i notiziari di cui mi arriva periodicamente avviso. Per quanto il materiale disponibile sul sito sia interessante (anche se a mio avviso ci vorrebbero aggiornamenti più frequenti e con una maggiore attenzione all'attualità politica) e premesso che non ho potuto leggere tutti gli articoli di carattere teorico, mi piacerebbe che venisse approfondita la "teoria nazionalitaria" che proponete. Diciamo che un forum, per il suo carattere "colloquiale", potrebbe fornire delle prime idee "alla buona" da approfondire magari ulteriormente negli articoli teorici.
Prendo le mosse da queste considerazioni sul Libano. Hezbollah è un "movimento nazionalista di ispirazione islamica", scrive Razumichin. Ma per voi "nazionalitario" e "nazionalista" sono sinonimi? Cosa dice la "teoria nazionalitaria" in merito alla religione? Mi sembra poi di capire che "nazionalitario" e "comunitarismo" siano termini in irriducibile contrapposizione fra loro. Per Alekos la logica "comunitarista" è sinonimo di "frantumazione". Faccio però notare che anche l'Unione Europea si definisce una comunità, e che in questo caso non vedo una logica di "frantumazione" (va da sè che sull'impostazione di base neoliberista di questa "Unione" ci sarebbe da discutere....).

ALEKOS: Eccomi alla tua serie di questioni, kamo. Per ragioni di spazio, te le sciolgo -dicendoti la mia- 'a puntate'. In Irlanda del Nord, Corsica, Palestina, Paesi Baschi, Libano, Cuba, Venezuela, eccetera, si definiscono intercambiabilmente nazionalisti, o patrioti, uomini e movimenti che non si limitano al solo, importantissimo, nodo politico della sovranità ed indipendenza nazionali ma, propriamente e pertinentemente, pongono la necessità del suo completamento sul piano ambientale, sociale, culturale, eccetera. C'è poi da discutere in merito, ma la direzione è quella. Non si tratta di una esclusiva delle realtà su richiamate, ma di un naturale e legittimo diritto di ogni dove nazionale di questo mondo. Questo approccio globale dell'essere difensori della propria terra, come principio egualitario da riconoscere non solo nello spazio-mondo, ma anche da affermare all'interno dei singoli spazi-nazionali (ad investire formazione sociale, rapporti di produzione, relazione uomo/ambiente/territorio, cultura, eccetera) è decisivo per smarcare questa -ripeto- naturale e legittima rivendicazione di base dell'uomo, che non è propriamente un'entità generica, dall'utilizzo strumentale che nella storia si è fatto e si fa della forza dirompente della rivendicazione nazionale. Dirsi nazionalisti non ha scontatamente corrisposto, infatti, al portato essenziale che dovrebbe caratterizzare il definirsi in questo modo, ma ha subìto appropriazioni indebite da chi se ne è servito (magari da motivazioni rivendicative 'di partenza' valide) per affermare interessi egemonici settoriali, oligarchici, di classe, prevaricatori fuori e/o dentro la nazione stessa.

Prendiamo un esempio storico che riguarda l'Italia. Il fascismo passa per aver rappresentato e affermato istanze nazionaliste. A ben vedere, invece, resta un parametro straordinario di cosa non è e non può essere il nazionalismo. Quel qualcos'altro si chiama in altro modo: colonialismo, imperialismo, ma non nazionalismo. Il fascismo ha operato scelte che hanno negato nei fatti la sostanza dell'idea di nazione. Di più: i suoi atti peggiori il fascismo li ha commessi proprio quando si è richiamato alla nazione. In estrema sintesi: colonialismo interno; aggressività sub-imperialista all'esterno; discriminazione nazionale all'interno (tra italiani, cioè), su basi religiose, con le leggi razziali; identificazione del partito politico fascista (cioè una parte ideologica) con l'italianità, giustificando così la repressione dell'opposizione antifascista, arrogantemente bollata come anti-italiana per il solo fatto di non accettare il fascismo.

Le destre, per loro natura, operano una distorsione ideologica dell'idea-forza di nazione. Da sinistra è un errore non rompere, non spezzare questo equivoco non solo storico (uso queste categorie politiche destra-sinistra nel senso comune acquisito, tanto per capirci...). E' un errore strategico, perché un diverso orizzonte di società, radicalmente diverso da quello dominante, non si concreterà mai in un contesto in cui latitano sovranità, indipendenza e partecipazione democratica effettiva, più larga possibile. I fatti dimostrano che le sinistre (genericamente intese, includendo anche forze che si definiscono comuniste) possono al limite arrivare al governo, ma, schiacciate dai vincoli della dipendenza e dalle sudditanze a tutto campo, non riuscire a quagliare alcunché di sostanziale, ad imprimere neanche un avvio di rotta differente.

"Nazionalitario" lo intendo come termine che fa riflettere, che può non determinare automatismi di rifiuto al solo sentire parlare di nazione, che richiede di essere discusso, definito, circostanziato. Ogni paese deve fare i conti con la sua particolare Storia e chi intende muoversi, operare, sul piano politico e culturale non può prescindervi. La nostra terra, l'Italia, ha la sua. Ben venga il dirsi nazionalitari, quindi, se serve non solo a rimuovere equivoci, ma -quel che più conta- ad attrezzare un movimento (ancora inesistente) che voglia davvero, seriamente, un'uscita dal capitalismo, una radicale opposizione ad ogni imperialismo, un ben diverso tipo di società. Tutto questo è non solo possibile, ma necessario.
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Sab Mag 12 2007, 22:00

Quanto scrivi sul fascismo e le destre in merito all'idea di nazione è certo interessante e direi originale. Sarebbe comunque da approfondire ulteriomente il discorso sull'idea di "nazione": sarà per la mia "formazione culturale", ma pavento sempre un rovesciamento in senso razzista ed imperialista della tematica "nazionale". Per ora aggiungo solo questo aspettando le prossime "puntate".
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mar Mag 22 2007, 01:26

kamo ha scritto:
Quanto scrivi sul fascismo e le destre in merito all'idea di nazione è certo interessante e direi originale. Sarebbe comunque da approfondire ulteriomente il discorso sull'idea di "nazione": sarà per la mia "formazione culturale", ma pavento sempre un rovesciamento in senso razzista ed imperialista della tematica "nazionale". Per ora aggiungo solo questo aspettando le prossime "puntate".

Ascolta, ti rispondo per la differenza tra "nazionalitarismo" e "comunitarismo", che ponevi due msg sopra, aprendo una nuova voce (topic): "Comunitarismo" contro "nazionalitarismo". Quanto a quello che paventi ("rovesciamento in senso razzista ed imperialista della tematica nazionale"), c'è solo da battersi sul piano teorico/culturale e su quello politico per contro-rovesciare certe mistificazioni.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Dom Gen 17 2010, 07:03

Dicesi atteggegiamento "metafisicatore" riguardo il concetto di nazione...

La nazione è nazione, quel che deve , rimarrà e sarà sempre ed inequivocabilmente.
Il problema è che - sembra non possa essere che ovvio ormai - si parli di rovesciamento.
Ma che c'è da rovesciare?

Il che impone la presa di coscienza che la nazione ha la sua natura, quindi tutt'altro che praticabile dacché si pratica nella misura in cui si appartiene a tal cossa( in questo caso quel che è ereditato e si ottiene nell'interdipendenza sotto i vari aspetti della vita nazionale ).
La nazione non può significare politica ( con scelta politica è spesso diverso ).
Demagogia trasforma, credo, la questione nazionale in politica ma è completamente diverso, intesa nello stare neutro, dacché questa è fatta dalle idee che se ne servono.

In soldoni dov'è la nazione?
Ergo, com'è possibile rendere equivalenti o comunicanti stato e nazione?

L'etichetta consiste nella libertà nazionale resa come sociale nel momento stesso in cui si immette un fantomatico stato nazionalitario laddove , per esser tale , impedisce al concetto di nazione di essere la sua natura ( oltre a smettere per definizione di esser favorevole alla nazione ).
Ecco l'illusione di sovranità nazionale che può aver valore solo senza la liberazione sociale poiché altrimenti è un non senso oppure una bella inculata di difficile realizzazione.

Avendo liberazione nazionale e sociale, si ha la liberazione totale? No e già è opportuno notarlo.
Interessa comunque concentrarsi sul fatto che : per avere entrambe sono necessari fattori sia di cui non si tiene conto, sia che implichino la comprensione di quelle realtà che si rifiutano ignorantemente, poiché il vero è vero.
Potremo partire ad esempio dalla Verità stessa per vedere fin dove le divisioni consentono ancora di relazionarsi prima di svelare il fascista che è in ognuno di noi, pronti ad arroccarci nelle nostre convinzioni che pur ritenendole accreditabili sempre manifestano l'insulsa pretesa di affermare una propria visione fin quando il sopra-umano non impone ordine sulla limitatezza di ogni comunità-individualità cogente ( e quindi in azione ) che , proprio perché limitate, indicano schiavitù ed al contempo infamità laddove appunto in un relazionarsi dei limiti si sfora nel ritenerli astrattamente assoluti , posizione ché è propria semmai di quel che è Universale e che, si dovrebbe una buona volta, capire per evidenza più reale dell'esteriorità che si vive levandogli però per ovvietà entrambi i termini dispregiativi di assoluto ed astrazione, il primo non intendibile essendo l'abisso dell'infinità ( esempio la detta teologia apofatica in occidente ) il secondo termine invece molto più accostabile alla realtà corporea - se si avesse la premura di specificare che il discatto in questione è reale solo a determinate condizioni - perdendo ogni tipo di faziosismo e costrizione ergo di fallibilità.
Ognuno di noi , al dunque, non ha la possibilità di essere giusto né fedele, né buono ignorando l'origine che appunto fornisce l'orientamento, detto retto perché fasulli ne sono stati dati.
Ora tutto quel che di buono capita in questa ignoranza è di riflesso.
Quando quindi lo speculare non "segue" più i Principi assume la nota valenza negativa che inesorabilmente si attira su di sé.

Si smetta di speculare, anche di ragionare, si verifichino i Principi.
Il primo difensore dei Principi è Max Stirner ad esempio.
Ha reso parossisticamente che l'evidenza del vivere non può essere confutata.
Indaghiamo sulla vita allora, ed abbiamo il limite, che se non vogliamo incanagliarci in un circolo vizioso debosciato come in Stirner, ci costringe a riconoscere o la totale insensità o qualcosa di diverso; insensità che sancirebbe la contraddizione di ogni pensiero sanzionatore ed etico poiché ingiusto di un'ingiustezza indicibile, diversità che altro non è che l'Universale stesso poiché è contraddittorio che non sia e torniamo proprio a quell'evidenza che Stirner testimonia in tale a-priori del vivere in sé a-spaziale e a-temporale MA PER ESSERE necessariamente declinato secondo tempo e spazio ergo un trascendente/immanente.
Proprio per questo coglibile come spiegato da Dante nella diquisizione del continuo-contiguo.
Ecco che l'intelligenza è Una e la razionalità è molteplice e si ha la diversità nell'uguaglianza e l'intendersi è oggettivo.

Altrimenti ognuno ha ragione, ma se la ragione è dei fessi un motivo ( ed uno solo ) ci sarà o no?
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tadiottof



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MessaggioTitolo: nazionalitario   Dom Gen 17 2010, 10:35

Ho cercato nel dizionario e anche su google.
Nel dizionario non esiste la parola e su google si rimanda a siti che la introducono senza definirla.
Forse e’ una sincrasi o aplologia? Cioe’ la fusione di: nazionale-unitario o nazionale-totalitario?
Potete precisare?
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Lun Gen 18 2010, 13:06

tadiottof ha scritto:
Ho cercato nel dizionario e anche su google.
Nel dizionario non esiste la parola e su google si rimanda a siti che la introducono senza definirla.
Forse e’ una sincrasi o aplologia? Cioe’ la fusione di: nazionale-unitario o nazionale-totalitario?
Potete precisare?
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Il termine "nazionalitario" è stato adottato facendolo derivare dal sostantivo "nazionalità". Così facendo si è centrata l'importanza sul fattore culturale, consustanziale a quello politico. Il termine, nell'uso politico in Italia, è una sorta di neologismo introdotto da "Indipendenza" per marcare una differenza abissale rispetto alla storicità politica assunta, in questo paese, dal "nazionalismo".

Resta che, concettualmente, non esiste un nazionalismo 'buono' ed uno 'cattivo'. Il nazionalismo in senso proprio è la legittima difesa organizzata degli interessi sociali di una nazione offesa, svilita, in certi casi anche 'negata'. Chi utilizza in senso aggressivo quanto è veicolato attraverso il concetto di nazione, fa dello sciovinismo, non del nazionalismo. L'accezione negativa che percepiamo in Italia è frutto di una mistificazione storica operata dal liberalismo prima e dal fascismo poi. Ma, appunto, di mistificazione, di manipolazione, si tratta, e lo sarà sempre, quando la finalizzazione è quella dell'affermazione di interessi di classi dominanti smaniose di mantenere ed accrescere i loro privilegi di potere strutturalmente sempre anti-nazionali.
Fuori d'Italia, in svariati luoghi dove ieri o oggi permane l'esigenza della liberazione nazionale, i concetti di "nazionalismo" o "patriottismo" vengono assunti senza problematiche semantiche.
Bisogna saper agire nel proprio tempo e nel proprio luogo mantenendo i valori sociali, culturali, politici, analogamente a quel che la stella polare rappresenta per i naviganti...
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Lun Gen 18 2010, 14:27

Fattore culturale consustanziale a quello politico, oltre a nun potesse sentì, è falso.

Fin tanto che si intenda politica come qui è intesa perché altrimenti è una consustanzialità scontata.
E' proprio di questa ambiguità che dovreste liberarvi.

A rigore, siamo tutti consustanziali con tutti poiché composti tramite il Principio plastico è la sostanza appunto.
Semmai si sarebbe dovuto scrivere co-nnaturale, poiché sarebbe improprio scrivere co-essenziale a meno che non si faccia riferimento ad un grado di essenzialità relativa.
Per il resto con-cordo.
E' così e basta.
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sankara

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Lun Gen 18 2010, 15:07

..... ha scritto:
Fattore culturale consustanziale a quello politico, oltre a nun potesse sentì, è falso.

Fin tanto che si intenda politica come qui è intesa perché altrimenti è una consustanzialità scontata.
E' proprio di questa ambiguità che dovreste liberarvi.

A rigore, siamo tutti consustanziali con tutti poiché composti tramite il Principio plastico è la sostanza appunto.
Semmai si sarebbe dovuto scrivere co-nnaturale, poiché sarebbe improprio scrivere co-essenziale a meno che non si faccia riferimento ad un grado di essenzialità relativa.
Per il resto con-cordo.
E' così e basta.
Non è che trovo chiaro tutto quel che dici. Per precisare meglio, replico solo sul punto della 'consustanzialità', termine che non ho voluto usare a caso.
Intendo dire -ed esprimo qui un concetto 'naturale' per "Indipendenza" e per chi si riconosce nelle sue posizioni- che cultura e politica fanno parte della stessa "sostanza" (di qui il 'consustanziale') che caratterizza e definisce la rivendicazione nazionalitaria nei termini in cui appunto la sostiene "Indipendenza". L'una si completa e si valorizza con l'altra, una sorta di plusvalore complessivo che non si avrebbe valorizzando l'una e non, a pari qualità, l'altra.
Così ritenendo, potrebbe anche andar bene il tuo "con-naturale". Con il termine che ho adoperato, ho solo inteso dare un po' più di 'profondità' al concetto. Tutto qui.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mar Gen 19 2010, 15:11

Credo tu abbia usato sostanzialità come sinonimo di essenzialità.
In realtà sono opposti e per questa confusione dobbiamo "ringraziare" la scolastica.

Poi lo stesso termine di politica mi sembra strumentale ed adatto a perpetuare ambiguità.

Se la politica è una linea di condotta è un conto. Se si concepisce al suo grado più alto od anche unicamente come l'azione statuale di gestione del pubblico beh, l'agire politico non è che sia così importante.
O meglio è importante perché è sempre opportuno avere una buona politica che una cattiva politica, ma in tutta franchezza questa politica non dà alcuna risoluzione a problemi di liberazione culturale e territorial-ambientale di una nazione e relativa liberazione sociale della popolazione.

L'una valorizzerebbe l'altra laddove la Libertà delle liberazioni deriva dall'inesistenza della politica.

Se invece la intendiamo a tutto tondo, sì, sono le scelte politiche ( ossia e semmai già esprimibili come di Principio, togliendo il termine politico dall'agone delle contese ) a correre a braccietto con l'identità di una nazione.
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tadiottof



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MessaggioTitolo: omoiusia e omousia l'eresia dello iota   Mar Gen 19 2010, 15:45

ma che bravi che siete a giocare con le parole.
potremo fare un concilio a sinistra per metterci d'accordo.
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mer Gen 20 2010, 16:47

sankara ha scritto:
tadiottof ha scritto:
Ho cercato nel dizionario e anche su google.
Nel dizionario non esiste la parola e su google si rimanda a siti che la introducono senza definirla.
Forse e’ una sincrasi o aplologia? Cioe’ la fusione di: nazionale-unitario o nazionale-totalitario?
Potete precisare?
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Il termine "nazionalitario" è stato adottato facendolo derivare dal sostantivo "nazionalità". Il termine, nell'uso politico in Italia, è una sorta di neologismo introdotto da "Indipendenza" per marcare una differenza abissale rispetto alla storicità politica assunta, in questo paese, dal "nazionalismo".

Resta che, concettualmente, non esiste un nazionalismo 'buono' ed uno 'cattivo'. Il nazionalismo in senso proprio è la legittima difesa organizzata degli interessi sociali di una nazione offesa, svilita, in certi casi anche 'negata'. Chi utilizza in senso aggressivo quanto è veicolato attraverso il concetto di nazione, fa dello sciovinismo, non del nazionalismo. L'accezione negativa che percepiamo in Italia è frutto di una mistificazione storica operata dal liberalismo prima e dal fascismo poi. Ma, appunto, di mistificazione, di manipolazione, si tratta, e lo sarà sempre, quando la finalizzazione è quella dell'affermazione di interessi di classi dominanti smaniose di mantenere ed accrescere i loro privilegi di potere strutturalmente sempre anti-nazionali.
Fuori d'Italia, in svariati luoghi dove ieri o oggi permane l'esigenza della liberazione nazionale, i concetti di "nazionalismo" o "patriottismo" vengono assunti senza problematiche semantiche.
Bisogna saper agire nel proprio tempo e nel proprio luogo mantenendo i valori sociali, culturali, politici, analogamente a quel che la stella polare rappresenta per i naviganti...
Nel riportare l'intervento di sankara mi sono permesso di eliminare la frase che ha dato il via a quello che secondo me è stato un po' un deragliamento della discussione.
Ripartiamo da qui? Mi sembrava un'ottima risposta alla domanda che poneva tadiottof
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iskra

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Ven Feb 12 2010, 20:03

alekos18 ha scritto:
Prendiamo un esempio storico che riguarda l'Italia. Il fascismo passa per aver rappresentato e affermato istanze nazionaliste. A ben vedere, invece, resta un parametro straordinario di cosa non è e non può essere il nazionalismo. Quel qualcos'altro si chiama in altro modo: colonialismo, imperialismo, ma non nazionalismo. Il fascismo ha operato scelte che hanno negato nei fatti la sostanza dell'idea di nazione. Di più: i suoi atti peggiori il fascismo li ha commessi proprio quando si è richiamato alla nazione. In estrema sintesi: colonialismo interno; aggressività sub-imperialista all'esterno; discriminazione nazionale all'interno (tra italiani, cioè), su basi religiose, con le leggi razziali; identificazione del partito politico fascista (cioè una parte ideologica) con l'italianità, giustificando così la repressione dell'opposizione antifascista, arrogantemente bollata come anti-italiana per il solo fatto di non accettare il fascismo.

Le destre, per loro natura, operano una distorsione ideologica dell'idea-forza di nazione. Da sinistra è un errore non rompere, non spezzare questo equivoco non solo storico (uso queste categorie politiche destra-sinistra nel senso comune acquisito, tanto per capirci...). E' un errore strategico, perché un diverso orizzonte di società, radicalmente diverso da quello dominante, non si concreterà mai in un contesto in cui latitano sovranità, indipendenza e partecipazione democratica effettiva, più larga possibile. I fatti dimostrano che le sinistre (genericamente intese, includendo anche forze che si definiscono comuniste) possono al limite arrivare al governo, ma, schiacciate dai vincoli della dipendenza e dalle sudditanze a tutto campo, non riuscire a quagliare alcunché di sostanziale, ad imprimere neanche un avvio di rotta differente.
Rilancio questi passaggi di alekos, perché semplici, chiari ed essenziali.
Una sola osservazione. Se sul piano teorico e dell'analisi sottoscrivo ogni parola, in termini di spendibilità politica è preferibile secondo voi rilanciare il concetto di patriottismo più che quello di nazionalismo? I due termini mi sembrano equivalenti, però il primo termine mi sembra che si scontri molto meno con le conseguenze dell'uso manipolatorio e distorto che si è fatto del secondo. Che dite?
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Sab Feb 13 2010, 16:26

Se la nazione esiste indipendentemente dallo stato è mistificatorio presumere che essa debba coincidere con lo stato.
Ciò è un primo germe di fascismo.

Ora, se lo stato è indispensabile, va bene, poiché evidentemente è impossibile ad oggi, sorpattutto per la congiuntura in cui ci si trova, pensare diversamente.
Non si può però ardire ad una implicita identità tra stato e nazione affinché la nazione sia libera e rimanga libera poiché è falso.

Il problema è riuscire a generare una coesistenza tra anarchia e stato, poiché solo questo è lo "Stato".
E l'unica coesistenza possibile è data dall'Universale che determina inoltre la capacità di liberazione sociale ed individuale.

La nazione in sé muta.L'Italia, ripeto, non è più italiana da tempo. Con il regresso/progresso di tecnologico che stiamo vivendo non verrà molto lontanto il tempo, per via dell'americanismo, che non sapremo più chi siamo; e ci metto pure l'immigrazione.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Dom Feb 14 2010, 00:30

..... ha scritto:
Se la nazione esiste indipendentemente dallo stato è mistificatorio presumere che essa debba coincidere con lo stato.
Ciò è un primo germe di fascismo.
"Nazione" è concetto culturale, "Stato" è concetto politico-giuridico. Attiene all'organizzazione di uno spazio territoriale secondo requisiti di sovranità. Ora, dipende da situazione a situazione se una nazione coincida o meno con uno Stato o se uno Stato inglobi più nazioni. Poi, e questo dipende da ragioni storico-politiche e dalla soggettività di chi abita il territorio, le forme possono essere variabili. Il tutto in un quadro che è sempre dialettico, come la realtà sociale. Non c'è obbligo né in un senso né in un altro.
Quanto al fascismo, non inflazioniamone l'uso come si trattasse di prezzemolo. Si finisce, con un ricorso continuo ed improprio, con il banalizzarlo. E dalla banalizzazione del male si arriva alle riabilitazioni, alle normalizzazioni, ai tentativi di legittimazione.

..... ha scritto:
Ora, se lo stato è indispensabile, va bene, poiché evidentemente è impossibile ad oggi, sorpattutto per la congiuntura in cui ci si trova, pensare diversamente.
Non si può però ardire ad una implicita identità tra stato e nazione affinché la nazione sia libera e rimanga libera poiché è falso.
Non procederei, nel ragionamento, come se si dovessero sbarrare delle caselline da test scegliendo tra "vero" e "falso". Le realtà sociali sono più dialettiche e meno manichee di quel che pensi. Tant'è che ci sono nazioni che rivendicano e lottano per il raggiungimento di un'indipendenza che passa attraverso la forma-Stato. La libertà è un processo sociale su cui bisognerebbe ragionare, interrogandosi proprio a partire dal concetto di libertà, ma che una nazione (non come un tutto organico, ma come concreta dialettica di rapporti sociali conflittuali di classe) riesca ad organizzare in forma di Stato lo spazio politico e possa riuscire a costruire libertà non è aprioristicamente definibile falso.
Resta, poi, che senza sicurezza sociale, senza giustizia, senza sovranità effettiva, senza democrazia popolare, "libertà" è un vuoto concetto 'liberale', buono solo per l'affermazione di interessi di classe dominante e di fattiva negazione della libertà sociale dei più. E', per usare delle categorie politologiche, la "libertà" delle destre...

..... ha scritto:
Il problema è riuscire a generare una coesistenza tra anarchia e stato, poiché solo questo è lo "Stato".
E l'unica coesistenza possibile è data dall'Universale che determina inoltre la capacità di liberazione sociale ed individuale.
Non mi esprimo perché...boh...senza offesa... ma che dici?

..... ha scritto:
La nazione in sé muta.L'Italia, ripeto, non è più italiana da tempo. Con il regresso/progresso di tecnologico che stiamo vivendo non verrà molto lontanto il tempo, per via dell'americanismo, che non sapremo più chi siamo; e ci metto pure l'immigrazione.
Le nazioni sono un corpo continuamente in divenire, come le individualità che la compongono. Anche il tuo pensiero è in divenire. Un po' di discussioni fa l'Italia per te non era mai esistita, ora l'Italia non sarebbe più italiana da tempo. Prima di quel tempo (quale tempo?), quindi, lo era. Non è un problema, comunque. E' il libero fluire delle opinioni. Cui le nazioni, per quelle radici che affondano nel tempo, si sottraggono con la forza della loro esistenza.
Ciò detto, è vero. C'è un processo di attacco, da molto tempo, (anche) alla nazione italiana, dalla cultura alla sovranità politica. Un attacco imperialistico che data storicamente da diversi decenni.
Lascerei stare comunque l'immigrazione. Il nostro problema principale restano l'imperialismo USA che domina sulla nostra terra ed il sistema capitalistico che ne è la sua struttura pervasiva concreta, con annesso sistema dipendente periferico italiota. L'immigrazione è uno dei effetti degli attacchi colonialistico/imperialistici di lunga data contro le nazioni e il diritto all'indipendenza e alla sovranità degli Stati. E noi siamo inter-nazionalisti. Bisogna puntare alla testa della tenia (l'imperialismo) non alimentare guerre tra classi subalterne funzionali solo al sistema di dominio.

iskra ha scritto:
(...) in termini di spendibilità politica è preferibile secondo voi rilanciare il concetto di patriottismo più che quello di nazionalismo? I due termini mi sembrano equivalenti, però il primo termine mi sembra che si scontri molto meno con le conseguenze dell'uso manipolatorio e distorto che si è fatto del secondo. Che dite?
La tua preoccupazione può effettivamente avere una sua ragionevolezza sul piano dell'operatività politica. Purtuttavia vedo prioritario continuare a lavorare sull'irrobustimento delle ragioni rivendicative che sono nel portato d'idee e di progetto politico su cui sta lavorando "Indipendenza". Quindi, analisi politica, teoria e relazioni con individualità e realtà politiche. E' necessario lavorare per la costituzione di un'area consapevole (ragionante e operativa) in termini nazionalitari, patriottiottici, indipendentisti, sovranisti. Trattasi di concetti, questi, che fanno parte del vocabolario di quest'area in costruzione, di cui c'è estrema necessità politica, concetti convergenti pur con delle valenze di significato distintive. Cammineranno di pari passo con lo snodarsi di una dialettica politica.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Dom Feb 14 2010, 03:28

alekos18 ha scritto:

"Nazione" è concetto culturale, "Stato" è concetto politico-giuridico. Attiene all'organizzazione di uno spazio territoriale secondo requisiti di sovranità. Ora, dipende da situazione a situazione se una nazione coincida o meno con uno Stato o se uno Stato inglobi più nazioni. Poi, e questo dipende da ragioni storico-politiche e dalla soggettività di chi abita il territorio, le forme possono essere variabili. Il tutto in un quadro che è sempre dialettico, come la realtà sociale. Non c'è obbligo né in un senso né in un altro.
Quanto al fascismo, non inflazioniamone l'uso come si trattasse di prezzemolo. Si finisce, con un ricorso continuo ed improprio, con il banalizzarlo. E dalla banalizzazione del male si arriva alle riabilitazioni, alle normalizzazioni, ai tentativi di legittimazione.
Va bene.
Il problema è il seguente: laddove la nazione è governata da uno stato, la nazione viene direzionata dallo stato.
Se si intende lo stato come un monopolista in un dato territorio che per esistere necessita di tassazione esso imporrà una visuale.
A maggior ragione se tale visuale accade - come oggi noi potremmo trovarci dopo una situazione rivoluzionaria - in un sistema democratico e tecnologico di fase avanzata capitalistica è contraddittorio affermare che la sovranità statuale possa essere ( se si volesse)una liberazione sociale poiché l'apparato burocratico-politicante ( tiro fuori dalla scena il termine politico ) non la permette ciò dato che il popolo deve venir direzionato, modificato dai dirigenti/dominanti verticalisti nazionali.
Ciò significa che la nazione verrà irrigidimentata secondo un assetto del sistema nazionale e quindi verrà modificata e plasmata, via via, immancabilmente.
Ciò a causa della natura stessa di quel che è lo stato, esposta più sù.
Oltre, quindi, la buona volontà di ognuno.

alekos18 ha scritto:

Non procederei, nel ragionamento, come se si dovessero sbarrare delle caselline da test scegliendo tra "vero" e "falso". Le realtà sociali sono più dialettiche e meno manichee di quel che pensi. Tant'è che ci sono nazioni che rivendicano e lottano per il raggiungimento di un'indipendenza che passa attraverso la forma-Stato. La libertà è un processo sociale su cui bisognerebbe ragionare, interrogandosi proprio a partire dal concetto di libertà, ma che una nazione (non come un tutto organico, ma come concreta dialettica di rapporti sociali conflittuali di classe) riesca ad organizzare in forma di Stato lo spazio politico e possa riuscire a costruire libertà non è aprioristicamente definibile falso.
Resta, poi, che senza sicurezza sociale, senza giustizia, senza sovranità effettiva, senza democrazia popolare, "libertà" è un vuoto concetto 'liberale', buono solo per l'affermazione di interessi di classe dominante e di fattiva negazione della libertà sociale dei più. E', per usare delle categorie politologiche, la "libertà" delle destre...
E' aprioristicamente falso poiché ogni elemento che compone la nazione non è la nazione stessa cosìcché dovendo il goveno di questa essere composto da parti, le altre non ne faranno parte.
La dialettica delle forze di classe esposta così come hai fatto implica il classismo all'interno della nazione stessa , non so se lo hai notato ( per me è scontato sia così, quindi lo accetto e co-affermo).
L'errore è credere che l'azione dello stato sia neutra o imparziale. Mi dispiace ma in natura non esiste mai nulla di imparziale per definizione, ed a maggior ragione l'azione statuale non è neutra dacché ogni sua azione in una direzione è una mancata azione in un'altra direzione, soprattutto quando il suo bugdet è il denaro/lavoro di chi contribuisce all'esistenza dell'organismo statuale.
Ogni sua azione è un'agevolazione in tale direzione, non avendo agevolato altrove.
Ipso facto chi dovrebbe decidere della giustezza di qualcosa da fare o no?
I tecnici ed i politici? e Chi ci assicura della loro competenza? Chi ci assicura della loro onestà e della loro capacità di valutazione?
Inoltre, come possono essere eletti democraticamente dei tecnici , se non possono che venir giudicati da altri tecnici visto che la loro competenza è una superiorità rispetto alla massa o a chiunque non sia specializzato nel loro campo?ecc
Ciò senza considerare il fatto ( è bene però venga tenuto presente ) che la redistribuzione delle tasse in modo equo è impossibile.
Ipso facto l'agorà politico dove si dovrebbero trovare le risoluzione è la piazza del compromesso.
Non ho mai negato la necessità della sicurezza o della gustizia , o della sovranità, o della gestione.
Affermo che delegare è , futuramente, darsi il capitalismo.
Se invece governasse e fosse sovrano l'Universale, di rimando per ovvietà, ogni individuo si governerebbe da Sé, come ogni individuo si farebbe giustizia da Sé, come ogni individuo sarebbe sovrano da Sé.
Il tutto in associazionismi volontari.
Se quet'ultima cosa no verrà compresa, non meno valgono le contraddizioni che ho esposto e che possono far optare ad uno stato monarchico od un futuro stato nazionalitario come il meno peggio sul panorama, non certo come la rivoluzione.

quindi il mio obiettivo è far comprendere che ingannate e vi ingannate.Il socialismo del XXI secolo è un'altra forma di coercizione forse più giusta e meno pesante.
Buono. Ma non è né sarà rivoluzione manco per il ciufolo.
Di questo mi interesso, per il resto ho sempre ribadito il mio apprezzamento.

aleikos18 ha scritto:

Non mi esprimo perché...boh...senza offesa... ma che dici?
Scrivo che l'anarchia ripropone il Capitale poiché il caos non c'è mai.
Dico che ogni stato porterà al capitalismo in ogni sua variante.
Avere un'ordine senza lo stato , senza alcun ente politico-giuridico, ciò dico.
Tale ordine non è l'anarchia poiché non si basa, questo ordine, su idealità fittizie quali uguaglianza e pubblico ad esempio.
Neanche sulla razionalità.

..... ha scritto:

Le nazioni sono un corpo continuamente in divenire, come le individualità che la compongono. Anche il tuo pensiero è in divenire. Un po' di discussioni fa l'Italia per te non era mai esistita, ora l'Italia non sarebbe più italiana da tempo. Prima di quel tempo (quale tempo?), quindi, lo era. Non è un problema, comunque. E' il libero fluire delle opinioni. Cui le nazioni, per quelle radici che affondano nel tempo, si sottraggono con la forza della loro esistenza.
Ciò detto, è vero. C'è un processo di attacco, da molto tempo, (anche) alla nazione italiana, dalla cultura alla sovranità politica. Un attacco imperialistico che data storicamente da diversi decenni.
Lascerei stare comunque l'immigrazione. Il nostro problema principale restano l'imperialismo USA che domina sulla nostra terra ed il sistema capitalistico che ne è la sua struttura pervasiva concreta, con annesso sistema dipendente periferico italiota. L'immigrazione è uno dei effetti degli attacchi colonialistico/imperialistici di lunga data contro le nazioni e il diritto all'indipendenza e alla sovranità degli Stati. E noi siamo inter-nazionalisti. Bisogna puntare alla testa della tenia (l'imperialismo) non alimentare guerre tra classi subalterne funzionali solo al sistema di dominio.

Il problema non sono i dati su cui il parere si deve basare.Difatti è necessario cambiare poiché chi non cambia è per definizione morto.
Ma vi sono cose che non cambiano e l'Universale è ciò , per definizione, oltretutto perché contraddirne l'essenza ( o più oltre l'essenza ) è contraddittorio.
Oltre ciò convengo sul lasciar perdere sull'immigrazione.
Fatto è che i nostri compaesani sono lobotomizzati al potere. La nostra nazione , ciò è bruttissimo, morirà per mano "nostra".
Inoltre i probabili scontri inter-etnici di cui il Sistema potrebbe avvalersi non faranno che contribuire ad un recuper nazionale sicuramente falsato, deturpato, vizioso.
Agli occhi di tutto ciò, vedere immigrati che abbandonano le loro usanze perché in "occidente" non può che rendermi ulteriormente triste.
Sapere che (alcuni?molti?tutti?nessuno? ) immigrati partano con la speranza di avere nuove opportunità mi fa comprendere che il sistema li ha già comprati, come comprò i nostri emigranti verso "il sogno americano".
Non dovevano partire?Non potevano che partire?
Non è appunto questa la domanda, né questo è il senso di tutto il mio discorso di parvenze "contro-immigrazione".
D'altronde per parcondicio debbo odiare con la stessa moneta , anzi a maggior ragione, i miei connazionali.
Ma non era questo insomma il succo; intendevo il concentrarsi sulle abili mosse dei buonisti, dei caritatevoli, dei razzisti, dei beceri.
Di tutti i colori.
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iskra

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Lun Feb 15 2010, 13:11

alekos18 ha scritto:
iskra ha scritto:
(...) in termini di spendibilità politica è preferibile secondo voi rilanciare il concetto di patriottismo più che quello di nazionalismo? I due termini mi sembrano equivalenti, però il primo termine mi sembra che si scontri molto meno con le conseguenze dell'uso manipolatorio e distorto che si è fatto del secondo. Che dite?
La tua preoccupazione può effettivamente avere una sua ragionevolezza sul piano dell'operatività politica. Purtuttavia vedo prioritario continuare a lavorare sull'irrobustimento delle ragioni rivendicative che sono nel portato d'idee e di progetto politico su cui sta lavorando "Indipendenza". Quindi, analisi politica, teoria e relazioni con individualità e realtà politiche. E' necessario lavorare per la costituzione di un'area consapevole (ragionante e operativa) in termini nazionalitari, patriottiottici, indipendentisti, sovranisti. Trattasi di concetti, questi, che fanno parte del vocabolario di quest'area in costruzione, di cui c'è estrema necessità politica, concetti convergenti pur con delle valenze di significato distintive. Cammineranno di pari passo con lo snodarsi di una dialettica politica.
Partire dalle cause è un'impostazione che condivido. Consente di aggregare intorno a cose concrete e non a discorsi fumosi, ideologici nel senso negativo di astratti dalla realtà ed incapaci di interagire con essa. Leggendo "Indipendenza" mi piace infatti questo approccio che fa scaturire delle proposte o anche solo delle indicazioni di percorso da un'analisi dei fatti svolta nell'essenziale e non infarcita di pomposerie verbali.
Resta la difficoltà che vedo nel costruire un movimento politico conseguente, ma mi rendo conto che ci sono enormi difficoltà culturali, opportunismi politici, chiusure ad una prospettiva (quella sostenuta da "Indipendenza") che, se si affermasse, spazzerebbe vie insulserie politiche diffuse...
In effetti, bisogna continuare su questa strada.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mer Feb 17 2010, 11:58

iskra ha scritto:
alekos18 ha scritto:
iskra ha scritto:
(...) in termini di spendibilità politica è preferibile secondo voi rilanciare il concetto di patriottismo più che quello di nazionalismo? I due termini mi sembrano equivalenti, però il primo termine mi sembra che si scontri molto meno con le conseguenze dell'uso manipolatorio e distorto che si è fatto del secondo. Che dite?
La tua preoccupazione può effettivamente avere una sua ragionevolezza sul piano dell'operatività politica. Purtuttavia vedo prioritario continuare a lavorare sull'irrobustimento delle ragioni rivendicative che sono nel portato d'idee e di progetto politico su cui sta lavorando "Indipendenza". Quindi, analisi politica, teoria e relazioni con individualità e realtà politiche. E' necessario lavorare per la costituzione di un'area consapevole (ragionante e operativa) in termini nazionalitari, patriottiottici, indipendentisti, sovranisti. Trattasi di concetti, questi, che fanno parte del vocabolario di quest'area in costruzione, di cui c'è estrema necessità politica, concetti convergenti pur con delle valenze di significato distintive. Cammineranno di pari passo con lo snodarsi di una dialettica politica.
Partire dalle cause è un'impostazione che condivido. Consente di aggregare intorno a cose concrete e non a discorsi fumosi, ideologici nel senso negativo di astratti dalla realtà ed incapaci di interagire con essa. Leggendo "Indipendenza" mi piace infatti questo approccio che fa scaturire delle proposte o anche solo delle indicazioni di percorso da un'analisi dei fatti svolta nell'essenziale e non infarcita di pomposerie verbali.
Resta la difficoltà che vedo nel costruire un movimento politico conseguente, ma mi rendo conto che ci sono enormi difficoltà culturali, opportunismi politici, chiusure ad una prospettiva (quella sostenuta da "Indipendenza") che, se si affermasse, spazzerebbe vie insulserie politiche diffuse...
In effetti, bisogna continuare su questa strada.
Perché non lavorare alla stesura di un testo che contenga le cause e quindi le ragioni materiali principali per un progetto di liberazione nazionale nel nostro paese? Una messa a punto che sintetizzi il lavoro di "Indipendenza". Potrebbe essere utile, la sintesi, come canale di trasmissione, di divulgazione della necessità di questo processo... Che ne pensate?
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mer Mar 03 2010, 11:45

kamo ha scritto:
Perché non lavorare alla stesura di un testo che contenga le cause e quindi le ragioni materiali principali per un progetto di liberazione nazionale nel nostro paese? Una messa a punto che sintetizzi il lavoro di "Indipendenza". Potrebbe essere utile, la sintesi, come canale di trasmissione, di divulgazione della necessità di questo processo... Che ne pensate?
E' un'idea su cui stiamo lavorando da tempo, intanto nella focalizzazione di vari aspetti (e qui vi è tutto un patrimonio di analisi e di proposte contenuto particolarmente nei diversi numeri cartacei usciti in tutti questi anni), in prospettiva in un necessario lavoro di sintesi.
Si pensa di individuare degli ambiti essenziali, strategici, da trattare in un libretto che diventi il riferimento teorico/culturale, oltre che pratico per le indicazioni che conterrebbe, di un movimento nazionalitario, patriottico, indipendentista/sovranista.
L'invito è a te e a tutti a collaborare, a fornire spunti, idee, materiali. A contribuire anche alle discussioni su questo forum, che concorreranno alla taratura migliore di questo nostro lavoro politico prossimo venturo.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Gio Mar 25 2010, 12:37

Le idee maturate sono belle, anzi entusiasmanti, e credo che se riuscissero a passare potrebbero davvero spazzare via molto ciarpame. La costruzione di un movimento socialista popolare e patriottico deve essere secondo me l'obiettivo da raggiungere, perché il socialismo senza il popolo e senza l'amore per la propria terra e per la propria patria, non è mai passato né passerà mai.
La reazione contro la novità del progetto sarà forte, verrà dai poteri consolidati, dalla reazione, dai politicanti di professione, dagli omini verdi, ma anche e soprattutto da sinistra dove purtroppo ci sono forze -sempre più terminali e sempre più inacidite- che non vorranno tollerare quella che a loro sembrerà una folle e spaventosa eresia. Loro affileranno le armi della denigrazione, della menzogna e delle aggressioni, starà a noi far capire loro che sono ormai un esercito di reduci senza popolo..

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Gio Mar 25 2010, 18:17

Etrusco questo populismo convince , ci mancherebbe, ma individuo intelligente capisce l'inanità dell proposta che fai e che Indipendenza si ostina a mantenere a galla.
Sono cose sepolte da un pezzo.
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gorritxo

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Gio Mar 25 2010, 19:28

..... ha scritto:
Etrusco questo populismo convince , ci mancherebbe, ma individuo intelligente capisce l'inanità dell proposta che fai e che Indipendenza si ostina a mantenere a galla.
Sono cose sepolte da un pezzo.
Senza provocazione e senza polemica: ma se ciò che Indipendenza porta avanti ti pare così profondamente errato, quale obiettivo ha la tua partecipazione (assidua e regolare, non certo occasionale) a questo forum? Sia chiaro che apprezzo l'opportunità che i tuoi interventi (comunque stimolanti per quanto mi riguarda) danno a me e ad altri di confrontarsi e di mettere in discussione le proprie idee (passaggio fondamentale affinché ci si possa formare un pensiero). Te lo chiedo quindi proprio per curiosità mia, dato che (se non ho inteso male) non partecipi con questa assiduità ad altri forum, e hai quindi per Indipendenza nonostante tutto una considerazione maggiore rispetto a tante altre realtà.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Gio Mar 25 2010, 23:50

Per divertimento, per amor del vero, per far nascere qualcosa di effettivamente altro.

fallisco in tutti e tre i campi:

il primo perché mi dà fastidio il mio stesso attegiamento e ci rimugino sopra
il secondo perché poi , mischiado l'ego al vero, lo si eclissa e quindi è falsato
il terzo perché effettivamente voglio distruggere.

polarità negative e positive.

Grazie molte della domanda.Mi rispecchio in quel che hai scritto.
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Ven Mar 26 2010, 04:53

etrusco ha scritto:
Le idee maturate sono belle, anzi entusiasmanti, e credo che se riuscissero a passare potrebbero davvero spazzare via molto ciarpame. La costruzione di un movimento socialista popolare e patriottico deve essere secondo me l'obiettivo da raggiungere, perché il socialismo senza il popolo e senza l'amore per la propria terra e per la propria patria, non è mai passato né passerà mai.
La reazione contro la novità del progetto sarà forte, verrà dai poteri consolidati, dalla reazione, dai politicanti di professione, dagli omini verdi, ma anche e soprattutto da sinistra dove purtroppo ci sono forze -sempre più terminali e sempre più inacidite- che non vorranno tollerare quella che a loro sembrerà una folle e spaventosa eresia. Loro affileranno le armi della denigrazione, della menzogna e delle aggressioni, starà a noi far capire loro che sono ormai un esercito di reduci senza popolo..

AVANTI
per l'Italia
per il socialismo
Solo un paio di chiose, Etrusco, interconnesse. Quelle idee che trovi "belle", "entusiasmanti", devono materializzarsi in capacità di analisi e capacità di costruire un progetto. E' cioè necessario parlare di scuola, di energia, di difesa popolare, di modo di produzione, di politica estera, di sanità, di lavoro, di agricoltura, di tantissime cose. In un'ottica nazionalitaria, indipendentistica, patriottica e socialista. In relazione a questo prenderei sul serio, ma non darei troppa importanza alla "reazione" e alle sue provenienze. Ovvio che ci saranno. Già ci sono, relazionate all'insufficiente che c'è, figurarsi in prospettiva. E' la solita vecchia storia, fa parte delle regole del 'gioco'. Men che meno mi farei prendere da troppa fobia per la sinistra. Non perché non ci siano validi argomenti di critica radicale -a iosa abbiamo scritto- ma temo l'enfasi, temo -lo dico non a te in particolare- che sia un comodo sfogatoio che non ci differenzierebbe dalle sinistre delle sinistre e dai comunisti sempe più 'veri' rispetto ad altri, voltagabbana e traditori. Temo questa logica 'gravitazionale', che dipende da un "nemico" che odiamo ma di cui abbiamo bisogno per pensarci, per avere un'identità. Un po', mutando quel che c'è da mutare, è la critica che muoviamo alla logica dell'anti-berlusconismo.

La prospettiva per cui lavoriamo, è indipendente, baricentrata, non gravitazionale. Temo lo sfogatoio di pigrizie, temo alibi, temo il sottrarsi ad oggettive e ben differenti difficoltà enfatizzando il "nemico" (da capire poi, distinguendo, quale fittizio e quale reale, quale dell'oggi e quale del domani). Il nostro principale nemico è dentro di noi. Non vuol essere una bella e grandiosa affermazione filosofica. E' molto terra terra. Noi siamo responsabili, in questo nostro tempo. Responsabili anche per questa sinistra che c'è. In altri tempi, ma pure in questi tempi, in condizioni anche peggiori, c'è chi ha saputo essere attivo. Con buona pace dei nemici "interni" o "esterni". Esplicito alcuni riferimenti: Sinn Féin, Cuba, Batasuna, Hezbollah, Venezuela, e potrei continuare. Quindi c'è da aggiustrae nella nostra azione, nella mia, nella tua, in quella di "Indipendenza", in quella di realtà affini, fratelle. Voglio dire che è importante saper indirizzare le energie. La miglior critica è fare, mettersi in gioco. "Indipendenza" da anni lavora per dare ragioni d'analisi e di proposta per l'obiettivo di quel movimento di cui parli. Non è categorico, secondo me, che siano le ragioni sociali, le condizioni materiali, a creare il movimento. Senza Lenin (e chi del suo entourage?) ci sarebbe stato Kerenskij. Veramente un'altra storia, nel mondo!

Ci sono delle condizioni per riaprire, per ora a partire da alcuni territori di questo paese, la possibilità di accumulare forze e di trasmettere meglio, nella società italiana, l'esistenza di certi nodi e la necesstà di certe istanze. Per questo scenario chi è oggi 'perso' a sinistra, potremo ritrovarcelo a fianco. Lavoriamo in positivo, sul piano della teoria e dell'analisi e su quello della pratica politica. Di questo c'è estrema necessità. Secondo me.

..... ha scritto:
Etrusco questo populismo convince , ci mancherebbe, ma individuo intelligente capisce l'inanità dell proposta che fai e che Indipendenza si ostina a mantenere a galla.
Sono cose sepolte da un pezzo.
Mi ha sorpreso la mancanza di un amen. Dopo "sepolte da un pezzo", ci sarebbe andato bene. Ma sarebbe stata illuminante autoironia. Pur tuttavia, e lungi da noi velleità di voler resuscitare i morti (è un campo di competenza che non appartiene al 'nostro' mondo), perché questa poca o nulla fede, puntini puntini? Troppa ricerca dell'empireo porta all'obsolescenza dello spirito. In tutti i sensi. E ad un nichilismo impotente rassegnato e filo-sistemico. Più volte ti ho colto, nei tuoi postati, più realista del (dominante) re. Per andare troppo su, si rischia di cadere troppo giù. E più dall'alto si cade, più male ci si fa. Più fedeltà alla terra, più humus (umiltà...), più attenzione alle pulsioni sociali, etiche, politiche che riecheggiano anche nel presente sociale del nostro tempo. L'ho imparato vivendo.

Se osservi e ascolti, avendo occhi per vedere ed orecchie per ascoltare, ti accorgeresti che ci sono dinamiche nella Storia che non muoiono mai e si sottraggono felicemente al triste ufficio dell'inumazione (la sepoltura di cui parli). Tu dici populismo, altri nazionalismo, altri ancora patriottismo, resta che la sostanza di quel che scrive Etrusco non è che deve convincere; quella sostanza del resto non ne ha bisogno, è semplicemente nelle cose, nelle anime, negli spiriti dei popoli, delle culture, delle umanità nazionali. Va oltre me, te, Etrusco. Va oltre questo tempo, ed è già in questo tempo. Basta vederlo. Quel connubio tra patriottismo e socialismo cui si richiama Etrusco, e che è nel nostro DNA culturale, politico, esiste da sempre (al di là dei nomi) e lo sarà finché esisterà quel che astrattamente si dice "genere umano" e che concretamente si declina per nazionalità e culture. Finché ci sarà un oppresso ed un oppressore, un dominato ed un dominante. Perché, dentro e al di là di questa dicotomia, è nel genere umano declinato per nazionalità la ricerca della felicità, e la necessità oggettiva di trovarla insieme, contro/rispetto a chi vuole infelicitare la vita propria ed altrui. E questo comporta la ricerca di assetti, di relazioni, di condizioni più giuste, più eque, (sempre) più diffuse. E questo interessa spazi e culture.

Concetti come liberazione, indipendenza, sovranità, la ricerca di un fondamento ampio, inclusivo, legittimo, nei territori e nelle culture relative, tutto questo inevitabilmente ha a che fare con l'idea di nazione. Siamo agli antipodi, puntini puntini. Tu, come scrivi, dai queste cose "sepolte da un pezzo", mentre altri, anche noi, siamo sempre attenti alla nascita, alla natio (te lo concedo: nei tempi di 'magra', alle ri-nationes). Ma sono antipodi formali. Le condizioni sociali, materiali, conformano le coscienze. E coscienze organizzate possono conformare condizioni materiali, sociali. Le nostre storie sono dentro questa storia.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Ven Mar 26 2010, 21:03

etrusco ha scritto:
Le idee maturate sono belle, anzi entusiasmanti, e credo che se riuscissero a passare potrebbero davvero spazzare via molto ciarpame. La costruzione di un movimento socialista popolare e patriottico deve essere secondo me l'obiettivo da raggiungere, perché il socialismo senza il popolo e senza l'amore per la propria terra e per la propria patria, non è mai passato né passerà mai.
alekos18 ha scritto:
..... ha scritto:
Etrusco questo populismo convince , ci mancherebbe, ma individuo intelligente capisce l'inanità dell proposta che fai e che Indipendenza si ostina a mantenere a galla.
Sono cose sepolte da un pezzo.
Tu dici populismo, altri nazionalismo, altri ancora patriottismo, resta che la sostanza di quel che scrive Etrusco non è che deve convincere; quella sostanza del resto non ne ha bisogno, è semplicemente nelle cose, nelle anime, negli spiriti dei popoli, delle culture, delle umanità nazionali. Va oltre me, te, Etrusco. Va oltre questo tempo, ed è già in questo tempo. Basta vederlo. Quel connubio tra patriottismo e socialismo cui si richiama Etrusco, e che è nel nostro DNA culturale, politico, esiste da sempre (al di là dei nomi) e lo sarà finché esisterà quel che astrattamente si dice "genere umano" e che concretamente si declina per nazionalità e culture. Finché ci sarà un oppresso ed un oppressore, un dominato ed un dominante. Perché, dentro e al di là di questa dicotomia, è nel genere umano declinato per nazionalità la ricerca della felicità, e la necessità oggettiva di trovarla insieme, contro/rispetto a chi vuole infelicitare la vita propria ed altrui. E questo comporta la ricerca di assetti, di relazioni, di condizioni più giuste, più eque, (sempre) più diffuse. E questo interessa spazi e culture.

Concetti come liberazione, indipendenza, sovranità, la ricerca di un fondamento ampio, inclusivo, legittimo, nei territori e nelle culture relative, tutto questo inevitabilmente ha a che fare con l'idea di nazione. (...) Le condizioni sociali, materiali, conformano le coscienze. E coscienze organizzate possono conformare condizioni materiali, sociali. Le nostre storie sono dentro questa storia.
Etrusco, Alekos, sottoscrivo le vostre parole. Se qualcosa di politicamente serio ripartirà in questo paese, al suo centro avrà patriottismo e socialismo. Per quanto riguarda la capacità di

alekos18 ha scritto:
materializzarsi in capacità di analisi e capacità di costruire un progetto. E' cioè necessario parlare di scuola, di energia, di difesa popolare, di modo di produzione, di politica estera, di sanità, di lavoro, di agricoltura, di tantissime cose. In un'ottica nazionalitaria, indipendentistica, patriottica e socialista.
secondo me "Indipendenza" sta facendo un lavoro notevole in questa direzione. Io, intanto, diffondo tra le mie conoscenze.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Dom Mar 28 2010, 10:51

etrusco ha scritto:
Le idee maturate sono belle, anzi entusiasmanti, e credo che se riuscissero a passare potrebbero davvero spazzare via molto ciarpame. La costruzione di un movimento socialista popolare e patriottico deve essere secondo me l'obiettivo da raggiungere, perché il socialismo senza il popolo e senza l'amore per la propria terra e per la propria patria, non è mai passato né passerà mai.
La reazione contro la novità del progetto sarà forte (...)

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per l'Italia
per il socialismo
Etrusco, ho evidenziato un concetto che hai espresso e che dovrebbe essere scolpito nelle coscienze di tanti. Ciò che accade nel nostro paese e quanto lo condiziona esternamente (Stati Uniti, Unione Europea, ecc.) evidenzierà la necessità di questa unità di senso, fondamentale, tra "amore per la propria terra e per la propria patria" e socialismo. Non c'è alternativa per una società ben diversamente impostata da quella capitalista.
Sulla "reazione" che questa "novità" provocherà, Etrusco, sì, sicuramente ci sarà. Chi è che cantava "el pueplo unido jamas serà vencido"?
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mar Mar 30 2010, 13:38

iskra ha scritto:
etrusco ha scritto:
Le idee maturate sono belle, anzi entusiasmanti, e credo che se riuscissero a passare potrebbero davvero spazzare via molto ciarpame. La costruzione di un movimento socialista popolare e patriottico deve essere secondo me l'obiettivo da raggiungere, perché il socialismo senza il popolo e senza l'amore per la propria terra e per la propria patria, non è mai passato né passerà mai.
La reazione contro la novità del progetto sarà forte (...)

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Etrusco, ho evidenziato un concetto che hai espresso e che dovrebbe essere scolpito nelle coscienze di tanti. Ciò che accade nel nostro paese e quanto lo condiziona esternamente (Stati Uniti, Unione Europea, ecc.) evidenzierà la necessità di questa unità di senso, fondamentale, tra "amore per la propria terra e per la propria patria" e socialismo. Non c'è alternativa per una società ben diversamente impostata da quella capitalista.
Sulla "reazione" che questa "novità" provocherà, Etrusco, sì, sicuramente ci sarà. Chi è che cantava "el pueplo unido jamas serà vencido"?
Ovviamente sono in sintonia con voi. Per la prospettiva che ci accomuna, che dire... Diamoci da fare.
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MessaggioTitolo: Re: Nazionalismo e nazionalitarismo   Mar Ago 31 2010, 19:25

È un articolo un po' vecchio (datato 24 maggio), ma mi sembra significativo...



La questione nazionale
di Spartaco Puttini


La questione nazionale, vale a dire la difesa della sovranità nazionale, la lotta per l’indipendenza della propria patria e la mobilitazione di solidarietà con i movimenti di liberazione nazionale degli altri paesi, ha fatto a lungo parte del bagaglio dei comunisti nel corso del Novecento.

Eppure oggi tale tematica è assolutamente bandita dall’orizzonte politico della così detta “sinistra”. Se si effettuasse oggi un sondaggio tra le persone che si dicono di “sinistra” una maggioranza più o meno netta sosterrebbe che nozioni come quella di nazione, patria e sovranità siano concezioni a loro estranee. Anche nei settori più accorti e preparati spesso pare che la questione nazionale esista solo in riferimento a coloro che lottano nei paesi in via di sviluppo contro il colonialismo, vecchio o nuovo che sia. Al di fuori di quest’orizzonte nulla sembra più esistere. La rimozione della questione nazionale rappresenta indubbiamente l’ennesimo tassello di un’opera edulcorante che la sinistra italiana ha subito e che ha portato agli attuali disastri. Un tassello di particolare importanza, per gli aspetti politici, culturali e strategici che esso riveste e che ne fanno, piaccia o meno, un elemento determinante per la costruzione di una forza vitale, utile ed efficace nelle presenti condizioni.
L’importanza che riveste la questione nazionale al giorno d’oggi impone una riflessione che non è più possibile rinviare.

Nella prima parte dello scritto tratteremo come e perché la questione nazionale è importante e prioritaria nell’attuale fase. Nella seconda parte faremo una breve carrellata dell’importanza che le veniva attribuita dal movimento comunista nel ‘900, del successo di cui ha goduto, dei risultati che ha portato. Infine tratteremo brevemente la sua possibile e necessaria riproposizione oggi per una forza che voglia essere efficacemente alternativa all’americanizzazione dilagante della nostra società e alle spinte disgregatrici che minacciano la Repubblica.


- La questione nazionale nell’età della globalizzazione

La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno lasciato il mondo privo di contrappesi di fronte alla potenza americana. Gli Usa hanno potuto approfittare del vuoto che si era venuto a creare nell’equilibrio internazionale per tentare di ottenere un’egemonia globale incontrastabile. Negli anni Novanta del Novecento gli Usa sembravano inarrestabili nella loro marcia trionfale verso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale unipolare. Nel primo decennio del nuovo secolo il quadro è in effetti assai mutato grazie all’emergere (o al riemergere) di alcuni paesi che hanno tutta l’intenzione di riportare l’equilibrio nella vita internazionale. Ciò non toglie che il tentativo egemonico statunitense sia ancora in corso. Per la prima volta nella storia l’umanità si trova di fronte ad una Potenza che, con il 5% della popolazione mondiale, dedica alle spese militari più di quanto non investa il resto del pianeta messo assieme! Se a questo sommiamo la capacità di influenza guadagnata dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi 60 anni pressoché in ogni campo (da quello economico tramite il controllo della Banca mondiale e del FMI, a quello “informativo-culturale”, grazie all’ascendente che hanno sulle grandi catene mediatiche occidentali, per non parlare delle grandi possibilità a loro offerte dal quasi monopolio telematico) ci rendiamo agevolmente conto della portata della minaccia all’indipendenza ed alla sovranità delle nazioni del pianeta.

Grazie ad una politica estera aggressiva ed assertiva Washington ha mirato in tutti questi anni ad erodere ed a scardinare la sovranità nazionale degli Stati che potevano arginare l’imporsi dei propri ambiziosi piani. Da questo si può evincere l’importanza cruciale che riveste in questa fase la questione nazionale e la difesa della sovranità.


- Attualità ed importanza dello Stato-nazione e della sua sovranità

Per affermare la loro egemonia gli Usa mirano a distruggere la sovranità nazionale degli altri paesi. Un luogo comune straordinariamente diffuso e duro a morire pretende che gli Stati nazionali siano al loro crepuscolo e siano in crisi. Nell’era della globalizzazione ha ancora senso parlare di sovranità nazionale? Gli stati nazionali non sono forse destinati a sparire in grandi spazi aggregati?

In realtà la crescente interdipendenza tra le nazioni e le aree geografiche del globo non sta in alcun modo conducendo alla scomparsa degli Stati nazionali e delle loro prerogative. Vi sono, come sempre è stato nella storia moderna e contemporanea, compagini statali che si dissolvono ed entrano in crisi ma questo non comporta la crisi dello Stato nazionale in quanto tale, in quanto attore della storia. Prova ne sia che queste crisi (ad esempio quella jugoslava) sono spesso alimentate e strumentalizzate da altri Stati nazionali ai fini della loro politica di potenza. Certamente determinate evoluzioni, specie in ambito finanziario e telematico, travalicano con sempre maggiore facilità i confini ed i controlli. Ma se ci guardiamo attorno possiamo vedere con chiarezza come le prerogative sovrane degli Stati-nazione non siano affatto svuotate od impotenti. Basta guardare alle potenti politiche di sviluppo avviate dai governi progressisti in America latina (a partire dal Venezuela) od ai provvedimenti presi dalla Cina popolare nel frangente dell’ultima crisi economica (per non parlare del suo stesso modello di sviluppo), od alle parziali nazionalizzazioni in corso in Russia. Lo Stato, laddove vi siano élites politiche che ne hanno la volontà e la capacità è il protagonista assoluto dello stesso sviluppo economico. Per gestire i problemi delle nostre società sempre più complesse non è possibile affidarsi all’anarchia del mercato, occorre avvalersi di una programmazione dirigista e chi lo fa è avvantaggiato nella competizione globale. La presente crisi ha dimostrato che quando si parla di interesse generale, di stabilità del sistema paese, di investimenti, di guardare al futuro, di benessere e stabilità sociale, il sistema liberista anglosassone è fallimentare e genera una diffusa povertà. E’ quanto ha recentemente ammesso l’ex primo ministro francese Dominique De Villepin, punto di riferimento dei settori transalpini che vogliono riproporre la tradizione gollista. La discontinuità tra XX e XXI secolo non è poi stata tale da stravolgere completamente tutto. La forza di gravità esiste ancora e così anche alcuni principi strategici di base che, come notava il geopolitico americano Alfred Mahan, per la loro stessa natura sono sempre quelli che risentono meno dei segni del tempo.

La stessa tendenza degli Stati a coordinarsi in grandi spazi aggregati di dimensione semicontinentali non comporta automaticamente il riconoscimento della crisi dello Stato nazionale. Questo processo di aggregazione spesso non avviene mortificando la sovranità, ma esaltandola. Né l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, né l’Unasul od il Mercosur o l’Alba svuotano la sovranità nazionale dei partecipanti. Anzi, queste organizzazioni, che radunano Stati nazionali che si oppongono all’imperialismo, proprio perché rappresentano un contrappeso alle forze mondializzanti dell’Anglo-America, garantiscono la difesa della sovranità nazionale da processi di svuotamento e di imposizione di un neocolonialismo post moderno. Quando si guarda a queste esperienze si cita troppo spesso a sproposito il precedente e l’esempio del processo d’integrazione europea. E’ vero che quegli stessi paesi guardano a quanto (bene o male) l’Europa ha fatto in termine di integrazione. Ma ciò è naturale essendo quello europeo un primo e “grande” tentativo. Che stiano ripercorrendo i nostri passi o che siano intenzionati a farlo rappresenta un altro paio di maniche. In quanto primo tentativo non è certo alieno da difetti. Nell’Ue ci si è spinti certamente avanti nel delegare a commissioni supernazionali molte delle prerogative dello Stato sovrano. Questo ha portato però a porre in posizioni chiave una burocrazia tecnocratica legata a doppio filo alla finanza transnazionale anglo-americana ed ai centri atlantici ed ora questa burocrazia gode di competenze che sfuggono ad una gestione democratica. L’europarlamento non è altro che un’obesa sovrastruttura priva di potere reale ed attraversata dalle lobbies. Da notare che l’integrazione arranca proprio in quei settori (esteri e difesa) che più di altri dovrebbero mostrare la vitalità di una costruzione nuova. Qui pesa la mancata volontà politica delle élites europee. Perché? Evidentemente perché integrate in una trama atlantica cui sono subalterne da ormai 60 anni. Qualsiasi paese voglia aderire all’Ue deve prima passare dalle forche caudine dell’ammissione alla Nato, cioè da una struttura subordinata agli interessi geopolitici degli Usa. Chi vuole entrare ma diverge dalle strategie di Washington è tenuto ai margini (emblematico è il trattamento riservato alla Turchia prima e dopo l’avvento dell’AKP). Da noi di fatto l’integrazione, se potenzialmente ha ritagliato alcuni spazi di potenziale sfida agli Stati Uniti (come in ambito monetario), dall’altro ha segnato una marcata atlantizzazione e quindi soggezione agli stessi. Questo è solo uno dei problemi posti dal modello integrativo dell’Unione europea. Un altro grande, rilevante problema, è dovuto al fatto che in una struttura sopranazionale come la Ue gli Stati che ne fanno parte non sono solo sottoposti ad una pressione dall’alto, da Bruxelles, ma anche a spinte centrifughe dal basso, in senso anche pericolosamente secessionista. Si vedano i casi del Belgio e dell’Italia. L’essere in un contenitore più grande, cui si delegano prerogative proprie che dovrebbero essere inalienabili per una democrazia degna di questo nome, favorisce lo spudorato manifestarsi di opzioni separatiste che si sentono sicure di poter agire in una cornice che sarà in grado di evitare rotture brusche.
Se guardiamo alle altre integrazioni regionali possiamo notare che esse, se puntano ad un aumento del coordinamento tra i paesi partecipanti in tutti i settori e ad una messa in comune delle risorse per far fronte a sfide cruciali nei settori strategici, sono ben lungi dal porsi l’obiettivo del superamento dello Stato nazionale o della delega della sovranità.


- La questione nazionale nella storia del movimento comunista

Contrariamente ad una superficiale interpretazione, data a seconda dei casi per ignoranza o per malafede, i partiti comunisti, così come si sono caratterizzati nel corso del Novecento, non sono affatto estranei all’idea di nazione. Lo stesso concetto di internazionalismo non significa affatto, contrariamente a quanto ritenuto da molti, negazione delle nazioni ma fratellanza tra le nazioni, cioè tra i popoli. Inter significa tra, solamente nell’eterodossia trozkista ed in determinati segmenti della nuova sinistra post-sessantottina il suffisso inter è stato sostituito concettualmente dal suffisso a, fino ad arrivare a coniare slogan come: “il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione!”, uno degli slogan tra i più pericolosi e fuorvianti che vi siano. Disgraziatamente tale modo di vedere ha finito con il prendere il sopravvento in una sinistra sempre più sinistrata, sempre più alla deriva ideologica, politica e strategicamente priva di bussola.

Nel corso del Novecento il movimento comunista internazionale in fase di ascesa aveva invece prestato una particolare attenzione alla questione nazionale. Si spiega così perché i vari partiti comunisti, in diverse aree del globo, si siano posti alla guida dei movimenti di liberazione nazionale. Oltre a ricordare l’elaborazione bolscevica della questione nazionale dovuta principalmente a Stalin, che meriterebbe una trattazione a parte, ciò è particolarmente evidente nell’esperienza cinese e in quella vietnamita. Entrambi i partiti comunisti di questi paesi, che pure hanno operato ed operano in contesti diversi, hanno conquistato una solida egemonia politica sulle masse perché hanno saputo mettersi in primo piano nella lotta nazionale per la liberazione della loro patria dalle Potenze coloniali e neocoloniali e dai traditori che le hanno appoggiate, vendendo il proprio popolo.
In particolare il successo della rivoluzione cinese nel 1949 arriva al termine di un lungo ciclo di lotte per restituire alla Cina la propria indipendenza ed unità e per scongiurare il pericolo reale e drammatico della scomparsa della Cina a causa della dissoluzione dello Stato centrale seguito alla crisi di fine Ottocento ed al tentativo di conquista e colonizzazione giapponese avvenuto negli anni ’30 e ’40 del Novecento. Il successo della strategia di Mao e dei comunisti cinesi non si può comprendere solo alla luce della centralità data alle miserabili masse contadine nel processo rivoluzionario, aspetto comunque di fondamentale importanza. Si deve comprendere nel quadro più ampio della lotta condotta per la liberazione nazionale del popolo cinese e per la sua sovranità. E’ questo che ha spinto il giovane PCC all’alleanza organica con i nazionalisti guidati da Sun Yatsen su una base programmatica avanzata. Non è un caso che i primi sviluppi e successi del PCC si registrarono proprio nella fase del governo di Canton, quando congiuntamente nazionalisti e comunisti si allearono contro il flagello rappresentato dai signori della guerra, quinte colonne dell’imperialismo.
Quando, in seguito alla morte di Sun, nel Kuomintang presero il sopravvento con Chang Kaishek generali felloni, capi dell’aristocrazia latifondista e traditori in combutta con le Potenze imperialiste, l’alleanza si ruppe ed iniziarono le spietate campagne contro i “rossi”. Il Pcc ebbe la capacità di riprendere la bandiera di Sun (nazionalismo, democrazia, benessere del popolo) e di farla propria contrapponendola al tradimento compiuto da Chang. Anche durante il periodo più difficile della lunga marcia, i comunisti tennero sempre come stella polare la questione nazionale. Il Pcc, in quello sforzo gigantesco, trasse incredibili energie dalla prospettiva di insediarsi nelle nuove basi del nord-ovest al fine di poter essere in prima linea per contendere agli invasori giapponesi, penetrati dalla Manciuria, palmo a palmo il territorio del proprio paese.
Durante la guerra antigiapponese il comportamento del Pcc, in prima linea nella guerra di liberazione nazionale, fece si che i comunisti si affermassero come la forza più prestigiosa ed affidabile cui il popolo cinese poteva rivolgersi (come all’epoca notarono anche numerosi inviati statunitensi). Il comportamento ambiguo e deleterio del regime di Chang Kaishek, più occupato a tramare per la guerra civile che a difendere la propria gente dall’occupazione straniera, divenne allora evidente. Fu nel corso di quella guerra che mutarono i rapporti di forza tra i comunisti ed i nazionalisti. E’ grazie alla coerente adozione della questione nazionale come orizzonte ideale e strategico se nel 1949 i tempi furono maturi per rovesciare la dittatura di Chang, riunificate la Cina ed avviarla lungo la strada dell’emancipazione più vasta che la razza umana abbia mai visto.
Come ha notato la più importante sinologa italiana, Collotti Pischel, grazie a questa politica l’unico fronte nazionale che acquisiva un senso era quello costruito attorno all’egemonia del PCC: “Il legame tra la lotta di classe e la lotta nazionale fu la caratteristica dell’opera storica di Mao e anche delle forti e non riassorbibili caratteristiche nazionali del Partito comunista cinese. A questo punto dobbiamo cessare di vedere l’intensità delle caratteristiche nazionali in un partito comunista come il segno di una ‘carenza’: in Ho Chi Minh non fu una carenza l’essere il maggior dirigente nazionalista del Vietnam e al tempo stesso un marxista che sapeva condurre un’analisi di classe interna e internazionale”1.

L’importanza della questione nazionale nell’elaborazione e nella strategia dei comunisti non è mai stata una devianza, un fenomeno deleterio ma ha rappresentato un aspetto imprescindibile ed una carta vincente del loro operare. Imprescindibile perché qualsiasi forza politica nasce e si sviluppa in un contesto nazionale specifico, in una comunità che ha una sua storia e delle caratteristiche sue proprie.
Ciò non è vero solamente per le realtà dell’Asia ed in generale di quelle regioni del globo che hanno conosciuto il giogo coloniale o che comunque si sono trovate schiacciate dal rullo compressore imperialista. Anche in Europa tale questione si impone alla riflessione in tutta la sua portata. Non si può accettare il patriottismo di quanti lottano nel così detto Terzo mondo e poi negare il proprio. Non si può inserirlo nel proprio orizzonte culturale quasi si trattasse di un’appendice esotica e non saperlo armonizzare in un più ampio e fecondo orizzonte politico e strategico. Innanzitutto perché anche la storia dei comunisti in Europa è una storia segnata dall’importanza della questione nazionale.

Ciò è particolarmente evidente in Russia, dove i comunisti arrivarono al potere in un periodo di torbidi segnati dalla difficile eredità del fiasco zarista nella prima guerra mondiale, dalla guerra civile e dall’interveto straniero. Dopo aver superato queste difficoltà, si trovarono nelle condizioni di gestire un paese accerchiato nel quale tutto ciò che non era da ricostruire era da edificare. Così, come ha notato Losurdo, divennero con Stalin i principali edificatori della Russia in quanto stato-nazione su nuove basi2.
Dopo il fallimento della rivoluzione in Occidente le attese messianiche vennero messe da parte dalla svolta realista operata da Stalin. La costruzione del socialismo in un paese solo, lungi dal rappresentare una marcata discontinuità di natura ideologica volta a rompere con l’internazionalismo, rappresentò una scelta obbligata in un contesto definito: quello dell’accerchiamento imperialista del nuovo Stato sovietico. Il fine era costruire una Potenza moderna su basi sovrane e non capitalistiche che potesse difendersi da un possibile assalto esterno e dare vita ad un nuovo ordine che garantisse i bisogni di un popolo che aveva affrontato la terribile prova della rivoluzione e della guerra civile. Il mezzo per giungerci era dato da una industrializzazione necessariamente rapida che avrebbe dovuto incrociare la generale modernizzazione della società sovietica tramite la scolarizzazione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, la mobilitazione totale delle risorse umane e materiali disponibili nell’immenso paese. La molla per far fronte a questa titanica sfida fu data non solo dall’afflato a costruire una società socialista od a quello più prosaico di ottenere un netto miglioramento delle proprie condizioni e delle proprie aspettative di vita per milioni di persone (ed in questo la strategia di Stalin incontrava sicuramente le aspettative della maggioranza della popolazione più di qualsiasi altra suggestione, come ha notato lo stesso dissidente Alexander Zinoviev) ma anche dal richiamo al patriottismo. L’inserimento della rivoluzione bolscevica e della successiva difesa del paese dall’intervento straniero nell’epopea storica nazionale furono un primo passo per legittimare il nuovo regime come l’incarnazione di un potere nuovo, popolare, sulla base della gloriosa, tradizionale, storia del paese. La prova della seconda guerra mondiale contro la Germania hitleriana, non a caso chiamata “Grande guerra patriottica”, fu il momento culminante di questo processo3. Ancora oggi la vittoria sul nazifascismo rappresenta un elemento chiave del patriottismo russo ed un momento particolarmente sentito della loro storia, della loro identità. Un fatto questo che ha indissolubilmente legato la Russia al periodo sovietico, pur tramontato.

Anche in Europa la questione nazionale si è imposta. Basti pensare al fenomeno della Resistenza europea ed al peso che in essa ebbero i comunisti, specialmente in alcuni paesi (dalla Jugoslavia alla Grecia, dalla Francia all’Italia…).
Il caso del Pci è in particolar modo indicativo dell’attenzione e del rilevo che venivano dati alla questione nazionale. Non va dimenticato che Gramsci e Togliatti erano innanzitutto uomini di una profonda cultura che si sentivano eredi delle correnti più avanzate del Risorgimento e che si ponevano (analogamente ad altre tendenze democratiche di diversa ispirazione) il problema dell’inserimento delle masse popolari e lavoratrici nella vita dello Stato unitario, da cui erano state escluse dal regime liberale. I due storici leader del Pci nascevano cioè da un brodo culturale tipicamente nazionale, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Approdarono al comunismo nella convinzione che esso rappresentasse il moto storico, la prospettiva strategica, capace di condurre all’emancipazione delle classi popolari ed alla risoluzione di tutte quelle contraddizione che la nostra storia nazionale aveva, per un insieme complesso di cause, lasciate aperte. Questo aspetto è evidente in tutta l’azione svolta dal Pci nella Resistenza e nella costruzione dello Stato democratico, dalla svolta di Salerno in poi. Ma la questione nazionale ed il richiamo al patriottismo emergono già prepotentemente dai discorsi che Togliatti rivolse agli italiani da Radio Mosca.
Anche nella guerra di Liberazione, proprio nella guerra di Liberazione, il Pci si pone come forza patriottica ed internazionalista al tempo stesso. Si pone l’obiettivo di lottare contro l’occupante tedesco e contro i residui del fascismo che hanno seguito Mussolini nel suo tradimento. Ma la sfida in quel frangente è anche un’altra, non meno impegnativa, cercare di risollevare il paese dalla sconfitta in cui era stato trascinato dal precedente regime e garantire all’Italia la possibilità di disporre nuovamente di sé, unita e sovrana, all’indomani della guerra. Contrariamente alle interpretazioni oggi in voga l’assetto postbellico era allora assai fluido ed a Yalta non venne deciso tutto. L’ordine bipolare sanzionato dalla cortina di ferro prese corpo progressivamente per effetto delle ambizioni e delle reciprocità che caratterizzarono le relazioni tra le Potenze nell’immediato dopoguerra. Beninteso, l’avanzata degli eserciti degli occidentali piuttosto che dei sovietici poneva certamente delle ipoteche, ma quale effetto queste avrebbero avuto e fin dove il controllo dei vincitori si sarebbe spinto era questione aperta a più soluzioni.
L’impegno profuso nella lotta avrebbe dovuto garantire al Pci il peso ed il prestigio necessari per esercitare un’influenza nelle vicende politiche italiane al fine di superare l’istituto monarchico e completare il processo rimasto incompiuto con il Risorgimento accanto ed in sintonia con le altre forze patriottiche. Queste erano le intenzioni alla base della svolta.
E’ da notare che anche quando la collaborazione con i partiti di massa venne rotta dall’esplodere della guerra fredda fu il Pci ad ergersi a difensore della sovranità nazionale contro la tutela crescente esercitata dagli Usa tramite il patto atlantico. Da allora nella storia politica dell’Italia repubblicana la lotta per l’attuazione della Costituzione e quella per uno sviluppo democratico del paese fecero il paio con quella per l’autonomia della politica estera italiana come appare evidente nel periodo di scontro cruciale tra queste opzioni (1953-1963), allorché ci si trovò alle prese con la transizione dal centrismo al centrosinistra.
Ma i richiami al patriottismo erano insiti anche nella simbologia, con il ricorso al tricolore nello stemma del partito o (ancora precedentemente) con la scelta del nome “l’Unità” quale testata del proprio organo ufficiale.

Successivamente questa ricca ed efficace elaborazione è venuta meno. E solo paradossalmente questo scivolamento della questione nazionale nell’oblio si è prodotto proprio quando, con il nuovo corso dell’eurocomunismo, il Pci ha attuato uno strappo con gli altri partiti comunisti ed ha accettato l’ombrello atomico della Nato. La rimozione della questione nazionale è avanzata lentamente ma inesorabilmente nella sinistra italiana di pari passo con altre rimozioni analoghe fino a configurare uno snaturamento o, come qualcuno lo ha definito, un processo di “mutazione genetica” del partito e del corpo militante che vi faceva riferimento. Resta una questione aperta comprendere quanto a tale svolta abbia concorso la penetrazione di alcune suggestioni e di alcune interpretazioni della storia del movimento operaio che confusamente si sono affermate dopo lo sconvolgimento politico, ideologico e culturale prodotto dal ’68 fino agli inizi degli anni ’70.


- Cos’è il patriottismo e perché è necessario

Il patriottismo ed il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale non comportano affatto l’estraneità, l’insofferenza od il disprezzo verso coloro che di quella comunità non sono parte. Vi è una differenza abissale tra chi apprezza la propria cultura e lotta per il proprio paese mostrandosi solidale con le lotte compiute da altri popoli per le stesse ragioni e chi sostiene la superiorità del proprio paese e vuole negare ad altri ciò che per lui vi è di importante. Il generale De Gaulle soleva dire che il patriottismo è amare il proprio paese, il nazionalismo odiare quello degli altri. Questo inciso è piuttosto efficace, ma non vi è bisogno di risalire allo statista francese per trovare nella storia elementi che dovrebbero bastare per archiviare l’insulsa osservazione in base alla quale basta sentirsi parte di una comunità per avere atteggiamenti esclusivi o ghettizzanti nei confronti degli “altri”. Dal Risorgimento in poi tutti i veri patrioti non hanno mai mancato di mostrare solidarietà alle lotte di liberazione di altri popoli, spesso non solo a parole. In questa chiave il patriottismo si sposa con l’internazionalismo. Nell’età dell’imperialismo il nazionalismo è invece stato utilizzato per rivendicare alle Potenze il diritto di soggiogare altri popoli, altre nazioni. Notava Pietro Secchia che nell’età della più aspra competizione inter-imperialista i ceti alto borghesi ed oligarchici dei paesi sviluppati, legati tra loro dal comune sentimento cosmopolita, utilizzarono l’arma del divulgare una visione astratta della nazione al fine di irreggimentare i popoli in una solidarietà di facciata con le loro élites e farli marciare contro gli altri per i propri scopi. L’idea di nazione che avevano i comunisti era, sosteneva l’ex commissario delle brigate garibaldine, più concreta perché la nazione è nella sua stragrande maggioranza il popolo e l’interesse della nazione è quello del popolo. Quanto avesse il senso della nazione la grande borghesia italiana lo si vide quando, nel secondo dopoguerra, corse a ripararsi sotto l’ombrello atomico americano. Il patriottismo non è la sua degenerazione imperialista ed il cosmopolitismo non c’entra nulla con la solidarietà internazionalista4.

In realtà nel linguaggio corrente degli ultimi decenni il termine di patriottismo è stato reso interscambiabile con quello di nazionalismo laddove si descrivevano i movimenti di liberazione di gran parte del mondo (dall’Algeria alla Palestina, dall’Africa nera all’Oriente asiatico).
Si può distinguere l’ambiguità dei termini tenendo presente ciò che sosteneva Huey Newton, fondatore del Black Panther Party: “Ci sono due generi di nazionalismo, il nazionalismo rivoluzionario ed il nazionalismo reazionario. Il nazionalismo rivoluzionario dipende dal processo rivoluzionario del popolo ed ha come obiettivo di portare il popolo al potere. Di conseguenza essere un nazionalista rivoluzionario porta necessariamente ad essere socialista”.
Nel suo celebre scritto Il marxismo e la questione nazionale Stalin metteva in relazione le rivendicazioni nazionali con il segno di classe che esse di volta in volta assumevano in un dato contesto e soprattutto con l’effetto che esercitavano nel computo generale della lotta contro l’imperialismo. Che vi sia un legame tra questione nazionale e classe sociale appare vero sin da quando, all’inizio della rivoluzione francese, Sieyès sostenne che il “Terzo Stato” era la nazione e che gli ordini aristocratici perciò non erano nulla, se non un corpo estraneo che campava parassitariamente su di essa. Che vi siano stati nella storia, e che vi siano oggi nella storiografia, diversi e molteplici modi di guardare alla questione nazionale, di definire il senso di concetti utilizzati frequentemente in modi diversi e divergenti (come appunto quelli di nazione e nazionalismo) è un fatto acclarato e che meriterebbe però una più ampia ed esaustiva trattazione.

Qui interessa per il momento togliere una prima patina di ambiguità ad un termine e ad un concetto, ad una prospettiva, che sono stati posti per lungo tempo all’indice con risultati catastrofici.


- La questiona nazionale al crocevia delle scelte nodali

Il recupero del patriottismo e il ritorno alla riflessione sulla questione nazionale si impongono all’Italia di oggi, da più punti di vista. Dal punto di vista economico solo il ritorno ad un qualificato intervento pubblico può permettere di lasciarci alle spalle il fallimentare modello neoliberista importato dall’Anglo-America. Il neoliberismo ha azzoppato la nostra economia e scosso fino alle fondamenta la nostra società generando miseria, esaltando la cancrena individualista, seminando disillusione, sfiducia, rabbia, sottocultura e violenza. E’ la punta di lancia di un più ampio e preoccupante processo di americanizzazione che rischia di distruggere la nostra civiltà (messa in crisi da qualcosa di assai più concreto del fenomeno migratorio). La crisi economica e sociale lascia ampio spazio alla demagogia disgregatrice di forze secessioniste e xenofobe, oggettivamente anti-nazionali. Sul piano economico solo una politica di programmazione può raccogliere le risorse che servono per far fronte alla sfida portata dalla crescita dei paesi emergenti. L’investimento nella ricerca e nelle tecnologie d’avanguardia non è più rinviabile e deve rappresentare uno sforzo lucidamente coordinato verso obiettivi definiti. Dal punto di vista sociale occorre sostenere la necessità di restituire agli italiani quel potere d’acquisto la cui erosione ha bloccato l’economia e lo sviluppo del paese. Il recupero della questione nazionale, dell’attaccamento ai valori della Patria repubblicana, la riscoperta dei momenti alti della nostra storia rappresenta il filo di un discorso da riprendere e da riallacciare alla necessaria politica di giustizia sociale che impone, per il bene dell’intera comunità nazionale, una equa ripartizione del carico fiscale ed una capillare redistribuzione della ricchezza nella spesa sociale. Dal punto di vista più strettamente politico e istituzionale consente di imprimere maggior forza ed incisività alla necessaria e vitale battaglia di sostegno alla Costituzione Repubblicana, che rappresenta “quel patto giurato tra uomini liberi che si chiama ora e sempre Resistenza” e che, piaccia o meno, rappresenta la base sulla quale è rinata la Nuova Italia ed al tempo stesso contiene in nuce gli elementi utili per il suo felice ed armonico sviluppo.
Il recupero di tale tematica permette di raggruppare e di parlare ad un numero maggiore di persone, quale che sia la loro origine, la loro ideologia, o le loro sensibilità; rappresenta qualcosa di rassicurante, proprio perché nelle attuali convulsioni la gente è in cerca di certezze, punti fermi. La questione nazionale consente di traghettarla ad approdi sicuri, consente di rimettere in circolo una alternativa politica su tutte le questioni essenziali e strategiche del nostro tempo. Rappresenta, infine, una potente arma di delegittimazione e di legittimazione che non è possibile lasciare a coloro che operano contro gli interessi nazionali. Consente, infine, di disegnare una prospettiva strategica di uscita da una crisi che non è solo economica e/o congiunturale. Senza tale prospettiva qualsiasi singola battaglia, benché giusta, resta una scaramuccia di retroguardia che non può diventare controffensiva.

La drammatica fase che attraversiamo impone la ripresa di una bandiera per fare intendere determinati, cruciali, discorsi a tutti gli italiani, quali che siano le loro origini, le loro sensibilità le loro appartenenze. Impedisce che il tricolore venga strumentalizzato da coloro che concretamente operano contro l’Italia trascinandola alla rovina e consente di additare di fronte a tutti ciò che è necessario in questo momento. Non è poco.

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Note

1. E. Collotti Pischel, “Fenomeno nazionale” e questione coloniale; in: AA.VV., Momenti e problemi della storia dell’URSS; Roma, Editori Riuniti 1978, pp.242-243

2. Si veda: D. Losurdo, Stalin: storia e critica di una leggenda nera; Roma, Carocci 2008

3. Per tali aspetti rimando al pur discutibile saggio di Giuseppe Boffa, Componente nazionale e componente socialista nella rivoluzione russa e nell’esperienza sovietica; in: Momenti e problemi, op. cit., pp.15-32

4. P. Secchia, Nazionalismo borghese e patriottismo proletario; Roma, La stampa moderna, 1951



Fonte: www.lernesto.it
Link: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19447
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