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 Omicidi sul lavoro

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alekos18

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MessaggioTitolo: Omicidi sul lavoro   Mer Dic 19 2007, 21:27

Più che di morti, parlerei di omicidi sul lavoro. Un bilancio silenzioso e silenziato, che ormai fa notizia solo saltuariamente come quando, all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino, a morire sono in tanti. Un sesto operaio, Rosario Rodinò, 26 anni, rimasto gravemente ferito nell'incendio scoppiato nella notte di giovedì 6 dicembre, è deceduto oggi. Il suo nome si aggiunge a Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola (23), Angelo Laurino (43), Bruno Santino (26) e Rocco Marzo (54). Evito di parlare di morti, perché il termine apparirebbe neutro e rimanderebbe alla fatalità. Preferisco la parola "omicidi", "stragi". Perché di questo, a ben vedere, si tratta.

La mano invisibile che uccide è incorporata in un lavoro sempre più precario, flessibile, incerto, nell'allentamento delle condizioni di sicurezza, nel taglio delle spese per i relativi controlli, negli straordinari defiscalizzati per le imprese (gli operai morti e gravemente ustionati della ThyssenKrupp, dopo le loro 8 ore di lavoro, ne stavano facendo altre 4, notturne, di straordinario). Il contesto sistemico attuale espone alla ricattabilità di dover accettare un lavoro purchessia con relative condizioni, anche se ciò significa minori tutele e garanzie per la propria vita. Per retribuzioni peraltro sempre più inadeguate al costo della vita ci si sottopone, all'occorrenza, a sforzi non indifferenti sia muscolari, che mentali e nervosi.

Questo lavoro precario, flessibile, sempre meno garantito, che arriva così anche ad uccidere, a mutilare, ad invalidare, è previsto da alcuni anni per legge ed è avallato da accordi capestro che i sindacati collaborazionisti continuano a sottoscrivere. Ormai non c’è “incidente sul lavoro” che non evidenzi carenze di sicurezza, e la scarsa o superficiale manutenzione dei macchinari e degli ambienti di lavoro perché «bisogna tagliare i costi». Tanto poi, spesso, come denunciano lavoratori e alcuni sindacalisti, i reati per i quali i vertici aziendali vengono indagati cadono in prescrizione. Affrontare il problema della sicurezza sul lavoro, significa andare alla radice, eliminando flessibilità e precarietà che sono alle origini di questi eventi. Il che, a sua volta, significa avvicinarsi al cuore del sistema.
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gian



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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Sab Dic 29 2007, 18:45

E’ una storia che si ripete.
Condivido l’analisi del tuo post, non credo ci siano altre cose da aggiungere.

Per non dimenticare, lascio una breve testimonianza vissuta in ambienti simili.
Ero addetto alla manutenzione in una industria di alluminio (ho operato in tutti i miei anni di lavoro tra un’officina mecc., la fonderia, e la sala forni elettrolisi) di una multinazionale americana, l’ho fatto per oltre trentacinque anni (salvo il periodo di C.i.g)
Quando ho saputo del fatto accaduto a Torino, ho ripercorso a memoria come in un film tutti i momenti di rischio che ho vissuto in prima persona sul posto di lavoro, tantissime volte mi sono rifiutato di operare in condizioni estremamente pericolose, ricevendo richiami dai miei superiori, tante volte ho dovuto ubbidire agli ordini imposti previe sanzioni, pur sapendo che potevo rischiare anche la vita, tante volte ad evitare di essere coinvolto in possibili incidenti è stata la fortuna, (cosi si dice) a volte sopratutto l’intuito, a volte è l’istinto stesso che ti esce e ti salva quando percepisci il pericolo, come una preda quando si sente braccata.

Più volte portavo le mie osservazioni direttamente ai miei superiori, sulle condizioni di pericolo nei reparti di produzione quando si operava, più volte le segnalavo al delegato sindacale cui facevo riferimento, questo riportava sì ai responsabili del reparto, ma nulla succedeva, e nulla cambiava. Avevi la netta sensazione di essere rimasto solo, (come operaio) non avevi nessuna organizzazione cui potevi rivolgerti per essere non dico tutelato ma almeno ascoltato.
Con l’introduzione della legge 626, poco è cambiato (se non quello di diventare direttamente responsabile di quel che poteva accadere se….) se non a parole. Nella realtà dei fatti al primo posto doveva essere rispettato il programma di produzione, dovevano essere rispettati gli obbiettivi di produzione da raggiungere, che ogni anno aumentavano in numero di tonnellate, e che dovevano essere raggiunti a tutti i costi, perché con gli obbiettivi raggiunti a fine anno i miei superiori (dal capo squadra al capo reparto ), ricevevano premi, gratifiche in denaro (equivalente ad una o più mensilità, l’importo variava ed era esponenziale al grado gerarchico).
A noi (manutentori) ci gratificavano con una penna a sfera con dedica, sembrano cose incredibili a descrivere, ma succedono oggi.

All’opposto noi (operai) si veniva “puniti” perché per lavorare in ambienti polverosi e con fumo e alte temperature più delle volte si era costretti a toglierci pure gli occhiali di protezione per via della condensa che si formava davanti alle lenti e a causa del respiro affannoso che la mascherina antipolvere ti procurava, te li annebbiava e ci vedevi pochissimo dove dovevi mettere le mani, se nel frattempo ti sorprendeva qualche “superiore” e ti vedeva senza occhiali o magari senza elmetto perché te lo avevi tolto per via del sudore che ti colava dai capelli, avevi un richiamo assicurato e relative conseguenze. E loro prendevano i premi.
Ho dovuto subire in questi oltre trentacinque anni fatti da manutentore anche nove anni complessivi di cassa integrazione, per ristrutturazioni, dismissioni, e liquidazione di un’azienda che prima era pubblica, successivamente passata in mano americana, oggi Alcoa.

Si può immaginare la rabbia e lo stato d’animo che si sente, anche ora da pensionato, quando leggo e vedo queste tragedie, che inesorabilmente si ripetono.

Saluti
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Dom Dic 30 2007, 08:22

Hai ragione, Gian, storie che si ripetono. Il punto è: come mettere un punto a queste storie e raccontarne delle altre, ben diverse? Il dramma è che questi omicidi sul lavoro sono destinati a ripetersi e ad aumentare con il proliferare di precarietà e flessibilità, con la frantumazione del ciclo lavorativo tramite l'ormai corrente pratica della catena dei subappalti, con il taglio dei costi anche in materia di sicurezza e salute sui posti di lavoro, per la ricerca insomma di una sfrenata competitività che è l'essenza strutturale del modo di produzione capitalistico. Si assiste ormai ad una regressione anche delle condizioni lavorative impressionante.

Trovo molto triste socialmente, culturalmente, politicamente, constatare che da tempo, ormai, in Italia, l'everything goes impazza e non si registrano adeguate risposte. Al più, si replica con impotenti manifestazioni di categoria o di comparto. Impotenti perché isolate, per i più ignote, sovente (ovviamente) oscurate e anche trascurate da chi sa, ed in tutt'altre faccende è affaccendato. E come se ci si muovesse in spazi, anzi, in recinti ben delimitati da "muri di gomma". Questo che si tratti di omicidi sul lavoro o degli omicidi delle "guerre umanitarie" scatenate dall'alleato/padrone statunitense, cui si è servilmente proni, o di altro ancora. Giacché non sta scritto da nessuna parte che così debba essere per sempre, è bene interrogarsi sui "perché" e sui "che fare" anche intermedi...

Ah, benvenuto. Piacere davvero di leggerti. Il tuo contributo può essere importante. Già questo tuo primo postato lo è. Per poter arrivare a scrivere altre storie, anche con i forum è necessario 'lavorare'. A presto
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gian



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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Lun Dic 31 2007, 02:04

Sul che fare ?

E’ presto detto, in prima cosa ci vorrebbe un rivolgimento culturale.
Questa è la prima risposta istintiva e immediata che mi verrebbe da rispondere.

Ma non sono un teorico della rivoluzione, quindi non saprei da che parte iniziare per teorizzare simili cose, lo stesso vale per che fare.
Però credo che in base ad esperienze fatte si riesce a intuire, se non proprio a definire con precisione dove forse si dovrebbe mettere le mani per avviare un processo di cambiamento.

Riprendendo il tuo post, non ci sono dubbi che al primo posto di queste sciagure oggi è l’organizzazione stessa del modo di produrre, e a sostegno e al rafforzamento di questo sistema, si creano leggi che favoriscono la precarietà e la flessibilità del lavoro e di conseguenza le inevitabili morti quotidiane.

La prima responsabilità diretta di questa regressione sociale per i lavoratori, la reputo alle organizzazioni sindacali (quelle maggiormente rappresentative intendo), per la funzione che hanno oggi di salvaguardia del sistema economico sociale esistente, e che sono ormai sfacciatamente al soldo dei “padroni del vapore” come si diceva una volta.
La mia visione delle cose ha ovviamente i limiti di uno che ha trascorso gran parte della sua vita in fabbrica, con quello che ne consegue.

Credo che bisognerebbe ripensare come riorganizzare il movimento operaio in generale, sia all’interno che all’esterno del mondo del lavoro.
Credo che il bisogno di questa trasformazione dovrebbe partire dalle stesse maestranze, e non calata dall’alto, e questo mi sembra più difficile in questo momento storico, di dominio ideologico culturale delle classi dominanti.
Il pensiero e l’ideologia delle classi dominanti trasferito fino ai livelli delle classi sociali più basse, credo abbia fatto quasi terra bruciata di una possibile cultura antagonista al sistema, che da queste classi poteva prendere forma, e credo che questi dominanti non siano poi tanto disposti oggi a lasciarsi sfuggire di mano la situazione, con metodi come si suol dire “democratici”.

L’elenco delle cose da cambiare ormai credo siano note a tutti, si va dalla delega sindacale perpetua e relativa trattenuta in busta paga, alla forma di partito, o organizzazione politica come la si vuol chiamare, tenendo conto che oggi anche la rete potrebbe essere utile allo scopo, di riorganizzare una nuova forma associativa politica. Ho la sensazione che oggi un forum in rete discuta di più di un circolo di qualsiasi partito (se ancora ce ne sono). E delle classi dirigenti attuali, soprattutto quelle elette sotto le ormai servili bandiere della sinistra, che dire? Credo che prima ce ne liberiamo meglio è per il bene dei lavoratori in genere, l’elenco delle questioni da discutere sarebbe lungo.
Forse affrontando e discutendo una questione alla volta con apposite capacità oltre che teoriche anche di sintesi, si riesce a trovare un filo conduttore per innescare un possibile cambiamento.

Forse mi sono prolungato in discorsi già scontati, discussi e ridiscussi, spero però che non siano stati inutili.
Saluti
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alekos18

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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Mar Gen 01 2008, 15:22

Sì, concordo con te: servirebbe un ripensamento ed un riorientamento complessivo culturale e politico. E' anche molto di buon senso il tuo invito ad affrontare e discutere una questione alla volta con apposite capacità oltre che teoriche anche di sintesi. Condivido pure il passaggio sulle opportunità che può dare un forum, ovviamente se ben strutturato, se riesce a dare contenuto alle discussioni d'analisi, teoriche e pratiche, se riesce ad allargarsi qualitativamente a più voci. Sito, rivista cartacea e forum stesso li vediamo come strumenti che, ognuno con le sue specificità e tutti tra loro allo stesso tempo interfacciati, possono concorrere a quelle esigenze su cui conveniamo. E considera che si tratta di strumenti che riteniamo di non essere ancora riusciti a dispiegare come vorremmo. Niente di disperante, comunque...

Il "che fare" non può che scaturire dall'osservazione e dall'analisi della realtà, e dall'aver chiare quantomeno le linee di massima dell'orizzonte, della prospettiva politica e sociale verso la quale ci si intende muovere. Il che comporta una necessaria sensibilizzazione anche teorica di ambiti e questioni. Non so quanto delle posizioni di "Indipendenza" ti sia noto, ma il punto centrale con cui interfacciarsi di continuo, secondo il nostro punto di vista, è la questione nazionale, in termini di liberazione e di sovranità. Ogni capitalismo e laddove questo maturi in imperialismo (un processo nient'affatto scontato, nient'affatto generalizzato nel tempo e nello spazio e nient'affatto astraibile da precisi riferimenti statuali) può essere contrastato efficacemente se si ha una visione, una prospettiva 'nazionale' di liberazione e di riaffermazione della sovranità e dell'indipendenza quando queste sono nei fatti negate e se, a partire da queste basi, da questo valore aggiunto costruito nelle coscienze e nelle lotte, si interviene su un altro versante strutturale del capitalismo, e cioè lo sfruttamento di classe. Il massimo dell’efficienza politica per la lotta al sistema capitalistico e, laddove di questo anche si tratti, all'imperialismo può secondo noi scaturire dall’incontro di queste due diverse prospettive: nazionale e di classe. Sulla rivista cartacea da molti anni andiamo sviscerando i termini delle varie problematiche e mostrando come in Italia tutto, alla fine, in un modo o nell'altro, direttamente o come conseguenze anche indotte, sia riconducibile ad un nocciolo di dipendenza che a cascata produce effetti a tutto raggio. Tutto è collegato e si intreccia.

Sulla questione degli omicidi sul lavoro hai ragione nel responsabilizzare le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, ed anche in quell'elenco di cose da cambiare che richiami c'è molto di condivisibile e comunque da discutere. Ma c'è un punto preliminare che dovrebbe essere assunto ben al di fuori di questo forum: se si ritiene che l'Italia è un paese indipendente, che ha una sua sovranità, organi e strutture espressione di una volontà popolare anche articolata e conflittuale al suo interno, ma comunque con un'investitura piena ed effettiva in termini decisionali, allora ci sono nodi irrisolti solo interni di una questione nazionale e sociale. E' quindi legittimo pensare che responsabilità e dinamiche siano faccende interne e cambiabili dall'interno di questo paese. Ma se di questo non si tratta, se emergesse nelle coscienze quel che a nostro avviso è già nelle cose, e cioè che nella sostanza l'Italia non è un paese sovrano ed indipendente, ti rendi conto che tutto cambia qualitativamente ed in modo decisivo? Cambia la natura dei problemi, cambia la prospettiva da cui li si guarda, devono cambiare le relative lotte, forme e modalità d'intervento, ed altro ancora. Questo perché ogni questione, ogni problematica, ha sicuramente una componente di risposte specifiche che vanno date, ma allo stesso tempo si intreccia sempre e comunque ad un contesto e ad una filiera di nodi e connessioni da cui non si può prescindere.

In conclusione, in relazione alla parte finale del tuo ultimo postato, ribadisco l'importanza del contributo d'idee che porti. E' dal contributo di ognuno che il forum potrà esprimere ricchezza e diversità di contenuti e di punti di vista. Vale per te, vale per tutti. E vale come intanto, nel senso che un di più è ovviamente sempre auspicabile. Poi, per riecheggiare uno dei più grandi filosofi del Novecento, da cosa nasce cosa...

A presto
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gian



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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Gio Gen 03 2008, 02:29

Siamo partiti dagli omicidi e inevitabilmente si va oltre.....
Condivido il parere che nella sostanza l’Italia non è un paese sovrano e indipendente. Lo dimostra le decine di basi militari americane disseminate nel nostro territorio, le molteplici decisioni prese dai nostri governi su questioni di politica estera. Lampanti sono l’ appoggio dato dei nostri governi alle missioni di guerra di questi ultimi anni sui vari fronti, chieste dagli USA, e l’ampliamento concesso alle loro basi militari.
E allora quando viene meno la sovranità nazionale i problemi divengono ancora più difficili da risolvere.
Mi sembrava che la questione della sovranità nazionale che una volta era considerata uno argomento di battaglia della cosiddetta sinistra, oggi, questa idea di nazione sovrana sta scomparendo, se ne parla sempre meno, viene sradicata anche nell’ ideale della sinistra cosiddetta radicale.

Una delle questioni da risolvere poi per uno stato indipendente è il ruolo di un suo esercito nazionale, delle sue forze armate e del suo reclutamento, oggi fatto solamente su base volontaria, di un esercito al servizio di chi.
Credo che un esercito debba essere soprattutto di difesa della sovranità nazionale territoriale.

Poi subentra la questione di una sovranità politica ed economica, e via dicendo, e le cose come ben si vede sono connesse con quelle accennate sopra e i nodi non sono semplici da districarsi.
Saluti
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kamo

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MessaggioTitolo: Re: Omicidi sul lavoro   Gio Gen 03 2008, 03:12

Innanzitutto auguro buon anno a tutti. In effetti fa pensare il fatto che normative e provvedimenti passano solo se sono in linea con le direttive della Commissione europea. La "liberalizzazione del mercato del lavoro", che poi vuol dire indebolire, per non dir di peggio, i diritti dei lavoratori, finisce con il colpire anche sicurezza e salute. Pur di produrre il più possibile e al minor costo non si guarda in faccia a niente e a nessuno. E' normale poi che le "morti bianche" (gli "omicidi sul lavoro" di cui parla Alekos) sono sempre più in aumento. Certo, ci sono interessi capitalistici italiani che vedono molto bene le varie forme di liberalizzazione (e di fatto sono responsabili degli effetti che producono) però è altrettanto evidente che questi processi si stanno accelerando tramite le prescrizioni europee cui i parlamenti sono obbligati ad adeguarsi. In effetti uno si chiede dove vada a finire la sovranità nazionale. Leggendo "Indipendenza" ed anche questo forum mi rendo sempre più conto delle cose che Alekos scriveva, solo che non vedo bene come si potrebbe intervenire. Forse è su questo che si dovrebbe anche discutere. E bisognerebbe pure far capire l'importanza della questione nazionale. In fondo nessuno ne parla come "Indipendenza" e per le cose che fa emergere. Saluti
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