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 Derivati, colonizzazione e dipendenza

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alekos18

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MessaggioTitolo: Derivati, colonizzazione e dipendenza   Gio Giu 27 2013, 14:13

Derivati, colonizzazione e dipendenza
I conti pubblici italiani hanno, in questa fase, un aggravio di perdita di 8 miliardi di euro a causa di contratti derivati accesi alla fine degli anni Novanta (per permettere all'Italia di entrare da subito nell'euro) e rinegoziati nel 2012 su un periodo più lungo, in alcuni casi in termini più svantaggiosi per l'Italia. Lo scrive il Financial Times, citando un documento del Tesoro, che il ministero fornisce con cadenza semestrale alla Corte dei Conti. I dati sono frutto di analisi e rielaborazioni di tre esperti indipendenti del settore, consultati dal quotidiano, che hanno calcolato le perdite sulla base dei prezzi di mercato al 20 giugno.

Il Tesoro ha smentito ("non esiste alcun pericolo per i conti dello Stato") e si è affrettato a minimizzare. Ha scritto in una nota che "è assolutamente priva di ogni fondamento l'ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l'entrata nell'euro". Per la cronaca: al tempo, tra il 1991 e il 2001, direttore generale del ministero del Tesoro è stato Mario Draghi, oggi presidente della Banca Centrale Europea. Ben dieci governi si sono succeduti in quel periodo, ma questo alto funzionario atlantico è rimasto sempre un punto fermo. Ed è quello il periodo in cui molti di quei derivati, che hanno concorso ad affossare l'Italia, sono stati stipulati.

Oggi il Tesoro smentisce e minimizza. Ma operatori e analisti di settore sanno che le cose stanno ben diversamente. Lo stesso Financial Times (5 novembre 2001) già ne aveva parlato, scrivendo de “I trucchi dell’Italia per entrare nell’euro”. Si pensi che nel 1995 l'Italia aveva un deficit di bilancio del 7,7% e nel 1998, anno decisivo per l'approvazione o meno del suo ingresso nell'euro, era stato ridotto al 2,7%. Prodigioso? No, effetto di trucchi contabili, messi in atto anche dai successivi governi che accettavano contratti derivati "offerti" da banche d'affari USA, come la Goldman Sachs e JP Morgan Chase, per mascherare il reale rapporto deficit/PIL monitorato da Bruxelles e Francoforte. Tutte operazioni che Eurostat (Ufficio Statistico dell'Unione Europea) non poteva e non può ignorare ma che di fatto avalla, avvitando meccanismi di spirale debitoria da logica letteralmente usuraia.
Queste operazioni, unitamente ad 'altro', hanno finito con l'ipotecare le economie della quasi totalità degli Stati del continente europeo e ad innescare crisi che, come disse Monti, sono "per definizione passi avanti per l'euro". La Grecia è infatti andata gambe all'aria soprattutto con queste operazioni di “cosmesi contabile”, con contratti, scrisse il New York Times (13 febbraio 2010), analoghi a quelli sottoscritti dal governo Prodi nel 1996, ulteriore elemento che dovrebbe gettare più di un dubbio su presunti risanamenti (centrosinistra) e “finanza creativa” (centrodestra).
Per "sgonfiare" il debito, si sono presentate –e si continua a farlo– come vendite con pagamenti differiti quelli che erano 'semplici' prestiti bancari e che apparissero come anticipazioni di cassa, con il risultato di farlo esplodere più avanti nel tempo. Tecniche di ingegneria finanziaria, insomma, con finalità (geo)politiche di asservimento. Banche affari come la statunitense Goldman Sachs hanno di vari Stati assunto passività –evitando così una loro contabilizzazione nel bilancio pubblico– in cambio di introiti futuri dei diversi governi.
La domanda (retorica) è: perché?

È risaputo che i flussi finanziari sono diventati esponenzialmente superiori ai movimenti commerciali di beni e servizi. Tale massa monetaria, esponenzialmente superiore a quella controllata dalle banche centrali, è costituita prevalentemente dai derivati, i principali dei quali sono i futures, le options e gli swaps.
Tali contratti hanno concorso a scatenare “crisi finanziarie”con conseguente svalutazione delle valute prese di mira. Beneficiari di tali crisi soprattutto grandi gruppi statunitensi, che hanno realizzato guadagni economici acquisendo imprese a basso costo ed ottenendo vantaggi politici nell’ambito della competizione intercapitalistica. Derivati, rating, cartolarizzazioni sono solo alcuni dei più usati strumenti finanziari, concepiti e perfezionati negli Stati Uniti, attraverso i quali tenere sempre più sotto scacco Stati ed imprese. Un progetto nazionale rivendicante sovranità e indipendenza politica non può non scrollarsi di dosso anche queste forme di dipendenza finanziaria ed economica, sia quando assume la versione di classe interna della dominanza di ceti capitalistici ‘autoctoni’, sia quando assume la versione di classe esterna della dominanza di ceti capitalistici ‘esteri’.

"Indipendenza"
27 giugno 2013
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